Camillo Pellegrino

Lionardo Salviati

1588

Lo 'Nfarinato secondo

2020
Sorbonne Université, Labex OBVIL, 2020, license cc.
Source : Salviati, LionardoLo 'Nfarinato secondo, ovvero dello 'Nfarinato Accademico della Crusca, risposta del libro intitolato Replica di Cammillo Pellegrino, etc. nella qual risposta sono incorporate tutte le scritture passate tra detto Pellegrino, e detti Accademici intorno all’Ariosto e al Tasso(Antonio Padovani:Firenze1588)
Source : Biblioteca Casanatense, Roma - Segnatura: I(MIN) XVII 9
Ont participé à cette édition électronique : Christopher Geekie (edizione critica e commenti) et Mercedes Blanco (revisione).

LO’NFARINATO
SECONDO
ovvero dello’nfarinato
accademico della
Crvsca,
risposta del libro intitolato

Replica di Cammillo Pellegrino, ec.
Nella qval risposta sono
incorporate tutte le scritture, passate tra detto
Pellegrino, e detti Accademici intorno
all’Ariosto, e al Tasso, in forma,
e ordine di Dialogo.

Con Molte Difficili, Cvriose, e
graui, e nuoue quistioni di Poesia, e loro
discioglimenti, e con la Tavola copiosissima.


in firenze
Per Anton Padouani. MDLXXXVIII.
Con licenzia, de' Superiori.

Dialogo [1]:

Credo di far cosa grata, non solo a Vostra Signoria Illustrissima1, ma a buona parte de’ giovani studiosi della volgar poesia, se con brevità possibile chiudo in pochi fogli il ragionamento havuto, molto tempo non ha, dallo eccellentissimo suo fratello col signor Giovan Battista Attendolo2, huomo chiarissimo nell’età nostra, così per le lingue et varie dottrine ch’egli possiede, come per lo suo mirabil ingegno. Et farò io ciò tanto più volentieri quanto che in questo brieve discorso (s’io non m’inganno) si verrà almeno in parte a terminar la questione che di continuo si ha, non solo appresso del volgo ma etiandio di huomini gravissimi, di chi habbia conseguito maggior grado d’honore nell’epica poesia, o Lodovico Ariosto o vero Torquato Tasso. Non già ch’io mi persuada che i poco intendenti habbiano a restarsi della loro ostinatione—

Crusca [1]:

Ha il torto a dir villania all’universale e alla più parte degli scienziati.

Replica [1]:

Sotto il nome di poco intendenti io non intesi giamai di comprendere i letterati di conto; ma poiché questi signori Academici vogliono comprendervisi contro mia voluntà, io non so altro che farci, se non dire (con lor pace) che in questo particolare sieno poco intendenti.

Infarinato [1]:

Leggansi le parole del Dialogo del Pellegrino, così le precedenti a questa sua prima replica, come quelle che seguono immantenente, e vedrassi che chiama ostinati quelli che non acconsentiranno alle sue ragioni che Torquato Tasso abbia ottenuto maggiore onore che Lodovico Ariosto nell’epica poesia. E perché gli Accademici della Crusca hanno per fermo che tra gli scienziati la maggior parte, e fuor degli scienziati tutto ‘l rimanente delle persone, da esso suo Dialogo fosser per rimanere (e sien rimasi) non persuasi, si dolsero che egli la maggior parte de’ dotti e tutti i non dotti huomini, per lo non cedere a’ suoi discorsi, chiamasse ostinati in quella maniera. Di che, in vece di fare scusa, nomina gli Accademici poco intendenti.

Dialogo [2]:

—ma basterammi che i begli ingegni si lascino vincere da ragioni et autorità non men vere che chiare. Né mi curerò io, ciò facendo, di dispiacere al signore Attendolo, il quale di certo non havrà caro che il parer suo, intorno a questo particolare, detto a caso et a compiacenza del signor Principe suo padrone, si palesi per me al mondo; nol sapendo io ragionar poi né descriverlo con quella efficacia et così appunto come a lui uscì della bocca; rendendomi certo, se non di giovare altrui, almeno porger diletto a Vostra Signoria Illustrissima per un’hora, in servigio della quale (benché in vano io brami egual valore al desiderio che ognora mi sprona ad impiegarmici) un giorno, quando che sia, v’adoprerò tutto quello che le forze del mio debole ingegno potranno.

Dico, dunque, per venire al fatto che, havendo io havuto carico dal padre Don Benedetto dell’Uva3, singolar mio amico et gentilissimo poeta del secol nostro, di presentare al signor Principe di Stigliano la bellissima operetta del Doroteo4 in ottava rima, con la quale si accompagnavano tutte l’altre in simile stile dal detto padre composte, stampate et raccolte in un solo volume, per dar fine alla bisogna cavalcai di Capua alla Rocca di Mondragone, dove a quel tempo il signor Principe si ritrovava; a cui in brevità, poi fatte le dovute cirimonie, presentai dett’opra; la quale havendo quel Signore con faccia ridente ricevuta, rivoltosi all’Attendolo ch’ivi presente era, così incominciò:

CARRAFA: Che vi pare, Signor Attendolo, del dono che ne fa il padre Don Benedetto?

ATTENDOLO: Il dono, Signor mio, se vogliamo haver riguardo alle vigilie et fatiche sofferte da quel padre per dargli fregi et arricchirlo delle più rare et nuove bellezze di poesia, non è di picciol valore, accompagnato poi da altri poemi sì dolci di stile et sì pietosi di soggetto, da’ quali può l’autore haver non vana speranza di viver per sempre, se ben non agguaglia i meriti della Eccellenza Vostra, dirò almeno che sia bene in lei collocato che saprà far ottimo giudicio di quel che vaglia.

CARRAFA: Io non ho ancor letto né Il martirio delle cinque Vergini5 alla signora avola Felice Orsina6, né Il pensier della morte7 alla signora zia Donna Geronima Colonna8; ma il Doroteo, a me dedicato, che scritto a penna lessi già i mesi a dietro, pare a me che nel suo picciol corpo nasconda un’anima grande. Ha egli ne’ suoi pochi versi concetti altissimi, vestiti di così belle et nuove frasi del dire in rima, che d’altezza et di novità di stile si può dir che non cede al Tasso figliuolo.

ATTENDOLO: Poteva l’Eccellenza vostra dire al Tasso padre et non al Tasso figliuolo, poi che lo stile del Padre Don Benedetto, per la sua dolcezza, ha più somiglianza con quel di Bernardo che di Torquato Tasso. Ma ella ha così detto forse perché il figliuolo ha superato il padre così nella lira, come nella tromba.

CARRAFA: Come nella tromba? Dunque a messer Bernardo può anco darsi il nome di epico poeta?

ATTENDOLO: Signor sì, perché no? Non ha egli cantate l’arme di Amadigi?9

CARRAFA: Sì, ma io havrei creduto che, havendo egli ordito il suo poema sopra un’historia del tutto vana, et riempiutolo di tante digressioni lontane in tutto dalla prima attione, anzi imitato attioni diverse et di più persone, che perciò come sprezzator de i precetti d’Aristotile nella costitution della favola, egli non fosse degno di questo nome.

Crusca [2]

Per niuna di queste tre ragioni non può perdere il titolo d’eroico poeta.

Replica [2]

Per ognuna di queste tre ragioni altri può perdere il titolo se non di eroico poeta, di buono eroico poeta. Così si è detto nel Dialogo et si dirà di nuovo al suo luogo.

Infarinato [2]

Le parole del Dialogo sono queste: «che egli (favella di Bernardo Tasso) non fosse degno di questo nome», cioè d’epico poeta, e per «epico» intende eroico. La Crusca gliele negò, ed esso replica: «se non d’eroico Poeta, di buono eroico poeta». Dove correggendosi liberamente, merita commendazione.

Dialogo [3]:

ATTENDOLO: Il creder vostro non si discosta dal ragionevole, et si potrebbe sopra di ciò haver lunga questione da non decider così facilmente. Pure, chi volesse difendere le parti del Tasso padre potrebbe dire che Aristotile, nel libro che fa de gli insegnamenti di poesia, loda et ha per non men d’alcun’altra dilettevole la tragedia d’Agatone intitolata Il fiore, il cui soggetto coi nomi delle persone furon tutti finti, com’egli dice, dallo ‘ngegno dell’autore.

Crusca [3]

Ci scambia le carte in mano mutando il «vana» in «nuova»10.

Replica [3]

Io non veggo dove mi habbia scambiate queste carte: si è di sopra fatto mentione d’istoria vana, ma la voce nuova non si legga insino a questo termine. Se forse per lo soggetto et i nomi delle persone ch’io, secondo Aristotile, dico esser finti nella tragedia d’Agatone, gli Academici vogliono intendere questa novità non come suonano le parole ma secondo il sentimento, nel caso nostro istoria vana et istoria finta è una cosa istessa, dinotando et questa et quella cosa non vera et non avvenuta giamai.

Infarinato [3]

Posciaché voi stesso affermate che per finto intendete nuovo, dicendo ora qui «non come suonano le parole ma secondo il sentimento», è manifesto senza provarlo lo scambiamento di quelle carte, e che la storia dell’Amadigi, che prima chiamaste «vana», mutaste poi in «istoria nuova». Ma voi dite che vana e nuova è lo stesso. La Crusca avvisa che vana sia quella storia che non ottiene il suo fine, e nuova quella che prima non si sentì, o vana o non vana ch’ella si sia. Il fin della storia comunemente è di giovare a chi l’ode; il che, o per la leggerezza del contenuto o per avvenimenti di reo esemplo, avvien talvolta che non s’adempia.

Dialogo [4]:

ATTENDOLO: Dunque, par che Aristotile in certo modo conceda al tragico poeta d’inventar la favola tutta et non servirsi d’istoria vera. Et affermando egli la tragedia esser poema di maggior dignità che l’epopea non è—

Crusca [4]

A bell’agio.

Replica [4]

A bell’agio come vi piace.

Infarinato [4]

Volle dir la chiosa che non è forse così smaltito, come poneste, che Aristotile desse assolutamente quella sentenza tra l’eroico e la tragedia: tuttoché paia il contrario. E mosterrassi peravventura, quando che sia, da alcun nostro comentatore11.

Dialogo [5]:

ATTENDOLO: —e ne’ lor primi generi non molto l’un differente dall’altro, par che ne segua che nella invention della favola, quel ch’è concesso all’un poema parimente all’altro conceder si possa.

CARRAFA: Havete voi per sicura questa ragione?

ATTENDOLO: Io per me non l’approvo né la rifiuto, poiché non mancano di coloro che dicono Aristotile haver voluto difender l’amico da lui molto amato, et non dar licenza a’ poeti di ciò fare12. Però, comunque si sia, non è che non si debba lodar più colui che favoleggia sopra la verità d’una istoria che colui che ritrova la favola tutta.

Crusca [5]

Il poeta non è poeta senza la ‘nvenzione. Però, scrivendo storia, o soprastoria stata scritta da altri, perde l’essere interamente.

Replica [5]

Concedasi per hora il poeta non esser poeta senza la ‘nventione; tutto che più sicuramente si potrebbe a lui torre più tosto il nome di sovrano poeta che di poeta, come si dirà nella replica quarantesima seconda, dove anche vedremo che a Lucano, che scrisse istoria in versi, a ragione vien dato il nome, benché d’imperfetto poeta. Ma, che altri scrivendo sopra storia perda interamente l’esser del poeta, questo si niega. Onde non solo per giustificatione di quanto ho detto intorno a questa materia, ma anco per chiarezza d’una difficil questione, dico che, se ben l’ufficio del poeta è di dir le cose come elle possono avvenire secondo il verisimile et il necessario, riguardando sempre all’universale al contrario dello istorico (che havendo l’occhio al particolare scrive le cose appunto come elle avvenute sono), non però si toglie al tutto la facoltà al poeta di trattar le cose avvenute, dicendo Aristotile:

Hora ancora se avvenisse che altri poetasse di cose avvenute sarebbe non di meno poeta. Perciò che nulla vieta, che alcune delle cose avvenute non sieno tali, quali è verisimile dovere avvenire, et possibili ad avvenire nella maniera, che egli è poeta di quelle 13.

Ma in questo testo primieramente mi si potrà dire che Aristotile non concede al poeta di formar tutto l’argomento della favola di cose avvenute, ma solamente di alcuna, volendo inferire che avvenga di rado per quelle parole «ancora se avvenisse». Ma io dimando colui che volesse farmi questa obiettione, se l’argomento della Iliade (il quale secondo Aristotile è parte della guerra di Troia, et secondo altri l’ira d’Achille) si formò da Omero sopra cosa avvenuta, o se no?

Chiara cosa è, che mi si farà buono, che la guerra di Troia sia stata cosa vera et reale, et reale parimente lo sdegno d’Achille. «Reale», dico, se non vogliamo che l’argomento della Iliade sia fondato sopra una cosa del tutto vana, il che sarebbe contra i generali insegnamenti d’Aristotile. Dunque, l’argomento della Iliade vien fondato sopra la verità della istoria, non ostante che le cose seguite, mentre durò l’ira d’Achille o parte della guerra di Troia, furono non secondo la verità ma scritte favolosamente da Omero o, se pur vere, alterate; et alterate come a lui parve et senza dubbio tirate per mezo della imitatione del perfetto dal particolare della istoria all’universale della poesia. Perciò che, chi non sa che posto che intorno a Troia convenissero Eroi valorosi et avvenissero fatti illustri, non dimeno né Achille fu così forte né sì veloce come si scrive, né Ulisse così astuto, né Diomede così valoroso, né Nestore così prudente. Et chi non sa in quanto a i fatti, che lo stesso valor reale d’Achille fu migliorato nella morte d’Ettore? Et quel d’Ulisse et di Diomede finto nel rubamento de’ cavalli di Reso, et nelle ferite di Venere et di Marte? Sì come quel di Nestore nella legatione ad Achille? 14

Adunque Omero favoleggiò et nella eccellenza et nelle attioni delle persone ove fe’ dimostrar l’eccellenza. Perciò, diremo che la licenza che Aristotile concede al poeta s’intende non solo di potere alterare et ridur le cose avvenute a cose possibili ad avvenire (poi che, come si è detto, si vede chiaramente Omero haver alterata la verità della istoria ne’ suoi poemi), ma che, s’elle avvengono di modo che adeguino l’universale dovuto alla poesia, possa egli senza alteratione servirsi del particolare della istoria quasi di universale. Et colui che peraventura volesse questo negarmi sarà convinto dalla istoria di Darete Frigio15 et di Dite Cretense16, autori intervenuti nel fatto dell’armi, et ricevuti et tradotti da Cornelio Nipote et da Quinto Settimio Romano, che ne’ paralleli di quelle tirati con la poesia di Omero, si conoscerà et l’alteratione di molti particolari et alcun particolare non alterato. Crediamo l’istesso modo haver tenuto ne’ lor poemi Vergilio, Statio et gli altri latini poeti.

Ma più oltre mi si potrà dire che Aristotile in questo testo per «cose avvenute» non intende di quelle delle quali si ha perfetta et vera notitia per istoria scritta, ma intende di quelle cose delle quali s’habbia sommaria informatione, o per fama ricevuta d’età in età, o veramente per iscrittura non havuta totalmente per vera. Alla quale obiettione rispondo ch’io non veggo primieramente come dal testo d’Aristotile si possa cavar questa sentenza, poi che egli liberamente et senza distinzione alcuna ragiona di cose fatte, di cose avvenute, et apportando argomenti di favola tragica (da quel della tragedia d’Agatone in fuori) gli ha sempre per veri, dato che i poeti gli havessero ricevuti ne’ lor poemi per fama invecchiata, del che a lungo ragiona Lodovico Castelvetro nel suo commento17. S’aggiunge che l’essere l’argomento tolto da istoria scritta, o havuta per traditione, è cosa fuori della essenza del poema: et si può riputare accidente, il quale non dee distruggere l’essenza. Et mi maraviglio come si facci tanto romore, et così superstitiosamente si cerchi dal di fuori, la bontà che si ritrova dentro i componimenti poetici.

Et ultimamente se mi dicesse che, dato che Aristotile habbia per veri gli argomenti da lui portati di tragedia et di epopea, gli ha non di meno per veri come scritti da poeti che l’accettarono ne’ lor libri per fama, ma resta tuttavia in gran parte l’incertezza di quelli, però non fu già mai mentione ch’e’ havessono havuto principio da vera istoria, onde favola chiama sempre ogni poema, o tragico o epico che egli si sia. A questo si risponde che Aristotile fa la nominatione dal perfetto, havendo l’occhio al termine al quale l’argomento è pervenuto, et nel quale sortisce nome di favola, per essere alterato con mezi favolosi dallo ingegno del poeta, et non al termine dal quale hebbe principio che fu l’istoria scritta da altri, sì come l’Iliade et Odissea di Omero, et anche l’Eneade di Vergilio.

Si conchiude dunque che, se questi poeti per havere scritto l’uno et l’altro sopra storie non sono poeti, gli Academici hanno ragione a dire che colui che scrive sopra storia perde interamente l’essere del poeta. Sopra tal questione, poi che lungamente ha ragionato, il Castelvetro conchiude al fine con queste parole:

Giudico nondimeno che il formator della favola della tragedia et della epopea, presa dall’istoria coi nomi reali, veri, non sia da essere stimato minore poeta che il formatore della favola contenente tutte le cose et tutti i nomi imaginati: anzi peraventura dee essere stimato maggiore. Percioché le cose avvenute, alle quali il detto formatore riguarda nel costituire la favola della epopea et della tragedia, non sono tante né in modo distese che gli scemino la fatica del trovare, potendo ciascuno imaginarsi simili cose senza molta sottilità d’ingegno 18.

Et comprobando ciò con altre ragioni et essempi, par che discordi da se medesimo che, in questa parte et altrove, ha per fermo che ‘l soggetto della tragedia e della epopea si tragga da istoria, della quale si ha sommaria informatione, non ostante che egli, spinto dalla verità, dica la poesia essere similitudine et rassomiglianza dell’istoria. Però Alessandro Piccolomini nelle annotationi sopra la poetica d’Aristotile, nella particella cinquantesima quarta, par che con più chiarezza favorisca la nostra causa19, la quale dee essere veramente favorita da tutti, almeno per non confessare con l’opinione d’alcuni che hoggi non si ritrovi vero soggetto, né di tragedia né di epopea.

Infarinato [5]

Nella risposta che si stampò contro all’Apologia di Torquato Tasso nella quasi ultima riga della faccia trentacinquesima si leggono queste parole:

ricordisi l’Apologista, quanto pertiene a quel vocabolo che fu quasi il principio di questi ragionamenti, che l’error di stampa del sopra storia fu dalla Crusca notato addietro nel suo libretto, e dichiarato che soprastoria doveva leggersi unito in una parola, sì come sopravvesta, sopransegna, sopraccalza e sì fatte 20.

Il medesimo si ritorna a memoria qui anche a voi, e soggiugnesi davvantaggio che di due guise può esser la soprastoria: la prima, quando alla storia già stata scritta si continuava alcuna parte che pareva che le mancasse, quali sarebbono i cinque canti che alla Gerusalèm di Torquato Tasso si veggono aggiunti novellamente21; la seconda, quando s’allarga la storia descritta con brevità, che parimente può farsi da noi in più modi: cioè, o col discender più alle cose particolari, o con lo ‘nnestarvi dicerie e discorsi e giudici, o col raccontar le cose medesime con più parole, sì come de’ Comentari di Giulio Cesare, ma con poco guadagno secondo che parve a Tullio, si sarebbe potuto fare.

Fu adunque il sentimento delle parole degli Accademici che chi scrive cosa che già è scritta, o storia o soprastoria ch’ella si sia, veramente non è poeta. Concedesi da voi per ora, quanto è la storia (e a noi basta questo «per ora», perché dove il contrasterete vel proverremo), il negate in ciò che pertiene alla soprastoria. Ma il fondamento del nostro detto è lo scriver cosa che già è scritta, nel quale niuna diversità può indurre l’esser più storia che soprastoria, o favola che sopraffavola. Onde vano qui è del tutto, s’io non m’inganno, il ristrignimento delle ragioni da voi addotte a favor della favola tolta da storia già stata scritta, alle quali nondimanco, sotto alla vostra replica trentanovesima, partitamente risponderemo.

Dialogo [6]:

CARRAFA: L’inventione è pur una delle parti principali et necessaria al poeta.

Crusca [6]

La ‘nvenzione non è parte ma il fondamento del tutto.

Replica [6]

I signori Academici come loici, anzi come architetti da cui lo prende il loico, dovean pur sapere che il fondamento d’un palagio è anche parte di esso palagio. Et chi negherà che ‘l fondamento del muro non sia anco parte del muro? Et perciò la ‘nventione, benché sia fondamento della poesia, è non di meno parte subiettiva (per così dire) di essa poesia. Ma di certo il Segretario 22s’incontrò in quel luogo di Vitruvio libro I, capitolo 5, sopra il quale Daniel Barbaro dice «Il fondamento non è parte della fabrica»,23 et peraventura chiuse quel libro. Quivi si distingue il luogo fondato, che suol dar la natura, dal fondamento artificiale, che si fa da gli huomini, come segue.

Ma veggasi il luogo chiaro di Vitruvio al nono del secondo libro. Parlando egli dell’alno, la cui materia è attissima a far durevole impalazzata (come dicono) sotto a’ fondamenti ne’ luoghi paludosi, dice così:

Itaque quia non nimis habet in corpore humoris in palustribus locis infra fundamenta edificiorum palationibus crebre fixa recipiens in se, quod minus habet in corpore liquoris, permanet immortalis ad eternitatem, et substinet immania pondera structurae, et sine vitiis conservat 24.

Considerisi quello «infra», et non fra i fondamenti come traduce Daniello25, ma sotto come si legge nell’antica traduttione di Cesare Cesariano26. Però il Segretario starebbe pur saldo con la spositione del Barbaro, se con l’istesso non gli si mostrasse il contrario. Eccolo nel terzo di Vitruvio capitolo 3: «Il fondamento (dice egli) è detto substructione, che altro non è che la fabrica che si fa sotterra fin che si veda»27.

Et poco appresso: «Et indi quando al paro del piano havrai levato la sottomurata et il fondamento».28

Et Guglielmo Filandro nelle annotationi dice: «Substructionibus igitur firmissime et quam solidissime iactis»29.

Quel che appresso Ovidio et Cicerone: «Iacere fundamenta»30 et «Fundamentum iactum»31.

Et Virgilio: «Ponere fundamenta»32, et Columella: «Fundamenta convellere»33.

Et nella Gierusalemme dal sommo architetto edificata in Cielo non è posto il fondamento per parte dell’edificio? Descrivendola Giovanni beatissimo nella sua visione, disse il suo muro haver dodici fondamenti, et che il primo era Iaspe, il secondo Zaffiro, et gli altri.34 Adunque il Segretario confuse peraventura fondamento con fondo di edificio, di cui basterà questo essempio dell’istesso Daniel Barbaro, precedente al luogo di sopra portato: «Devesi cavare il terreno della fossa egualmente, et il fondo deve esser piano et eguale per tutto, accioché il peso della fabrica lo prema egualmente»35.

So bene che i Signori Academici si favoriscono dell’autorità di Leombattista nel primo capitolo del terzo libro della sua architettura. Pure egli parla di propria opinione et non senza timor del contrario, dicendo: «Se non m’inganna il giudicio»36, et nulladimeno non può fare che non ragioni di ciò, secondo il significato de gli antichi, cioè che il fondamento sia cosa sopraposta al fondo nel secondo, terzo et quinto capitolo del sopradetto libro37.

Infarinato [6]

Che cosa sia fondamento la parola stessa il dichiara, ed il proprio uso del favellare, dicendosi da tutti con verità, fondamento essere e chiamarsi quello sopra ‘l quale la fabbrica vien fondata. Or come se ‘l fondamento della fabbrica fosse parte, si potrebbe egli affermare che essa fabbrica sopra ‘l fondamento fondata fosse? Per certo ciò sarebbe appunto lo stesso dire: «la fabbrica è fondata sopra la fabbrica». Chiamasi adunque fondamento nel suo proprio significato quello che all’Architetto è dato dalla Natura, il quale è anche da qualche autore o espositore stato alle volte chiamato fondo, ma con vocabolo universale e ad infinite cose comune, non con termine speciale e parola d’Architettura. È adunque il fondamento natural cosa e hassi comunemente dalla Natura; ma perciocché ella pure qualche fiata il ci niega, o darebbelci con troppa spesa, con troppo tempo o con troppa difficultà, l’Arte (quasi sua emula) s’ingegna di supplire ella al difetto, e con legnami o con altro ardisce di fabbricarlo, e chiamalo artificial fondamento.

E per quel poco di somiglianza che col sì fatto hanno quelle mura o quei getti che si fabbricano sottoterra, e in latino s’appellano substructiones, eziandio quella parte con popolar nominazione, e non propiamente, fondamento suol nominarsi, non pur dal volgo ma alcuna volta dagli scrittori che tutti, secondo il volgo, adoperano spesso ogni nome, come si fece da Vetruvio nel luogo addotto da voi: «infra fundamenta edificiorum», e dal Barbaro parimente: «Il fondamento è detto substructione (lasciamo stare, che doveva dire al contrario, cioè la substructione è detta fondamento) che altro non è, che la fabbrica che si fa sotterra fin che si veda». E di sotto: «E indi quando al par del piano avrai levata la sottomurata e il fondamento». E secondo il volgo altresì; e iacere fundamenta, e fundamentum iactum, e fundamenta convellere, e ponere fundamenta, e altre maniere simili si ritruovano appo i latini, sì come loro corrispondenti s’usano anche nel volgar nostro: avvegnaché il iacere ed il gittare, della seconda guisa di fondamento, cioè dell’artificiale, sia forse proprio non poche volte; e al ponere, che da Virgilio ci producete, si può dare altro senso, sì che al natural fondamento più tosto s’appropriasse.

Ma le parole del Filandro che nella vostra replica trasponete punto non operano a vostro pro, posciaché dicono «substructionibus» non «fundamentis». E molto manco vi favorisce l’esemplo di San Giovanni che pur s’allega da voi; ché se afferma che i dodici fondamenti di quel muro misterioso sieno «Iaspe», «Zaffiro» e gli altri che seguono, non perciò dice che sien parte di esso muro; anzi, dice tutto ‘l contrario, se ben si guardi la forza delle parole, cioè che ‘l muro, in vece di pancone o di masso, sopra quei fortissimi e incorruttibili suoli è fondato.

In breve, per fondamento, quando esquisitamente lo nomano, il luogo intendono gli architetti, sopra ‘l qual cominciano a fabbricare. E per questo dirittamente determinò Liombatista nel primo capo del terzo libro il fondamento non esser parte dell’edificio, e dirittamente altresì disse il Barbaro quelle parole sopra Vetruvio: «Il fondamento non è parte della fabbrica». E con la medesima dirittura usa anche il volgo questi parlari: «attendere a cavar terra finché si truovi buon fondamento», «non ogni spezie di masso è buon fondamento», e mille altri. Come altre volte per lo contrario, non pur ne’ modi detti di sopra ma eziandio in più storti, adopera questo vocabolo, come «cavare il fondamento», invece di dir «la terra della fossa del fondamento» e sì fatti.

Ora, provato che ‘l fondamento nella sua vera significanza non è parte dell’edificio, ad altro non siam tenuti, posciaché il riguardo e la somiglianza tra ‘l fondamento della fabbrica e la ‘nvenzion del poema nella vostra replica non ci negate. E il dir voi, come dite, che l’una e l’altra, cioè il fondamento e la ‘nvenzione, sono parti ma subbiettive (questa del poema, quel della fabbrica), altramenti non afferma ch’elle sien parti, ché secondoché parte d’alcuna casa può chiamarsi tutta la terra che sotto le mura di essa viene a distendersi al centro; ché se in cotal guisa vi basta che del poema sia parte la ‘nvenzione, son certo che l’Accademia non cura punto ch’io lo contrasti.

Dialogo [7]:

CARRAFA: Anzi non ha dubbio che chi non ritrova di proprio ingegno è al tutto indegno di questo nome. Come può star dunque che meriti più loda colui che ritrova parte, che colui che ritrova un tutto?

ATTENDOLO: Egli è vero che la ‘nventione è una delle parti principali che dee havere il poeta, ma perché l’imitatione anche è parte essentialissima della poesia—

Crusca [7]

L’imitazione e la ‘nvenzione sono una cosa stessa quanto alla favola.

Replica [7]

Si concede che la ‘nvenzione in quanto alla favola sia una cosa istessa con la imitatione, come nel discorso del mio Dialogo si può vedere, ch’io la presi in più luoghi, ma viene a diversificare nel modo del considerarsi; percioché se la favola si considera riguardando lo ‘ntelletto del poeta che ritrova, si dirà inventione, ma considerandosi nel modo che ha analogia al suo universale, mentre il particolare d’Enea si riduce al perfetto che è l’eroe ideale o universale, che dir vogliamo, si dirà imitatione. Chiamai dunque la imitatione parte essentialissima della poesia, riguardandola non solo come parte formale ma vestita di locutione, et non già distinta dalla inventione come parte diversa, ma diversa in tempo da se stessa nella mente dell’artefice, in cui sono le parti che riguardano la forma, cioè la favola, il costume e l’altre; il qual prima la crea ignuda e poi la veste di locutione.

Infarinato [7]

Concedendo voi alla Crusca, sì come dite, tutto ciò appunto che da lei s’afferma nella sua chiosa, cioè che la invenzione e l’imitazione sien lo stesso in quanto alla favola, né a voi era forse bisogno di replicare, né a noi certo di rispondere alla replica fa di mestieri.

Dialogo [8]:

ATTENDOLO: —et il poeta imita per mezo del parlare, non basta che egli sia solamente inventor delle cose—

Crusca [8]

Questa è una nuova forma di sillogismo.

Replica [8]

Vogliono gli Academici ristringere la libertà del parlar famigliare in dialogo alle forme et alle figure del loico.

Infarinato [8]

Non alle estrinseche forme ma alle ‘nterne e razionali si dee ristringere chiunque si sia che discorra d’alcuna cosa. Il che non sapeva veder la Crusca in quell’argomento: «Perché l’imitazione anche è parte essenzialissima della poesia, e il poeta imita per mezzo del parlare, non basta ch’egli sia solamente inventor delle cose, ma eziandio delle parti appertenenti alla locuzione». A che fine in quel sillogismo si fece venire in campo l’imitazione per mai non la nomar più, per non servirsi a nulla del fatto suo, e per conchiuder quella ragion senza lei che v’era già destinata? E perciò fu detto dal Segretario «nuova forma di sillogismo», parlando nella sua lingua; ché alla guisa cortigiana, in vece di forma, potuto avrebbe dir garbo o foggia o altro cotale38.

Dialogo [9]:

ATTENDOLO: —ma etiandio delle parti appertenenti alla locutione—

Crusca [9]

Ristrigne la ‘nvenzione del poeta alla locuzione che è l’infima delle quattro parti dell’epopea39.

Replica [9]

Dilata et stende, voglion dir costoro, la ‘nvenzione insino alla locutione, la quale non infima ma suprema parte dovrebbe chiamarsi a guisa del tetto.

Infarinato [9]

Costor voglion dire che non pare che facciate conto che tra le parti del poema sia né il costume né la sentenzia, o vogliamle dire il pensiero, posciaché dalla favola alla favella, senza mentovare alcuna di loro, saltaste subitamente. E che di sopra delle tre che concorrono nella poetica imitazione, cioè soggetto, strumento e modo40, solamente dello strumento mostraste di fare stima, avendo detto in quella maniera: «ed il poeta imita per mezzo del parlare»; dove pareva che si fosse dire: «ed il poeta imita non pur fatti ma costumi e pensieri; e perché ciò adopera per mezzo del favellare, non basta che delle cose solamente sia trovatore ma d’esso costume e d’esso pensiero, ed eziandio delle parti appartenenti alla locuzione».

Che essa locuzione sia l’infima, cioè l’ultima di quelle quattro formali parti che son necessarie al poema, eccovi Aristotile che lo dice egli: «τέταρτον δὲ τῶν μὲν λόγων ἡ λέξις»41; ché se è quarta ed elle son quattro, dovrà pur (mi credo io) esser l’ultima. Né ha qui luogo, per mio avviso, lo scherzo delle parole che ben sapete meglio ch’io, che infimo in sentimento d’ultimo, e nell’approvate scritture e nel domestico favellare, è in uso in tutti i linguaggi.

Dialogo [10]:

ATTENDOLO: —dove l’ingegno del poeta ha largo campo da spatiarsi e da procacciarsi honore; oltre che più difficil cosa è frametter mezi favolosi nell’attion d’una istoria che fingere favola non più intesa.

Crusca [10]

Vuol dire che leggier cosa è fingere un argomento, ma difficile l’appiccarvi ben le digressioni. Bisogna vedere se è vero, e poi se questo basta a conchiuder quel ch’e’ vorrebbe42.

Replica [10]

Trametter mezi favolosi non vuol dir solamente l’appicco delle digressioni. Ma io volsi dire che facil cosa è il formar l’argomento d’una favola non più intesa, ma che difficil sia poi riempiere l’attion d’una istoria di mezi favolosi. Et per mezi favolosi intesi non solo gli episodii che servono per far grande il corpo della favola, et per ornamento di esso corpo, ma anche il connettimento delle cose che formano l’argomento, etiandio senza le digressioni. Et che ciò sia vero, si ha di mente d’Aristotile et d’ogni suo chiosatore che Agatone non hebbe tanta fatica nel ritrovar tutto l’argomento della sua favola et nel fingere tutti i nomi delle persone, quanta hebbe Euripide et Sofocle nel favoleggiar sopra cose avvenute et nomi reali, riempiendo gli argomenti delle lor favole et conducendoli al suo fine, hora con un mezo favoloso et hora con un altro; sì come chiaramente si vede nella tragedia d’Oreste, la quale secondo l’istoria ha per suo fine l’uccisione di Clitennestra. Ma mentre vien trattata con diversi mezi favolosi, imaginati dall’ingegno de’ poeti, per diverse vie perviene al suo fine, che è la predetta uccisione. Hora se questa verità non è bastevole a conchiudere quel ch’io vorrei, che è che il poeta possa poetar sopra storia, me ne rimetto al giudicio de gli intendenti; et a quanto ne ho ragionato di sopra nella replica quinta et a quanto ne diremo etiandio nella cinquantesima ottava.

Infarinato [10]

O gli episodi o quello che ora dite che v’intendiate per favolosi mezzi e riempimenti, non hanno per vero gli Accademici della Crusca che sia più agevole il far tutta una favola che stia bene, che il discostarsi in alcune parti da una che già sia fatta; e niegan che ciò affermasse mai Aristotile. Né anche credono che dove e’ parla nella Poetica di questi mezzi onde si variano le favole (nel qual luogo dello scioglimento e del legamento dal medesimo si ragiona)43, né in altro di quel libretto, ritrar si possa da sue parole o da suoi concetti per verisimil consequenza sì fatta conclusione.

E quando pur si potesse e fosse più malagevole il far la parte che ‘l tutto, ritorno a dir con la Crusca, ma più espressamente ch’ella non fece che non sarebbe sofficiente a conchiuder ciò che vorreste, cioè che più si debba lodar colui che favoleggia sopra la verità d’una storia, che chi truova tutta la favola, che ciò è la conclusione che avete tolto a provare, come si legge nello stesso vostro Dialogo sopra la vostra quinta replica con le medesime parole appunto. Cotale è (dico) ciò che tolto avete a provare, e non che ‘l poeta possa poetar sopra storia, come ora dite, mutando il termine della querela. Ho detto non esser sofficiente, percioché, quantunque la difficultà concorra spesso con altre cose a render più degna l’operazione, non per tanto non basta ella verso di sé a farlo assolutamente: altramenti l’andar sul canapo e ‘l giocolarvi sarebbe più nobile opera che ‘l torneare.

Dialogo [11]:

ATTENDOLO: Et la ragion è che la favola può fingersi come altrui piace, senza tema di poter esser tacciato né convinto di menzogna. Ma le cose essentiali di una istoria vera non si posson mutare senza biasimo di havere adulterata la verità.

Crusca [11]

Non si può fare qualunque favola ma quella che sia verisimile e abbia l’altre parti che si contengono nella difinizione.

Replica [11]

Forse i Signori Academici intendono che, pur che la favola habbia del verisimile, può formarsi tutta di cose non vere et non avvenute giamai. Ma io ho detto che dal particolare d’una istoria il poeta dee et può formar la favola, purché riguardi alla universale imitatione, et secondo il verisimile et il necessario. L’altre tre parti che si contengono nella sua diffinitione vengono da me presupposte.

Infarinato [11]

Gli Accademici risposero a quelle vostre parole: «la favola può fingersi come altrui piace»; e dissero: «non si può far qualunque favola, ma quella, ec.», volendo negarvi che fosse agevole il finger favola del tutto nuova. Se poi avvisino che cotal favola, cioè immaginata del tutto, si debba dare a poema eroico non dependendo dalla chiosa, non è ora necessario che si dichiari. Ma che ‘l favoleggiar sopra ‘l vero sia difficile per lo pericolo d’esser convinto di falsità, a ciò ch’avete posto di sopra è contrario: cioè, che basta che resti fermo il fin della storia, come che Clitennestra fosse uccisa dal suo figliuolo, e che tutto il rimanente si può mutare44. Il che anche può trarsi da Aristotile, là dove dice: «ed è giusto alla tragedia, altra e la medesima dirsi, niente forse per la favola, ma ciò di cui è il medesimo gruppo e scioglimento»45. Nel qual luogo l’ultimo termine della favola per favola convien che ‘ntenda. Ora, se da questa in fuori ogni altra cosa può variarsi, dov’è questa difficultà?

Dialogo [12]:

CARRAFA: Hor su, concedasi al Tasso padre, con l’essempio d’Agatone, d’haver fatto la sua imitatione sopra una istoria non vera, benché non da lui ma da altri ritrovata.

Crusca [12]

Tra Agatone e Bernardo Tasso non è conformità, perché il primo trovò da sé, il secondo copiò in tutto l’argomento e gli episodi; né altro fece che metter quella storia in versi e confonderla.

Replica [12]

Ci è conformità nel dire l’uno et l’altro il non vero; et ci è differenza, come soggiunsi, che il non vero di Bernardo Tasso non da lui, ma da altri, fu ritrovato, et il confonderlo poi fu di stile di romanzo.

Infarinato [12]

L’essere il soggetto vero o non vero non è considerazion dell’arte poetica, ma l’esser copiato o trovato. Però il dire che Agatone e Bernardo Tasso furon conformi nello scriver l’uno e l’altro ciò che non fu, è come se, nell’avere amendue dettati i lor poemi quando non avevano altro che fare, la conformità si considerasse. La differenza che replicate avere avuta tra loro, cioè che ‘l non vero del primo fu suo trovato e quel del secondo d’altrui, consisterebbe in picciola cosa: cioè, nell’essere e nel non esser poeta. E che ‘l confondere il soggetto stile sia di Romanzo, se per Romanzo un Eroico mal composto volete significare, nol contrasterà l’Accademia; ma torna a dirvi di nuovo che è vana distinzione e che sono una stessa spezie.

Dialogo [13]:

CARRAFA: Gli sarà stato ancor lecito di non haver imitato una sola attione?

ATTENDOLO: Là dove si diceva ch’egli non ha tessuta la sua favola di una sola attione ma di molte, qui non diremo, come alcuni dicono, che la volgar poesia non ha come serva da sottoporre il collo al giogo della Greca et della Latina, ché dir ciò a me pare una vanità; poi che non si toglie al poeta la libertà di ritrovar di proprio ingegno nuove favole, nuovi concetti di sentenza, nuovi modi di dire con nuovi ornamenti di locutione—

Crusca [13]

Questo «poiché» dovrebbe provare che il dir ciò è una vanità e opera tutto il contrario.

Replica [13]

Questo «poiché» prova che il dir ciò è una vanità né opera tutto il contrario, come dicono gli Academici: poi che non per questo, cioè per sottoporre la volgar poesia il collo al giogo della Greca et della Latina, si toglie al poeta di ritrovar di proprio ingegno novità nella favola et nelle altre sue parti. Percioché, stando saldo sopra le radici delle regole de gli antichi, può fruttificar dell’anima propria et inserir nella pianta comune la proprietà del suo idioma. Et se nol provasse, il provarebbe quel che segue, cioè che le regole della poesia dateci da gli antichi sieno, a guisa de’ princìpi delle scienze, comune a tutte le lingue.

Infarinato [13]

Il dir che «Bernardo Tasso non ha tessuta la sua favola d’una sola azione ma di molte, perché la volgar poesia non ha come serva a sottoporre il collo al giogo della greca e della latina, mi pare una vanità; poiché non si toglie al poeta di ritrovar di proprio ingegno novità nella favola, ec.», queste furono le vostre parole. Or, come dal «poiché» viene a provarsi la vanità, se questo ch’e’ reca seco, cioè «che si concede al poeta ritrovar delle novità», è (si può dire) il medesimo che quel che si danno per vanità, che la volgar poesia non debba a guisa di serva sottoporre il collo al giogo dell’altre lingue? Ma se le dette parole che appresso seguono al «poiché» non come pruova ma come eccezion della vostra pruova, o come confessione in parte della proposta dell’avversario, furono espresse da voi (come testé affermate), conveniva forse disporle in altra maniera e aiutarle con quelle aggiunte e con quelle distinzioni e dichiarazioni che fate or nella vostra replica.

Dialogo [14]:

ATTENDOLO: —havendo in questa parte ogni lingua licenza di servirsi della proprietà sua, et molte volte di quello che non le regole o la ragione ma l’uso confermato da’ buoni scrittori l’apporta innanzi—

Crusca [14]

L’uso e l’arte bisogna che s’accordino, volendo che sieno vera arte e vero uso.

Replica [14]

«Si volet usus», disse Oratio ed essaltandolo «quem penes arbitrium est, et vis, et forma loquendi»46. Ma dicami il Segretario che arte si usa a tor via le particelle intiere da’ luoghi ove par che bisognino? Et ove non par che bisognino a raddoppiarle?

Disse pure il Boccaccio: «A casa questi usurai»47 et «Non haveva l’oste che una cameretta»48. Et all’incontro: «Io mi rimarrò giudeo come mi sono»49, «Portommi in collo di cento volte»50 et mille altre sì fatte locuzioni. Et se volete delle stravaganti in grammatica: «Qualche gran fan dee esser costui che ribaldo mi pare»51, «Qui è questa cena, et non saria chi mangiarla»52, «Quando ella si sarebbe voluto»53, et infinite altre, solamente perché l’uso così portava; il qual uso, et non arte, fa che da’ Fiorentini scrittori hoggi si dica rettamente leggier cosa.

Non voglio addurvi autorità di Latini scrittori; ché in Cicerone, in Plauto, in Vergilio, et altri molti ha barbarismi et locutioni difettuose in quanto alle regole grammaticali et all’arte, ma buone come ricevute dall’uso di que’ tempi. Intendo nondimeno avvenir questo delle voci et delle locutioni di lingua viva, non già di lingua morta et sepolta ne’ libri.

Infarinato [14]

Quell’uso che trasgession d’arte fate sembiante che qui vi paia è arte verissima ed esquisita. Né in altra cosa consiste l’arte della favella che nell’osservanza dell’uso degli approvati favellatori e degli scrittori più lodati; i quali, se in alcune cose mostra che escano della regola generale, ciò addiviene perché essa regola non è si ferma che non sofferi eccezione. Onde l’uscirne in quei modi non solamente non è contr’a regola e contr’ad arte, ma è vera arte e vera regola, quanto l’universal regola o davvantaggio. Ché già non è regola solamente il far sempre, come si dice, quasi il latino per gli Attivi, ma con quelle varietà che si ritruovano appo i migliori.

Più regola è, adunque, e più arte il dire a casa questi usurai che di questi usurai, perché in quella guisa, vie più che ’n questa, e parlano e scrivono i più perfetti. E l’arte che s’usa a tor via le particelle intere da’ luoghi ove par che bisognino, e ove non par che bisognino raddoppiarle, vi dirò io, in vece del Segretario, che è l’arte tratta dal buono e vero use del ragionare, e delle scritture unico regolatore e assoluto d’ogni linguaggio. Ma non vi siete risposto per voi medesimo, avendo detto «par che bisognino» e non «bisognano»? Secondo l’arte parimente è in Pinuccio e la Niccolosa: «non aveva l’oste che una cameretta»; ed in Abraam giudeo: «io mi rimarrò giudeo come io mi sono»; e in Rinaldo d’Asti: «qui è questa cena e non saria chi mangiarla»54. Conciossiecosaché tutte queste maniere, ed in parlando e in dettando per buone e per graziose, sono state ricevute dal volgar nostro. Né fa contrasto che ad alcune delle sì fatte si dica proprietadi, perocché anche le proprietadi e l’eccezion delle regole arte sono come esse regole, avvegnaché sien più rade.

E solamente i predetti qui v’ho voluti riporre avanti degli esempli addotti da voi. Posciaché il «leggier cosa» che assegnate a’ Fiorentini di spezial privilegio è regola universale, non eccezione o proprietà, come sembra che la stimate, e scorrezione sarebbe in ogni altro modo che si dicesse. Ed «il portommi in quella di cento volte» non si legge in alcuna opera di Boccaccio, ma «portommi in collo ben cento volte», dove fuor di general regola non è niente; come né anche in quell’altro che producete della novella di Bergamino: «qualche gran fatto dee esser costui, che ribaldo mi pare»55, nel qual parlare non è nulla contr’a gramatica, non che stravaganze in gramatica, come vorrebbe la vostra replica. Non v’ha, dico, nulla contr’a gramatica, né secondo il nostro linguaggio, né secondo altro: solo che intendiamo che tanto vale in questo idioma qualche gran fatto, quanto in latino aliquid magnum, che oggi si dice qualche gran cosa. E l’ultimo di Felice e Puccio: «quando ella si sarebbe voluto dormire»56, in tutte le buone copie è scritto secondo il più comune uso «voluta»; tuttoché altre fiate ezandio questa guisa sia messa in uso dal medesimo autore e dagli altri, e per conseguente sia regolata e dell’arte.

Ma che è ciò che soggiugnete dappoi: «intendo non dimeno di lingua viva, ec.»? Or non avavate voi detto due righe sopra che in Cicerone, in Plauto, in Vergilio e molti altri delle medesime cose si ritrovavano assai o di simiglianti? Vera adunque fu la chiosa dell’Accademia che, nell’opera delle lingue, l’arte non accordandosi col vero uso non è vera arte, e l’uso non accordandosi con la vera arte non è vero uso.

Dialogo [15]:

ATTENDOLO: —non si niega etiandio al poeta imitar nuovi costumi, richiedendo il bisogno d’introdurre nel suo poema nuove persone che altri nella poetica imitatione introdotte non habbia; ma bisogna ciò fare per mezo dell’arte osservata da’ migliori, et comune a tutte le lingue, i cui termini il poeta varcar non può, essendo appunto come sono i principii nelle scienze. Perciò ragionevolmente potremo dire che, se bene colui che constituisce la favola di diverse attioni travia dal dritto sentiero, onde men lodevole anzi imperfetto il suo poema ne diviene, non però doversi a lui negare il nome di poeta, ma sì bene d’ottimo poeta.

Crusca [15]

Non pur d’ottimo ma di buono in questa parte.

Replica [15]

Nelle parti ove pecca il poeta non può haver lode, ma io sotto ‘ntesi in ottimo quel buono che risulta dalle altre parti bene osservate; a’ quali, aggiunta la favola bene intesa, sarebbe ottimo.

Infarinato [15]

A gli Accademici non parve né che ’l diceste né che favellaste in maniera che si dovesse intender per discrezione.

Dialogo [16]:

ATTENDOLO: Come, per essempio, se un architetto havrà male intesa la fabrica d’un palagio, havendo preso errore nel disegno della pianta, onde l’erto poi ne sia falso riuscito, non già per questo fallo diremo costui non esser architetto, ma non buono architetto. Perciò mi ricordo d’haver detto all’Eccellenza Vostra che io non biasimo coloro che chiamano Lodovico Ariosto poeta eroico, poiché nel suo Orlando Furioso ha molti luogi degni della eroica maestà, et detti veramente con spirito divino—

Crusca [16]

Il nome d’eroico non può venir da’ luoghi particolari, ma dal soggetto universale.

Replica [16]

Il nome d’eroico viene principalmente dal soggetto universale, et accessoriamente da’ luoghi particolari che costituiscono l’integro del poema eroico, essendo convenevole che si tratti ogni sua parte con l’eroica dignità. Ma sì come io non biasimo che altri doni all’Ariosto il nome d’eroico, non ostante che nel soggetto universale del suo poema egli prendesse errore, così non intesi mai dargli nome di buono eroico, per ragioni di molti particolari eroicamente da lui trattati. Né sarà cosa strana che, negandosi il titolo d’eroe ad huomo forte, si dica nondimeno che talhora si portasse eroicamentec; o, per non partire dall’essempio addotto di sopra, non si negherà potersi chiamar regali alcune camere che habbiano regio ornamento in palagio falso di disegno, et non destinato a regale albergo.

Infarinato [16]

Per questa replica non si pruova nulla contr’alla chiosa, la quale non niega che nel Burchiello, non che nel Petrarca e ne’ lirici, non potessono esser delle parti e de’ luoghi eroici, ma dice che le cotali, se ‘l general soggetto loro non sia eroico egli, a fargli poeti eroici non sarebbon sufficienti; non altramente che magnifiche opere da non magnifico animo posson procedere alcuna volta. Quello che poi ci aggiugnete che l’Ariosto nell’universal soggetto del suo poema prendesse errore, affermandol voi senza pruova ed essendosi dagli Accademici in più d’un luogo mostrato tutto ‘l contrario, cioè che più eroico non potrebbe esser l’argomento di quella favola, non ci strigne ad altra risposta, e de’ particolari aspetteremo che vegniate a manifestargli e a dichiarare i difetti loro.

Dialogo [17]:

ATTENDOLO: —ma sì bene mi maraviglio d’alcuni altri che l’hanno per principe de’ poeti nella nostra lingua, chiamandolo per eccellenza «il poeta», o vero «il nostro poeta».

CARRAFA: Volete voi dire che in questo modo par che egli venghi preposto al Petrarca et a Dante?

Crusca [17]

Sono Poeti d’altro genere, onde non può cadere il dubbio, essendo il Petrarca lirico, e Dante poeta divino, e l’Ariosto eroico.

Replica [17]

Cade il dubbio, come si dice, a piombo. Ma so bene che questi Signori Academici intesero genere per ispecie, come talhora appo Aristotile, et spesso o sempre appo i Giuristi. Ma preso come communementec si prende per predicato di più specie, dico che Dante, Petrarca et l’Ariosto sono poeti d’un genere et diversi di spetie. Et diremo che sieno tutti lirici, in quanto vengono distinti da’ scenici per la divisione d’un valent’huomo57, poi che dic’egli che tutti i lor poemi possono con lira cantarsi. Et non varieranno in altro che nel soggetto.

Non ostante questo il Petrarca communicac con Dante ne’ Trionfi, non solo nello stile ma etiandio nelle materie, et particolarmente nel Trionfo della Divinità. Et con l’Ariosto in quel della Fama, et si potrebbe dire in quel della Castità nello scontro d’amore con Laura. Et così nelle canzoni «Italia mia», «Spirto gentile» et in alcun sonetto. Et l’Ariosto communica col Petrarca in tutte le materie amorose, et con Dante nella moralità in tutti i principii de’ suoi canti.

Ma oltra di questo convengono insieme et fan di lor paragone nel vestire i concetti di locutione ne’ traslati, nelle comparationi, nello spirito del numero e simili. Il che, essendo anche comune a tutti i poeti, ha fatto che, potendo tra di lor sortir comparatione, Omero et Vergilio sien detti primi per eccellenza, almeno da Giustiniano. Et ciò non per ragion dell’epopea, per la quale cederebbono in dignità a Sofocle, né forse per la sentenza, percioché Euripide in questa non è inferiore ad Omero, ma per l’altre parti, per le quali non solo ottengono il principato fra gli altri eroici, ma semplicemente fra tutti gli altri poeti. Adunque ragionevolmente vengono comparati, et si dirà che Vergilio preceda ad Oratio, non solo a Seneca; sì come diremo che il Petrarca habbia il primo luogo et preceda all’Ariosto, non per ragion del soggetto che è particolare, diverso et inferiore, ma per l’altre parti che sono comuni a tutti i poeti.

Infarinato [17]

Per d’altro genere intesero gli Accademici, secondo che risuon nel volgar nostro; il quale, quando non entra a parlar di Loica nell’adoperar quella voce, non pensa a termini di quell’arte, ma dice genere semplicemente, come si prende ne’ ragionamenti familiari per guisa, fatta, maniera, sorta, ragione e generazione.

E sentendo dar giudicio di precedenza tra l’Ariosto, il Petrarca, e Dante, i quali si scevrano l’un dall’altro per la prima delle tre differenze, cioè per quella del soggetto, vi ricordarono che tra artefici così fatti, senza ripetere il genere superiore, non può farsi comparazione, intendendosi perfettamente. Perciocché non perfettamente può anche farsi tra lo scultore e ‘l brigliaio, e favellandosi d’huomo o di donna dirsi: «la tal persona è più bella che ‘l suo cavallo». E che la differenza tra quei poeti, come eziandio fra tutti altri, non da luoghi particolari ma dagli universali argomenti delle loro opere, e non da una sola o da due, ma dalle più, e più principali, convenga considerarsi; e che nomandosi il Petrarca, senza altra aggiunta, s’intenda ne’ lirici componimenti, non in un trionfo o in due, son cose più manifeste che richieggan dimostramento.

Che la division della Poesia in Lirica e Scenica come perfetto partimento non ponesse quel valent’huomo (perocché che bella ragione sarebbe stata a dir quella: sono tutte d’una spezie, perché tutte cantar si possono in su la lira?), e dagli altri è stato mostrato, e per li fondamenti del libro della Poetica è manifesto senza mostrarlo.

Lasciamo stare che fra ‘l Trionfo della Fama e l’Orlando dell’Ariosto, e parimente tra alcuni altri, o poemi o componimenti, che nella replica ponete per d’una guisa, non concederebbono la conformità gli Accademici sì leggiermente, come pensate. E ho detto «componimenti», perciocché non son forse tutti poemi quelle scritture che come poemi nomati avete.

Dialogo [18]:

ATTENDOLO: Signor sì. Et con quanta poca ragione, dalle regole del mio Museo potrete voi giudicarlo facilmente58.

Crusca [18]

Gran regole fa di bisogno che sien queste, la cui sentenzia sia tanto diffinitiva, né da loro si possa appellare.

Replica [18]

Havendo l’Attendolo con metodo spositivo et disputativo a lungo considerato il Petrarca59, per gelosia ch’egli ne ha, veramente suol questo dire. Vien da lui proposto a’ poeti di tutte le nationi et di tutti i generi. Ma quai regole si contengano nel suo Museo sarà sua cura di esporre al mondo, et chiamerà giudici et Aristarchi tutti coloro che sono amici del vero.

Infarinato [18]

La Crusca notò solo il modo del dire, perché, nel resto, della dottrina e del giudicio dell’Attendolo si può credere ogni gran cosa, e tanto più con l’aggiunta del parer vostro, il quale per tutto stimano assai gli Accademici, dove non prendiate studiosamente la parte dell’artificio, come son certi che fate in questa contesa, non per far creder quel che non è, ma per insegnarne col vostro esemplo la sottigliezza del disputare.

Dialogo [19]:

CARRAFA: Resto in parte sodisfatto, et nell’autorità di Aristotile et delle vostre ragioni,c ma mi nasce un dubbio: che se ciò è come voi dite, che il Tasso padre et l’Ariosto sono degni del nome di epico poeta, ne sarà ancor degno non solo Luigi Pulci60 ma il Conte Matteo61

Crusca [19]

Il Pulci e ‘l Boiardo son di gran lunga da porre avanti a tutti e due i Tassi, e direbbesi il perché se lo dicesse l’Attendolo della sua opinione.

Replica [19]

Che Luigi Pulci et il Conte Matteo si preponga o si posponga al Tasso padre, non si può cavar da questo Dialogo, se non per chimere. Ma che il Tasso figluolo, come poeta epico, sia da porre innanzi dell’uno et dell’altro, feci questa conclusione quando provai, e provarò anche di nuovo, che egli (intendendo sempre come epico) dee anche preporsi a Lodovico Ariosto.

Infarinato [19]

Che al Boiardo e al Pulci prepogniate Bernardo Tasso, non per chimere fa di bisogno che da parole si ritragga che sien nel vostro Dialogo, ma è palese per quelle stesse che si contrastano in questo luogo; nelle quali parlandosi così da voi: «che se ‘l Tasso padre e ‘l Ariosto sono degni del nome d’epico poeta, ne sarà ancor degno non solo Luigi Pulci ed il Conte Matteo»; chi non direbbe di conoscere in quelle voci che se e anche (ed eziandio con dispregio) manifestissimo il posponimento? Che del figliuolo abbiate provato quanto ora dite, la Crusca non vel consente; che di nuovo siate per farlo, si potrà vedere a suo luogo.

Dialogo [20]:

CARRAFA: —ma ogni scrittor di romanzo, imitando non men questi che quelli l’attioni d’illustri persone.

Crusca [20]

Questa differenza da Romanzo a eroico è una vanità: e tanto è eroico il Danese, l’Aspramonte, e la Spagna,62 quanto Vergilio e Omero, avendo e questi e quegli per argomento azione eroica. Ma i primi sono pessimi poeti e scempiati, i secondi ottimi e maravigliosi.

Replica [20]

Quella convenienza ha il romanzo col poema eroico che ha la ghianda col mirabolano63. Ha l’eroico le sue quattro parti principali64: la favola d’una sola attione, il costume con decoro, la sentenza con lo splendore, et la favella magnifica et non plebea; mac il romanzo non si obbliga all’unità della favola, non attende al costume delle persone, non allo splendore della sentenza, et il più delle volte è vile et poco honesto nella favella. Non mi si negherà che tutte queste imperfettioni, o almeno parte di esse, si ritrovino non solo nel Danese ma etiandio in qual si voglia romanzo di ottimo autore, non eccettuandone il Furioso, il che, oltre che sia cosa manifesta, si è provato nel Dialogo et di nuovo si proverrà in questa replica. Ma gli Academici par che voglino inferire che ogn’una di queste parti, tutto che essentiali in se stesse, sia comune al poeta eroico et al romanzo, che dicono essere un’istessa cosa e che differiscano solamente nell’usar bene o male dette parti; chiamando, dal modo di usarle, pessimi et scempiati poeti gli scrittori del Danese et dell’Aspramonte, et ottimi et maravigliosi quelli della Eneide et della Ulissea.

Et io dico che, anche in quanto al soggetto universale, l’eroico et il Romanzo non convengono insieme, poiché l’uno intende, per mezo della perfetta imitatione, di trattare i fatti illustri di una o di più persone, ma che tutti insieme faccino una sola attione65; et l’altro non così perfettamente imitando, imitando alle volte fatti indegni et di huomini vilissimi, ha sempre per sua prima intentione una massa di cavalieri erranti et di donne, de’ quali descrive le guerre et gli amori, non ostante che in questa massa uno venghi preposto a gli altri, et a lui solo si doni la gloria dell’armi.

Di ciò fa testimonianza Antonio Minturno nell’arte poetica, mentre ragiona della differenza tra ‘l romanzo et l’epica poesia, dicendo:

Questa (cioè l’epica poesia), come s’è detto, si pone ad imitare una memorevol faccenda perfetta d’una illustre persona. Quello (cioè il romanzo) dicono haver per oggetto una congregatione di Cavalieri et di donne, et di cose di guerra et di pace, quantunque in questa massa uno si rechi innanzi, il quale habbia a fare sopra tutti gli altri glorioso 66.

Et se questo autore (benché da non disprezzare) fusse havuto per sospetto, la sua sentenza vien favorita et comprobata da un nobile Ferrarese, patritio et favorevole dell’Ariosto; Gianbattista Pigna, huomo di molta dottrina et di molta fama ne gli scontri che fa dell’Ariosto, dice:

Cerca il romanzo più che l’eroico di far che i successi vengano fuori di ogni opinione, il che avviene per esser sempre errante nelle materie et per pigliar impresa di erranti; che tutto questo fa che egli cerchi di apportar cose nuove, et che faccino sempre restar maravigliosi i lettori et con la mente sospesi. Ma l’epico, che ha una sola attione, non può attendere a tal maniera di comporre. L’Ariosto adunque, et l’altro 67.

Altri sono che fan fede di questa verità che habbia gran differenza da poema eroico a romanzo, et particolarmente Giambattista Giraldi, pur da Ferrara, che ne scrisse un volume intiero68. Ma quel che se n’è detto, credo che basti.

Non voglio perciò restar di dire che, per l’autorità portate in questo luogo, l’accusa datami di malvagità vien in buona parte a purgarsi, poiché si vede non essere io stato quel che primieramente habbia detto nel Furioso, come romanzo, non osservarsi le leggi dell’epica poesia, ma sono stati huomini di valore et partigiani dell’Ariosto.

Infarinato [20]

E ‘l Minturno, e ‘l Pigna, e ‘l Giraldi, e se altri mai della medesima opinione si ritrovarono in questa parte, tutti (con riverenza del nome loro) bisogna che s’ingannassero intorno a ciò se, non dico solo contr’all’autorità d’Aristotile, ma contr’alle sue verissime e necessarie dimostrazioni, non vogliamo stare ostinati. Dà egli, come sapete, alle maniere di Poesia e a certe musiche con esso loro un genere universale, affermando che nell’essere imitazione sono tutte una cosa stessa. Dipoi venendo al dividerle, mostra che solamente tre differenze cader potrebbono sopra di loro e differenti spezie formarne, come ne formano, provando appresso, con veracissime consequenze, ciò esser queste tre cose: soggetti, strumenti, e modi. Per alcuna delle quali tre differenze, o per più d’una o per tutte, è necessario che sien distinte l’una dall’altra le vere maniere di poesia, e quei poemi che, in niuna di queste cose differenti sono in fra loro, d’una medesima spezie in tutto saranno, senza alcun dubbio69.

Ora per quale di esse questac moderna distinzione tra Romanzo ed Eroico ci farete voi apparire? Forse per lo soggetto? Ma non si confessa da voi medesimo ch’egli è lo stesso nell’Eneade et nell’Aspramonte in questo luogo proprio che si disputa testé da noi, ponendo nel vostro Dialogo queste parole: «imitando non men questi che quelli l’azioni d’illustri persone»? Forse per lo strumento, o materia estrinseca, col quale (ovver nella quale) si faccia l’imitazione? Ma non adopera tanto la Spagna quanto l’Iliade un solo de’ tre strumenti della Poetica, e non è egli il medesimo nell’un poema e nell’altro, cioè il verso? Forse per lo modo dell’imitare? Ma non si vede e nel Danese e nell’Ulissea parimente ciò che di questa terza spezieltà si determina da Aristotile: «ὁτὲ μὲν ἀπαγγέλλοντα, ἢ ἕτερόν τι γιγνόμενον»70, cioè talor narrante il poeta, e talor vestito d’altrui persona? Che risponderete voi qui? Quai ragioni potrà addurre il Minturno, quali il Pigna, quali il Giraldi contr’a questi necessari dimostramenti? Altro mai per certo non potrete recare avanti, né altro da voi si dice in tutto ciò, che opponete in contrasto di questo vero, se non che quelli che voi chiamate romanzatori nelle predette tre differenze commettono di molti falli. Ed io vi torno a ripetere che ciò non gli farebbe cangiar la spezie o mutare il nome, ma nella loro spezie cattivi poeti gli renderebbe.

Ponete voi in questa ventesima vostra replica che nel soggetto universale è differente l’Eroico dal Romanzo in queste due cose sole: che ‘l primo imita perfettamente e con unità di favola, non sì perfettamente il secondo e senza la detta unità. E in tal guisa dichiarate il predetto termine «non così perfettamente», cioè «imitando alle volte fatti indegni» e «d’huomini vilissimi», e dite «alle volte». E io vi recherei avanti di molti esempli de’ poemi d’Omero stesso, dove alle volte si fa il medesimo, se non mi fosse dal Patrizio nostro Accademico71, nella sua risposta pubblicata contr’al Dialogo72, stata tolta questa fatica.

Soggiugnete che da costoro ciò s’adopera molto più spesso; ed io, allo ‘ncontro, che se è fallo, son piggiori eroici che Omero non è, ma non per questo rimangono d’essere eroici. Replicherete che appo loro le principali persone sono anche tali, cioè vilissime, ma già il contrario avete affermato in quelle parole: «imitando non men questi che quelli l’azioni d’illustri persone», e anche dite «non meno», che vale a significare che non solo imitano cotali azioni i Romanzatori, ma l’imitano quanto gli Eroici. Concederete che d’illustri persone sien l’azioni ne’ Romanzi, ma esse azioni non illustri. Se ciò direte dell’universale argomento, avrete contro l’esperienza che incontanente v’abbatterà, potendosi ricorrere alla lettura; se di luoghi particulari, esso Patrizio v’ha già mostrato il simigliante nell’Epopea con gli esempli del più sovrano Eroico che le Muse lattasser mai. Eccovi che per lo non così perfettamente imitare, quel distinguimento non potrà farsi.

Ma potrassi peravventura per l’unità o multiplicità della favola. E sotto quale delle già dette tre differenze ridurrem noi questo membro? A quella degli strumenti, o materie estrinseche, e a quella del modo dell’imitare è manifesto che non si può. Restaci adunque solo il soggetto, il quale è uno (secondo voi) nell’Eroico, e più d’uno per lo contrario nella poesia del Romanzo. Che uno sia nell’Eroico, potrete trarne argomento da quei luoghi della Poetica, dove Aristotile il poema della Tragedia, e più innanzi diffinendo quel dell’Eroico, non solamente dice «azione» e non «azioni», ma la determina tutta e finita: da ciascheduno de’ quali tre termini è racchiusa questa unità. Epopea addunque non sarà quella cui manchi tal condizione, posciaché nella diffinizione è compresa. Così avrete vinta la lite con l’armi da noi apprestatevi, senza alcuna vostra fatica.

Ma per certo egli vi restano ancora di stretti passi, e malagevoli a superare, e credo pure che alla fine perderete questa tenzone. Imprima vi si ricorda, che quella, che si dà da Aristotile alla Tragedia, e poi anche al poema Eroico, non è diffinizion dell’essenzia di quei poemi. Cessi per Dio in queste dispute il rigor de’ termini loicali, e concedasele questo nome, quantunque descrizione a queste cose, che non son ferme, propriamente dir si dovesse. Non è dico difinizion dell’essere, e della forma, ma della perfetta forma, e del perfetto essere di quelle due spezie di poesia. Il che se d’eterne cose, e necessarie si ragionasse, sarebbe sconcia distinzione, ma parlandosi d’opere d’arte, è verace: appo la quale, né anche quella, che non è così tonda perfettamente, perde l’essere, o ‘l nome di palla.

Dicovi, addunque, che nella difinizione che assegna Aristotile all’eroica poesia (lasciando ora star la Tragedia) sono delle particelle, cioè delle condizioni senza le quali quel genere di poema, poema eroico non sarebbe: come è a dire: «Imitazioni d’illustre azione fatta col verso, nella quale talor favella il poeta come poeta e talor in persona altrui». Disse «azione» e non «azioni», perciocché quel primo numero in simiglianti modi di dire è appo i linguaggi indeterminato, e significa così l’uno come i più: ma l’altro numero, per lo contrario, non significa mai l’unità. Queste condizioni sono necessarie all’Eroico, e queste sole gli bastano a farlo tale. L’altre che seguono, cioè che la predetta azione sia tutta e finita e avente giusta grandezza, non all’Eroico ma al perfetto poema eroico di necessità son richieste. Il che si pruova per l’esemplo dell’altre guise, trovandosi sparse in varie tragedie e commedie il mancamento di ciascuna di quelle parti; e pur commedie e tragedie sono appellate, e per cotali riputate da ciascheduno. Il che non solo in quelle maniere avvertì più volte Aristotile, ma dello stesso Eroico espressamente il significò, lodando Omero dell’osservanza dell’unità, e del contrario biasimando gli altri poeti che poetarono in quella spezie. Né poteva Aristotile fare altramenti, cioè ristrignersi al necessario, volendo insegnarne l’arte poetica; né in altra guisa si fece mai da alcuno che d’alcuna arte n’ammaestrasse73.

Oltre che da vostre parole stesse può cavarsi questo che io dico dell’unità della favola, da quelle, dico, che nel Dialogo alla vostra replica quindicesima soprastanno74:

Perciò ragionevolmente potrem dire che, se ben colui che costituisce la favola di diverse azioni travia dal diritto sentiero, onde men lodevole anzi imperfetto il suo poema ne diviene, non però doversi a lui negare il nome di poeta, ma sì bene d’ottimo poeta. Come, per esempio, se un architetto havrà male intesa la fabbrica d’un palagio, havendo preso errore nel disegno della pianta, non già per questo fallo diremo costui non essere architetto, ma non buono architetto.

Se l’unità della favola non è necessaria al poeta in universale, e che pure a qualche poeta (cioè a qualche spezie di poema) sia necessaria, cotale spezie non potrà mai esser quella dell’Eroico, del quale Aristotile così ragiona nel libro suo: «manco una di qualunque altra è l’imitazione del poema eroico». Eccovi ribattuto da voi medesimo. Non sono addunque le due cose che proponete, cioè il perfettamente imitare (inteso come vorreste) e l’unità della favola, necessarie al poema eroico, sì che senz’esse ne perda o l’essere o ‘l nome.

Ma presupposto, senza concederlo, che quelle due condizioni vi fosson richieste per ogni guisa, non per questo ne seguirebbe in fattura e opera d’arte, come avverrebbe nella Natura, che dal mancamento di quelle in un’altra spezie venisse a nascere. Anzi, sarebbe forte da ridere il voler fare arte del trasgredimento dell’arte; e che se alcuno, per via di dire, si mettesse a compor tragedia che non movesse negli uditori né compassion né spavento, senza le quali due cose (essendo elleno il fine o del fin di quella maniera) tragedia non potrebbe essere, una nuova spezie di poesia suscitato avesse subitamente, e onde biasimo di debolezza o di poco senno gli dovrebbe venir da tutti, di ritrovator di novelle cose gli procedesse commendazione; non altramenti che chi, il nostro verso d’undici sillabe disobbligando dalla regola degli accenti (o pose che vogliam dire), di nuova spezie di verso fosse introduttor riputato75.

Perché bella scusa sicuramente, e orrevole ricoperta, s’immaginarono quei valent’huomini (che per altro sempre riverirò) in difesa dell’Ariosto, che di difesa non ha mestieri, di mettere in campo questo onorato rifugio e questa ingegnosa distinzione dell’Eroico e del Romanzo; col qual nome, cioè romanzo, chiamarono i nostri passati in piano volgare la stessa guisa di poesia che oggi si chiama poema eroico, qualunque grado ella ottenesse di nobiltà; avvegnaché, per lo non se ne vedere in quei tempi nato poema di molto pregio, ella non fosse nel lor concetto di molta solenne stima.

Lasciati adunque tutti i riguardi, posciaché ad ogni modo non può coprirsi, disponetevi a dire apertamente il vostro concetto, cioè che l’Orlando dell’Ariosto è un eroico difettoso, e come stanno nella già detta ventesima vostra replica le vostre parole appunto, che:

non si obbliga all’unità della favola, non attende al costume delle persone, non allo splendor della sentenza, et il più delle volte è vile e poco onesto nella favella; che tutte queste imperfezioni, o almeno parte di esse, si ritrovano in quel poema.

E perché, s’elle sono imperfezioni, volete voi delle imperfezioni formare una nuova spezie? Perché, se elle sono imperfezioni, volete voi farci a credere di scusarle col nome di buona poesia di Romanzo? E in qual modo, s’ell’è pessima poesia, buona poesia di Romanzo potrà ell’essere, o d’altra fatta (servirommi ora di questo termine) che fosse univoca con poesia? E se, per poesia di Romanzo errore e fallo prendete di poesia, che uopo v’è egli di volerci abbagliar co’ nomi e crucciarvi con esso noi, perché dicemmo che biasimaste il poema dell’Ariosto? Ma perché dicessimo che ‘l biasimaste, onde traete voi sì fiero argomento che di malvagità v’accusassimo? Da quali parole degli Accademici cavaste quel sentimento? Siete forse voi stesso di cotal parere che ‘l biasimar le scritture de’ trapassati meriti sì brutto titolo?

La mia Accademia per certo non è già ella di questo credere, e con molto men grave nome riprenderebbe chi ‘l facesse senza ragione. Tolgavisi per Dio dell’animo simil pensiero, non degno del pensier vostro. Ché se, non solamente per buono e ben costumato, ma eziandio per nobile e per gentile, non v’havesse avuto il nostro collegio, né in pubblico nome avrebbe risposto al vostro Dialogo, né per alcuno de’ suoi si farebbe ora alla vostra replica il somigliante, essendo questa tra le nostre leggi fermissima, come anche vedrete nell’avvenire, che alli buoni e gentili, o dall’Accademia si dia risposta, o da qualche suo Accademico; sì come agli altri, o da niuno (per consentimento di lei) o da alcuno de’ suoi serventi o altro simile permette che si risponda.

Ma ripigliando il lasciato filo, dico quanto è l’autorità del Minturno, il quale spezialmente molto pregiano gli Accademici tra gli altri che nominate, che non dee parervi gran maraviglia, se in questo nol seguitiamo, quando voi stesso, il qual nel presente articolo l’adducete per testimone, in alcun’altro siete da lui discordante, dicendo egli nelle dette parole da voi citate che l’epica Poesia, cioè l’Eroico, «si pone ad imitare una memorevol faccenda d’una illustre persona», e voi nel vostro Dialogo: «i fatti d’una o di più persone», che è punto di gran momento nel fatto dell’unità, e secondo che noi crediamo, male da lui e bene inteso da voi; intendo di quello «d’una persona» e «d’una o di più persone». Imperciocché nella particella fatti, se tor la volessimo con rigore, potremmo dirvi che pronunziata in quel numero facesse contrasto nel vostro dire e approvasse il contrario dell’unità della favola. Ma quanto pertiene al Minturno, forseché anche non è egli in quelle parole così dalla parte vostra, come vi pare, intorno al fatto di quella distinzione del Romanzo e dell’Epopeia, posciaché non vuole egli affermarlo, ma dice «dicono». Dalla qual maniera di favellare si può comprendere, anzi che no, che non portasse già egli simil credenza.

Ho voluto allargarmi in questo discorso ed ingegnarmi d’abbattere il presupposto del già detto distinguimento, acciocché servendovene voi innanzi più d’una volta per fondamento di vostre pruove, non possa più farmi noia, e per mostrare a chi nol sapesse che quante volte favellate per l’Ariosto in quel modo, altrettante gli venite a crescer l’offesa; e che sono aperte contradizioni, secondoché prendete voi il Romanzo, quelle parole che avete scritte: «In qual si voglia Romanzo d’ottimo autore». E non solo in ciò, ma nel tutto di essa cosa intorno a questa materia (cotanta forza ha la verità), è tal volta espresso contrasto ne’ vostri ragionamenti, consentendo che esso poema dell’Ariosto si possa chiamare Eroico, il quale qui e altrove sostener volete che sia Romanzo. Ecco lui nella replica sedicesima: «Ma sì come io non biasimo che altri doni all’Ariosto il nome d’eroico, così non intesi mai dargli nome di buono eroico». Né potete rifuggire alla voce doni, perché ciò che seguita immantinente dichiara che la prendete in senso di dia, come l’usa spesso la lingua nostra e che d’eroico intendeste dargli il nome.

Che nel predetto Ariosto aver le dette imperfezioni, come voi medesimo le nomate, provato habbiate per lo Dialogo, vel neghiamo; se siate (secondoché promettete) per tornar di nuovo a provarlo, sarà giudicio degli intendenti.

Dialogo [21]:

ATTENDOLO: Sa l’Eccellenza vostra che questo nome poeta è voce comune, o equivoca che vogliam dire, la quale, havendo la sua etimologia dal verbo fare e non dal fingere, come dissero alcuni, potrebbe (presa nel suo genere) significare un facitore di qualunque cosa. Pure, sì come avvenir si vede di molte voci significatrici di più cose, che l’uso ha fatto che elle significhino una sola, il che basterà a noi di osservare in questa voce Amore, la quale significando desiderio di cose infinite, se vien detta senza la compagnia d’altre voci, si prende per desiderio di bellezza terrena; così et non altrimenti è avvenuto di questa voce poeta, che significando tutti coloro che operano qualche cosa in qual si voglia arte, l’uso ha voluto che significhi sol colui che imita le cose per mezo del parlare.

Crusca [21]

Non del parlare semplicemente ma del parlar condito, cioè del verso.

Replica [21]

S’io dico del parlare et non del parlare semplicemente, come vien chiosato nella voce parlare, vi si sotto ‘ntende l’armonia e ‘l verso. Ma s’io volessi intendere del poeta che imita con parlari nudi, che gran novità havrei detta? Ma di questo altrove.

Infarinato [21]

Avendoci avuto degli espositor d’Aristotile che si credettero che eziandio della prosa vestir si potesse la poesia, ed essendosi poi ricevuta per sicurissima la ‘nterpretazione in tutto contraria, sentendovi dir così, «poeta significa colui che imita le cose per mezzo del parlare», come non se ne cava conclusione che basti che sia parlare? Il che se non novità, è contr’alla ‘ntenzion d’Aristotile e di Platone e degli altri simili a loro, e fuor dell’uso approvato.

Dialogo [22]:

ATTENDOLO: Però veramente non solo nel suo largo significato, ma etiandio in questo ristretto dall’uso, il nome di poeta dovrebbe darsi a tutti coloro che imitano con voci, o legate o sciolte da numeri di versi che sieno.

Crusca [22]

Il verso è necessario al poeta, e senza esso non è poeta; e così la ‘ntese Platone e Aristotile, come si mosterrebbe, se ci havesse spazio di disputarla76.

Replica [22]

Il verso con la imitatione è necessario al poeta perfetto, ma l’imitation sola, et il verso solo, basta a mostrarlo poeta. Et il mondo accetta tuttavia la prima opinione, spiegando le materie comiche in prosa. Et che il verso solo in un certo modo costituisca il poeta, mi sovviene per Platone et per Aristotile stessi, dicendo l’uno nel terzo della republica che direbbe senza il verso, non havendo a portarsi come poeta77; et l’altro nel terzo della rettorica che bisognava il parlare haver numero, non già il verso, altrimente sarebbe poema78. Ma di questo appieno nella replica quarantesima seconda.

Infarinato [22]

Ed io nella quarantesima seconda replica indugerò a rispondervi.

Dialogo [23]:

ATTENDOLO: Ma l’uso, che di comune ha ridotto il nome di poeta che significhi una sol cosa, ha voluto ancora che, perché altri sia degno di questo nome, non basti che egli imiti con parole sole, ma che imiti perfettamente con locuzione artificiosa—

Crusca [23]

La perfezione e l’artificio della favella non son necessarie all’essenzia del poeta, ma del buon poeta; se già per artificio non intendesse il verso, il che di già ha negato.

Replica [23]

Per artificio io intendo et il verso et tutto quello che si richiede a compiuta locution poetica. Né io ho negato giamai il verso esser necessario al poeta del primo grado, a cui per esser degno di questo nome, cioè degno in eccellenza, è necessario il verso et l’imitatione.

Infarinato [23]

Platone imita ne’ suoi dialoghi, o almeno in alcuno di essi, con locuzione artificiosa (per non mutar le vostre parole) e nonpertanto non è poeta, né di primo grado né d’altro, né ci furon mai questi gradi con vera distinzione. Ed è questa distinzione anche di piggior sorta che la predetta della poesia eroica e del romanzo, in quanto ella viene ad infigner regola di mancamenti sustanziali, dove la prima la ‘nfigne d’accidentali.

Dialogo [24]:

ATTENDOLO: —adempiendo le conditioni necessarie alla poesia, con osservanza almeno della maggior parte de’ precetti di quella insegnateci da’ retori et poeti. Hor posti questi fondamenti, la voce romanzo, la quale peraventura hebbe l’origin sua da rithmo voce greca, et da cui senza dubbio si formò la voce rima, altro significar non dovrebbe che canto di rime; ma l’uso la prende per canzone di canta in banca—

Crusca [24]

Dovrebbe dir quale uso, perché in Toscana non è quest’uso, né in altri luoghi d’autorità quanto alla lingua che noi sappiamo.

Replica [24]

Dissi la voce romanzo per avventura haver havuto origine da rithmo voce greca, come che altri dicano da Roma voce latina, la cui favella diffusa con le colonie Romane in Ispagna et in Provenza, dove si apprese, ma corrotta et guasta da quelle barbare nationi, fu detta romanzo. Hebbero però tal lingua per più vaga et per più regolata della Gottica et Alanica lor natia; et scrivevano in quella i fatti di Re et di cavalieri in prosa et in verso, et l’uno et l’altro chiamarono anche romanzo, di modo che appo Francesi significa et annale, et poesia d’arme et di amori; appo Spagnuoli, et noi altri, non annali o brieve memoria di cose occorrenti79, ma solo significa volgare idioma.

Hora, perché le cose scritte in versi et in rime da’ Francesi erano materie leggiadre et favolose di cavalieri e di dame, l’uso si fe’ tiranno della voce romanzo, et l’intendea semplicemente per materia favolosa cantata in pubblico, poi che alcuni romanzi in publico si cantavano. Così par che la ‘ntendesse il Petrarca in «fole di romanzi»80, simili a «sogni d’infermi», che il Gesualdo espone: «di quelle cose che da romanzi in panca si cantano»81. Et Romanzatori dice l’Alunno esser quelli che sopra le panche cantano per le piazze82; et non solo nel regno di Napoli ma in altre città d’Italia, come in Roma, Romanzatori vengon detti tutti ciarlatani o ciurmatori, che nel publico a suon di lira o d’altro stromento cantano rime et versi83.

Onde, benché non si nieghi la bontà della nostra lingua haver havuto origine dalla Toscana et principalmente dalla città di Firenze, per haver ella havuti sovrani scrittori, non è che da lei sola debban prendere tutte le leggi del parlare, et che i vocaboli ch’ella non ragiona sieno, come appestati, interdetti alle bocche de gli huomini.

Infarinato [24]

Ragionando voi in dialogo dettato in lingua Toscana, e favellando di nome di Toscane poesie e d’autori che hanno fatto professione di scriver toscanamente, e affermando l’uso prendere il detto nome per canzone di cantambanca, come dell’uso poteva intendersi de’ Franceschi, o degli Spagnuoli, o d’altri linguaggi fuor del Toscano? Nel quale non è obbligato a scriver persona alcuna: anzi non pure gli altri, ma quei che nascon nella Toscana, possono usare in questo l’arbitrio suo ed eleggersi qualunque lingua più loro aggradi, o Bergamasca, o Campagnuola, o Genovese, o Savoina, o Nizzarda, ch’ella si sia. Ma di quella in che egli avranno tolto a parlare, deono esser le parole e le locuzioni, se non in quanto da’ tempi e luoghi, e co’ riguardi opportuni, non gli son vietate le pellegrine; e in ogni altra maniera dee, appunto come voi dite, schifar l’usanza delle straniere, come se fossero appestate, né più né meno. E a chiunque fa altramenti, quello addiviene che a color addivenne, che i loro libri scrissero non latinamente in latino.

E che ‘l Petrarca prendesse Romanzo per ciò che dite, non si potendo trar dal poeta né da altre scritture d’autorità, il Gesualdo e l’Alunno (per nostro credere) non bastano ad argomentarlo. Anzi, si vede che questo è il senso di quei due versi: «Questa vita mortale ci sembra vita, e non è; però è simile a’ sogni degl’infermi e alle favole de’ poeti, che anch’elleno, quanto durano a leggersi o a udirsi, ci paion vere, e cessando dall’uno o l’altro, subitamente riconosciamo il contrario, cioè che finte sono ed immaginate». E come s’usasse dall’Alamanni, si dichiarerà da alcun de’ nostri in altra scrittura. E se Dante disse «Versi d’amore, e prose di Romanzi»84, si servì di quella parola secondo l’uso del Provenzale, di cui parlava il Guinicelli in quel luogo.

Dialogo [25]:

ATTENDOLO: —il cui mestieri, come che vilissimo sia, non è che in panca cantar non si possan versi et opre eroiche et di tutta perfettione; poi che si legge di Omero che, per sostegno della sua vita, andava attorno cantando in panca per le piazze i versi della sua Iliade et Odissea, novelle o forse favole, udite da lui raccontare dalle antiche feminec del suo paese—

Crusca [25]

Cotali deono essere i soggetti della Tragedia e dell’Epopeia, perché in tal guisa il poeta non copia ma fa da sé, e ad un’ora scansa lo scoglio di prepor cose inaudite, fatte da’ gran Signori e da’ Re; ché non è verisimile che qualche cosa non se ne dovesse sapere.

Replica [25]

Se questi sì fatti soggetti di Tragedia et d’Epopea, havuti per traditione o istoria incerta, sono stati peraventura tutti eccellentemente trattati dallo ingegno de’ poeti de’ secoli a dietro, che debbon far coloro che nell’età nostra hanno spirito di poesia? Starannosi con le mani a cintola, confessando (con la falsa opinion d’alcuni) che tali poesie a’ nostri tempi non possano mettersi in opra? Soggetto tragico et eroico può essere non l’integro di lunga istoria ma parte di essa, incerta o certa ch’ella si sia; et in che modo s’è detto di sopra nella replica quinta, et se ne dirà alcun’altra cosa, ragionandosi del soggetto della Gierusalem liberata nella replica cinquantesima ottava.

Infarinato

[25] Ed io sotto alla vostra replica cinquantottesima mi riserberò a rispondervi; dico a quelle cose particolari che quivi ne ragionate, perocché di questo general dubbio del soggetto preso da storia, appiè della replica trentanovesima tutto ridurrò insieme il ragionamento.

Dialogo [26]:

ATTENDOLO: —et Vergilio, se non nelle piazze, cantò pure alcuni libri della sua Eneide al cospetto di Augusto. Però non havrebbe nulla nociuto a Lodovico Ariosto l’haver cantato a suon di lira tutto il suo Orlando in sala o in camera del Duca di Ferrara

Crusca [26]

Né anche a suon di Scacciapensieri85.

Replica [26]

Ha offeso l’orecchie de’ Signori Academici dir io che Lodovico Ariosto cantasse a suon di lira tutti i canti del suo poema; la qual cosa l’Ariosto non l’havrebbe havuto niente per male, se si trovasse in istato di poterla udire, non havendo egli havuto già mai pensiero di cantare a suono di tromba.

Infarinato [26]

E da quai parole cavate voi questa offesa dell’orecchie degli Accademici? I quali, sentendo dire che al poema dell’Ariosto non avrebbe potuto nuocere l’esser cantato sulla lira dall’Autore, si maravigliarono che faceste dichiarazione di cosa di che appo niuno (per loro avviso) non poteva mai nascer dubbio. E come, domine, che l’esser cantato più sopra uno strumento che sopr’un altro avesse a far mutare spezie a qualunque spezie di poesia? Crederrem forse che fosse cagione la lira di far lirici i poemi lirici, e non il verso atto a cantarsi massimamente sopra il suon di quello strumento? Che l’Ariosto non havesse mai pensiero alla tromba, cioè non intendesse d’essere eroico, son parole dette ad arbitrio, e non è uopo risponder loro.

Dialogo [27]:

ATTENDOLO: —quando egli, sì come nel verso avanzò ogni scrittor di romanzi, così nel soggetto si fusse da quelli in tutto fatto lontano.

Crusca [27]

Il soggetto del Furioso non può essere più eroico, né per l’azione che è una guerra principalissima, né per le persone principali che sono Carlo Magno, e Agramante, e Orlando, e Ruggiero e altri sì fatti.

Replica [27]

Il soggetto del Furioso per l’attioni di alcune persone potrebbe essere Eroico, ma non già di tutte. Primieramente, non si ritroverà essempio, né particolare insegnamento di Aristotile, che nella epopea si possan fingere i nomi di Re, a cui tocca l’attion principale, che nel Furioso (secondo gli Academici) è la guerra di Agramante, il quale non solo nel nome, ma etiandio in tutta l’attione, fu finto dal Conte Matteo, non si leggendo alcun Re d’Africa di questo nome; né che Agramante fosse figliuolo di Re Troiano; né che passasse nella Francia a far guerra al Re Carlo, tutto che fosse stato lecito all’Ariosto di seguir la vanità et i nomi delle persone eroiche finti dall’istesso Conte, come i Gradassi, i Mandricardi, i Sobrini, nomi di famigli di lavoratori sottoposti alla Contea di Scandiano86. Ma il soggetto del Furioso non sarà già eroico per tanti erranti cavalieri et moltitudine di donne introdotte, et alcuna volta attioni non buone né convenevoli, ma sì bene di romanzo, come si è provato appieno nella replica ventesima.

Infarinato [27]

Siete voi medesimo che del soggetto dell’Iliade dite nel vostro Dialogo sopra la replica venticinquesima queste parole: «novelle o forse favole udite da lui (cioè da Omero) raccontare dall’antiche femmine del suo paese». Né importa se da altro autor le prendiate: basta che le ci ponete pur voi avanti. Or come, affermandosi ciò da voi (perciocché la Crusca lo vi fa buono), entrate in opera di contrastarlo? Addunque s’ella avesse approvato ogni vostro detto, avreste parimente in ciascuna cosa per ogni guisa volutole contraddire? Ma rispondiamo per tutto ciò alla replica.

Negate quel del Furioso esser soggetto eroico nella persona del Re pagano, cioè d’Agramante, essendo non solo nel nome, ma in tutta la sua azione, finto e trovato dall’Autore. E quattro righe di sotto affermate che non dall’Autor del Furioso, ma era stato finto prima con molti nomi di cavalieri dal Conte di Scandiano. Questa altresì è contraddizione; imperocché, se pure in questo ritrovamento ci avesse errore, avrebbe fallato il Boiardo, non l’Ariosto, il qual lo tolse da favola già ricevuta e già impressa nell’animo e nell’orecchie delle persone, non ci strignendo in questo ragione alcuna, né autorità né esemplo più alle storie che alle favole, come può vedersi nelle tragedie; anzi, essendo in ciò a’ poeti, come si disse anche altrove, assai ogni poco appicco, se però di punto n’è lor mestieri87. Perciocché è ora da riguardare se sien veraci le due pruove che adducete di questa necessità.

Si presuppone da voi non ritrovarsi né esemplo né d’Aristotile insegnamento particulare che nell’Epopeia si possan fingere i nomi de’ Re a cui tocca l’azion principale. Rispondovi prima, quant’è esemplo, che sopra tre poemi soli approvati che ci restano in questo genere, questa regola dell’esemplo non può formarsi, sì come pruova di negazione; posto che anche fosse vero che, in qualunque di essi tre, ella si vedesse appieno osservata. Ma del soggetto dell’Iliade e dell’Ulissea, quale storico ci sarà egli che s’abbia per sicuro da’ valent’huomini che scrivesse innanzi ad Omero? Darete Frigio e Dite di Candia? Da’ quali, dalle battaglie in fuori degli huomini con gl’Iddei, più favole si raccontano che non fa l’istesso poeta. Com’è a dire che Ettore, così ferito, uccise di propria mano in brev’ora parecchi migliaia di persone; che Diana, sdegnata con Agamennone che una sua cervia gli avea percossa, disse e fece tante gran cose; che nel sacrificio che s’apprestava a far d’Ifigenia apparver tanti miracoli, e per l’ultimo vi si fermò una bella fiera per sacrificarsi in vece della donzella; e altre cose di questa fatta88.

Lasciamo stare i figliuoli dell’Aurora e dell’altre Dee, Filottete con le frecce o saette d’Ercole, e altri trovati simili, che sarebbon troppi in Buovo d’Antona89. Onde si comprende pur troppo bene che dagli stessi due poemi, e dalle favole delle tragedie, formate furon quelle scritture per capriccio di chi che sia (né potete negar voi stesso di così credere, avendo detto nel Dialogo quelle parole: «novelle o forse favole udite da lui raccontare dall’antiche femmine del suo paese»). Di che due indizi quasi certissimi saranno questi, s’io non m’inganno: il primo, che, se innanzi ad Omero quelle due storie si fosser trovate in essere più verisimilmente che a Cornelio Nipote e a Quinto Settimio Romani, ad Aristotile sarebbono state note; e se note state gli fossero, o non ci avrebbe lasciato quel bel ricordo («le adunque ricevute favole scior non è lecito»90), o, dell’averlo travalicato, avrebbe ripresi gli antichi tragichi, i cui poemi, nell’essenziali cose dell’azione, da quei due storici discordanti si truovan tutti91.

L’altro argomento di ciò ch’io dico di dette storie è la grandissima diversità che si ritruova tra l’una e l’altra nelle cose sustanziali; il che, tra due scrittor dello stesso tempo, e che intervenuti fossono a quella guerra, tuttoché da contrarie parti e pien d’animosità, non si potrebbe credere in alcuna possibil forma. Ma che dico io «l’una dell’altra»? Il medesimo storico da se medesimo discorda talora in cose che paion del tutto da smemorato. Racconta Dite che Ulisse, morto Telemaco suo figliuolo, fece allevare un fanciullino che di esso gli era rimaso; e che buono spazio dappoi (essendolsi già il valente storico dimenticato), Ulisse confinò il detto Telemaco suo figliuolo, temendo non l’uccidesse92.

Ma che fuor della dottrina sia d’Aristotile il predetto fingimento non si concedere delle persone più principali (che è la vostra secondo pruova), eccovi prestissimo il ribattimento. Leggonsi queste parole nel suo libro della Poetica:

Ma nondimeno, ancora nelle tragedie in alcune, uno o due sono de’ nomi noti, e gli altri stati fatti, e in alcune niuno, come nel Fior d’Agatone; perciocché similmente in questa, e i fatti e i nomi è stato fatto, e niente meno diletta; sì che, non in tutto è da cercare d’appiccarsi alle favole state lasciate, intorno alle quali son le tragedie, imperciocché è da ridere cercar questo, perché e le cose note a pochi note sono, e nondimeno dilettan tutti 93.

Per l’autorità delle quai parole, e tutti i nomi della tragedia, e parte sì e parte no, può fingere il poeta ad arbitrio suo, e per queste altre pur del medesimo vien provato a sufficienza, che il medesimo insegnamento, essendo intorno al soggetto, tanto è comune al poema eroico, quanto alla tragica imitazione: «Là onde per questa certo lo stesso imitatore sarà con Omero Sofocle, perciocché imitano amendue persone onorate»94; e altrove: «L’epopeia certamente, adunque, la Tragedia fino a solo essere con parlare in verso imitazione di persone onorate accompagnò»95; e di sotto: «Per la qual cosa, chiunque di Tragedia ha saputo buona e cattiva, ha saputo anche d’Epopeia»96.

Addunque, non che Lodovico Ariosto, che da favola gli prese già accettata, ma né ‘l Boiardo commise fallo, non solamente ne’ Gradassi, ne’ Sobrini e ne’ Mandricardi che dite (con le parole del Castelvetro) essere stati i nomi de’ suoi famigli e lavorator della sua contea, ma né anche nel Re Agramante. Che i Cavalieri erranti e le donne introdotte dall’Ariosto, per la tanto gran moltitudine, gli possan torre il nome d’eroico, non ne mostrando ragione alcuna, né per sé potendosi immaginare potrà riceversi per non detto, negando insieme il soverchio numero. Che tai persone operino alle volte fuor del diritto e del convenevole, presupposto che fosse vero, né questo ancora privarlo potrebbe del detto titolo. Ma egli nol fa, se non quanto, come, dove e quando il richiede la spezie dell’Epopeia, o Romanzo o Eroico che ci piaccia di nominarlo, che tutti sono una cosa stessa. Alla quale spezie, non solamente il buono, ma conviene eziandio talvolta l’altro costume, con quei riguardi che da Plutarco e da Proclo si vanno considerando e che veggiamo spesso in Omero.

Dialogo [28]:

ATTENDOLO: Ma se vero è quel che si dice, egli sprezzò il consiglio di Monsignor Pietro Bembo che l’esortò a scrivere epigrammi—

Crusca [28]

Quanto agli epigrammi, gli avrebbe dato un bel consiglio.

Replica [28]

Et perché? Non è l’epigramma particella delle parti de’ poemi grandi? Et quali materie non poteva spiegar egli con questo titolo? Non communica etiandio con la tragedia et con l’epopea? Et l’aspirare ad intiera lode nel comporre epigrammi non sarebbe stata grande impresa? Et, se si dee credere a Marullo, non era egli luogo non occupato? «Amor Tibullo, Mars tibi Maro debet», disse costui: «Epigramma cultum, teste Rhallo, adhuc nulli»97.

Infarinato [28]

Per epigramma, parlandosi come si parla di componimenti di questa lingua, non si poteva intendere d’altra cosa che di sonetti; ne’ quali, quanto si può comprendere per quelli suoi che si leggono, sarebbe stato l’Ariosto superato da più persone, là dove nell’eroica poesia da niuno è stato adeguato che dettata l’abbia in questa favella. E per questo disse la Crusca che sarebbe stato non buon consiglio.

Dialogo [29]:

ATTENDOLO: —o vero a comporre poema d’una sola attione.

Crusca [29]

Queste più azioni nel Furioso dell’Ariosto bisogna provarle e non presupporle.

Replica [29]

Gli Academici vogliono ch’io provi che le Scimie sieno animali privi di ragione. A bell’agio. Quella favola insegna Aristotile esser una, cioè havere una sola attione, le cui parti sono così disposte che trasportata una da un luogo ad un altro, overo distaccata dal corpo, si trasforma et si muta il tutto. Hora, perché nell’Orlando Furioso trasportandosi da un luogo ad un altro, o vero da quello distaccandosi una parte, nel poema non apparirebbe né trasformatione né mutamento, l’Orlando Furioso non contiene una sola attione. La maggiore è nota per lo testo di Aristotile, la minore si prova così: trasportandosi nel Furioso il secondo soccorso che diè Rinaldo Paladino al Re Carlo con i suoi settecento soldati98, nel luogo del primo che fu con le genti di Scotia99, et il primo nel luogo del secondo, il poema non si muterebbe di nulla; et distaccandosi dal corpo di detto poema non che le novelle soverchie, ma molte attioni intiere che ognuna farebbe una favola, non solo la novella d’Olimpia (come e’ dicono) ma anche gli amori di Angelica, di Ruggiero et di Bradamante, di Zerbino et d’Isabella, la favola del Furioso sarebbe la medesima senza alcun notabile mancamento.

Et se mi dirà che queste novelle o favole sono aggiunte all’argomento di quel poema come episodii; et che per ciò non è maraviglia che si possano distaccare senza suo nocumento, ché il medesimo far si potrebbe de gli episodii della Iliade et dell’Eneade. Et io dico che gli episodii di questi poemi nascono tutti secondo il verisimile o secondo il necessario dell’argomento della favola, et per ciò non se ne può levar niuno senza deformare o far notabil danno al poema. Ma non così avviene di quelli del Furioso, i quali son tanti che, quando il poema fusse veramente epico, renderebbon la favola episodica, la quale in vece di ricevere ornamento dalle digressioni vi si affogherebbe sotto, et sarebbe appunto come se nel capo d’un falcone si mettesse il cimiero d’un huomo d’arme.

Et che la favola del Furioso contenga diverse attioni, comprobaremo l’addotte ragioni con autorità di huomini gravissimi et degni di fede. Ma prima siami lecito, oltre le testimonianze dell’istesso Ariosto portate nel Dialogo, mostrar dieci altri luoghi del suo poema, dov’egli apertamente confessa questa verità, dicendo nel quinto canto100:

Signor, far mi convien, come fa ‘l buono
sonator sopra il suo strumento arguto,
che spesso muta corda, e varia suono,
ricercando ora il grave, ora l’acuto:
mentre a dir di Rinaldo intento sono,
d’Angelica gentil m’è sovvenuto101.

Et poi:

Bisogna, prima ch’io vi narri il caso,
ch’un poco dal sentier dritto mi torca102.

Et nel canto ottavo:

Ma perché non convien che sempre io dica,
né che v’occupi sempre in una cosa103.

E nel tredecimo:

Come raccende il gusto il mutar esca,
così mi par, che la mia istoria quanto
or qua, or la più variata sia,
manco a chi l’udirà noiosa fia104.

Et nel seguente:

Or l’alta fantasia, ch’un pensier solo
non vuol ch’io segua ognor, quindi mi guida105.

Et nel ventesimo secondo:

Ma tornando al lavor che vario ordisco106.

E nel trentesimo:

Io sono a dir tant’altre cose intento,
che di seguir più questa non mi cale107.

Et ultimamente nel principio del canto trentesimo primo108:

Sovviemmi, che cantare io vi dovea,
già lo promisi, e poi m’uscì di mente109.

E nella stanza, che segue:

Dovea cantarne, ed altro incominciai,
perché Rinaldo in mezzo sopravvenne,
e poi Guidon mi diè che fare assai,
che tra cammino a bada un pezzo il tenne:
d’una cosa in un’altra in modo entrai,
che mal di Bradamante mi sovvenne:
sovviemmene ora, e vo parlarne innanti,
che di Rinaldo, e di Gradasso canti.
Ma bisogna anco prima, ch’i’ne parli,
che d’Agramante vi ragioni un poco110.

Veggasi di gratia se in tanti atti, che in epico poema farebbono il vero ritratto d’uno Scimia, et ne’ quali (come ottimi in Romanzo) ragionevolmente l’Ariosto si gloria d’esser vago et incostante, può dirsi che la favola del Furioso sia d’una sola attione. Et veggasi insieme se, nella testura che insegna Aristotile, havesse ciò potuto farsi con lode, dicendo Averroe intorno l’unità della favola che alcuni poeti hanno spesso in questo commesso errore mentre, lasciata una cosa, passano a trattare un’altra111.

A questa Parafrasi havendo forse occhio, Lodovico Castelvetro l’essemplificò nel poema delle trasformationi di Ovidio e dell’Orlando Furioso, dicendo così:

E tanto meno potremo ricevere per favola ben fatta quella che non solamente contiene più attioni d’una persona o una attione di più persone, ma insieme contiene più attioni di più persone, come contiene il poema delle trasformationi di Ovidio; et questo vitio è ancora riconosciuto nell’Orlando Furioso di Lodovico Ariosto, narrando l’uno et l’altro attioni di più persone112.

Sì che, dicendo gli Academici ostinatamente che la favola del Furioso sia una e credendo con questo dire di lodar l’Ariosto, deono avvertir molto bene che non vegnano a biasimarlo, percioché poco accorto sarebbe egli stato se, intendendo di imitare una sola attione, havesse prese tante favole non nascenti necessariamente né verisimilmente dallo argomento del poema; et distendendole con varie fila, et queste hora tagliando et hora rappiccando, intricar l’una attione con l’altra, di modo che ne riesce un miscuglio d’attioni impossibili ad unirsi col primo capo.

L’Ariosto veramente non hebbe questo intento, ma fu accortissimo nel prendere soggetto variato di più attioni, qual conviensi a romanzo che è (come fu detto di sopra) raunanza di cavalieri e di donne, dalle cui attioni deriva etiandio vario trattamento di arme et di amori. Onde Monsignor Minturno nel luogo portato di sopra, poiché ha detto in che cosa differisca il romanzo dallo eroico, in iscusa dell’Ariosto che scrisse romanzo, dice così: «Et iscuso lui; ché non già perché non conoscesse il meglio, ma più tosto per piacere a molti, elesse di seguire l’abuso, che ne’ romanzi trovava»113.

Et che l’Ariosto havesse inteso per elettione di scriver romanzo, Giambattista Pigna, nella vita che di lui scrive, dice queste parole:

Egli anche accennò di voler toscanamente darsi all’epopea, quando così propone:
Canterò l’armi, canterò gli affanni
D’amor, ch’un cavalier sostenne gravi
Peregrinando in terra, e in mar molt’anni.
Ma a questo proponimento diede poi un diverso fine da quello che s’havea pensato, percioché s’avide che la lingua nostra una tal poesia non comporta, non recando diletto in lei, né riuscendo una materia continuata114.

Questo il Pigna dell’haver l’Ariosto mutato il disegno del suo poema; ma quanto ragionevolmente, per ragion della lingua, vederemo altrove. Giambattista Giraldi et Bernardo Tasso, confessando l’uno le molte attioni della sua Ercoleide, et l’altro del suo Amadigi, dicono (lodevolissimamente però) nel Furioso contenersi molte attioni115.

Ma molto più ch’io non credea mi sono dilungato in una cosa chiarissima. Mi resta a dire che dalle cose dette si può scorger senza nebbia ch’io non per odio che portassi all’Ariosto (che ho sempre ammirato et osservato come poeta rarissimo), né per alcuna altra sorte di passione, ma solo per amor della verità, dissi di lui quello che mi viene attribuito a così gran fallo; detto già da altre persone prima di me, et confessato da lui stesso.

Infarinato [29]

Se Aristotile affermasse (come voi dite) una esser quella favola, cioè avere una azion sola, le cui parti son disposte sì fattamente che trasportatane una da un luogo ad un altro, o distaccatala dal corpo, si trasforma e si muta il tutto, affermerebbe espressa menzogna. Perciocché, sì come il corpo d’un huomo, per l’aver gli stinchi dove la polpa della gamba hanno gli altri, o sette dita in ciascuna mano, sarebbe pure un corpo solo e non più. Così per lo scambiare il luogo loro ad alcune delle sue parti, o per aggiugnerle qualche membro, non perderebbe l’Iliade o l’Ulissea o l’Eneade l’unità della favola, se per altro vi si ritruova. E perché non si potrebbono nell’Iliade le prime battaglie de’ due eserciti trasportar nel luogo delle seconde, e le seconde dove le prime? E nell’Ulissea il primo viaggio dov’è ‘l secondo, ed il secondo dov’è ‘l primiero? E nell’Eneade fare entrare Enea in Cicilia prima che in Affrica ed in Cartagine? E che avrebbono che far queste mutazioni con l’unità della favola?

Se però non fossero in sì gran numero e cotanto sustanziali che disciogliessero del tutto la forma dell’argomento, secondo l’esemplo che delle parti della calza ci mette innanzi pure Aristotile nella sovrana Filosofia, dove si ragiona di questo fatto116. E quel che dicono in questo discorso i Platonici della bellezza e della bruttezza117, cioè quella essere uno, e questa per lo contrario esser più (il che fu anche tocco dal nostro Casa nel suo gentilissimo Galateo118), si dee ricevere non come semplice verità, ma come detto da essi per figura di somiglianza. Parimente qual cosa ci vieterebbe il rimuovere interamente della predetta Iliade le predette prime battaglie, e dell’Eneade tutto ‘l già detto arrivo d’Enea a Dido con ciò che quivi operò; le leghe fatte in Italia, gli aiuti che gli sorvennero, Turno tutto, con ciò che se ne finge il poeta? Qual riguardo, dico, che ad unità di favola attenga, avrebbe vietato il farlo? Addunque, unità di favola non avrà alcuno di quei poemi che, per esemplo dell’unità, ci son messi innanzi a voi.

Ma Aristotile non disse mai cotal cosa, qual per d’Aristotile ci producete, ma tra gli altri ammaestramenti questi ci diede intorno all’azion della favola: il primo, ch’ella fosse una e non più; il secondo, che tutta fosse (cioè finita) ed intera; il terzo, che le sue parti fosson disposte e allogate per tal maniera che non potessono scambiar luogo senza render difforme il tutto; il quarto, che la predetta azione nella sua unità non avesse membro soverchio119. E aggiunse all’«una» l’essere «intera», poiché un corpo senza gambe, quantunque non fosse più, non per questo sarebbe tutto. L’obbligò alla perfetta disposizione, acciò non si ponesse il capo (per via d’esemplo) dove dovrebbono stare i piedi, o li piedi al luogo del busto, o per lo contrario120. Ultimamente soggiunse che non v’avesse membro soverchio, potendosi (come dicemmo) ritrovar corpo di sette dita in ciascuna mano, o con altra simil bruttezza, che non pertanto sarebbe un solo.

E che sia questo lo ‘ntendimento d’esso Aristotile ed il suo detto, eccovi il luogo volgarizzato appunto di parola in parola, senza mutar la sedia alle voci che lo significa espressamente senza alcuna difficultà:

Conviene addunque, sì come nell’altre imitatrici l’una imitazione è d’una cosa, così la favola, perché d’azione è imitazione, e di una essere e di questa tutta, e le parti de’ fatti stare insieme sì che trasporta alcuna parte, o tolta via, rendersi differente121 o mutarsi il tutto122:

e soggiugne: «perciocché quello che essentevi, o non essentevi, niente fa manifesto né parte questo è»123. Così cade a terra tutta la pruova che della (dirò così) multiplicità della favola vi pareva d’aver prodotta contr’all’Orlando dell’Ariosto, e non questi Accademici gli ostinati (come voi dite) ma sarete stato voi quelli che avrà tolto a mostrare non solamente che le Scimie sieno animali razionali (secondoché affermate), ma ch’elle volino e sien prive del respirare.

Presupposto, adunque, che nel detto poema dell’Ariosto si potesson tor via quelle parti o trasporle che nella replica mentovate, non perciò avreste provato che una non fosse quell’azione. E ho detto «presupposto che si potessono», conciosia cosa che si possano, quanto è il fatto dell’unità e tanto con esse (quanto senz’esse e non trasposte, quanto trasposte), una e d’una azione la favola si rimarrebbe, e altrettanto delle sopra da me nomate nell’Ulissea e nell’Iliade e nell’Eneade addiverrebbe senza contrasto. Ma altri rispetti vietano il farlo come ‘l verisimile, la proporzione, la grandezza, la varianza e cent’altre cose, alle quali, oltr’all’unità nel formar de’ corpi, convien guardare.

Se i due soccorsi di Rinaldo si trasportassero l’uno nel luogo dell’altro, come avrebbe il secondo de’ settecento124, al bisogno a cui diede riparo il primo, potuto supplir verisimilmente? Come il primiero degli ‘Nghilesi e degli Scozzesi si sarebbe da quel savissimo Imperadore, secondo il verisimile, dimenticato e trascurato nelle più strette necessità? E quantunque Aristotile, nel luogo da voi addotto e da me, non favelli degli episodi o digressioni, ma solamente dell’argomento ch’egli intitola l’universale (e per questo disse «de’ fatti») – onde non vengono quelle aggiunte o riempimenti a quelle leggi in quella forte guisa che le parti sustanziali obbligate – nondimeno, anche i detti «ripieni», cioè il furor d’Orlando, l’amor di Ruggiero e di Bradamante, quei d’Angelica, d’Isabella, di Fiordiligi, di Doralice, e de’ loro amanti, la favola di Ginevra, quella d’Olimpia, e gli altri diviamenti che voi stimate che sien soverchi, non si rimoverebbono dalla massa di tutto ‘l corpo, senza che n’avvenisse ciò che risuonano quelle parole: «rendersi differente e mutarsi il tutto», e quello di sotto: «niente fa manifesto». Come sono errati quelli allo ‘ncontro (s’io non m’inganno), i quali si fanno a credere che alle digressioni sia necessario lo ‘ndirizzarsi al fin della favola e operare, ovver per la ‘ntrecciatura ovver per lo scioglimento.

Perciocché guardisi tra quei d’Omero e di Vergilio che l’imitò, e troverrassene de’ così strani, quanto nell’Orlando Furioso o più; di che nella cinquantesima quinta risposta alcuno esemplo si produrrà. Assai è che, con le parti dove s’innestano, abbian verisimile appiccatura e ragionevol convenienza. Conchiudo che, in tutto il libro della Poetica, l’unità dell’azion della favola espressamente non si truova descritta mai, avvegnaché in certi luoghi vi se ne vegga sparsa alcuna dottrina, sì come in questo:

Ma Omero, sì come nell’altre cose sovrastà, ed in questo pare aver ben veduto o per arte o per natura; perciocché, Ulissea faccendo, non fece tutte le cose, quantunque a esso accaddero, come essere stato percosso nel Parnaso e aver finto impazzire nella ragunanza; delle quali cose niuna, l’altra fatta, era necessario o verisimile, l’altra essere stata fatta 125.

E in quello:

Perciocché, sì come secondo i medesimi tempi, e la battaglia navale in Salamina si fece e la in Cicilia de’ Cartaginesi battaglia, niente al medesimo fine insieme guardanti, così e ne’ successivi tempi alcuna volta si fa lo altro con l’altro, di cui uno niuno fine si fa 126.

E appresso:

Però, come dicemmo già, e in questo divino sarebbe potuto parere Omero oltr’a gli altri, per lo non aver messo mano a fare la guerra tutta, benché avente principio e fine (perciocché molto grande, senza fallo, e non bene insieme vedibile doveva avere a essere, ovvero quanto è la grandezza stante moderatamente rinvolta nella varietà), ec 127.

Dal primo luogo si cava questo: che se l’azione dee essere una, bisogna che le sue parti, o necessariamente o almeno verisimilmente, succedano l’una all’altra; dal secondo, che deon camminare tutte ad un fine; dal terzo, che l’avere essa azione il principio, il mezzo ed il fine, al che già l’aveva prima obbligata, benché più proprio paia del tutto, pertiene anch’egli a questa unità.

Lasciamo ora le quistioni se (ed in che) sien differenti o diversi l’uno ed il tutto; se assolutamente, o secondo qualche riguardo; in quanti modi sia (e si chiami) quest’uno; e altre cose di più alta speculazione che non conviene a questi discorsi, e che dal Metafisico si riguardano e si determinano nella sua divina Filosofia. Dico che la condizione dell’aver fine, mezzo e principio, eziandio all’unità pertenere, dimostrano quelle parole: «benché avente principio e fine». Perocché il porle a cagion del tutto sarebbe stata dissipita loquacità e, per dirlo in piano volgare, scipita cicaleria, anzi sproposito più veramente. Conciosia cosa che tanto venisse a dire «per lo non aver messo mano a fare la guerra tutta, benché avente principio e fine», quanto «per lo non aver messo mano a far la guerra tutta», benché fosse tutta.

Addunque, richiedesi all’azione che sia una l’aver fine, mezzo e cominciamento, perciocché il mezzo avea già nomato di sopra. E dicendo fine, mezzo e cominciamento, intese un solo e non più, quanto all’unità atteneva; altrimenti ogni azioni sarebbe una, sì come (dove adopera questi termini), per farci conoscer ciò che sia tutto intende suo, proprio ed innato, in altra guisa un corpo, spiccatone il capo e le gambe, sarebbe tutto, come lo ‘ntero, ed avrebbe principio e fine. Ma come si dee intendere questo «principio solo», questo «solo mezzo», questo «solo fine»? Per lunghezza, ovver per larghezza? Imperocché caggiono nell’azion della favola queste misure amendue, come ne’ corpi né più né meno che soggetti sono al toccare, ne’ quali l’aver più d’un principio per la larghezza, ed eziandio più d’un fine, non gli priva dell’unità; come nel corpo della lucertola di due code, e in quel del granchio si può vedere; il qual corpo del granchio incominciandosi da due teste, ha il suo termine in parecchie gambe, e bastagli la sola unità del mezzo a renderlo un corpo solo.

A cui nell’opera de’ princìpi s’assomiglierebbe questa azione. Partonsi due corsali in un tempo di lor contrade (senza che niente sappiano l’un dell’altro) per andare a predare un idolo in un certo tempio lontano dalle patrie loro e condurnelo a’ lor paesi. Pervengonvi in uno stesso tempo amenduni, e scopertisi l’uno all’altro, prima vengono a battaglia insieme. Dipoi, saputo che in quel tempio erano due immagini in tutto simili, una che felice avventura, l’altra che malvagia fortuna portava seco dovunque trasportata si dirizzasse, né v’aveva modo a conoscerle; s’accordarono che ciascun di loro ne prendesse una, ed il farne l’elezione rimisero in tutto alla sorte. Il che recato da loro a fine e partitisi l’un dall’altro, e ognuno d’essi ritornatosi con la sua preda alla casa sua e rizzato l’idolo in alcuno tempio, l’uno di loro in miseria, l’altro venne in felicità. Cotal favola, come che per larghezza abbia due princìpi e due fini, è però una; e si fa una per l’avere un solo e comun mezzo.

In quest’altra, per lo contrario, i mezzi e i cominciamenti saranno tre, e solo il fine sarà un solo, sì come questa figura: Ψ128. Muovesi nello stesso giorno uno di Roma, un di Milano e un mercatante di Napoli per andare in un certo luogo medesimo a ricattare schiavi Cristiani. Arrivano tutti al destinato luogo in un giorno; e vedendo subitamente ciascheduno d’essi in disparte una bella giovane schiava passar per una contrada, sentito che il principal signor di lei era quindi molto lontano, tutti e tre i mercatanti la comprano e ne pagano il prezzo, non sappiendo ciò l’un dell’altro, cioè il primo alla donna del principal signore della schiava, il secondo al figliuolo, il terzo a un lor ministro. E venendo ognun di loro col suo venditore alla casa là dov’ell’era per prender la giovane e menarnela seco all’albergo, vengono a rissa, nella quale si scuopre l’un de’ comperatori esser padre, l’altro fratel della damigella, e al terzo si dà per moglie.

Ecco che la multiplicità de’ princìpi, e quella de’ mezzi insieme, per lo verso della larghezza non privano la favola dell’unità, della quale quella del mezzo e del fine accozzate insieme, tuttoché fosse non solo il cominciamento, la priverrebbe senza contrasto per l’essere il mezzo, più che ‘l principio, alla predetta unità della favola necessario e più vigoroso. Non per ciò tanto necessario, né tanto vigoroso, che egli solo, con l’essere in sé di più doppi, sia sufficiente a spogliarnela; e prendianne sì fatto esemplo. Invia un principe due suoi figluoli all’acquisto d’una città: l’uno per mare, l’altro per terra. Trapassano amenduni per molte difficultà e, quelle vinte, pervengono alla terra quasi in un punto. E v’entrano chetamente, il secondo per la muraglia e per lo porto il primiero, e la prendono e la saccheggiono, vedutisi e ricongiuntisi solamente nel fine dell’opera. Simigliante favola avente un sol principio e un fine solo, avvegnaché abbia due mezzi, sarà una sicuramente e simigliante a questa figura:

e una altresì fia ogni altra a cui manchi l’unità in uno solo de’ termini sopraddetti: fine, mezzo e cominciamento. E manifesto per ciò ch’è detto infin qui che secondo non la larghezza dell’azione, ma la lunghezza della medesima, il principio, il mezzo, ed il fine sono tutti insieme necessari nell’unità, in guisa che cominciata, proceduta, e finita, non torni azione a ricominciarsi, a procedere, a finire.

Ma stando su i termini della lunghezza, se l’aver la favola in un fine solo non è all’unità necessario, perché disse Aristotile quelle parole della battaglia fatta in Cicilia e di quella in Salamina: «niente al medesimo fine insieme guardanti», e di sotto: «lo altro con lo altro di cui niuno fine si fa»? Ne’ quai parlari, si comprende pur questa forza: ché se quei due fatti d’arme fossono stati indiritti ad un solo fine, sarebbono stati un’azion sola. Ma Aristotile non forse del fine integrale ma dello ‘ntenzionale (concedamisi l’uso di questi nomi) favella nel detto luogo. Anzi parla pure dello ‘ntegrale e di quel che parte è del tutto, ma non perciò ne segue conclusione a necessità d’un sol fine, come sa ogni leggier loico; posciaché bastava quivi il fine a mettervi l’unità. Addunque, «all’unità è sempre il fin necessario» non s’accetta per buon discorso.

Egli è vero che quanti più termini vi concorrono a generarla, tanto l’unità è maggiore. Perlaqualcosa quella azione, nella quale sarà un solo il principio, un solo il mezzo, e un solo il fine, fia (senza fallo) più una di qualunque altra e d’unità più perfetta. Ma d’altra guisa la vuol la scena, d’altra il poema eroico: cioè quella così, in un certo modo senza larghezza, rassomigliantesi quasi ad un nastro; questo larghissimo, imitante quasi una mandorla in simil figura:

talmente che, da un capo solo movendosi molte fila, e quindi nel mezzo aggruppandosi, eziandio in un fine solo tutte si vengano ad appuntare. La qual distinzione non ricordandosi di fare alcuni, la larghezza della favola dell’Epopeia, la quale è virtù propria di quella spezie, chiamano doppiezza e multiplicità, e la strettezza e quasi schiettezza di quella della Tragedia, che in essa è perfezione; unità chiamano nel detto Eroico, dove ell’è vizio e sterilità.

Ora, lasciando di riguardare di quale delle dette maniere dell’unità une sieno le favole d’altri poeti (perciocché io non intendo, se non forzato da vostre repliche, non approvar la stima dell’altrui pregio e massimamente la venerabile antichità), reputo che quella dell’Ariosto sia della guisa più commendabile, cioè che uno abbia non pure il fine, non tanto il mezzo, non solamente due de’ tre termini, ma il fine, il mezzo e ‘l cominciamento. Il cominciamento: la strettezza dell’assedio di Parigi; il mezzo: le battaglie tra i due eserciti; il fine: la final vittoria sicurezza, e quiete de’ Franceschi e lor capitani. Perciocché questo è l’argomento dell’Orlando Furioso dell’Ariosto: un Re cristiano con la sua oste, stretto d’assedio nella sua terra da un Re ed esercito barbaro, né potendosi liberar con le sole forze de’ suoi per l’essere allora un suo principal guerriero per amor divenuto furioso; di poi per certi soccorsi venutigli, non pur liberatosi dall’assedio ma dopo più e varie fazioni divenuto superiore in campagna; e appresso rimessa, con giuramento per la sua parte, tutta la somma della guerra in un suo campione (sì come anche il Re barbaro fece in un suo); dopo che esso Re barbaro, ingannato da false imagini d’una maga, ebbe rotto quel duello ed il giuramento, prima in terra e poi in mare sconfitto, il detto Re barbaro che se ne fuggiva nel regno suo, e per mezzo del suo principal guerriero, in cui era cessato il furore, distruttagli la città e sedia reale; e appresso, per man del medesimo, in battaglia fra tre e tre, privatolo della vita, restò non sol vittorioso ma per parentela contratta tra i suoi maggior baroni; e per l’acquisto fatto di cavalieri e per la morte data da un de’ suoi in duello a un gran vassallo di quel Re barbaro, rimase in presente gioia e sicurezza nell’avvenire.

Né se uno episodio v’avesse o due, o fosse anche fil della favola, il qual nel mezzo con gli altri non s’aggruppasse, non potrebbe essere, fra tanto numero di tal riguardo, che l’unità di esso mezzo dovesse contendere a quel poema. Né nuoce all’unità del principio ciò che si dice prima d’Angelica, come il viaggio di Telemaco all’unità non pregiudica dell’Ulissea, essendo l’uno e l’altro episodio, e gli episodi non son parte dell’argomento nel qual si considera l’unità. E che ‘l viaggio di Telemaco sia episodio, per comento forse si chiarirà che tosto diverrà pubblico129. Sì come addunque, né per incominciarsi dalle trecce di vaga donna, né per terminar nelle setole di buon cavallo (tuttoché parti de’ corpi loro veramente dir non si possano quelle due cose), da chi celebri l’una o l’altra non s’esce della lode di quei due corpi; così né alle lor favole quei poeti havranno i fini multiplicati e i cominciamenti, per le cose in parte già dimostrate e spezialmente per l’ultime di Ruggiero e di Bradamante e per la morte di Rodomonte; secondoché non sono altresì più i fini nel poema dell’Ulissea, per lo condurre che fa Mercurio dell’anime de’ Proci allo ‘nferno e per lo sollevamento di guerra in Itaca, per la morte di quei baroni, acquetato poi da Minerva; poiché, o sono altresì episodi o se attengono all’argomento, a perfetto finimento si richiedevano di esso fine: e nel Furioso massimamente, nel qual poema sono Ruggiero e la moglie sì gran parte delle cose di Carlo Magno, e la vita di Rodomonte di cotanto rilievo alla somma di quelle d’Affrica.

E non mi state, per Dio, ad oppor Vergilio, perocché per leggier cosa mi disporrei io a provarvi, con le parole stesse di quel poema, che l’Eneade non è finita. Ma farallo altri, spero, in altro ragionamento con buona opportunità130.

Torno a dirvi che la favola del Furioso è di perfetta unità ma in essa, senza punto scemarle quella perfezione, ha saputo il poema ritrovar modo d’allargarla e di renderla ampia e magnifica e varia e dilettevole per conseguente, più che altro poeta sapesse mai, accozzando due virtù insieme che quasi son contrastanti. Il che è maraviglioso in maniera che radi hanno messo studio nell’unità che, come si dice da Aristotile, non abbiano la loro favola o brevemente dimostrata, fatta quasi topicoda apparire, o accompagnante la lunghezza del verso, in un cotal modo annacquata131. E, allo ‘ncontro, chi ha posto opera nella predetta varietà, v’ha (come pure afferma il medesimo) affogato dentro il soggetto. E che stia bene all’Eroico cotal larghezza e varietà e ricchezza d’azione e magnificenza, e dottrina sia d’Aristotile, riconoscasi in questi luoghi del sopraddetto suo libro della Poetica:

E conviene (il che è stato detto molte volte) ricordarsi e non fare epopeico componimento tragedia. Ed epopeico dico il di molte favole, come se alcuno la favola dell’Iliade tutta fa, perciocché quivi, per la lunghezza, pigliano le parti la convenevol grandezza 132.

E più innanzi:

Ed ha al distendersi la grandezza, molto un certo proprio l’Epopeia, per lo nella tragedia non accadere, insieme faccentisi molte parti imitare: ma le in su la scena e degli strioni parte sola. Ma nell’Epopeia, per lo narrazione essere, è lecito molte parti insieme fare, conducentisi a fine, da cui proprie essenti s’accresce la gonfiezza d’esso poema. Per la qual cosa, questo bene ha alla magnificenza e al mutare l’ascoltante ed episodiare con dissomiglianti episodi, perciocché il simile tosto empiendo, ributtar fa le tragedie 133.

E verso il fine, il che addietro producemmo per altra pruova:

Ancora meno una imitazione di qualunque la degli epici, e segno, perciocché di qualunque imitazione più tragedie si fanno. Onde se una favola facciano, necessità, o brevemente dimostrata, topicoda apparire, o accompagnante la del verso lunghezza, annacquata; e se più; e dico, come se di più azioni sia composta, non una. Sì come l’Iliade ha molte tali parti e l’Ulissea, che e per loro hanno grandezza, ancorché questi poemi stieno insieme, secondo che accade ottimamente, e quanto massimamente d’una azione imitazione sono 134.

Eccovi che proprie sono dell’eroico e celebrate da Aristotile quelle tante e fila e tele e favole e varianze e saltamenti, di che ed egli si vanta e compiacesi, e da voi si biasima l’Ariosto.

E quanto a i saltamenti appartiene, benché tanto sien più spessi nel suo poema che in ogni altro ch’abbia unità, quanto egli viè più d’ogni altro seppe esser vario senza distruggerla; non è per ciò che l’esemplo d’Omero stesso, massimamente nell’Ulissea (lasciamo stare il verisimile e la natura del raccontare), non avesse in ciò per iscorta. Nel quarto libro del qual poema, avendo infino allora il poeta atteso a dir di Telemaco ch’era in Isparta con Menelao, si mette a parlar de’ proci; e nel tredicesimo, abbandonato Ulisse, risalta indietro a Telemaco; e nel Quindicesimo torna di nuovo a Ulisse; e altre volte peravventura adopera il simigliante.

Lascio lo intanto, lo in questo mezzo, e altri sì fatti diri, che si ritruovano spesse volte nell’una e l’altra delle sue opere, per la predetta cagione stessa:

Intanto Achille ne’ suoi alloggiamenti faceva, ec 135.
Intanto i Troiani nella città ordinavano 136.
In questo mezzo Penelope 137.
Mentre che queste cose si divisavano, i Proci, ec 138.

E Vergilio:

Haec pater aeoliis properat dum Lemnius oris
Evandrum ex humili tecto, lux suscitat alma 139.

E altrove:

Atque ea diversa poenitus dum parte geruntur
Irim de coelo misit saturnia Iuno
Audacem ad Turnum 140.

E molte simili, le quali, perché non vi sieno espresse quelle parole, ma lasciam questo, e altre di cotal forza, non sono però in esso concetto e in esso modo di differente natura da’ tralasciamenti dell’Ariosto.

Che nel Furioso troppe sien le digressioni, e troppo breve l’universale argomento rispetto alla gran massa degli episodi, e che vi resti il soggetto affogato dentro, vel contraddice pure Aristotile, là dove ragiona in queste parole:

Ne’ drami addunque (cioè ne rappresentativi poemi) gli episodi corti, ma l’epopeia per questi s’allunga, perciocché dell’Ulissea lungo il ragionamento è di certo peregrinante molti anni ed essente codiato da Nettuno, e solo essente, e ancora le cose in casa così stanti, sì che le facultà da’ Proci eran consumate e il figliuolo insidiato; ed esso viene sbattuto da tempesta; e avendo riconosciuti alcuni, essi assaltando, esso si salvò, e i nemici disperse. Il proprio addunque questo, e l’altre cose episodi 141.

Se fuor di queste trenta parole (e anche gli paion troppe e chiamalo lungo ragionamento), tutto è digressioni il rimanente dell’Ulissea, poema di sì gran corpo, che porzione vi dovranno entro le dette digressioni ottenere? Per certo non nel cimiero dell’huomo d’arme, ma nella cupola (dirò di Norcia, poiché la nostra di Firenze alla carrucola assomigliate142), sarà il capo racchiuso di quel falcone.

E se di nuovo replicherete che nel Furioso, benché non occupino più porzione, sono però più di numero gli episodi e molto più vari che nel poema dell’Ulissea, tornerò a rispondervi ciò esser lode dell’Ariosto, poiché ha saputo far tale acquisto senza tenebre dell’argomento e senza partirsi dal necessario o dal verisimile. Contr’alla qual cosa, favellando voi senza pruova, massimamente dove la comune credenza è contraria, basta in ciò a ribattervi la nostra semplice negazione, ed il rispondervi che secondo necessità, o almeno verisimiglianza, stanno nel Furioso dell’Ariosto quantunque vi si ritruovan digressioni. Né alcuna cosa contraria a questo, o all’unità della favola, afferma alcuna delle cotante testimonianze che quasi di bocca producete d’esso medesimo Ariosto con sì lunga opera; ma solamente mostra lo studio e la ‘ntenzione e la ‘mpresa di quel poeta nel fatto dell’esser vario. E se adopera certi modi come:

m’è sovvenuto 143
bisogna ch’io mi torca un poco dal diritto sentiero 144
m’uscì di mente 145
dovea far questo, e altro incominciai 146
entrai d’una cosa in altra 147

chi non conosce che sono tutti color poetici e artifici, i quali non pur da essi, ma s’usano spesso con somma lode dagli oratori? E questi chiamate voi atti e giuochi di scimie?

Che Averroe nella Parafrasi riprendesse certi poeti, i quali abbandonando ciò ch’hanno preso a trattare, entrano in altre cose: che ha a far questo con l’Ariosto, il quale non abbandona, ma intramette; non entra in altra, ma continua la sua tela? E che bella comparazione è quella del Castelvetro tra le Trasformazioni e ‘l Furioso? E qual provanza adduce egli di sua sentenzia, altro che la sua semplice affermativa? E con qual regola o autorità condanna egli per non legittima in poesia un’azion sola di più persone? Dell’opinion del Minturno e del Pigna e del Cintio, a’ quali aggiugnete ora Bernardo Tasso, vi risposi addietro a bastante, né d’altra replica fa di mestieri. Niente addunque avete provato della multiplicità della favola, contr’all’Orlando dell’Ariosto, più che nel Dialogo v’aveste fatto, nel qual solo il presupponete.

Dialogo [30]:

ATTENDOLO: Non udì le parole di tant’huomo, dicendo che nel far l’uno havrebbe havuti molti che li sarebbono iti innanzi, et nel far l’altro il suo poema sarebbe stato letto da pochi.

Crusca [30]

Nel primo fu modesto, nel secondo giudizioso oltre modo, e la pruova dell’Avarchide lo manifesta.

Replica [30]

Se non m’inganno in questa risposta voglion dir costoro che l’Avarchide dell’Alemanni, per esser poema di una sola attione et però diverso da gli andamenti del suo Girone, sia letto da pochi. E non s’avveggono che, per conseguenza, vengono a confessar quello che di già han negato, cioè che l’Orlando Furioso sia letto da molti per contenere molte attioni.

Infarinato [30]

Voglion dir costoro non che gli eroici d’una azione sien letti da poche persone (perciocché ‘l Furioso è poema eroico d’una azione ed è letto da ciascheduno), ma che quelli che contengono una azione – secondo che una azione si vede intendersi nel Dialogo (cioè un’azion semplice e senza larghezza rispetto a quella dell’Ariosto), oggi che s’è scoperto che si può, assai più che prima non si pensava, l’unità della favola riallargare e renderla molto più varia e più dilettevole – non si ricevono con tanto comune applauso.

E non s’avveggono gli Accademici di venire, come s’afferma dal replicante, a confessare il di già negato, perché non è vero, né che negato abbiano quel ch’e’ dice, né che ora lo tornino a confessare, ma fecero l’un e l’altro in diversa cosa, cioè negarono le più azioni, secondo che più si chiamano dal Pellegrino. Le confessano per lo contrario, prendendole per una azion di più fila, e con l’esperienza dell’Avarchide dell’Alamanni, commendarono l’avviso dell’Ariosto che, lasciando quella strettezza, fosse ritrovator di così bel modo e sapesse congiugner l’uno al magnifico, il semplice al vario e al ristretto dalla legge, il piacevole e ‘l grazioso.

Dialogo [31]:

ATTENDOLO: Però disse voler egli romanzando alzarsi tanto che fusse sicuro di toglier la speranza ad ogn’altro di pareggiarlo, non che di superarlo, nello stile et nel soggetto di poema simile al suo. E veramente non s’ingannò punto.

Onde, ritornando al proposito nostro, i romanzi di Lodovico Ariosto, di Bernardo Tasso, di Luigi Alamanni et d’altri huomini di conto, benché non habbiano la perfettione dovuta ad epico poema, ne han però qualche parte, essendo per entro aspersi di bellissimi lumi di dottrina et di poesia—

Crusca [31]

La dottrina non par molto propria di questo luogo.

Replica [31]

Benché la dottrina, come sente Torquato Tasso nella lettione del sonetto di Monsignor della Casa «Questa vita mortal, che ‘n una o ‘n due»148, nel corso de’ poemi non debba mostrarsi con dimension profonda149, non è che il sapere (per sentenza di Oratio) non sia principio et fonte di scriver rettamente150. Et in Omero non si veggono i semi delle scienze? Da’ cui volumi, se creder vogliamo a Massimo Tirio, venne illustrata l’antica filosofia151, quella etiandio di Platone, il quale non meno fan simile ad Omero che a Socrate152. Et vogliono che non solo i concetti (tutto che vada dissimulando) ma che le parole insieme havesse egli prese da Omero, et in somma che tutta la dottrina di coloro che vennero dopo questi si propagasse dal primo, come si deriva la palude Meotide dall’Oceano, et il Ponto dalla palude, et dal Ponto l’Hellesponto, et da questo l’altro mare153.

Infarinato [31]

Chi non sa che non solamente Massimo Tirio ma quasi tutti gli antichi Greci, e Plutarco più di tutti gli altri, ebbero i libri d’Omero per fonti delle scienze, e che i più gravi Filosofi confermarono spesse volte i lor fondamenti delle dottrine con le testimonianze di quel poeta? Ma che a far ciò con la chiosa? La qual non niega che la dottrina sia nascosa ne’ buon poemi, ma dice che, per provar che l’Ariosto e l’Alamanni e Bernardo Tasso abbiano alcuna parte nelle loro opere dell’eroica perfezione, il mettere in campo la dottrina (spezial virtù de’ trattati e delle speculazioni) non pareva gran fatto proprio; volendo significare che, anzi dalle materie, dalle persone, da’ costumi, da’ concetti, dalle parole convenevoli ad epopeia che affermato avete altrove trovarsi in più luoghi de’ lor poemi, dovavate trar l’argomento.

Dialogo [32]:

ATTENDOLO: —ombreggiando chi più et chi meno, ancor che non dipingano con perfetti colori, questa bella imagine dell’eroica dignità.

Crusca [32]

I colori nella dipintura rispondono al verso nel poema. Onde si può conchiudere con l’argomento dell’Attendolo che la maestà dell’eroica consista quasi tutta nell’opera delle parole.

Replica [32]

Non si può conchiudere, percioché si niega che i colori nella dipintura rispondano al verso nel poema. E per quanto Platone nel decimo della republica154, et Plutarco ne gli opuscoli155, et Oratio nella Pistola a Pisoni ne dissero156, Giambattista Pigna nella chiosa di detta Pistola dice:

Poetam potissimum reddunt fabula
Et mores; pictorem, imago et colores 157.

Non vedete i colori rispondere a i costumi? Et pur questi, appresso Aristotile, ottengono il primo luogo della maestà dell’eroico. Si servì Aristotile della istessa somiglianza della pittura ne’ gradi che egli fa delle parti essentiali della poesia158. Et il Maggio chiosando dice i colori rispondere al costume159; et il Vittorio, par che senta et insieme all’ornamento tutto160; Robertelli al costume et a i colori dell’oratione161; et ultimamente il Castelvetro, et al costume et alla favella et alla sentenza162. Come, dunque, si fa uscire con una sì fatta conchiusione dallo argomento dell’Attendolo? Io in questo luogo, secondo fa a mio proposito, prendo i colori per similitudine del perfetto che un’opra possa ricevere dal suo facitore163.

Infarinato [32]

Quellino che i colori a’ costumi hanno messi in corrispondenza, per colori, non i colori semplicemente, ma l’eccellenza de’ colori hanno voluto significare; al qual rigufio non potete ricorrer voi, avendo detto «ombreggiando» e «ancorché non dipingano con perfetti colori». Ma che i colori in dipintura nominati assolutamente rispondano al verso in poema, che bisogna farne quistione? State a sentirlo da Aristotile:

Sì come e con colori e con figure molte cose imitano alcuni effigiando, questi per arte, e questi per pratica, e altri per la voce; così e nelle dette arti (parla della Poesia, e di certe musiche) tutte certamente fanno l’imitazione in ritmo e parlare e armonia 164.

Il quale, per lo contrario, quando nominò i colori per esemplo d’essi costumi, aggiunse loro il nome bellissimi, sappiendo che senza quello avrebbe risposto al parlar condito:

simigliante è e nella Pittura, perciocché se alcuno impiastri co’ bellissimi farmachi (cioè colori) confusamente, non già similmente diletterà, come con bianco dipinto avendo immagine 165.

Vedete che figura di color bianco assomiglia a favola senza costume. Quanto pertiene agli espositori, essi, dovunque i colori e i costumi pongono corrispondenti, in non proprio sentimento prendono costume e colore, cioè per colore e per favellare, nel qual si vegga il costume espresso.

Dialogo [33]:

ATTENDOLO: Però sarebbe in vero troppo severo giudice colui che volesse privar costoro dell’honor dato a Lucano, a Statio et a gli altri, i quali, non perché vadan molto lunge dalla divinità di Vergilio, sono riputati indegni del nome di poeta.

Crusca [33]

Bisogna intender per discrezione.

Replica [33]

Gran fatto certo. S’intenderà forse per quella discrettione che porta tale analogia fra l’Ariosto, il Tasso padre et l’Alamanni, et fra il Tasso figluolo, quale fra Lucano et Statio, et fra Vergilio. Et se altro s’intende per discrettione mi si dichiari.

Infarinato [33]

Dove avete detto: «non perché vadano molto lunge dalla divinità di Vergilio, sono riputati indegni del nome di poeta», avete (penso) voluto dire: «perché vadano molto lunge dalla divinità di Vergilio, non sono riputati indegni del nome di poeta»; ché quanto suoni diversamente il sa ogni loicuzzo. E questa era la discrezione che agli Accademici parve richiedersi per lo ‘ntendimento di quel concetto.

Dialogo [34]:

ATTENDOLO: Ma gli altri romanzi che voi dite, come ciance di huomini indotti et plebei, non havendo in niuna parte cosa di buono, né di stile né di favola, rendono i loro scrittori o senza nome o vero indegni di nome tale.

Crusca [34]

Intende del Morgante e dell’Orlando innamorato. Ma come può i loro soggetti chiamar «ciance d’huomini indotti e plebei», se sono in tutto i medesimi che nel Furioso, cioè guerre di Carlo Magno e d’altri gran Re di quei tempi? E quanto alla locuzione del Morgante, ella si biasima a’ nostri tempi da chi ne può far giudicio come il cieco de’ colori. E se in quel poema si truovano de’ modi e de’ versi bassi (secondo l’Autor del Dialogo), forseché nel Goffredo, dove il Tasso fa profession di magnifico e di gravissimo, n’ha in questo genere, e quanto alle voci e quanto al suono, de’ più solenni e più spessi166:

Dell’opere notturne era qualcuna 167.
Terra di biade, e d’animai ferace 168.
Così vien sospiroso, e così porta 169.
Son qui gli avventurieri invitti eroi 170.
Senza troppo indugiare ella si volse 171.
Soccorso a’ suoi perigli altro non chero 172.
Della città Goffredo, e del paese 173.
Senz’altro indugio, e qual tu vuoi ti piglia 174.
E di fosse profonde, e di trinciere 175.
Scrivansi i vostri nomi, e in un vaso 176.
Ch’un cavalier, che d’appiattarsi in questo 177.
Gli occulti suoi princìpi il Nilo quivi 178.
Questo è saver, questa è facile vita 179.
Ponte, che qui non facil preda io resto 180.
Del Re Britanno il buon figliuol Guglielmo 181.
Con quei soprani egli iterò più volte 182.
Ma di pietade, e d’humiltà sol voci 183.
Su suso cittadini alla difesa 184.
Tutto in lor d’odio infellonissi, e arse 185.

Dove c’è anche per giunta alla derrata il lordodio, benché di questi suoni, oltre ad ogni altro, sia tutto ripien quel poema:

Mesce lode, e rampogne, e pene, e premi 186.

Che pur c’è il vantaggio della cacofonia, come ancora in questo altro:

Toglie di mano al fido alfier l’insegna 187.
E da’ vagheggiatori ella s’invola 188.

tolto in parte dalla Beca e dalla Nencia189.

«Ma perché più v’indugio, itene, o miei»190: con l’indugiare in attivo significato, che è tutto sua creatura.

«Tu l’adito m’impetra al capitano»191: con quel vocabolo nel fine del verso, del quale è tanto invaghito, e che in quella sedia avrebbe forse d’abbassare i versi ch’uscissero di bocca alla Musa della magnificenza.192

«Né v’è figlia d’Adamo in cui dispensi»193: senza mettergli a conto il vi in luogo del ci, privilegio de’ forestieri; e ‘l rimanente della stanza che quasi tutta cammina su questo tuono, come, con lo stile della stanza altresì, s’accordano eziandio questi due:

De gli infedeli espugnarem dimane 194.
Gildippe, e Odoardo i casi vostri 195.

E altri quasi senza novero dello stesso sapore.

Replica [34]

Gli Academici fanno spesso la sfinge, et la ‘ndovinano alla bella prima. Chi ha lor detto che per «ciance de’ huomini plebei», io intenda del Morgante et dell’Orlando innamorato? Forse perché feci mentione solamente di Lodovico Ariosto, di Bernardo Tasso et di Luigi Alamanni? Nominai questi soli ma non li numerai soli, poi che, seguendo e d’altr’huomini di conto, intesi nel numero principalmente questi altri due: l’uno de’ quali per la ‘nventione, et l’altro per la locutione merita non picciola loda. Per «ciance d’huomini indotti et plebei» intesi i romanzi dell’Ancroia, del Danese e di sì fatti196.

Et in qual luogo del mio Dialogo io ragiono o della locutione o della bassezza de’ versi del Morgante? Gentile appicco, mendicato fuora del Dialogo e della intentione197, per voler biasimare i versi del Tasso, et in quanto alle voci et in quanto al suono. Però a tutta questa risposta replicheremo per capi, lasciando ad altre occasioni et ad altri amici del vero (tra quali è Roberto Titio198) di rispondere singularmente a queste et ad altre accuse date al Tasso nel suo poema. In quanto al suono, ben si potrebbono apportare versi di Dante e del Petrarca del medesimo andare che facessero dieci per uno paralleli a gli apportati del Tasso, fuor di biasimo nondimeno di questi et di quegli.

Ma del Secretario si potrebbe dir quel che disse Cicerone a questo proposito, le cui parole apporta Aulo Gellio:

Usque adeo in quibusdam neque rationem verbi, neque consuetudinem, sed solam aurem sequuti sunt suis verba modulis pensitantem. Quod qui non sentiunt (inquit idem M. Cicero cum de numerosa, et apta oratione dissereret) quas aures habeant, aut quid in iis hominis simile sit nescio 199.

Perciò che, se ben il numero cade sotto la misura de gli orecchi, tutta volta è diversa secondo le diverse Idee del dire, sì come appare appresso Ermogene200. Né sempre dal sentimento dell’udire si giudica la composition numerosa come obietto sonoro, dilettevole primieramente et senza numero, ma talhora in seconda consideratione, et mediante lo ‘ntelletto che è prima misura di dette Idee201.

Et come comporterebbe l’orecchia il mancamento del dattilo dalla quinta sede che l’aspetta nell’essametro in: «Frigia agmina circumspexit»202? O vero il precipitio del verso in quel connettimento di sillabe: «procumbit humi bos»203? Et: «ruit Oceano nox»204? Se lo ‘ntelletto non rappresentasse lo stupor di Sinone, et la caduta del bue et dell’ombra notturna, che con tal numero dovea spiegarsi? E non si considera in questi et in Torquato, ove il numero d’intento cade, come luce la dittione o dove questa s’adombra, come spicca il numero.

Dirò solo in particolare, in quanto al mal suono di lordodio, che pronuntiandosi con prender alquanto di fiato in lor, non offenderà tanto la tenerezza dell’orecchie de’ Signori Academici, seguendo d’odio infellonissi.

Et in quanto alla bassezza delle voci, si hanno peraventura basse da loro quelle che dovrebbono chiamar peregrine, le quali di mente di Aristotile rendono magnifico il verso et sono propriamente ricevute nell’epopea.

Ho maraviglia che si riputi creatura del Tasso v’indugio in significato attivo. Hor non pare che habbia dell’attivo et del transitivo quel del Boccaccio: «Piacciavi di tanto indugiare l’essecutione»205? Ma, per Dio, di che peccato si flagellano i forastieri insieme col Tasso, che non hanno l’atticismo della Fiorentina favella206?

Nella particella vi, la quale distinguendosi dal ci, perché questa dimostra luogo vicino et quella luogo lontano a colui che ragiona, viene nel retto significato usata da lui. Le parole d’Eustachio ad Armida: «Non v’è figlia di Adamo», voglion dire che non vi è donna in terra. Hor comprendendo la terra ogni luogo, che dubbio che voglia dinotare più tosto gli spatii della circonferenza che ‘l centro dove si ritrovava Eustachio? Escludendo dalla ampiezza della terra la simile bellezza.

Infarinato [34]

Sopra la vostra replica diciannovesima si leggono (pur nel Dialogo) queste parole: «se ciò è vero, come voi dite, che ‘l Tasso padre e l’Ariosto sono degni del nome d’Epico poeta, ne sarà ancor degno non solo Luigi Pulci et il Conte Matteo, ma ogni scrittor di Romanzo». Per lo qual dire avemmo allora pur dichiarato a bastante se tra gli huomini di conto intendeste il Pulci e ‘l Boiardo, o se nel coloro numero gli riponeste, de’ quali soggiugneste poscia così: «Ma gli altri romanzi, che voi dite, come ciance d’huomini indotti e plebei?» Veggasi se cagione ebbono gli Accademici di giusto sdegno contra ‘l Dialogo, nel quale il Pulci loro nobilissimo cittadino, poeta, e per la favella e per altro, meritevole di molta lode, non solamente nella favola e nello stile appariva condennato sì aspramente, ma chiamata indotto e plebeo. I quali titoli, per altre persone che del poeta, non si poteva prender che fosson dette né stiracchiarle alle introdotte nel suo poema: sì perché sarebbe forte da ridere lo ‘mmaginarsi che l’epiteto dell’indotto si desse da huomo di tanto senno per biasimo a’ Paladini; sì perché già avavate posto in esso Dialogo, come si legge sopra la ventesima replica, che ogni scrittor di Romanzo imita persone illustri207.

E della locuzione, come negate voi di favellarne, parlando in questa maniera: «non avendo in niuna parte cosa di buono», né di stile né di favola? Or, non è egli nello stile compreso la locuzione? Sieno addunque giudici coloro che leggono, se quella chiosa degli Accademici fu appicco, sì come dite, se mendicato, se per biasimare i versi del Tasso. Che ora dichiariate la mente vostra essere stata diversa dalla forza delle parole, sì come il vi crede l’Accademia sicuramente, così il sente con allegrezza; come si lagna allo ‘ncontro (per amor vostro) della mazzata che menate al suo Segretario, dandogli di bestia nel capo con le parole di Cicerone. Al quale aveva insegnato il suo precettore, molti anni prima, che non da Ermogene solamente e da Agellio e da Quintiliano e da Tullio, ma da Demetrio e da Aristotile da Platone e da altri l’avesse sentito dire che ‘l contraffare i concetti, anche con suoni di parole e di legatura che male stessero verso di sé, alle volte non pur si tollera, ma è bellezza e virtù.

Né solamente quando egli studiava in gramatica gli erano dagli espositor di Vergilio stati fatti considerare il «ruit oceano nox» et il «procumbit humi bos» e, quando imparava a scandere, lo «agmina circunspexit», che parimente gli ricordate, ma dagl’interpreti d’Omero stesso, e da Macrobio oltr’a ciò, molti versi quasi cascanti, molti smussi, molti languidi, e molti con altri vizi essere stati lasciati studiosamente e con laudevole artificio da quel divino poeta ne’ bellissimi libri suoi. Nelle quai cose spesse fiate fu da Vergilio imitato. E chi non sa quanti de’ cotali ne sono in Dante, quanti nel Petrarca, quanti finalmente in ogni poeta? E troverrassene anche nel Tasso (chi ‘l niega?) de’ così fatti.

A noi basta, che non sien tali, cioè che non abbiano il refugio dell’artificio quei che si notano in quella chiosa, o che non l’abbiano per la più parte, perocché la Crusca gli pose per esemplo di modi, di suoni e di versi bassi da opporsi a quei del Morgante. E come non consentiva che stesson male nel Morgante, così non si ristrinse che nel poema di Torquato tutti fosson da biasimare, ma in alcuni espressamente lo dichiarì; in certi, come manifesto, il si tacque. Altri, senza interporvi il giudicio suo, lasciò nel grado che si trovavano.

Ma che è ciò che si dice da voi del lor d’odio? Che faccendosi la posa su la sillaba lor e pronunziando poi insieme le due seguenti parole, d’odio infellonissi, vien medicata la ‘nfermità? E fate sembiante voi, il qual tanto valete nel dire in versi, di non v’accorgere che mandando fuori in quel modo quelle parole

Tutto in lor – d’odio infellonissi, e arse

quel che verso era dianzi per lo lordodio, tolta la sedia sua alla posa, verso non resta in alcuna guisa? Quanto era forse miglior difesa l’esemplo degli scrittori, così di prosa come di versi, e del nostro e d’altri linguaggi, che questa minuta cura dispregiarono assai sovente?

Ma che v’ha mosso a pensare che per voci e parole basse la Crusca intende le peregrine, se da tutti i maestri del ben parlare sono le peregrine allo stile alto, e magnifico assegnate spezialmente? Voci basse sono appiattarsi, qualcuna e simili, se però sien poste ove non convengono.

Modi bassi:

e qual tu vuoi ti piglia.
il buon figliuol Guglielmo.
su suso cittadini alla difesa.
espugnerem dimane.
i casi vostri.

e sì fatti.

Versi bassi o languidi o fiacchi o snervati, o senza ritegno:

Scrivansi i vostri nomi, e in un vaso.
Tu l’adito m’impetra al capitano.
Terra di biade, e d’animai ferace.
Della città Goffredo, e del paese.
Gli occulti suoi principii il Nilo quivi.
Questo è saver, questa è facile vita.

e altri ch’a questi sien simiglianti.

Vocaboli che meritin nome di peregrino: non tutti i latini senza scelta o distinguimento, come facile, ferace e cotali (imperciocché qual differenza avrebbono da’ pedanteschi?); non qual si voglia di qualunque volgar d’Italia (poiché lo stesso sarebbe in tutto il non puro ed il peregrino); ma quelli, o sien latini o d’altro linguaggio, che per alcuna lor qualità, o intrinseca o evidente, abbiano in sé più del grande che i nostrali dello stesso significato. Né questi ancora, quasi ammontati l’un sopra l’altro e adoperati senza risparmio, quando ciò non avente del peregrino, ma o di Polifilo sarebbe detta208 o barbara locuzione, così dicendosi da Aristotile:

Ma magnifica e tramutante l’idiotico la (cioè locuzione) usante i vocaboli avente del peregrino. E avente del peregrino dico e metafora e allungamento e tutto ciò ch’è fuor del proprio. Ma se alcuno tutti insieme i cotali faccia, o enimma sarà o barbarismo: se di metafora, enimma, se di peregrini, e barbarismo 209.

E di sotto: «ma de’ peregrini il barbarismo»210; e più basso: «ma la misura è comune a tutte le parti, perciocché e metafora e peregrini e altre spezie usante sconvenevolmente e studiosamente alle cose da ridere, il medesimo avrebbe condotto a fine»211.

Che lo ‘ndugiare in attiva significanza non fosse creatura in tutto del Tasso, vi credeste aver riprovato con quell’esemplo di Teodoro e la Violante: «piacciavi di tanto indugiare l’esecuzione». Ma se, a posato animo, vi foste messo a considerarlo, avreste riconosciuto che detto verbo, in quel luogo delle Novelle, è pur neutro e non attivo, e che l’esecuzione non è accusativo dello ‘ndugiare, come v’apparve in primo sembiante, ma d’uno infinitivo d’un altro verbo che vi s’intende in concetto, quantunque per brevità non s’esprima e lascisi alla discrezion di chi legge. E lo ‘nfinitivo ch’io dico si è di fare, o a fare; sì che sia questo il concetto intero: «piacciavi di tanto indugiare di far l’esecuzione». E in Landolfo Rufolo: «se forse Iddio, indugiando egli l’affogare, gli mandasse qual che aiuto allo scampo suo», cioè indugiando a patir quel male, cioè l’affogagione o affogamento che vogliam dirgli; ché per affogamento o affogagione è posto quello ‘nfinitivo affogare, come dichiara l’articolo che gli fa scorta.

E nel secondo libro della Fiammetta: «a queste parole, egli non indugiò la risposta»212, s’intende di dare.

E appo Giovan Villani nel libro 10: «E disse sì palese, che il Re Giovanni, sì come amico degli Aretini, e a loro preghiera, come amico di parte Ghibellina, indugiò il soccorso»213, indugiò di dare il soccorso.

E nel quarto canto del Purgatorio di Dante: «Perch’io’ndugiai al fin li buon sospiri»214, indugiai a mandarmi fuori.

E nel 20. del Paradiso: «Morte indugiò per vera penitenza»215, indugiò a ricevere o ad avere.

E nell’Orlando dell’Ariosto:

Ella si mostra tutta lieta, e finge Di queste nozze aver sommo desio, E ciò, che può indugiarle, addietro spinge 216,

indugiarle a fare, cioè indugiare a fare o a farsi quelle.

E parimente nel proverbio «indugiar la morte e ‘l pagamento»217, ed in ogni altro di questa fatta, un simile infinitivo s’ha nella mente da chi favella. Né mai io indugio voi, o tu se’ndugiato da me, o qualunque de’ simiglianti, senza avervi un simil tramezzo in virtù, non fu sentito nel parlar nostro; sì che meglio peravventura sarebbe stato scusato il Tasso, così dicendosi, che egli dal latino poeta, ond’e’ prese cotal concetto, non solamente le parole, ma anche il modo, traslatar volle in questa favella, sì come i Latini poeti, e Orazio massimamente, dalla Grecia lingua fecero spesso218.

E più ancora che di quella dello ‘ndugiar in attivo significato, mi fo maraviglia della difesa del vi per ci, che prendete pe’ forestieri. E dico «pe’ forestieri» intendendo quando favellano naturalmente, ché ben so io che nello scrivere i simili a voi se ne sanno assai ben guardare. Non è vera assolutamente (s’io non m’inganno) la vostra distinzione che ‘l ci dimostri luogo vicino ed il vi lontano a chi parla; ché se ciò fosse, chi stesse in Napoli regolatamente potrebbe dire: «in Italia, dove noi siamo, ha molte città alle radici dell’alpi, e tra l’altre si v’ha Turino»; e allo ‘ncontro: «iersera tornai da Capua, e ci trovai un mio grande amico», ché l’uno e l’altro è mal detto. Onde, bisogna distinguerle in altro modo, cioè che ci si dice del luogo stesso dov’è colui che favella, o dov’e’ fa ragione d’essere, e vi d’ogni altro dov’e’ non sia, o non ponga di ritrovarsi; e sieno i predetti luoghi o spaziosi o angusti, la distinzion non si muta. Per la qual cosa, se colui che diceva quelle parole: «Né v’è figlia d’Adamo in cui dispensi», ed il quale, altro per vi non poteva intendere che in questo Mondo, in questo Mondo era anch’egli, certissima cosa è che commise in parlando lo stesso errore che chi dicesse «venni qui in Roma, e vi sono stato già quattro mesi».

Ora che a tutte queste cose altre persone sien per opporsi, che le contrasteranno partitamente, l’Accademia prenderà consiglio in su ‘l fatto, com’ella suole.

Dialogo [35]:

ATTENDOLO: Et perciò benché infiniti sieno coloro, i quali si usurpano il nome di poeta, a gran ragione vien detto che sieno come i cigni rari i poeti, poeti però che non sieno indegni di questo nome.

Crusca [35]

Biasima la favella dell’Ariosto e non sa parlar bene se non con le sue parole.

Replica [35]

Io fo più conto dell’Ariosto, che per avventura non ne fanni i Signori Academici. Et dove egli dice «bene», mi servirò et della favella e della sentenza, nella quale par che se gli debba l’honore.

Infarinato [35]

Vi servirete per tutto dell’una e l’altra dove il soggetto lo vi conceda, dovendoglisi l’onore non in una, ma in entrambi.

Dialogo [36]:

ATTENDOLO: Et Marco Tullio nel suo Oratore disse che fra l’infinito numero de’ poeti era difficil cosa a trovarne un perfetto, ma soggiungendo poi che assai più difficultà era a ritrovare un perfetto Oratore219. Io non so quanto questa sua sentenza sia vera, poi che esser buon poeta non si può senza le parti dell’oratore, et esser buon oratore si può senza la parti del poeta.

CARRAFA: Marco Tullio disse ciò o come passionato o vero considerando molte parti nell’oratore, delle quali il poeta bisogno non ha, sì come la memoria, la pronuntia, e l’attione nel dire, et altri doni che di rado concede la natura, et difficilmente s’acquistono con arte. Ma lasciam questo che non fa al nostro proposito.

Crusca [36]

Pur beato ch’e’ se n’avvede.

Replica [36]

Fu ben a proposito far digressione, che è della natura del Dialogo, come si vede appresso Platone, ma non era a proposito mandarla a lungo come fuora della prima intentione.

Infarinato [36]

Il far digressioni sta bene, ma non qualunque né troppo lunghe.

Dialogo [37]:

CARRAFA: Intorno alla mia dimanda de’ romanzi, volete voi forse dire avvenir quello in poesia che nell’arti e nelle scienze adiviene—

Crusca [37]

Mirabile appiccatura.

Replica [37]

Se non è mirabile non è ella strana, poi che siamo tuttavia nel filo di dimostrare la difficultà et la rarità del perfetto nel poema.

Infarinato [37]

Troppo s’allungherebbe questa licenzia dello ‘ncatenare i ragionamenti, se d’altro filo che di materia sì generale la continuanza non ci volesse.

Dialogo [38]:

CARRAFA: —nelle quali ha un ultimo segno di perfettione che altri per avventura può più tosto imaginarlo che conseguirlo, a cui chi più et chi meno si avvicina; ma che si ritrovano in ciò artefici tanto inetti che vanno tanto lontani dal segno, che meritamente lor si niega il nome della istessa professione che fanno?

ATTENDOLO: Questo appunto ho voluto dire.

CARRAFA: Mi piace. Ma voi havete chiamato Lucano poeta, et sono alcuni che non gli dan questo nome; et non solo il negano a lui ma anco a Lucretio et a Vergilio nella Georgica, dicendo che trattando l’uno, benché in versi, una pura istoria, et l’altro le cose di natura, et Vergilio la coltivation de’ campi, che niuno dee chiamarsi poeta; poiché non il verso ma l’imitatione et la favola fa che altri sia degno di questo nome.

Crusca [38]

E l’imitazione e ‘l verso sono son necessari in poesia amendue, ma la prima principalmente; sì come nell’huomo il discorso e l’umano corpo necessariamente è richiesto, ma primieramente il discorso o (per dir meglio) la razionalità.

Replica [38]

L’imitatione et il verso son necessarii, ma quella semplicemente et questo secundum quid (per così dire), come si mostrerà poco appresso al suo luogo.

Infarinato [38]

E quivi s’indugi a trattarne.

Dialogo [39]:

CARRAFA: Et favoriscono la lor opinione con l’autorità di Aristotile, il quale par che dica ritrovarsi poesia sciolta da numero di versi, chiamando poi Empedocle (che scrisse in versi le cose di natura) non poeta ma trattator delle cose di natura. Et altri poi, contrarii a questa opinione, dicono che il verso solo sia quello che forma il poeta. Che sentite voi sopra questa diversità di pareri?

ATTENDOLO: Io non aderisco né all’un parere né all’altro, poiché Lucano, Lucretio et Vergilio, trattante l’arte di coltivare i campi, benché ne’ lor poemi non habbian fatta elettione di soggetto poetico, mancando essentialmente in ciascuno l’imitatione et la favola, non è che a lor si debba negare il nome di poeta—

Crusca [39]

Il soggetto di Lucano sarebbe poetico se fosse stata sua invenzione.

Replica [39]

Il soggetto di Lucano non è poetico, ma non perché non sia stata sua inventione; ché a questo modo non sarebbe poetico né il soggetto della Iliade né della Eneade, poiché non fu inventione di Omero parte della guerra di Troia, né inventione di Vergilio la venuta d’Enea in Italia. Non è poetico perché Lucano scrisse appunto tutta l’istoria della guerra civile tra Cesare et Pompeo. Bisognava prenderne una parte et riempierla di mezi favolosi e tirarla dal suo particolare all’universale della poesia. Ma del soggetto poetico si è ragionato nella replica Quinta, et come Lucano sia degno del nome di poeta, si dirà poco appresso.

Infarinato [39]

Nel poeta tra l’altre si richieggono due condizioni: la prima del tutto necessaria all’esser poeta, e questa si è ‘l trovato; la seconda forse necessaria altresì ma non tanto quanto la prima, ed è l’osservanza del verisimile. Quanto pertiene a questa ultima, può accader che storia scritta sia soggetto di poesia, ma quanto alla ‘nvenzione è vietato il prenderlo tale. Dovendosi adunque accordare insieme queste due cose, non cosa che già sia scritta, ma cosa che sia avvenuta, potrà accadere che di poema sarà soggetto; quella cosa avvenuta (dico) che, ritrovata dal poeta, s’abbatta a essere stata vera. Che ciò s’intese da Aristotile (se io non erro) nel già di sopra prodotto luogo220:

E se in fatti accaggia far cose state fatte, niente meno è poeta; perciocché, delle cose state fatte, alcune niente vieta esser tali quali verisimile dovere essere state fatte, e possibili a essere state fatte; secondo il che egli di esse cose è poeta 221.

Volendo significare che ‘l poeta non come di cose fatte è poeta, ma come di verisimili; ché il medesimo viene a dire che delle fatte è poeta per accidente.

Ma voi negate la ‘nvenzione del soggetto esser necessaria al poeta, e che i soggetti de’ lor poemi, né d’Omero né di Vergilio, non furono invenzioni. Ché, essendo massima in poesia (e come le dicono i Greci assioma) la predetta cosa che contrastate; e per lo nome del poeta, che risuona a noi facitore; e per ciò che ne dicono in tanti luoghi e Aristotile e ‘l suo maestro e tutti gli altri scrittor più chiari, manifestissimo a ciascheduno che è formale a esso poeta il trovare ed il fare; e che ‘l facimento e ‘l trovato non mica di cose particolari ma dell’universal soggetto convien che sia, se di trovatore e di facitore debba dar titolo all’operante; per tutte queste ragioni (dico) e per ciascuna verso di sé, potrei lasciarvi senza risposta, ed eziandio per molte altre cose che si son ragionate di questo fatto, e nella presente e in altre nostre scritture addietro.

Nella presente sotto alla replica venzettesima; in altre, cioè nella risposta all’Apologia di Torquato Tasso a carte 10, 11, 46, 72 e nella poscritta che segue appresso a detta Risposta per tutto il ragionamento e spezialmente alla carta cenquaranzettesima in più d’un luogo. Potrei (dico) per tali e altre cagioni lasciare il negar vostro senza risposta. E tanto più potrei farlo, quanto in più luoghi ciò che qui ora non concedete, avete già confessato, leggendosi nel vostro Dialogo queste parole:

la ‘nvenzione è pure una delle parti principali e necessaria al poeta 222.

E appresso:

Anzi, non ha dubbio che chi non ritruova di proprio ingegno è altutto indegno di questo nome 223

E di sotto:

Egli è vero che la ‘nvenzione è una delle parti principali che dee avere il poeta, ec 224.

Or, come testé, se la ‘nvenzione è parte necessaria al poeta, se di quel nome convien che si spogli in tutto, chi non ritruova di proprio ingegno, volete voi contrastare che ‘l non esser sua ‘nvenzione il nome di poetico tolga al soggetto dell’opera di Lucano? Ditemi, per fede vostra, se egli fosse sua invenzione sarebbe poetico o no? Siete forzato a concedermi che sarebbe. Ora egli non è sua invenzione e non è poetico. Addunque, qual’altra cosa fa che quel soggetto non sia poetico che ‘l non essere egli sua ‘nvenzione? Ma lascisi da parte il rigore (se così vi piace) delle parole e riguardisi la ‘ntenzione.

La vostra intenzione, s’io non sono errato, è stato di dir così. Il mancamento di quella cosa, senza la quale un’altra cosa può esser tale, non è cagione che tale quell’altra cosa non sia. Il soggetto può esser poetico senza che sia invenzion del poeta. Addunque, il non essere il soggetto invenzion del poeta non è cagion ch’e’ non sia poetico. Accettisi per assioma la prima proposizione e concedasi la conseguenza, ma provisi la minore, cioè averci de’ soggetti poetici che non sono invenzion del poeta; il che con l’esemplo di quei d’Omero ed eziandio di Vergilio, che per poetici si ricevon da ciascheduno, vi persuadete che venga fatto, i quali (dico i soggetti dell’Iliade e dell’Ulissea) affermate che d’esso Omero non furono invenzione, né di Vergilio quel dell’Eneade. E per le storie che sono in essere di Dite di Candia e Darete Frigio, quanto è Omero e d’altre storie, quanto è Vergilio, il vi credete d’aver mostrato. E recate voi la cagione innanzi del non esser poetico il soggetto d’esso Lucano, cioè dite il non l’avere egli di mezzi favolosi ripieno, e tiratolo dal suo particolare all’universal della poesia, che tanto viene a dire, e non altro, quanto dal vero ridottolo al verisimile.

Ora, ecco ch’io vi rispondo capo per capo. Delle cose intorno ad Enea e alla venuta sua in Italia: altro scrittore non c’è (mi credo io) di che a’ nostri tempi si faccia stima fuorché Dionigi Alicarnasseo, il quale scrisse sotto Augusto, come Vergilio. E appo di esso se ne leggono anche sì poche, e furon poste da lui per sì dubbie e per sì incerte, che – se pur si trovavano allora scritte da altri storici che si può presumere anzi ‘l contrario – più tosto divisi termini d’azione che azione saranno da appellare; i quali termini componendo insieme il poeta con altri termini ch’esso trovò, venne a comporne quella sua favola che, per quei pochi divisi termini tolti ad altrui, non poteva non esser sua, né perder nome di suo soggetto e di suo trovato. E questo «compor de’ termini» è ciò che vuole Aristotile significare in tanti luoghi del suo libro della Poetica dove compor le favole, comporre i fatti, compor le cose, composizion delle cose, composizion de’ fatti, composizion della favola nomina cotante volte.

Altrettanto dietro all’Iliade e all’Ulissea, di quel Dite e di quel Darete sarebbe agevole a sostenere, quasi niente altro non si trovando in quelle scritture (anzi in una di quelle, perché nell’altra non v’è quasi si può dir nulla) del general soggetto di essa Iliade che il nome d’ira d’Achille, e la morte d’Ettore e di Patroclo, e anche l’ira molto diversa in ogni sua parte. E tra esse due storie, non pur diversa ma di niuna conformità, non solamente la detta ira ma tutte quelle azioni, non pur nelle cose particolari ma nelle principali e che attengono alla somma di quella ‘mpresa, dal principio fino alla fine, oltr’a ciò che di dette storie, sotto alla vostra replica venzettesima addietro s’è ragionato.

Non vagliano addunque le cose scritte da Dionigi a fare in guisa che del soggetto dell’Eneade lo ‘nventor non fosse Vergilio, né varrebbono quelle di Darete e di Dite, se pure avessono scritto prima, a tor de’ soggetti de’ suoi poemi la ‘nvenzione ad Omero. Col quale non può Lucano in questa bisogna, per mia credenza, in alcuna parte venire in comparazione; non già forse per lo non aver (come dite) ridotta al verisimile l’azione – non essendo ciò necessario in ciascuna storia, come dichiarò Aristotile nel luogo più volte addotto: «perciocché, delle cose state fatte, alcune niente vieta esser tali quali verisimile dovere essere state fatte»225) – ma per lo non essere il soggetto sua invenzione.

Né gli sarebbe bastato a farlo poetico il riempierlo di quei mezzi che favolosi appellate, se tanto grande e sì fatto stato non fosse il ripieno, ed il rimanente sì poca parte e talmente nascoso nel suo trovato che a tutto l’argomento di quei suoi libri si potesse dir sua fattura. Conciosiacosa che il venire un Capitano in una provincia, un figliuolo uccider la madre, son concetti generalissimi; e che senza alcuna opera o studio d’ingegno caggiono in mente ad ognuno, onde titolo non meritan d’invenzione. Né al poeta, incorporati nel suo soggetto, torne possono il nome di quella o diminuirgliele in alcuna parte; non altramente che l’aver da altrui avuto il sito e ‘l terreno e lo spazio dove formarlo non fa che ‘l facitor del giardino, d’esso giardin non sia facitore e per cotal riputato.

Ma che debba il poetico facimento esser dell’universal soggetto principalmente, e del corpo dell’argomento non di ripieni e di mezzi come vorrebbe la vostra replica, da questo luogo d’Aristotile, oltre forse ad alcun degli altri, credo che si cavi sicuramente:

Ed è secondo tutto (cioè universale) a qual’huomo quali cose accade dire o fare, secondo ‘l verisimile o ‘l necessario, dove mira la Poesia, ponendo i nomi 226.

S’ella pone i nomi, non piglia azioni scritte nelle quali i nomi si truovan posti. E altrove:

E questi ragionamenti e i fatti bisogna, ed esser metter fuori in universale, di poi così episodiare e allungare: e dico così guardarsi l’universale, come dell’Ifigenia: Sacrificata certa fanciulla, ec. […] E dopo queste cose, già avendo posti i nomi, episodiare 227.

Ecco che primieramente si dee formar l’argomento in universale, appresso porre i nomi a chi v’è indotto (il che in soggetto preso da storia non si può fare), e ultimamente innestarvi digressioni.

Oltr’a ciò non si fa per tutto quel libro continuvo ragionamento del far la favola? E come la favola si sarebbe, se ‘l cerchio di essa favola si togliesse già stato fatto? O penseremmo di farlo nostro per lo riempierlo solamente? E se la predetta favola è chiamata da Aristotile «principio» e «anima del poema»228, e altrove dal medesimo «prima cosa» e «massima cosa»229, di qual parte più assoluto e più intero e più tutto d’esso poema dovrà essere il facimento che della favola? Di qual’altra, se quasi tutto facitore il vero poeta convien che sia, come per lo nome si può comprendere facitore avrà egli a essere? Quelle cose che sue proprie dir non si possono dovrà far tutte; di quella che gli è non propria ma propriissima, dovrà far solo una parte?

Posciaché l’espression del costume e ‘l palesamento della sentenza, o vogliam dirle il pensiero, sia anche degli oratori, e senza il costume spezialmente, quantunque con poca lode, di consentimento pur d’Aristotile potrebbe stare il poema. E del verso che anch’egli al poeta lasciar dovrebbesi come suo, così il medesimo lasciò scritto:

Manifesto addunque da queste cose che il poeta più delle favole esser bisogna poeta (cioè facitore) che de’ versi, quanto è poeta per l’imitazione e imita azioni 230.

Discorrete un poco intorno a questo concetto, il qual risuonan queste parole: il poeta e delle favole e de’ versi bisogna che sia facitore, ma più ancor delle favole, perciocché poeta è per l’imitazion dell’azione, cioè per la ‘nvenzion della favola. E che la ‘nvenzion della favola s’intenda da Aristotile per le parole imitazion dell’azione, e nella vostra settima replica l’avete già conceduto, ed in questo luogo non può negarsi, se non vogliamo che, a sproposito, ci s’adduca quella ragione del dovere il poeta più che de’ versi esser delle favole facitore, cioè «quanto è poeta per l’imitazione e imita azioni».

In breve, questa è (in questo fatto particolare) la dottrina di quel maestro: che gli argomenti de’ poemi si deono far da’ poeti; dappoi attribuirgli a’ nomi, o non conosciuti (come s’usa nelle commedie e come nella sua tragedia fece Agatone, e a’ nostri tempi il Giraldi), o per lo contrario a quei che son noti, come costumano per la più parte così i Tragichi come gli Eroici. I quali ciò operano per questo riguardo solo: che alle cose oltr’al comune uso ammirabili che s’introducono in quei poemi s’acquetano gli animi degli uditori, se a persone s’attribuiscano delle quali sieno usate a sentire ell’altre simili a quelle; ché se di Medea, di Tantalo, di Tieste udivano gli antichi Greci accidenti fieri e spietati, e d’Achille, d’Ettore, d’Aiace e di Diomede (sì come i nostri de’ Paladini) prodezze ad huomo impossibili, non giugnendo nuovo all’orecchie, le ricevevano per verisimili e per conseguente si commovevano. Ma se di nuove persone ciò ascoltavano, avendo le nuove per comunali, non il simigliante avveniva loro.

Tuttavia, questo presupposto ebbe spesso contraria la esperienza, e da’ poemi di nomi non conosciuti ottimamente venne adempiuto il suo fine. Sì che non forse dalla preterita conoscenza de’ detti nomi (poscia che i noti ad ogni guisa a poche persone sono in notizia e soddisfanno pure a ciascuno), ma dalla presente immaginzione la fede si genera nell’ascoltante. Ma il conosciuto nome prendendosi, o ciò che altra volta s’udì di lui (sì come a Clitennestra ch’ella uccidesse il marito), o cosa non più sentita ma pur simile alle sentite in quella persona (come a Carlo Magno l’aver guerreggiato con Agramante), gli s’attribuisce dal trovatore. E l’un modo e l’altro sta bene: il primo, perciocché un concetto in quel modo semplice (come dicemmo) non toglie al poeta la ‘nvenzione; il secondo, perché avendo udito di quel cotale se non la medesima cosa appunto, al men delle simiglianti, ci dispogniamo a credere che abbia fatta, o che gli sia avvenuta anche quella, parendoci verisimile che non così tutte puntalmente si sien registrate nelle memorie.

E, per ciò, è in questa parte molto più sicura l’antichità che ‘l vicino secolo. E all’antichità i lontanisimi paesi stimar si possono equivalenti; ché se per esemplo de’ Re di Persia (del quale ha tessuta favola tragica il nostro Accademico Ammazzerato231), o vero di quelli dell’Etiopia, c’è raccontato uno avvenimento non più pervenuto alle nostre orecchie, non contrasta il nostro discorso come farebbe se d’un moderno Re di Francia n’ascoltassimo un simigliante; né dice tra sé di quello come di questo direbbe subitamente. Per certo, se questo fosse accaduto, qualche rimbombo ne sarebbe passato qua.

Come che sia, è stata più seguitata la prima guisa, nella quale due falli spezialmente si son veduti in vari poeti: l’uno, che per infingardaggine e debolezza di loro ingegno in formando i soggetti de’ lor poemi son proceduti a ritroso, cercando da caso avvenuto ciò che avevano a prender da artificio e da poetica invenzione, e (in breve) faccendo prima quel che si dee far dappoi, cioè trovando prima i nomi con gli avvenimenti particulari e appresso faccendo l’universale (il che le più fiate è cagione che si torca dal verisimile); l’altro, che nell’attribuire a’ nomi già conosciuti quei semplici fatti che posti abbiamo, l’altrui favole spesso si rimutano in cose sustanziali, e le vengon quasi a disciorre – il che è solenne vizio, perocché o farne da sé degli in tutto nuovi agli ascoltatori, o toccando argomenti già stati uditi, negli essenziali termini non si convengono adulterare.

Questa (secondo che io mi credo) è la dottrina del libro dell Poetica, intorno a questa materia sparsa in vari luoghi di quel trattato. E trasporrò qui appiè i più principali che penso saranno questi:

Nella commedia addunque oramai questo è stato manifesto, perciocché aventi composta la favola per le cose verisimili, così pongono i qualunque nomi da la sorte, ec 232.
Ma nelle tragedia s’appiccano a’ nomi stati. E cagione che atto a persuadere è il possibile. Le non istante fatte cose adunque non ancora crediamo esser possibili, ma le state fatte manifesto che possibili, perciocché non sarebbono state fatte se erano impossibili. Ma nondimeno ancora nelle tragedie, in alcune uno o due sono de’ nomi noti e gli altri stati fatti, e in alcune niuno, come nel Fior d’Agatone, perciocché similmente in questa, e i fatti e i nomi è stato fatto, e niente meno diletta. Sì che non in tutto esser da cercare d’appiccarsi alle favole state lasciate intorno alle quali le tragedie sono; imperciocché da ridere cercar questo, perché e le cose note a pochi note sono e nondimeno dilettan tutti. Manifesto addunque da queste cose che il poeta più tosto delle favole esser bisogna poeta che de’ versi, quanto è poeta per l’imitazione e imita azioni. E se in fatti accaggia fare cose state fatte, niente meno è poeta, perciocché delle cose state fatte alcune niente vieta esser tali quali verisimile dovere essere state fatte, e possibili a essere state fatte, secondo il che egli di esse cose è poeta 233.

E altrove:

E segno ancora lo accadente, perciocché prima i poeti le qualunque favole dava la sorte annoveravano, ma ora intorno a poche famiglie le tragedie si compongono, come intorno ad Alcmeone e Edipo e Oreste e Meleagro e Tieste e Telefo e a qualunque altri è accaduto, o aver patite cose gravi o aver fatte 234.

E più annanzi:

Perciocché per questo (il che già prima è stato detto) non intorno a molte schiatte le tragedie sono, perciocché, cercando non da arte ma da caso, trovarono il cotale procacciar nelle favole. Sono costretti adunque di queste famiglie andare alla volta a qualunque le cotali passioni accadute 235.

E addietro:

Le addunque ricevute favole scior non è lecito e, dico, come Clitennestra essere stata uccisa da Oreste, ed Erifile da Alcmeone, ma esso trovar bisogna, e le state dette usar bene 236.

Per ciò che s’è detto in questa risposta trentanovesima agli argomenti eziandio delle vostre repliche quinta e cinquattottesima estimo che sia risposto.

Imperocché dell’essere il soggetto vero o non vero, udito per istoria scritta o per fama, la disputa cessa del tutto, stabilito quel fondamento che l’universal della favola da esso poeta è necessario che sia trovato. Il che potrebbe bene avvenire anche di cosa che scritta si ritrovasse (potendosi da più persone che nol sapesser l’una dell’altra in un medesimo trovato incontrarsi a caso), ma non potrebbe giustificarsi. Ma delle cose di sola fama s’ammette la scusa più di leggieri, senza che non hanno ripruova certa, sì perché sempre son varie in diverse bocche, sì perché la lor notizia è più generale e non si sanno partitamente. Di ciò che si dica dal Castelvetro o da altri commentatori, non fa luogo di ragionare, potendo del libro stesso che si comenta, così voi come eglino, essere ottimo espositore.

Dialogo [40]:

ATTENDOLO: —come anche conceder si può di Platone et di Luciano, l’uno e l’altro imitatore ne’ lor dialogi.

Crusca [40]

Questa è dottrina del Robortello né la sognò mai Aristotile237, appo il quale non è poeta chi non imita nell’universal soggetto238. De’ cicalamenti poi de’ gramatici o d’altre simil brigate, ognun sa quanto in sì fatte cose si debba tener conto.

Replica [40]

È dottrina del Robortello e del Maggio239, ricevuta dal Piccolomini et da altri huomini scientiati, famosi nel nostro secolo240, i quali non la sognarono, anzi veggiando la cavarono dal testo di Aristotile, come vedremo. Ma se gli Academici si fan beffe di huomini tali, che meraviglia che tengan poco conto di me?

Infarinato [40]

L’opinioni si dicono esser di quelli che i primi sono a metterle in campo. E di questa che si tenzona fu il Robortello lo ‘ntroduttore, e per ciò la chiosa la diede a lui241. Del quale, e di tutti gli altri simili a esso, si fa molta stima dagli Accademici, ma non contr’alla verità e agli ‘nsegnamenti del lor maestro, dal cui testo dite cavarsi che poeti ne’ suoi dialogi sien Luciano e Platone; il che non si crede dall’Accademia, che siate mai per provare.

Dialogo [41]:

ATTENDOLO: Ma sì come l’imitation sola è quella che fa chiamar questi poeti, così quelli saranno degni di questo nome per haver solamente il verso con frasi di poesia242; ché non è buona peravventura la ragione di Giulio Cesare Scaligero che dice Lucano esser poeta per avere, non men che Omero, usate fittioni poetice sopra una istoria, la quale si ha per argomento dell’epico poema. Percioché, se Lucano finge l’imagine della Romana republica offerirsi innanzi a Cesare, e l’anime rivocate dall’inferno, et altre cose simili, queste sono presupopee o figure, le quali vengono accidentalmente nell’epico poema, sì come accidentale et non essentiale è la favola d’Aristeo nella Georgica di Vergilio.

Crusca [41]

Adunque voi avete il torto, e Vergilio nella Georgica non è poeta altrimenti.

Replica [41]

Non ho mica il torto che, se la Georgica non ha favola essentiale, ha il verso et altre bellissime figure, le quali con la ricchezza della locuzione possono darle quel grado di poesia che diremo hor hora.

Infarinato [41]

E or’ora avrete risposta.

Dialogo [42]:

ATTENDOLO: Però, intorno a questo particolare, a me piace l’opinione del Maggio, il qual vuole che si ritrovino tre sorti o gradi di poesia: la prima, che è l’ottima, sarà di colui che nel suo poema ha il verso et l’imitatione, come Omero nella Iliade et Odissea et Vergilio nella Eneide; la seconda è di colui che ha la imitation senza il verso, come Platone, Luciano, et anche il nostro Boccaccio in alcuna delle sue prose; e la terza di colui che ha il verso senza l’imitatione, come Lucano, Lucretio, Vergilio nella Georgica, et altri243.

Crusca [42]

Questo sogno del Maggio fu tutto suo. Il qual fece come Puccio Carletti che244, essendo arbitro tra due che fossero in differenza del pregio di che che sia, senza pensare ad altro dava (come si dice) in quel mezzo245.

Replica [42]

Come dicono gli Academici che questo sogno del Maggi fu tutto suo? Non hebbe egli per compagno a parte di questa opinione non solo il Robortello ma molti secoli innanzi a lui Marco Tullio, Oratio et Quintiliano? Marco Tullio dice di Empedocle che egli compose un egregio poema246. Oratio il chiama poeta Ciciliano247, et Quintiliano poeta Greco248. Diranno forse che costoro in questa nominatione seguirono l’opinione del volgo? Ma ciò non conveniva ad huomini di tanta dottrina. Dissero ciò di mente di Aristotile, il quale, dicendo Empedocle esser più tosto trattatore di cose naturali che poeta, non viene a negargli intieramente tal nome, ma dice esser lui miglior Fisico che poeta. Così s’intende μᾶλλον dal Maggio, dal Piccolomini et da alcun altro spositore249.

Et se il Castelvetro mostra di consentire con Pietro Vittorio, che da questi discorda250, dice non dimeno che, posto che Empedocle non sia veramente poeta, havendo preso per soggetto la scienza naturale et non la rassomiglianza, non si dover però negare che non habbia alcun abito di poeta251. Et Aristotile ancora, per servirmi delle parole di Giulio Cesare della Scala:

Qui hanc censuram acrius exercuit, ut versificatores a poetae nomine summoveret interloquendum aliter usus est, ωσ εποίησεν (inquit) εμπεδόκλης.

Et conchiude dal verbo che usò Aristotile: «Quare Empedoclem quoque qui nihil fingit appellat ποιητὴν»252.

Potrei aggiungere tutto quel che l’istesso Giulio Cesare ragiona in favor di Lucano, dicendo esser cosa vana ch’altri dica che non sia poeta253; et anche quanto Lambino nel proemio del commento ragiona in favor di Lucretio254. Ma i Signori Academici havrebbono questi forse nel numero de’ grammatici et d’altre simili brigate, come accennarono di sopra.

Empedocle, dunque, et per consequenza Lucano et Vergilio nella Georgica255, che non hanno la imitation per soggetto, havendo nondimeno la vesta e gli ornamenti del poeta, son chiamati non solo dal volgo (come dice Pietro Vittorio256), ma etiandio da huomini gravissimi anche poeti, benché imperfetti. Coloro all’incontro che hanno la sola imitatione, come Theio Alessameno257, Platone, Luciano et simili, in qualche modo altresì possono chiamarsi poeti. Et quanto la imitatione rendesse tale Platone, si ha pur chiaro da Ateneo, riprensor di lui258, che mentre riprende i poeti, et ogni poetica imitatione, imita egli ne’ suoi dialogi, cheché si dica il Castelvetro259. Si cava ciò dal testo di Aristotile quando dice: «Ma l’epopea imita solamente con parlari nudi o con versi misurati.»260 261 Né perché altri vada stiracchiando il senso di parlari nudi, si può rettamente intendere d’altro che di prosa262: così la intende il Maggio263, il Robortelli264, et il Piccolomini265. Et che male ha fatto il Maggio che fra tanta diversità di pareri si sia posto di mezzo?266

Infarinato [42]

Le due testimonianze che producete, né quella dico d’Aristotile, né quella del suo Maestro, niente pruovano che basti ‘l verso a fare il poeta. Ma è troppa lunga disputa. Però vi dico che non solamente Tullio e Orazio e Quintiliano, ma Aristotile e Platone e gli altri gravi filosofi, non pur ne’ luoghi addotti da voi e da Giulio Cesare della Scala e dal Robortello e dal Maggio e dal Piccolomini, ma in cento altri più efficaci mostrerà un nostro Accademico, in un suo comento nella poetica d’Aristotile, essere stato detto poeti non pure a chi imita senza ‘l verso, non solo a chi fa versi senza imitare, ma a i componitor delle musiche, a i cantori, a i ballerini e agli strioni; e non per tanto poeti non essersi riputati niun di questi, da chi poeti gli ha nominati. E ciò vedrete apparir per sì certa guisa che non v’avrà luogo di contrastarlo. E verrà mostrato ad un’ora che non solamente i poeti e i gramatici e gli oratori, ma quei che trattano delle scienze e dell’altissime speculazioni in quegli stessi trattati dove ciò fanno, usano spesso secondo la popolar nominazione i vocaboli e i modi del favellare267.

Lascio che Empedocle fu poeta in altre sue opere fuor de’ libri della natura. Che Lucrezio, e Vergilio nella Georgica, per l’aver vestiti i soggetti loro di manto da poesia si debbano stimar poeti, potrà concedersi in quella guisa che orso poté chiamarsi anche Alberto da Imola travestito in forma di quella bestia268.

Nel luogo poi del detto libro della Poetica, «Per la qual cosa, colui (cioè Omero) poeta giusto chiamare, e costui (cioè Empedocle) fisiologo (cioè di natura ragionatore) più che poeta»269: il «più» non opera ciò che voler creder fate sembiante, ma sta per volgar modo di favellare, secondo che tutto dì usiam dire «il Re Francesco fu di statura più grande che Carlo Quinto», tutto che grandissimo fosse il primiero, e questi non grande in alcuna guisa. E lasciamo stare gli altri scrittori in ogni favella, e questo in alcune sue opere, onde altri esempli in grande abbondanza potrei recarvi del modo stesso, dove la medesima particella (il positivo, come lo chiamano) non presuppone; in esso proprio libro della poetica l’usa Aristotile dell’altre volte in questa maniera. Ed eccone presta l’autorità:

ed eleggere impossibili cose e verisimili, più che possibili e non persuasive 270.

E di sotto:

perciocché ed alla poesia più eligibile persuasivo impossibile, che non persuasivo e possibile 271.

Chi non sa il non persuasivo non doversi eleggere, né essere in poesia eligibile, né (dirò così) ammissibile in alcun modo?

Ma come chiamate voi stiracchiata la verissima e sincerissima e necessaria esposizion del Vettorio e del Castelvetro, dove si legge: «Ma l’epopeia solamente co’ parlari ignudi ovvero co’ versi», se per le cose dette di sopra è certissimo che per ignudi parlari Aristotile intende il verso, che da quegli altri due strumenti sia scompagnato, a differenza della tragedia che l’usa con esso loro? E se l’ovvero, come s’adopera in ogni lingua per dichiarazione o correggimento, quivi bisogna che sia usato, non volendo che quel maestro a tutti gli altri luoghi dove ne parla e a tutta la dottrina di quel suo libro contraddica palesemente? Imperciocché non rafferma egli poco di sotto che tutti i versi del mondo non bastano a fare il poeta?

E parimente ancora, se alcuno tutti i versi mescolando non facesse l’imitazione, secondo che Cheremone fece Centauro, cucimento di canti mescolato di tutti i versi, non già poeta da appellare 272.

Ma anche questo per la predetta esposizion del predetto nostro accademico, ribattuta ogni opposizione, verrà (spero) finita di dichiarire.

Dialogo [43]:

ATTENDOLO: Et è veramente cosa ragionevole che il verso a cui manchi l’imitatione et l’imitatione a cui manchi il verso non possano render soprema lode al poeta, poi che non ha dubbio che il mancar in una di queste parti principalissime in poesia renda imperfetto il poema—

Crusca [43]

Non imperfetto, ma privo della sua forma.

Replica [43]

«Imperfetto» dissi per mancar di parte; «privo della sua forma» dissero gli Academici, che sarebbe un mancar del tutto. Per ciò che per forma intesero forse quella che dà l’essere alla cosa, lo che lor si niega. Ma se per forma intesero l’estrinseca, come nell’huomo la figura diritta et l’haver due piedi, questa è forma accidentale, che non priva del tutto né entra necessariamente nella diffinitione. Et s’io chiamai il verso et l’imitatione «parti principalissime in poesia», intesi di quello per ragion del decoro, e di questa per ragion della essenza, quasi rappresentandomi l’anima della poesia vestita di corpo più dicevole et meglio figurato, intendendo però il decoro accidentale, anzi che essentiale; tutto che si conceda il verso sotto ‘ntendersi nella locutione273.

Infarinato [43]

L’imitazione è la forma sustanzial della Poesia, e questo confessan tutti. E se la medesima imitazione (anche per genere) l’è assegnata, non fa contrasto, perciocché si considera diversamente. Il verso è della detta Poesia non la vesta né l’accidental forma, sì come dite (avvegnaché vesta si chiami alle volte per traslazione), ma il proprio corpo di quella. Onde, sì come o l’anima, o ‘l corpo che gli mancasse, privan l’huomo della sua forma, così o l’imitazione, o ‘l verso che se le tolga, si lieva la forma alla Poesia.

Dialogo [44]:

ATTENDOLO: —là dove colui che havrà adempiuta l’una e l’altra parte, come è a dire fatta la debita imitatione con versi, adempiendo convenevolmente le conditioni che necessariamente dee havere così il verso come l’imitatione, costui sarà veramente poeta.

Crusca [44]

E qui pure scambia i dadi, mutando in «veramente» il «perfettamente» che aveva posto di sopra.

Replica [44]

In questo particolare il veramente non si discosta dal perfettamente mille miglia.

Infarinato [44]

Se ne discosta tanto che col primiero sostenavate che la Georgica di Vergilio e i Dialogi di Luciano fossero poemi ma imperfetti, e col presente confessate liberamente che niun di loro è vero poema; che al medesimo si riduce, che al non esser poemi a niun partito. Sì che vedete che, favellando liberamente, la ‘ntendete come la Crusca.

Dialogo [45]:

ATTENDOLO: Là onde con tutto che la Georgica di Vergilio sia opra degna d’ammiratione, et si chiami meritamente (per così dire) poema assolutissimo, non diremo perciò che egli habbia questa eccellenza in virtù del soggetto preso senza imitare—

Crusca [45]

Chiamasi poema secondo il volgo, e finissimo componimento secondo gli ‘ntendenti.

Replica [45]

Adunque Marco Tullio, Oratio et Quintiliano, che chiamano poeta Empedocle et poema et non componimento l’opera sua in versi che tratta di cose naturali, sono huomini del volgo.

Infarinato [45]

Cotesto «addunque» non ci va. Rileggete la chiosa e troverrete che gli Accademici parlano dell’essere, non del chiamarsi. Però dovavate conchiudere che Tullio e Orazio e Quintiliano non sono huomini di volgo, ma gli chiamano secondo ‘l volgo, il che è vero. E il farlo qualche fiata, come si disse, non è errore in bocca di qual si voglia274.

Dialogo [46]:

ATTENDOLO: —ma sì bene in virtù del verso, ch’egli è tale che chiude ne’ suoi numeri tutte le perfettioni, frasi, et colori di poesia, che non humano ma divino intelletto possa ad un poema donare.

Crusca [46]

E ne’ concetti particolari e nell’ordine e ne’ semi sparsivi per entro d’astrologia e di medicina, e d’altre scienze e dottrine, non pur nel verso, consiste la perfezion di quell’opera.

Replica [46]

Et io et gli Academici habbiamo detto poco in loda d’opra così singolare. Ma io apportai quelle cose che di modo erano sue che non erano maggiormente d’altri professori; gli Academici, quel che le vien prestato dall’astrologo, dal medico et da gli altri, et la nobiltà de’ concetti particolari et dell’ordine sotto ‘ntesi alla stoica nella perfettion de’ suoi numeri275. Però, se la Georgica fosse semplice componimento, et io così l’havessi chiamata, havrei aggiunto quel tanto che aggiungono gli Academici. Ma essendo ella poema, et havendola io così chiamata, era soverchio far mentione de’ semi delle scienze sparsivi per entro, richiedendosi ne’ poemi (come dissi in altro luogo) la dimostratione delle scienze superficialmente.

Infarinato [46]

La Georgica non è poema, ma è trattato d’un’arte, della quale è più propria l’Astrologia e la Medicina e i concetti particolari, che esso verso non è. Anzi il verso in niuna maniera non è suo proprio, e tutte quell’altre cose, se non sue proprie, almeno disposte a suo uso. Che dicendo poema s’intenda (senza che si specifichi) co’ semi delle scienze, non credo che altri vel farà buono, essendo laudevole che vi sieno sparse di quelle cose, ma necessario non già276.

Dialogo [47]:

ATTENDOLO: E quantunque l’Eneide in qualche sua parte sospiri questa perfettione di ch’io ragiono, colpa forse di morte ch’a lei negò l’ultima mano di chi la scrisse, non è però che Vergilio non sia più poeta nella Eneide imperfetta che nella Georgica ancor che perfetta.

Crusca [47]

Poeta è un di quei nomi che non ben ricevono il più, e ‘l meno, ma il migliore e il piggiore.

Replica [47]

Se la poesia fusse sostanza gli Academici havrebbon forse ragione, ma essendo ella accidente, non potendo esser relatione, sarà qualità nella quale si predica il più et il meno, sì come il meglio et il peggio. Lodovico Castelvetro, del quale il Segretario mostra di fare stima, in cento luoghi della sua chiosa sopra Aristotile dice più poeta, e non miglior poeta277.

Infarinato [47]

Non pose il Segretario assolutamente «poeta è un di quei nomi che non ricevono il più e ‘l meno», onde venisse a ristrignersi alle sustanze o a’ nomi di relazione, ma disse «non ben ricevono», il che (cioè il non ben ricevere il più e ‘l meno) è spezialmente nel volgar nostro proprio di quella maniera di nomi che sustantivi da’ Gramatici sono appellati. Perciocché, che bel parlar si mostra il sì fatto in questa favella: «l’uno e l’altro si fece medico, ma il primo si fece più medico che ‘l secondo»? Senza che, se poeta significa facitore come havete sì per costante, che non sia nome di relazione? Ma perché affermate voi, più del Castelvetro che d’altro comentatore, che dal predetto Segretario si faccia stima? O da quai parole della Difesa si cava questo argomento?

Dialogo [48]:

CARRAFA: Se l’Ariosto et il Tasso padre hanno usato la imitatione et il verso ne’ lor poemi, perché non deono esser poeti del primo grado?

ATTENDOLO: Sono poeti del primo grado ma imperfettamente; poiché trattando in versi soggetto poetico furono, per così dire, smoderati nel maneggiarlo278. Percioché dovendo eglino, sì come richiede la perfettion dell’epopea, da una sola azione formar un sol corpo, il quale (come vuole Aristotile) sia tale che possa comprendersi in una sola vista279, in iscambio di ciò formarono un mostro di più capi et di diverse membra non ordinate, che l’intelletto si stanca in considerarle, né può capirle in una sola speculatione, non havendo elle dipendenza da un solo principio che habbia il suo mezo et il suo fine, sì come ha l’ordinata imitation poetica.

Crusca [48]

Queste son tutte parole, alle quali non si credeva anche quando uscivano di bocca a Pitagora280. Noi diciamo che nel Furioso è una sola azione; e all’Attendolo tocca a provare il contrario.

Replica [48]

Son parole che hanno fatti. Si è provato nella replica ventesima nona che l’Orlando Furioso non ha una sola attione. Ma perché qui si ragiona del principio, del mezo, et del fine che dee havere il poema epico, proveremo che ‘l Furioso habbia anche questa imperfettione, che non ha lodevol principio né mezo né fine.

Dice Aristotile, numerando le conditioni che dee havere la favola dell’epopea, che fra l’altre dee esser tutta; et tutta è quella favola, dice egli, che ha principio, mezo, e fine281. E dichiarando questi termini, dice il principio esser quello che, non havendo di necessità alcuna cosa innanzi a sé, ha alcuna cosa appresso; et il mezo quello che, havendo di necessità alcuna cosa innanzi, etiandio ha alcuna cosa appresso; et il fine quello che ha di necessità alcuna cosa innanzi ma non ha, né può havere, altra appresso282.

Hora, l’Orlando Furioso non ha lodevol principio, poiché di necessità dipende dall’Innamoramento del Conte Matteo, il che afferma Lodovico Castelvetro dicendo:

Et perché il principio dell’Orlando Furioso di Lodovico Ariosto dipende di necessità dal Conte Matteo Maria Boiardo, né senza haverne piena notitia si può intendere, seguita che quel libro habbia ancora questo difetto che non ha principio lodevole 283.

Il mezo essendo intricato di tante novelle, et non dipendendo necessariamente dal principio, non è anche lodevole. Per prova di ciò, diremo che le battaglie havute intorno la città di Parigi non dipendono in niun modo dalla fuga di Angelica, che è il principio di quel libro, né riguardano necessariamente al fine, che è la battaglia di Ruggiero con Rodomonte; il qual fine, oltra che non habbia dipendenza necessaria dal mezo, è anche sconvenevole come fuora del fine, perché se l’argomento del Furioso, secondo gli Academici, è la guerra di Carlo et di Agramante, dovea terminare nella partita di Agramante dalla Francia, overo nella sua morte, senza la giunta dell’istoria di Leone et la battaglia di Ruggiero con Rodomonte. Ritorno però a dir cento volte che ‘l Furioso ha molte imperfettioni come epico, ma è perfettissimo come romanzo.

Infarinato [48]

Tutto ciò che ora arrecate qui è ribattuto (credo) a bastante nella mia risposta ventinovesima. Tuttavia, per soprabbondanza di mio uficio in questo luogo, ancora mi darò a fare opera di soddisfarvi intorno a certe cose particolari. Dove Aristotile disse così:

E principio è quella cosa che essa certamente di necessità, non dopo altra cosa è, ma dopo quella diversa cosa è per natura essere, ovvero farsi; e finimento per lo contrario quella cosa che essa dopo altra cosa è per natura essere, ovvero di necessità, ovvero come per lo più, e dopo questo altra cosa niuna; e mezzo quella cosa che ed essa dopo altra cosa e dopo quella diversa cosa 284.

non intese la necessità e la dependenza semplicemente e in assoluta maniera, come studiate d’interpretarla, perché in tal guisa niun poema, niuna storia, niuna azione avrebbe principio, fuor che la prima che subitamente fu operata, creato il Mondo, né sarebbe finita alcuna da quella in fuori, che sarà l’ultima dell’ultimo giorno ch’e’ sia disfatto.

Comincia l’Iliade dalla pestilenzia del Greco esercito. Come si può comprender la pestilenza, se non si riandi l’andata guerra? Come la guerra, senza le cagioni che la mossero? Come le cagioni, senza saper lo stato delle cose di quei due popolo? Come lo stato, senza i progressi già trapassati? Come i progressi, senza i princìpi? Come i princìpi, senza ridursi al primo principio onde la terra fu abitata? E il cominciamento dell’Ulissea, la partita d’Ulisse dall’isola di quella Ninfa, o le cose indiritte a quella partita, come il viaggio di Telemaco o altre tali? Perché e come era in quell’isola quel capitano? Dopo lungo e travaglioso pellegrinaggio vi s’era ricoverato, né mai gli era stato conceduto di dipartirsene. Ed in che guisa s’era messo in pellegrinaggio? Partendosi dalla guerra Troiana dov’era stato e prima e dopo all’ira d’Achille, e nella fine e nel mezzo e nel principio d’essa ira. Ecco che all’Iliade si riduce la dependenza dell’Ulissea. Ma che direm noi dell’Eneade? La quale è talmente appiccata alle cose avvenute prima che, senza averle manifestate con quella lunga digressione, conobbe il savio poeta che non si sarebbe l’animo dell’uditore potuto mai acquetare.

Altrettanto del finimento bisogna dire che, se rigorosamente dovrà esporsi quella già detta descrizione, la tante volte nominata Iliade, la quale è posta da Aristotile per la perfetta idea del poema eroico, come nella sepoltura d’Ettore e nel suo esequio avrà fine, che punto fermi il pensier dell’ascoltatore, il quale alla riuscita di quello assedio ha tutta rivolta la fantasia né senza quella può acquetarsi? Per la qual cosa discretamente si vuol guardare a quelle parole, sì che (direm così) la totalità si determini non d’un corpo da ogni altro corpo spiccato in tutto, ma d’un membro intero d’un corpo che si descriva dal suo principio, terminando nella sua fine.

E tale è il soggetto dell’Orlando dell’Ariosto, cioè uno intero membro della guerra tra gli Affricani e i Franceschi, incominciata dalla strettezza di quell’assedio, e finita nella vittoria e quiete e sicurezza di quei di Francia, come nella risposta ventinovesima addietro si dimostrò. Incominciata (dico) dalla strettezza di quell’assedio, e non dalla fuga d’Angelica come ponete; la qual fuga non è parte dell’argomento ma episodio; e dagli episodi che gli son dietro, non è alcuna necessità che dependa ‘l mezzo dell’argomento, ma basta che, nel luogo proprio dove s’innestano, verisimilmente sieno incastrati. E nell’aver principio da episodio, ha il Furioso per compagno suo l’Ulissea; nella quale i quattro primieri libri esser quasi tutti digressione e non argomento, fia dichiarato in altra scrittura che tosto vedrete fuori285.

Né vi vagliate in questo discorso di ciò che dal Segretario fu detto dietro alle chiose intorno al principio del poema dell’Ariosto, posciaché quivi fece protesto che parlava in altra persona. Onde, di cosa che ragionasse appresso in quella materia, non potete far capitale. Il fine del detto poema mostrai addietro nella predetta risposta ventinovesima, che fu non pur convenevole ma necessario nella morte di Rodomonte. Né solamente dal mezzo che furon le battaglie e i progressi di quella guerra, della quale egli era stato principalissimo capitano ed instigatore, ma dependente dal principio di quel soggetto, che fu dell’assedio di Parigi il ristrignimento, cagionato principalmente dalle stupende pruove di quel guerriero.

Come adunque dite di quella morte, ch’ella sia fuor della tela dell’argomento, se senza quella vi rimaneva non finito un principal filo? Come che ella, nella partita d’Agramante o nella sua morte, finir doveva, se nella fin dell’ira d’Achille o nella morte d’Ettore l’Iliade non finisce, né nel ritorno d’Ulisse a Itaca, o nel liberamento della sua casa, non termina l’Ulissea, e che quivi non terminino e non finiscano, è fatto con gran ragione? Ma di ciò, come delle cose di Ruggiero e di Bradamante e della favola di Lione, nella predetta mia risposta ventinovesima s’è parlato a sofficienza.

Così sarete pur voi stato quelli, non il Segretario dell’Accademia, che troppo avrete fatto stima del Castelvetro, e troppo vi sarete di lui fidato e del suo parere.

Che ritorniate a dir cento volte che l’Orlando Furioso ha molte imperfezioni come Epico, ma è perfettissimo come Romanzo, altrettante vi ritorneremo a risponder sempre il medesimo: che tra Epico e Romanzo non ha divario, ma sono in tutto la stessa spezie; e che, secondo che Romanzo intendete voi, il favellar del Furioso in cotesta guisa è il medesimo appunto che dir così: il Furioso, come buono e regolato poema eroico è ripien di difetti ma, come eroico pessimo ed irregolato, non ha mancamento niuno.

Dialogo [49]:

CARRAFA: Da questo vostro discorso si può conchiudere che il Tasso figliuolo – per haver nella sua Gierusalem liberata imitato una sola attione, benché di persone diverse, con i debiti mezi condotta al fine – che egli per ciò habbia superato il padre.

ATTENDOLO: Signor sì, in questa parte.

CARRAFA: Se così è, havendo voi detto di sopra che nella imitatione et elettione della favola, così il Tasso padre come l’Ariosto egualmente habbiano traviato dal dritto sentiero, sì come preponete il figliuolo al padre, così venite chiaramente anco a preporlo all’Ariosto.

ATTENDOLO: Se noi vogliamo giudicar secondo il rigore delle leggi e non haver riguardo all’autorità di tant’uomo ma alla sola ragione, diremo che il Tasso figliuolo – per haver ordito il suo epico poema con le vere regole insegnateci da Aristotile et approvate da poeti Greci et Latini – che egli per questo solo sia più poeta che l’Ariosto non è, et per ciò degno di maggior loda.

Crusca [49]

E pur più poeta.

Replica [49]

Pur come di sopra.

Infarinato [49]

Pur come di sopra anche noi.

Dialogo [50]:

CARRAFA: Questo a me par gran cosa, ché l’Ariosto è pur huomo di tanta fama, non solo in Italia ma quasi nel mondo tutto—

Crusca [50]

Bella ragione.

Replica [50]

Bellissima et buonissima ragione, perché non si può haver gran fama (prendendosi fama in buona parte come si prende qui), senza grandissima virtù et notabil valore.

Infarinato [50]

«Non si può aver gran fama ed esser posposto a Torquato Tasso» bisognava (credo) che conchiudeste, se volavate sostenere che la vostra fosse stata bella e buona ragione.

Dialogo [51]:

CARRAFA: —poiché il suo Orlando è stato tradotto in tante lingue che non solo la Spagnuola, la Francese et la Tedesca, ma altre insino alla Arabica (se vero è quel che si dice) è stata vaga di cantarlo o di ragionarlo; il che non è avvenuto (per quel ch’io sappia) di nessun altro libro nell’età nostra et forse nelle passate.

Crusca [51]

Questo sì è buono argomento, perché è segno ch’è piaciuto all’universale, e Aristotile (chi però sa ben ripescarlo nel libro suo) dice che, quando il poema è piaciuto, il poeta ha ottenuto il suo fine.

Replica [51]

Il poema ha ottenuto il suo fine, quando con la bontà sua si ha acquistato il diletto universale, dilettando però più i dotti che gl’indotti. Percioché, se i dotti vi si compiacciono, è segno che s’avvicini in gran parte all’ultime forme della bontà, et con esse porta seco l’utile et il dolce. Ma il poema che piace solamente al volgo ha per fine semplicemente il diletto. Si vuol forse inferire quel che dicono alcuni, che la poesia sia stata trovata per dilettare et per ricreare gli animi della rozza moltitudine286, contra Marco Tullio che disse nell’oratore: «poesis paucorum iudicio contenta»287, et contra gli ‘nsegnamenti d’Oratio: «contentus paucis lectoribus»288.

Infarinato [51]

Se gli Accademici dicono «piaciuto all’universale», non avranno già detto (mi credo io) «solo al volgo», dove di esso universale, qualche inaudita difinizione non si rechi innanzi da chiché sia. Se poi foste voi di questo parere, e ciò con le vostre parole voleste significare che solamente a i volgari huomini recasse diletto l’Orlando dell’Ariosto, a noi basta l’animo, sempre che si venga a esamine di testimoni, di superarvi di numero e non restar vinti di qualità.

E stimerete forse che a tutto ‘l resto colui solo sia da opporre, il quale in quel suo poema eroico, che da niuno né di volgo né d’altra squadra fu mai guardato più d’una volta, con modestia certo molto dicevole a valent’huomo, pose (parlando dell’Ariosto) quel nobil verso e magnifico, in tutto simile agli altri suoi:

Col Furioso, che piace al volgo 289?

O l’autorità d’un capitolo da un moderno scrittore al Giraldi in lode di esso e di se medesimo, ed in biasimo di ciascun’altro290? Piace il Furioso a’ dotti huomini e a’ non dotti, ma più a quelli ch’a questi; il che, cioè il piacere i poemi all’intendenti persone, dite voi «esser segno che s’avvicini in gran parte all’ultime forme della bontà». E perché non argomento, che vi pervenga?

Che per la rozza moltitudine, cioè per dilettarla e per ricrearla, sia stata trovata la Poesia, non acconsentono gli Accademici al Castelvetro, come eziandio non accettano per verità ciò che da Tullio si disse nell’oratore a fin d’un suo argomento, né da Orazio, quasi per arme di se medesimo, che al poema sia assai il piacere a’ pochi. Anzi, a’ più de’ savi huomini e letterati, e alla magior parte del rimanente, fa di bisogno che soddisfaccia, se perfezione e finezza d’opera debba potersene argomentare. E dichiarossi da Aristotile, il quale quantunque volte significar volle ne’ poemi questa finezza, cotante disse dilettan tutti, e non dilettano gl’intendenti.

Dialogo [52]:

ATTENDOLO: Non si niega che Lodovico Ariosto non sia stato huomo raro nel suo secolo, a cui donarono i cieli sì vivo spirito di poesia che meritamente gli vien dato il nome di divino. Ma, o ch’egli misurando le sue forze non gli bastasse l’animo di compor poema secondo i precetti di Aristotile

Crusca [52]

Se ebbe ingegno divino, come dice l’Attendolo, perché soggiugne «misurando le sue forze»? Senza che non si vede perché debba esser più agevole il compilare un poema asciutto e povero come quel del Goffredo, che un pieno e ricchissimo come quel del Furioso; né che malagevolezza sia questa che porta seco questa unità della favola.

Replica [52]

È così gran contradittione l’havere attribuito ingegno divino all’Ariosto soggiugnendo «che misurasse le sue forze»? Intesi per la misura delle sue forze la riconoscenza del proprio genio et non il grado dello ‘ntelletto; il genio (dico) che di modo il tirava a quella maniera di comporre che havrebbe sentita gran forza, non adeguata al suo ingegno, nel tesser poema di una sola attione, di riuscita tale che havesse piaciuto a se stesso, non che al mondo. Percioché non augurava a sé nell’epopea quell’ultima forma di bontà che ha conseguita ne’ romanzi.

Ma non si ha da tutto ‘l mondo per divino ingegno quel di Oratio? Et nulla dimeno disse di lui Giambattista Pigna, sopra la Pistola a Pisoni, quello appunto che dice qui l’Attendolo dell’Ariosto:

Horatius enim (sono le sue parole) epicum artificium optime perceperat, sed videbat se illius poematis pangendi labores ferre non posse, ideoque humeris suis illud versaverat, quod deinde prudenter deposuit 291.

Se diede dunque l’Ariosto a comporre un poema grande, nel quale, et per la varietà delle cose, et per la vaghezza delle favole, et anche per l’ordine (senza dubbio da lui migliorato et perfettionato ne’ romanzi), oltre la bontà della sentenza, il lettore ritrova infinito diletto. Là dove, s’egli havesse composto un poema asciutto (et asciutto, chiosando a mio modo, intendo d’una sola attione) non è gran fatto che non havrebbe dilettato così nell’universale, et il suo nome peraventura di minor grido sarebbe.

È agevol cosa il compilare un poema di una sola attione, ma difficilissima è poi da poema tale far nascere il diletto, l’utile et la maraviglia; et questa è la malagevolezza che porta seco l’unità della favola. L’Avarchide poema di huomo famoso et di valore veramente da non disprezzare, trattando a lungo un’attion sola, non ha conseguito sempre di schivare il tedio a’ lettori. Et non sempre (con pace della veneranda memoria di Luigi Alamanni) genera gli affetti et gli effetti tutti dovuti ad ottimo poema eroico. Però accortissimo fu l’Ariosto nel fuggire gli scogli di queste difficultà, non già per la ragione che apporta il Pigna, cioè che si avedesse che la lingua nostra una tal poesia non comporta, non recando diletto in lei né riuscendo una materia continuata; percioché il Tasso non con parole ma con fatti ha provato il contrario.

Ha egli composto la sua Gierusalemme d’una sola attione et, tutto che prendesse l’argomento da istoria vera, l’ha nondimeno riempiuto et abbellito, secondo il necessario et il verisimile, di sì bei mezi favolosi, che l’haver ciò fatto non dee a niun conto torgli il nome di poeta. Et se cosa alcuna si desidera nel suo poema, non ridotto all’ultime linee, si desidera anche nella Eneide et nell’Iliade. Né ha però dato tal saggio che, facendo strada ove non era, et facendo dal suo poema nascere il diletto, l’utile et la maraviglia insieme, ha dimostrato chiaramente che la nostra lingua, anzi le ottave rime et i versi Toscani (contra l’opinion di molti), sono atti a sostenere il peso dell’eroica maestà.

Infarinato [52]

Già s’è mostrato che ‘l Furioso e l’Iliade e l’Avarchide sono tutti poemi d’una spezie medesima, e con unità di favola tanto il Furioso quanto l’Iliade, ma il Furioso più pieno, più vario e più dilettevole. Perché, non havendo tra essi specifica differenza, non si potrebbono nel Dialogo quelle parole, «misurando le forze sue l’animo non gli bastasse», tirare a senso di genio, non si potendo dire che chi è nella stessa guisa di cose disposto alle maggiori opere non sia atto ancora alle picciole, se già non parlassimo per ironia e contrario significato; come se d’alcun grandissimo capitano (e che avesse l’animo a grandi eserciti) dicessimo per aggrandirlo: «egli non è atto al governo di picciola oste, né a condurre impresa non malagevole interamente».

Né altro fa di bisogna di rispondere a questa replica. Perciocché le cose che in essa affermate, senza provarle, quelle (dico) che alle nostre contrarie sono in alcuna guisa, tutte indifferentemente le vi neghiamo. E quelle che recate di nuovo innanzi fuor del soggetto ragionamento della chiosa dell’Accademia, facciamo stima che non ci sieno, e ricevianle come non dette, non volendo senza bisogno in queste dispute distenderci in infinito.

Dialogo [53]:

ATTENDOLO: —o (come è più verisimile et si disse di sopra) considerasse che egli ciò facendo non havrebbe potuto così nell’universale dilettare, elesse più tosto d’esser primo fra i poeti compositori de’ romanzi che secondo o terzo fra gli osservatori delle poetiche leggi—

Crusca [53]

Belli antiteti: componitor di romanzi, e osservator delle poetiche leggi.

Replica [53]

Belli antiteti, sì, a coloro che accettano la differenza tra i Romanzi e gli epici, i quali ultimi chiamano osservatori delle poetiche leggi.

Infarinato [53]

E i primieri per conseguente delle medesime trasgressori. Ecco che per Romanzo intendete il vizio dell’arte. E perché del vizio dell’arte formar volete una spezie? Perché del vizio dell’arte tornate a ogni quattro righe a commendar l’Ariosto?

Dialogo [54]:

ATTENDOLO: —e perciò nella intessitura del suo poema attese solamente alla vaghezza et al diletto, posponendo l’utile che, come sapete et è parer de’ migliori, è il fine della poesia, ricercato per mezo del diletto.

Crusca [54]

Parla troppo risoluto di questa cosa, e tra i migliori son forse più quelli che tengono il contrario e hanno peravventura Aristotile dalla loro; ma bisogna altro che tentarlo pelle pelle292 a comprenderlo.

Replica [54]

Per replicare a questa risposta con i suoi termini, bisognerebbe alquanto allungarmi. Però non essendo la questione delle principali nel mio Dialogo, mi basti dire ch’io, intorno alla fine della poesia, ho per buona l’opinione di Giulio Cesare della Scala293, di Giambattista Giraldi, et di Alessandro Piccolomini, il quale particolarmente nelle annotationi sopra la poetica di Aristotile, ragionando di ciò in più luoghi, sempre conchiude il fine della poesia esser l’utile, ricercato però per mezo del diletto294. Altri valent’huomini sono che sentono il medesimo, et se questi tentano «pelle pelle» Aristotile, mi compiaccio nella loro opinione.

Infarinato [54]

La Crusca riprese la troppo diffinitiva sentenzia, senza dar fuori i motivi, in un piato difficilissimo e che richiederebbe lungo processo; ché nel rimanente non intende per ora anch’ella di dichiarire in questa contesta l’animo suo, e perciò disse «forse» e «peravventura».

Dialogo [55]:

ATTENDOLO: Però fate conto che l’Orlando Furioso sia a similitudine di quel palagio ch’io dissi di sopra: falso di modello, ma fornito da vantaggio di superbissime sale, di camere, di logge et di finestre fregiate, et adorne in apparenza di marmi Affricani et Greci, et ricco per tutto d’oro et d’azzurro; et all’incontro imaginatevi che la Gierusalem liberata sia una fabrica di non tanta grandezza, ma bene intesa, con le sue misure et proportioni d’Architettura, et adorna secondo il convenevole di veri fregi et colori. Non ha dubbio che il palagio più numeroso di stanze et più vago et più ricco in vista diletterà a pieno a’ semplici et non intendenti, là dove i maestri et professori di quell’arte, scorgendo in esso i falli et i non veri ornamenti et ricchezze, meno sodisfatti ne restaranno; e darà loro maggior diletto l’architettura della minor fabrica, come corpo ben inteso da tutte le sue parti295.

CARRAFA: Questa similitudine quadra in quanto a quello ch’è vostro intento di dire. Ma il fatto sta che i difensori dell’Ariosto non vi faran buono che egli habbia fabricato il suo poema sopra un disegno falso, valendosi della ragione che voi diceste: che non dee la volgar lingua obligarsi alle leggi della Greca et della Latina.

Crusca [55]

Non gliele faranno sicuramente, ma non per questa ragione ch’è presupposta dall’autore. Ma diranno che nel Furioso non è cosa niuna contra le regole d’Aristotile, e all’Attendolo (come s’è detto) toccherà a provare il contrario. Però a introdur questi paradossi ci vuole altro che presupposti e immaginazioni. Diranno i fautori dell’Ariosto, anzi del vero, che ‘l suo poema è un palagio perfettissimo di modello, magnificentissimo, ricchissimo e ornatissimo oltra ad ogni altro, e quel di Torquato Tasso una casetta piccola, povera e sproporzionata per lo essere bassa e lunga, oltre ogni corrispondenza di convenevol misura, oltr’a ciò murata in sul vecchio, o più tosto rabberciata, non altramenti che quei granai, i quali in Roma sopra le reliquie delle superbissime Terme di Diocliziano si veggiono a questi giorni296.

Replica [55]

Tutti quelli che difendono l’Ariosto di qualche accusa et che lo lodano perché il vale, confessano apertamente che egli nella favola del Furioso non ha osservate le regole d’Aristotile. Dicono però non essere stato a lui bisogno di osservarle, havendo introdotto l’uso della lingua Toscana, quasi in tutte le maniere de’ suoi componimenti, regole diverse da quelle della Greca et della Latina poesia. Molti sono che ragionano di ciò, et Giambattista Giraldi ne fa un libro intiero intitolato i Romanzi297, in cui dimostra con molte ragioni che, sì come è stato lecito a’ Latini poeti d’alterare in parte ne’ lor componimenti le regole della Greca poesia, così è egli lecito a’ Toscani d’alterare ne’ lor poemi le regole della Greca et della Latina. Et in una lettera al Pigna aggiunta a quel libro dice così:

Perché non è stata la sua intention (ragionava dell’Ariosto) di proporsi a descrivere una sola attione di un cavaliere, ma molte di molti, seguendo il costume de’ Romanzi, non quello de’ Greci o de’ Latini 298.

Solo questi Signori Academici stanno ostinati nel difendere una sì falsa positione, tutto che nel fine delle loro risposte sieno astretti a confessare questa verità, dicendo che la favola del Furioso comincia da episodio299; dal che chiaramente si vede (se non vogliono che l’Ariosto havesse minor giudicio che lo scrittor dell’Ancroia300) quel che tante volte ho detto: che egli non intese giamai all’unità della favola, ma nel soggetto universale seguì il costume de’ romanzi301.

L’Attendolo non introduce paradossi ma conclusioni vere, le quali – se non provò tutte nel dialogo, come di pruova non bisognevoli – ora, non tanto per bisogno quanto per sodisfacimento delle persone, si sono provate et si proveranno anche nel corso di questa replica. Ma non sarà discaro qui allegare a’ lettori – che siedono quasi giudici – l’opinione di Monsignor Minturno in questo particolare, le cui parole nel primo libro dell’arte poetica, ragionando egli col Signor Vespasiano Gonzaga, son tali:

MINTURNO. Questo ordine stesso (haveva egli detto della Iliade) et questo modo tener potea nel Furioso Orlando l’autor di lui, se voluto havesse et ad un simil fine il suo poema drizzare. Percioché potea prendere a contare l’amoroso furor di Orlando, et tutto quel che seguì dopo quella pazzia, mostrando che i Mori non hebbero mai ardimento di muover guerra al Re Carlo in Francia mentre Orlando fu sano. Et poi che egli amando pazzo divenne, passarono in Francia et fecero grandissimi danni a’ Christiani. In questa trattar potea le cose fatte in quel tempo, o per amore o per altra cagione, da’ cavalieri dell’una et dell’altra parte ch’a quella guerra intervennero, et poi che Orlando riebbe la sua primiera sanità, potea dar la vittoria a’ christiani per lo valor di lui.

VESPASIANO. Non era questo il disegno di quel poeta, ma di chiaramente mostrare sopra tutti gli altri degno di laude Ruggiero, da cui fa che tratto habbia origine la casa Illustrissima del suo padrone, il quale egli intendea di lodare.

MINTURNO. S’egli non era contento di trattar le cose di Ruggiero come di più eccellente di tutti i cavalieri che a quella guerra si trovaron presenti, la qual fatta fusse per la pazzia d’Orlando, compor potuto havrebbe un’altra favola di lui; sì come in laude d’Achille Omero l’Iliade compose, et in laudare Ulisse l’Odissea, ancor che Ulisse faccia molte cose di gloria dignissime nell’Iliade 302.

Questo il Minturno, scusando appresso l’Ariosto che, non perché non conoscesse il meglio, ma più tosto per piacere a molti, elesse l’abuso che ne’ romanzi trovava.

Non si niega che il poema dell’Ariosto non sia un palagio grandissimo, magnificentissimo, ricchissimo e ornatissimo, ma non già perfettissimo di modello; se non si vuol, però, che la perfettion sua sia perfettione di Romanzo, che a questo modo siamo d’accordo. Dicamisi di gratia: quando la favola del Furioso fosse eroica, non sarebbe ella almeno episodica? Ammassando l’una sopra l’altra, senza necessità né verisimilitudine alcuna, infinite digressioni? Come dunque perfettissima di modello?

Quella favola (dice Aristotile) havere le digressioni sconvenevoli, nella quale né secondo verisimilitudine né secondo necessità sono incatenate l’una con l’altra 303.

Hor, vedete s’è necessario né verisimile che dalla guerra di Carlo e d’Agramante nasca la novella di Giocondo, del Dottore et cento altre. Tutta volta la copia delle digressioni sì fatte, che in un poema eroico sarebbe vitio, in un poema come il Furioso è virtù, spiegate poi con quella eccellenza et felicità che l’ha spiegate l’Ariosto. Però quant’io ragiono della imperfettione del suo poema, non reca a lui biasimo, non havendo egli inteso di comporre secondo le regole d’Aristotele.

Della picciolezza et della povertà del poema del Tasso, forse se ne dirà in altro luogo. Ma non posso tacere che se tal poema havesse per argomento della sua favola ruine antiche, che ella secondo la sentenza de’ Signori Academici havrebbe la sua perfettione, poiché il vero soggetto di epopea si versa intorno a cose che ha certezza che sieno state, et incertezza del modo particolare nel quale avvennero, non altrimenti che le Terme di Dioclitiano, delle quali si ha certezza per l’istoria et per le ruine restate, restando tuttavia incerto alcun particolare della sua prima fortuna, in quanto per l’erto non appare.

Infarinato [55]

Che ‘l Minturno, il Pigna, il Giraldi e Bernardo Tasso si sieno ingannati tutti, distinguendo il poema eroico dal Romanzo, e nel discorrere sopra ‘l Furioso dell’Ariosto e giudicar la sua intenzione, abbiamo (credo) chiarito addietro per più risposte, e per la ventesima e ventinovesima più a lungo.

Là onde in questo luogo sarà assai il dire (o ‘l ridire):

che le regole della Poetica (al contrario di quelle della Gramatica) sono fondate su la ragione, e poi su l’osservanza di essa; e per questo, per diversità di linguaggi, non si possono alterar mai;

che di quel discorso degli Accademici, soggiunto dietro alle chiose, non potete voi valervi in giudicio contra di loro né chiamarla sforzata confessione, avendo essi (come si legge nel luogo proprio e come poco fa a memoria vi ritornammo) mutato persona in faccendolo e fattolo volontari304;

che l’ostinazione e la falsità de’ presupposti non è (come dite) dal canto loro;

che niente avete provato in alcuna di vostre cotante repliche, né addietro né per innanzi, contra ‘l Furioso dell’Ariosto;

che la sua favola è perfettissima di modello, perché è una, tutta; non ha niente di soverchio; è ben disposta; ha nelle parti e nel tutto, e in tutte le sue misure, eccellentissima corrispondenza; è grande; comprendesi in uno sguardo; è varia, adorna, magnifica e ripiena di maestà;

che episodica favola è quella (per dichiarazion d’Aristotile), nella quale sono le digressioni una dopo altra, fuor del necessario o del verisimile, e che in esso Furioso non ve n’ha alcuna delle cotali, ma o necessariamente o verisimilmente vi stanno tutte;

che la novella di Giocondo, quella del Dottore e molte altre hanno o necessaria o verisimile la dependenza onde la deono avere, cioè da’ luoghi particulari dove s’innestano, non dall’universale argomento; non si trovando legge o parole in tutto ‘l libro della Poetica che apporti questo obbligo agli episodi.

E qual dependenza nell’Iliade con la guerra troiana o con l’ira e sdegno d’Achille avrà lo sbombettare e l’addormentarsi che fanno insieme Giunone e Giove nel principio del primo libro305? E nella fine del terzo Paris ed Elena, messi nel letto insieme da Venere, esser parimente stati oppressi da dolce sonno? Quale col viaggio d’Ulisse nell’Ulissea, l’adulterio di Venere con lo Dio Marte, cantato da quel Demodoco nel convito del Re Alcinoo nell’ottavo libro di quel poema? E nel quindicesimo, la novella o storia raccontata da quel porcaio come dell’Isola di Siria rapito fosse già da’ Fenici e stato venduto a Laerte? Quale con la ventura d’Enea in Italia nell’Eneade di Vergilio, la favola d’Ercole e di Cacco raccontata da Evandro distesamente, e i versi cantati da’ Sacerdoti e da i cori?

… tu nubigenas invicte bimembres
Hylaeumque, Pholumque manu, tu Cressia mactas
Prodigia, et vastum Nemeae sub rupe leonem:
Te stigii tremuere lacus: e quel che segue 306.

Queste cose adunque sarà assai in questo luogo dire (o ridire) e con esse quest’altre appresso, che il replicar tante volte le medesime cose – cioè «la copia delle digressioni, che non pertengono all’argomento, in un poema eroico sarebbe vizio, ma in un poema, come ‘l Furioso, è virtù. Quanto io ragiono della ‘mperfezion del Furioso non reca biasimo all’Ariosto, non avendo egli inteso di comporre secondo le regole d’Aristotile» – che ‘l replicar, dico, queste medesime cose cotante volte è perdimento di tempo agli ascoltatori.

Per l’ultima cosa, vi si soggiugne che la chiosa degli Accademici non disse che la Gierusalemme avesse per argomento della sua favola rovine antiche, ma ch’era murata in su ‘l vecchio, o più tosto rabberciata, come i granai fatti a questi anni sulle reliquie delle terme di Diocliziano. Imperocché ha gran divario tra questi diri, presupponendosi dal primiero (cioè dal vostro) che si ridirizzi il soggetto stesso, e dal secondo (cioè da quel della Crusca) che sopra ‘l vecchio un altro se ne formi o se ne rabberci.

Dialogo [56]:

CARRAFA: E qui saranno ostinati a difendere la loro opinione; et se ciò fia, sarà bisogno convincerli con altre ragioni.

ATTENDOLO: Ho detto che le regole dell’arte dell’epica poesia, approvate dal mondo per tanti secoli nelle lingue che sono più in pregio per havere havuti più chiari scrittori che l’altre, sono appunto et han quel valore che hanno i principii delle dottrine, a cui contradire è indizio di vanità.

Crusca [56]

Le regole dell’arte sono veramente nella poesia, come le massime nelle scienze. Ma non per ciò che dice l’Attendolo, cioè per l’avere avuti più chiari scrittori, ma per l’essere fondate su la ragione, senza la quale non basterebbe né l’esemplo d’Omero né l’autorità d’Aristotile, il quale non ne lasciò ammaestramento nella Poetica che non fosse fondato su la detta ragione.

Replica [56]

Spesso le mie parole vengono chiosate al contrario di quel che suonano. Non disse mai l’Attendolo che le regole delle arti sono come le massime nelle scienze per haver havuti più chiari scrittori, ma questo membro riguarda le lingue che sono più in pregio che l’altre, per tal cagione, cioè per haver elle havuto più chiari scrittori. E chi niega che le regole della poesia non sieno fondate su la ragione?

Infarinato [56]

Nel modo stesso che stanno i segni delle distinzioni nella propria replica vostra, dove ora le trasportate, non si potrebbe alle parole del Dialogo dare altro senso che quel medesimo in che le presero gli Accademici.

Dialogo [57]:

ATTENDOLO: Però coloro che contradiranno a ragioni così chiare et all’autorità di Aristotile, del sicuro si resteranno per sempre nella loro ostinatione—

Crusca [57]

Se avesse detto ingannati, avrebbe conchiuso a suo modo.

Replica [57]

Non ingannati, ma conoscenti del vero nella loro ostinatione.

Infarinato [57]

Il conoscere il vero, e rendersi ostinato nel suo contrario, è malizia. E per qual cagione di tutti i predetti contraddittori, anzi malizia che difetto di conoscenza, volete presumere in queste cose? O qual certezza potete avere (che l’affermate così per certo e aggiugnetevi «del sicuro») che i cotali, nell’ostinazion che loro assegnate, per sempre sieno per restare? Perché non potrebbon lasciarla quando che sia?

Dialogo [58]:

ATTENDOLO: —et io per me altro non saprei che farci.

CARRAFA: Havendo voi detto nella similitudine che recata havete di due fabriche che l’una di mal disegno, intesa per lo poema dell’Ariosto, sia più dilettevole alla vista per haver più numero di stanze, per esser più ricca et adorna che l’altra di perfetto modello non è, intesa per lo poema del Tasso (che non più figliuolo per usar brevità da qui innanzi diremo), par che ne segua che, se bene l’Orlando Furioso ha l’imperfettione della favola, egli in tutte l’altre parti fuor che in quest’una avanzi la Gierusalem liberata.

Crusca [58]

E nell’altre parti e nella favola eccede l’Ariosto senza comparazione, dato che quella della Gierusalèm fosse favola, la quale è storia tolta di peso, come ognun sa. Onde l’autore in quell’opera non è poeta, ma riducitor d’altrui storia in versi. La quale storia comparisce così bene con quelle pastoie307, quanto sarebbe la Metafisica ridotta in canzone a ballo.

Replica [58]

S’è ragionato nella replica quinta, ma nell’universale, che colui che favoleggia sopra storia co’ debiti mezi dee chiamarsi et esser poeta, non men che Omero et Vergilio che altresì sopra storia favoleggiarono:

Deinde quis nescit (per aggiunger e le parole di Giulio Cesare della Scala nel primo libro della sua Poetica) omnibus epicis historiam esse pro argumento? Quam illi aut adumbratam, aut illustratam, certe alia facie quum ostendunt, ex historia conficiunt poema. Nam quid aliud Homerus308?

Ragionava egli di Lucano.

Nulladimeno, in questo particolare del Tasso, a cui questi Signori Academici con sì poca ragione, niegano il nome di poeta, diremo che la Gierusalem liberata ha molte cose comuni con la Iliade, et principalmente il titolo, il soggetto universale et anche il modo di trattarlo309. Hanno amendue questi poemi comune il titolo, nominandosi l’uno et l’altro dal luogo, dove in gran parte si consumarono l’attioni de gli argomenti delle lor favole. Et se il titolo della Gierusalem liberata non è di una sol voce, ciò avviene per non esser proprio della Toscana lingua, sì come della Greca comporre insieme le voci. Onde il Minturno:

Che diremo delle voci composte, delle quali tutta la felicità si diede alla Greca lingua, pochissima alla Romana et nulla alla nostra 310?

Convengono nell’universal soggetto che così fu storia quel dell’Iliade, come quel della Gierusalemme:

E non si dubita (dice il portato autore) che le cose nella Iliade descritte non fussero le più memorevoli che in quella guerra si facessero, né che da Ettore Patroclo, et da Achille Ettore fosse stato ucciso 311.

Et ultimamente convengono nel modo del trattare il detto soggetto: per ciò che Omero, per soggetto del suo poema, non prese tutta la guerra di Troia, ma solamente una parte. Il Tasso, per soggetto del suo, non prese tutta la guerra del passaggio fatto da’ Cristiani nella terra santa, ma solamente la presura di Gierusalemme.

Ma si dirà che della istoria della Iliade si haveva sommaria informatione, et di questa della Gierusalemme si ha piena notitia. A questa obiettione, tutto che nell’allegato luogo si sia data sofficiente risposta, diremo di più: che si adduce perché gli argomenti di Tragedia et di Epopea si debban prendere da istoria non al tutto nota; e perché in sì fatti argomenti si possano sicuramente frametter mezi favolosi, là dove così non può farsi in quelli tolti di istoria nota; come, per essempio, si sa di certo che né ArganteClorinda intravennero alla guerra di Gierusalemme, ma sono persone finte dal Tasso fuor della verità della istoria. Ma Omero finse peraventura alcuna persona che non intravenne alla guerra di Troia, nulladimeno per l’antichità dell’istoria, non havendosi certezza d’ogni suo particolare ma solamente nell’universale della cosa vera in se stessa, gli fu più lecito, non potendo così chiaramente esser convinto di menzogna, come il Tasso.

Hor, io dico che questa cosa è di nulla o di pochissima importanza, poi che, dato che Omero non possa convincersi di menzogna così nel particolare, si sa pure ch’egli ha mentito nella maggior parte delle cose da lui trattate, havendole almeno alterate, et nella eccellenza et nelle attioni delle persone, ove fe’ dimostrar l’eccellenza, come si disse di sopra; anzi, si può dire che, se non fu convinto di menzogna nel secolo nel quale e’ scrisse, che vien convinto nel presente per tante istorie stampate et scritte, nelle quali si vede ch’egli ha favoleggiato.

Se l’esser dunque convinto di menzogna rende imperfetto il poema, quel di Omero et anco quel di Vergilio saranno imperfetti, poiché la differenza da questo a quel tempo non toglie l’esser convinto, ma quella credenza che per aventura fu lor data, et hora manca, non varia il grado della lor dignità, come cosa fuor del poema. Onde così anche la credenza che si ha il Tasso haver in parte mentito non dee variare il grado della bontà del poeta, come cosa fuora del poema.

Aggiungasi che, Vergilio facendo che Didone fusse al tempo di Enea e che per lui s’uccidesse, si sapea di certo allora ch’egli scrisse, et si sa hoggi che disse bugia così nell’apportar del tempo, come nella istoria. Nulladimeno, questa bugia non fa nocumento alcuno a quel poema; anzi, gli reca giovamento et gli accresce bellezza. Et quando non altro vorremmo con questa severità di legge, che nulla rilieva né fa profitto niuno, togliere a’ begli ingegni la facultà di comporre epico poema, con danno evidente di tanti Eroi, di cui l’istorie stampate et scritte si veggano? Cessi per Dio sì strana opinione dalle menti de gli huomini, che già Alessandro non esclamò nella sepoltura d’Achille, dogliendosi che non si potesse scriver poesia de’ suoi fatti illustri, per cagion che fosser notissimi, ma sì bene che nel suo secolo non era un altro Omero che havesse di lui cantato312.

Che ‘l Tasso poi non faccia ben comparire in versi l’istoria sopra la quale ha favoleggiato, tanto è a dire quanto che inettamente adopri l’altre parti del poeta, dalla quale accusa (per hora vogliamo) che sia difeso da un moderno scrittore amico del vero, nato non già a Bergamo, ma nella Città di Firenze. Il quale dice non solo il Tasso haver usato le parti del poeta in sovrana eccellenza, ma eziandio che egli è sovrano poeta. Dice dunque Roberto Titio Burgense313 nel libro delle contrarietà, nel capo ventesimo così:

Et ex nostris Torquatus Tassius illo suo perillustri poemate, quo Gotthifredi aliorumque Christianorum principum res gestas in Hyerusalem expugnatione, magnifico, eodemque suavissimo carmine, Musis omnibus, atque Apollo ipsi faventibus, nuper cecinit. Et quo quidem poemate, non modo omnium nostrorum hominum illius generis poemata superavit, sed, et Graecorum Latinorumque famae luminibus obstruxisse mihi videri solet. Quo circa non putavi me operam ludere, et bonas horas male collocare, si illud ipsum poema, scholiis quibusdam, et commentariis illustrarem. Quod etiam libentius facio, ut ostendam eius obtrectatoribus quam perverse de poematis, illorumque conficiendorum artificio, ac ratione iudicare soleant314.

Si può veder dunque se le cose trattate nella poesia della Gierusalemme del Tasso sieno pastoie, come dicono gli Academici.

Infarinato [58]

Le ragioni di questa replica particulare vengono (mi credo) tutte annullate per la mia risposta trentanovesima. Che la Gerusalem liberata, comuni abbia o non abbia con l’Iliade molte cose, non è contesa di questo luogo. Agli Accademici è assai qui che, nell’essere invenzione di chi l’ha ridotta in ottava rima, con essa Iliade non s’accomuna.

Vergilio nella favola di Didone avrebbe errato, scrivendola come gli storici, perché non sarebbe stata sua ‘nvenzione. Non peccò in menzogna, perché a i predetti storici non si dava forse piena fede ne’ tempi suoi, e forse si bisbigliava tra gli huomini di quell’età, che altrimenti passatto fosse l’accidente di quella donna. Non toglie questo rigore della ‘nvenzione il tesser poema eroico a’ belli ingegni, né all’eroiche persone il dovuto celebramento. Imperciocché non le note ma opere di simigliante lega a quelle che di essi si chiaman note, non le distese, ma l’accennate sommariamente si deono degli eroici personaggi da poeta eroico celebrare. E queste dalla rigorosa legge del trovamento non vengono diminuite.

E che de’ fatti che nel poema vengon descritti, partita o sommaria notizia s’abbia prima dalle persone, non è come vorreste persuaderne in esso poema accidental cosa, e fuor dell’essenzia sua; è (dite voi) in esso poema accidental cosa, e fuor dell’essenzia sua, posciaché in esso i fatti non muta (dite voi) in niuna parte. Ed io vi rispondo che l’essere o il non essere stato il fatto, o l’essere stato in questa o in altra guisa, punto non pertiene alla poesia, ma solamente che, o prima si sia saputo, o di nuovo finto, dà o toglie l’essere o il non essere poema alla fatta in versi descrizione.

Che la storia di sua natura richiegga la libertà del parlare sciolto ed il vederla camminare quasi con le pastoie del verso sia sconcia cosa, come dicono gli Accademici, è (per quel ch’io creda) più manifesto che ce n’abbisogni dimostrazione.

Che da Messer Ruberto Titi dal Borgo a San Sepolcro, dottore in ragion civile e giovane adorno di belle lettere, si dica della Gierusalemme il contrario che dalla Crusca, essendosi l’opera di colui pubblicata più anni addietro315 che ‘l libretto degli Accademici, punto non vi si pon cura dal lor collegio, sappiendo certo che, se dopo quella difesa l’avesse dato alla stampa, si sarebbe (come avveduto e che ben conosce quegli Accademici in divolgando quel suo parere) guardato d’ogni parola316, che anche a storcerla contra la loro università potesse prendersi punto a sospetto.

Dialogo [59]:

ATTENDOLO: Benché le similitudini et comparationi non sempre corrispondano da ogni parte al suo comparato, pure nella similitudine ch’io portai, s’io dissi il poema dell’Ariosto esser più vago e più ricco che non è il poema del Tasso, ci aggiunsi la voce «in apparenza», volendo intendere parer così ad una vista imperfetta. Come per essempio, l’occhio nostro giudica di più grandezza la luna che qualsivoglia altra stella del cielo; nulladimeno, l’occhio dello ‘ntelletto de gli intendenti di prospettiva giudica avvenir ciò per difetto della corporal vista, da cui quanto più l’obietto si fa lontano, tanto più vien mirato con minor angulo et più si va minorando. Ma quegli, giudicando le cose come realmente sono et non secondo l’apparenza, scorge l’altre stelle di maggior grandezza che la luna non è. Però la vaghezza dell’Orlando Furioso può con apparenza dilettar solamente l’occhio di chi non intende né scorge la realità, ma la Gierusalem liberata può dilettare l’intelletto et l’orecchio insieme de gli intendenti.

Crusca [59]

Secondo questo discorso gli architetti non avrebbono a tener conto di quel che pare, ma guardar solo alla verità dell’essere. E le figure dipinte nella volta della nostra Cupola dovrebbono essere di tre braccia e non più; e se ci paressero mosche o zanzare avrebbe a bastare che lo ‘ntelletto conoscesse egli la verità. E male avrebbon fatto nelle loro fabbriche e Michelagnolo e Pippo a crescere le misure de’ corpi secondo le proporzioni dell’altezza; e false regole, intorno a questo, sarebbon quelle di Vetruvio e Liombatista. Bella legge: fare una cosa che spiaccia al senso, del quale ella è oggetto, perché poi v’abbia lo ‘ntelletto a riparare egli.

Replica [59]

Questi Signori Academici vanno dall’Alfa all’Omega della lor risposta, favorendo la prospettiva; né pure intramezano una parola in favor dell’Ariosto. Non niego che l’architetto debba tener conto della apparenza, lasciando tal volta a bello studio la verità dell’essere; anzi, vien lodata l’architettura et la pittura, che ognuna di loro o per se sola o concorrendo in un soggetto comune come nella Scenografia, osservino insieme le ragioni della prospettiva.

Ma chiara somiglianza per certo, o comparatione, si porta a questo proposito delle figure dipinte nella volta della lor Cupola; come se si ragionasse con un cittadino di Firenze, il quale havrebbe etiandio difficultà ad intendere di qual chiesa, o come se gli occhi de’ forastieri potessero indrizzarsi tutti all’obietto delle figure comparate. Assai meglio havrebbe fatto questo Segretario a portar per comparatione, come disse il Mutio di quel medico: «la carrucola, ch’egli in casa haveva.317».

Né si niega ben fatto (per iscontrar gli essempi) che la colonna di Traiano che si vede in Roma vada crescendo, conservando non dimeno all’occhio l’ineguale egualità del suo corpo et delle figure intagliate nel corpo; né pure che crescessero le misure de’ corpi delle colonne che stavano nelle antiche fabriche su le cantonate de’ portici, sì che nel vero avanzassero l’altre che si collocavano nel filo di mezo. Ma ben si niega che occhio non intendente di prospettiva si curasse o si avvedesse della ragione di quella che si avanzava sagliendo o della differenza di queste angulari con le laterali che, variando in misura, si rendevano eguali in vista; o pure che lo ‘nelletto volgare comprendesse qualmente l’aere circostante – mangiando (come dicono) della grossezza di quelle che nell’angolo collocate venivano – defraudasse la vista. Non conosce né cura questo occhio plebeo che più tosto amira l’ampiezza et la ricchezza della fabrica.

Vane dunque non riputiamo – che vane non false vollono dir gli Academici, poi che non di mezi impotenti a portare a fine, ma di fini et di forme intesero – le regole date intorno a ciò da Vitruvio, da Leombattista, da Serlio et dal Cataneo et da altri. Come parlando altresì del diametro del corpo lunare et dell’altre stelle, non si disse della ragione dell’arte d’Iddio – che Plauto chiama «architetto»318 – ma dello ‘nganno dell’occhio non intendente.

Riformatori al fine di legge non imposta, vogliono costoro inferire che per osservare i precetti della epopea non si debba offender l’orecchie. Et che? L’unità della favola per aventura appartiene all’orecchia? Il costume, la sentenza? Et in somma dalla scelta delle voci et dal numero infuori, et in questo (come s’è detto altrove), si fa talhora primo giudice lo ‘ntelletto: poca o nulla parte dell’oratione rimane sotto il giudicio del senso.

Infarinato [59]

Questi Accademici dall’A alla zeta di lor risposta non dicon sillaba, non che parola, che altro sia che sovrana lode dell’Orlando dell’Ariosto, il qual mostra le cose quali elle deono apparire, che è l’uficio d’esso poeta, e non quali elle sono veracemente, il che tocca a fare allo Storico.

Quanto pertiene alla nostra Cupola, non posso fare in ciò anch’io di non venirmene dalla vostra: che troppo scuro edificio, e veramente poco più noto della carrucola di casa sua, si scelse dal Segretario per torne comparazione. Forse che mancavano altrove mille fabbriche più illustri che v’erano davanti agli occhi e conoscevansi dal lettore, senza avergli ad impor fatica di legger le librettine de’ postiglioni319, fuor de’ quali la Cupola di Firenze, se non se forse nelle solitudini di Tebaida320 o ne’ diserti del Mondo nuovo, da alcuno orco o huomo salvatico non s’udì giammai nominare. Anzi, come dite voi troppo bene: appena che s’intenda in Firenze stessa da’ terrazzani che cosa la Cupola sia, avendoci quasi cotante cupole quanti cammini, e quasi tutte d’egual grandezza, di pari perfezione.

Ma sentite quel che per esso Segretario vi risponde l’Abbrucia nostro321:

Signor Pellegrino, voi ci fate torto alla fé ad avvilirci la nostra Cupola, e maggiore il fate a voi stesso, mostrandovi nuovo del nome suo e dispregiando quello edificio, del quale tutti s’accordano gli architetti che mai il sole (quanto da memorie si può ritrarre), né il più alto, né il più bello, né ‘l più magnifico non vedesse sopr’alla terra. Ma s’io l’avessi pure una volta inghirlandata (presente voi) de’ suoi razzi, e attaccativi e accesivi dov’io soleva de’ miei panelli322, non vi sarebbe appo la colonna di Traiano, che per esemplo si reca avanti da voi, paruta fredda comparazione.

Ma vedete nuovo pesce ch’è questo Abbrucia: ché egli vuole uscir de’ panelli ed entrar ne’ punti della Retorica, e dice così:

La legge del prender la comparazione da cose note fu ordinata per la chiarezza. Ma in questa assomiglianza degli Accademici, cotanto è chiaro il concetto a chi l’ha veduta, quanto a chi la Cupola di Firenze non udì pur mai mentovare; soloché non sia nascoso a chi ode ciò essere un’altissima fabbrica in volta. E questo per le parole del luogo stesso è pienamente manifestato dagli Accademici, là dove dicono:

e le figure dipinte nella volta della nostra cupola dovrebbono esser di tre braccia e non più; e se ci paressero mosche o zanzare avrebbe a bastare che lo ‘ntelletto conoscesse egli la verità.

Non è palese per le parole «di tre braccia» e «se ci paressero mosche o zanzare» la detta Cupola essere un edificio altissimo a maraviglia? E di quale altra notizia è mestiere a questo concetto?

Così con alta distinzione, che altrove mosterrà, fu ottimamente posta quella di Dante nel dodicesimo del Purgatorio:

Come a man destra per salire al monte
Ove siede la chiesa, che soggioga
La ben guidata sopra rubaconte 323.

e nel diciannovesimo dello ‘Nferno:

I’ vidi per le coste e per lo fondo
Piena la pietra livida di fori
D’un largo tutti, e ciascuno era tondo,
Non mi parean men’ ampi, né maggiori,
Che quei che son nel mio bel Sangiovanni
Fatti per luogo de’ battezzatori 324.

e nel trentaquattresimo:

Non era camminata di palagio,
Là ’ve eravàm, ma natural burella,
Ch’avea mal suolo, e di lume disagio 325.

Ma che è ciò che in occhi, in udire e in sensi vi venite poi allungando e adirandovi tutto in un tempo? Chi altri che voi in questo ragionamento di sensi, d’udire e d’occhi è entrato? A che altro si risponde dal Segretario che a quelle vostre parole stesse: «ma la Gierusalem liberata può dilettar lo ‘ntelletto e l’occhio insieme degli intendenti»326? E dove si truova parola nella difesa, di poca parte o assai, che abbia o non abbia l’udito nell’orazione?

Dialogo [60]:

CARRAFA: Troppo, Signor Attendolo, attribuite a questo vostro Tasso. Vorrei pure intenderla meglio, ch’io non so in che cosa consista la divinità dell’Ariosto che voi havete pur confessato ch’egli habbia. Concedasi ch’egli nella costitution della favola ceda al Tasso, non so se li cederà così nell’altre parti di poesia.

Crusca [60]

Tanto nell’altre parti, quanto nella costituzion della favola.

Replica [60.C]

Gli Academici dan sentenza a lor modo, dove nella causa non si eran fatte ancor l’alleganze.

Infarinato [60]

Gli Accademici non danno sentenza ma dicono il parer loro. E qui lo fanno in articolo, nel quale né prima né poi sono state fatte alleganze.

Dialogo [61]:

ATTENDOLO: Non niego io, Signore, che sopra la favola non ben formata dall’Ariosto non havesse egli potuto fabricarvi ottimo costume, ottima sentenza et ottima locutione, come in vero felicemente ha fabricato la sentenza. Ma l’Eccellenza Vostra resti servita di por fine a questo ragionamento, ch’io non vorrei procacciarmi nome di troppo severo et, quel che importa più, esser riputato sospetto giudice in questo particulare, già ch’ella chiama il Tasso «mio», come che quanto io ragiono fusse per affettione et non per la verità.

CARRAFA: So che l’affetto non farà voi traviar dal dovere, se ben haveste ad esser giudice di voi stesso, né la verità dee dispiacere ad huomini ragionevoli et professori di lettere. Però piacciavi dirmi particolarmente in che cosa il Tasso sia in bontà poetica superiore all’Ariosto, et in che cosa peraventura l’Ariosto in ciò avanzi il Tasso.

ATTENDOLO: Più tempo di quel che habbiamo richiederebbe sì fatto giudicio, poiché a veder ciò converrebbe che sottilmente si esaminassono tutte le parti, così principali come minute, di poesia, non solo le formali et le materiali dell’epopea. Ma poi che così comandate, io in sì gran bosco farò picciol fascio, non havendo già ad insegnar l’arte della facultà poetica ma ragionarne superficialmente a voi, di quella non solo professore ma in buona parte maestro. Perciò n’andrò raccogliendo quel tanto solamente che alla presente materia del nostro ragionamento mi parrà che sia necessario. Et faremo ciò havendo consideratione alle parti solamente dell’epopea. Habbiamo veduto di sopra che cosa sia poeta, et detto che egli nel suo universale altro non è che imitator di cose o d’attioni per mezo del parlare.

Crusca [61

E di sopra habbiamo risposto che non del parlare semplicemente, ma del verso.

Replica [61]

Et di sopra habbiam replicato che nel parlare si può sotto ‘ntendere l’armonia et il verso.

Infarinato [61]

Avvegnaché Aristotile stesso l’usasse talora anch’egli in cotesto significato, tuttavia si dichiarò poi in più luoghi, il che da voi non s’adopera. E troppo (non operandosi) può lasciar sospeso il lettore e in dubbio troppo importante.

Dialogo [62]:

ATTENDOLO: Hora, facendoci da capo e volendo diffinire che cosa importa epico poeta, ci contenteremo pur d’una larga diffinitione, dicendo che’egli sia imitatore d’attioni d’Illustri persone327

Crusca [62]

Non basta che l’azione sia d’illustri persone, ma bisogna che sia illustre ella, perché si potrebbono indur de’ Re che giucassero a’ noccioli. E non vale il rispondere che ciò sarebbe contra ‘l decoro, perché il decoro non è necessario all’essere, ma al bene essere del poema.

Replica [62]

Io credo che questi Academici vogliano scherzare, et qui la diffinition del poeta epico vien pur presa largamente. Ma s’io voglio intendere per «la imitatione delle persone illustri» l’imitation de’ migliori, che mi risponderanno? Aristotile non disse la tragedia essere imitation de’ migliori? Et questi migliori potevano pure giocare a’ noccioli, come e’ dicono.

Infarinato [62]

Volete giudicar due poemi eroici. E per farlo con fondamento venite a por la difinizione; la quale, come d’altro concetto si può presumere che di quello del qual da voi si ragiona? E quando si ricevesse per l’Epica in larga significanza, sì come ora vorreste che si prendesse, sarebbe il vostro piggiore; perocché falsa sarebbe, senza contrasto, la predetta difinizione, la qual pur ora avete prodotta, come per la risposta fattavi dal Patrizio v’è stato mostrato a sufficienza328.

Che Aristotile dicesse l’epopeia essere imitazion di migliori, chi ‘l vi niega? Ma ciò non pose egli mai come qualità propria e diffinitiva di quella spezie, né (in breve) come termine di difinizione, ma come cosa comune a lei e alla Tragedia. Sì che non più conchiude il vostro argomento del potersi in poema eroico imitar fatti bassi o leggieri; ché si farebbe da chi dicesse: l’huomo è animal di due gambe, addunque l’aver due gambe a far che l’Animal sia huomo è assai.

Dialogo [63]:

ATTENDOLO: —la quale imitatione, accioché perfetta divenga, intorno a quattro parti principali conviene che l’ingegno del poeta perfettamente s’adopri et ritrovi et osservi insieme. La prima è la favola, la seconda è il costume, la terza è la sentenza, et la quarta è la locutione; et queste sono, et non più, le parti formali o di qualità, che Aristotile dice haver l’epopea, come che habbia ancor quelle di quantità o materiali che si dicano329. Hor ditemi: havrete voi per buon pittore colui che non habbia buon disegno, che non sappia dar ben l’ombre, et non sia giudizioso nel donar i colori all’opera ch’egli intende di fare?

CARRAFA: In niun conto. Anzi, perché altri meriti nome di buon pittore, credo habbia bisogno di molte altre eccellenze, sì come dimostrarsi perfetto artefice ne’ scorci et ne’ muscoli, saper ben diversificare gli atti et le positioni delle figure, et secondo il grado, sesso et età delle persone prese ad imitare, vestirle et dar loro i lineamenti et colorirle sì, che appaiano hor piene di maestà, hor vili, hor feroci, hora robuste, hora delicate et hor molli; et insomma conviene al pittore osservare tante altre parti dovute ad arte sì nobile, che non è maraviglia che, sì come nella poesia adiviene, così nella pittura veggiamo rari esser quelli che conseguiscano vero grido d’honore.

ATTENDOLO: Ottimo è il giudicio di vostra eccellenza. Hor non dirà ella che un poeta, il quale habbia errato nella costitution della favola, che sarà appunto come un pittore havere errato nel disegno; et che un poeta, il quale non habbia buon costume et che non vaglia molto nella sentenza, et che non si serva nel suo poema di locutione artificiosa – il che sarà come un pittore non haver ben dato l’ombre, non haver ben colorito, non usato artificio intorno a gli scorci, a i muscoli, a gli atti, alle positioni et alle vesti delle figure – che questo tal poeta debba cedere et donarsi per vinto ad altro poeta che miglior di lui abbia queste parti osservate?

CARRAFA: Non si può negare.

ATTENDOLO: Hor, della favola ch’è l’anima della poesia di sopra a bastanza si è ragionato, et conchiuso che l’Ariosto volontariamente, non già per difetto d’ingegno, l’habbia contra le regole di Aristotile tessuta di diverse fila, et il mondo et voi ciò confermate.

Crusca [63]

Conclusione è quella, come dicono i Loici, che scoppia dalle premesse330. E però questa dell’Attendolo non è stata conclusione ma semplice presupposto, poiché non s’è provato niente.

Replica [63]

In quanto all costitution della favola del Furioso, pareva all’Attendolo che non fosse necessario di provar cosa per sé chiarissima, et che l’autore istesso havea confessato in cento luoghi del suo poema. Ma se la pruova per ragion de’ partigiani fu scarsa nel dialogo, sopravanza hora in questa replica.

Infarinato [63]

Per sé chiarissimo era, ed è il contrario, cioè che ottimamente sta la favola del Furioso, né contr’a ciò nella vostra Replica si pruova nulla. E quel ch’addietro n’avete detto, vi s’è (credo) in questa scrittura ribattuto fino a ora in sì fatta guisa, che forse più oltre non è da chiedere in questo affare.

Dialogo [64]:

CARRAFA: Et chi volesse negarlo?

ATTENDOLO: Non potrebbe, poi che l’Ariosto istesso il conferma in più luoghi del suo poema. Dice in un luogo:

Ma perché varie fila a varie tele
Uopo mi son, che tutte ordire intendo 331.

et in un altro:

Di molte fila esser bisogno parmi
A condur la gran tela ch’io lavoro 332.

Crusca [64]

Le più fila non impediscono l’unità della favola, ma sì bene le più tele. Onde, se l’Ariosto in ragionando del suo poema ha errato nelle parole, l’ha fatto in quelle «a varie tele». Ma può salvarsi: che per «tele» abbia intesi certi episodi che tutti insieme poi si congiungono e formano quella gran tela che egli più correttamente disse nell’altro luogo.

E chi non sa che Aristotile, parlando dell’eroico, disse che in esso, per lo essere narrazione, era lecito fare insieme molte parti conducentisi a fine, per le quali s’accresce la massa del poema. E altrove, favellando della tragedia, dice che, se la favola dell’eroica sarà una o brevemente dimostrata, apparirà topicoda, o vero accompagnante la lunghezza del verso riuscirà annacquata333. Ma se sarà più d’una, cioè composta di più d’una azione, le mancherà d’unità, secondoch’ella manca all’Iliade e anche all’Ulissea, nelle quali afferma che ha di molte di queste parti; benché (così soggiugne) quei due poemi sieno ottimamente composti e abbiano la detta unità, secondo che consente la lor natura334.

Ma che importerebbe, quanto all’essere di quel poema, che l’Ariosto avesse detta una cosa e fattane un’altra? Anche Omero disse di cantar lo sdegno d’Achille, e cantò quella parte della guerra Troiana che comincia dal detto sdegno, come si cava da Aristotile stesso. Il quale afferma che eziandio in questo si mostra divino Omero per lo non aver messo mano a descriver la guerra tutta, benché avesse principio e fine, ma di cotal guerra presa solo una parte; del quale sdegno si ragiona tanto poco da quel poeta che manco d’un libro lo capirebbe. E diciamo che comincia perché non termina con esso sdegno, ma passa avanti parecchi libri; tutto che anche il secondo sdegno, cioè quello contro a Ettore, gli si facesse buono in questa ragione che bisogna andarci di bello335.

In brieve, la tela e non le file è quella che dee essere una nell’Epopeia. E tale è quella del Furioso, ma tela larga e magnifica e ripiena di molte fila, le quali si partono tutte da una sola testa e finiscono in una sola coda della predetta tela. Là dove quella del Tasso anzi che tela si può chiamare un nastro, o come si chiama a Napoli, una zagarella336.

Replica [64]

Che raggiramenti di fila et di tele? Si è provato appieno che la favola del Furioso non è una, et che l’Ariosto non intese mai di farla tale, quale questi Academici dicono ch’ella sia. Hor non è ciò cosa da smaniare. L’Ariosto dice quel ch’egli sa, et in fatto proprio tocca a lui solo, e gli vien data una mentita da’ suoi partigiani, per fargli un gran favore, con dire ch’egli non ha detto quello che ha cento volte detto. Non intese giamai l’Ariosto («in mal’hora» direbbe il Segretario) di compor poema di una sola attione. Egli è vero che, perché non appaia la favola dell’eroico topicoda per troppo brevità, sono necessarii gli episodii, i quali accrescano il corpo del poema, onde riguardandosi a tutto l’aggregato all’argomento della Iliade et dell’Odissea, l’una et l’altra ha più capi, ma tutti però han dipendenza et si raggirano intorno ad un solo. Non così avviene delle tante fila et novelle del Furioso, le quali a niun conto, come s’è detto nella replica ventesima nona, possono essere episodii in quel poema; ché se fussero, non solo per la loro lunghezza la favola riuscirebbe acquidosa, ma per la loro moltitudine (come pur si disse) verrebbe ad affogarvisi sotto.

Ma che l’Ariosto intendesse di trattar confusamente tutte le parti del suo poema, et non haverne una sola per argomento et l’altre per episodii, oltre a quanto n’habbiam detto, si può chiaramente scorgere dal titolo del suo libro, dalla propositione, dalla invocatione et anche dalla narratione. Dal titolo si vede ch’egli intende di dir le pazzie d’Orlando; dal proporre, ch’egli vuol cantar «Donne, cavalieri, arme, amori, cortesie, et imprese»; dallo invocare, che egli vuol lodar Ruggiero et casa d’Este; et dal narrare, cominciando dalla fuga di Angelica, manifesta che egli non ha per argomento del suo poema la guerra tra Carlo et Agramante come dicono gli Academici; poi che, havendo preposto, ragiona di quella come di cosa accessoria et dipendente dalla propositione, dicendo che le donne, i cavalieri, l’arme e gli amori che egli intende di cantare «furono al tempo, che i Mori passarono in Francia».

Voglion forse li Academici che l’Ariosto fosse stato tanto ignorante che non havesse saputo distinguere tra l’argomento et l’episodio? Egli, prendendo vero soggetto di Romanzo, hebbe per argomento l’attione di varii cavalieri et di varie donne, dalle quali deriva la narratione delle sue tante novelle et favole; e quando ciò non fosse (che è così veramente), come si potrebbe almen negare che egli, per argomento della sua favola, non havesse havuto l’occhio a tre cose principali: alle pazzie fatte da Orlando per amore, alla guerra tra Agramante et Carlo, et a gli amori di Ruggiero et di Bradamante?

Hora, che Omero havesse non men che l’Ariosto detto una cosa et fattane un’altra, non è vero. Perciò che, se egli disse di voler cantar l’ira d’Achille, la cantò realmente; et non solo propose di cantar l’ira, ma l’ira dannosa di Achille. Nell’ira in un certo modo forma il cerchio della Iliade, et l’aggiunto dannosa riempie l’ambito dal cui aggiunto, com’egli nella stessa propositione dichiara:

[…] Infinite doglie
A Greci porse, e molte anime chiare
Gir fece innanzi al natural destino
Giù nel caliginoso, e cieco inferno,
D’eroi possenti, e le lor membra diede
Pasto di fiere, e di rapaci augelli
Per di Giove adempir l’alto consiglio 337.

Omero, ricordevole di se stesso, in ampie forme spiega divinamente nel capo della Iliade quello che mostrò nel picciol bozzo della propositione, dipendente tutto dall’ira dannosa di Achille, la quale non hebbe fine in sì poco tempo che, mentre ella durò, non seguisse parte delle più illustri attioni della guerra di Troia che furono (già accadute in tempo dello sdegno di Achille) per argomento della favola, come dice Aristotile. Et l’altre cose che avvennero innanzi o poi detto sdegno, et narrate da Omero, sono gli episodii della Iliade, i quali aggrandiscono et danno ornamento al corpo della favola, ma non la soffocano. Et perché non si farà buono ad Omero il secondo sdegno di Achille contra Ettore, s’egli verisimilmente et necessariamente dipende dal primo? Poi che se non precedeva lo sdegno contra di Agamennone, Ettore non havrebbe ucciso Patroclo sotto l’armi d’Achille?

Ultimamente non si niega che la tela del Furioso non sia larga et magnifica, ma tessuta a vergato, come si dice a Firenze.338. Là dove quella della Gerusalemme non è però un nastro, o una zagarella, come si dice a Napoli, ma è tela di giusta grandezza, tessuta di un pezzo intiero di fila d’oro purissimo. Et se vogliamo servirci della similitudine portata da Aristotile a questo proposito, la Gerusalemme non è quello animale di diecimila stadii, ma è tale che, non essendo picciola, la sua grandezza si può comprendere in una sola vista339.

Infarinato [64]

«Che ragionamenti di fila e di tele», dite voi, quasi crucciandovene contra la Crusca? Che dimenticanza è cotesta vostra (potrevi risponder’io, s’io non sapessi che da senno non favellate), d’essere stato voi solo che di queste tele e di queste fila avete or’ora messo in campo il ragionamento? Or non è ciò cosa non solamente da «smaniare», come dice la vostra Replica, ma da rinascere e trasecolare? E dove è la mentita che si dà dagli Accademici all’Ariosto? È forse racchiusa in quelle parole del Segretario: «Ma che importerebbe, quanto è l’essere di quel poema, che l’Ariosto avesse detta una cosa e fattane un’altra»? Vien forse questa dottrina di Capo d’Istria, o è tra le leggi de’ Longobardi, che il mettere un caso in termine (ma che dico «in termine»?) in dubbio si debba comprendere tra le mentite340?

Intese tuttavia l’Ariosto «in mal punto» (si direbbe anche dal Pellegrino, senza bestemmia, con molta proprietà) di compor favola d’una azion sola nel suo Orlando, e tal la compose sicuramente. Né da voi, in tutta la vostra Replica, si pruova mai il contrario. E ciò che in contrario se ne disputa (oltr’a quel che da’ nostri se n’è mostrato in altre scritture341) in questo mio libro stesso, per più risposte fattevi addietro, s’è (per mio credere) sbattuto da’ fondamenti. Sì come con lo ‘ndirizzo della rubrica posta in fronte a questa operetta, se vi fosse uscito di mente, senza molto averne voi a cercare e io di nuovo a citargli, a i propri luoghi ritornar potrete a vedere.

Che gli episodi moltiplichino i capi alla favola dell’Iliade e dell’Ulissea, sarebbe (s’io non m’inganno) scienza del tutto nuova. Gli episodi riempiono il corpo per entro, e fannol quasi gonfiare; e non gli aggiungono altre teste che quelle con ch’egli è nato. E però, parlando di questo fatto, usò Aristotile quella parola ὄγκος342,la quale alla moltiplicazion de’ capi troppo sconciamente s’adatterebbe, come conosce ottimamente chi sente ben la sua forza, come son certo che fate voi343. Sì come ancora il vocabolo stesso episodio, che al nostrale traviamento risponde in significanza, vale anch’egli a manifestare che non mica da episodi o incidenze o digressioni può venire a essi poemi la multiplicità di quei capi, che ne’ due poemi d’Omero affermate che si ritruovano; anzi, son parti innate e membra proprie dell’argomento.

E che le cotali stieno in tutta finezza nel Furioso dell’Ariosto, e tutte dependenti l’una dall’altra senza niun danno dell’unità, ho mostrato addietro così aperto, che vano sarebbe il ripeterlo, potendosi massimamente (come poco fa vi diceva) per la tavola che va in fronte a questa scrittura tornare a rileggerlo senza fatica. Ché troppo noioso a chi legge, e di troppo perdimento di tempo a chi scrive, sarebbe questo senz’alcun dubbio: che ritornandosi nella Replica molto spesso a ripetere in tutto il medesimo senza provarlo, mi rimettessi anch’io ogni volta (pur del medesimo) a riporvi innanzi gli sbattimenti.

Dialogo [65]:

ATTENDOLO: Et per avventura in alcun altro luogo egli stesso fa testimonianza et confessa apertamente questo suo fallo. Et essendo così, colui che sopra una istoria havrà ordita la sua favola d’una sola attione, come Aristotile insegna et il mondo approva, non sarà egli da commendar più in questa parte che Lodovico Ariosto?

CARRAFA: Sì, ma mi sovviene che, se bene il Tasso è stato osservatore de’ precetti da osservarsi nella costitution della favola, non ha però ritrovato di proprio ingegno cosa di maraviglia. Et perciò egli in questa parte par che più tosto habbia fuggito biasimo che acquistatosi loda; là dove se l’Ariosto si chiamerà da lui vinto nell’ordimento et tessitura della favola—

Crusca [65]

Questo non farà egli.

Replica [65]

Il farebbe per certo da galant’huomo s’egli vivesse.

Infarinato [65]

Volete metter su il pegno?

Dialogo [66]:

CARRAFA: —peraventura l’avanzerà nella inventione.

ATTENDOLO: Intorno a ciò, non dico che il Tasso sia stato ritrovatore di cose maravigliose et che in questa parte possa paragonarsi a’ Greci poeti—

Crusca [66]

Né anche a molti Toscani.

Replica [66]

A quali di grazia? Il Tasso, come puro epico, non ha poeta Toscano che l’avanzi nella inventione.

Infarinato [66]

Queste sono le medesime di sempremai. S’è risposto già mille volte.

Dialogo [67]:

ATTENDOLO: —ma né anco l’Ariosto, con sua pace, si potrà dar vanto di haver ritrovato cose rare, havendo egli condotta al suo fine la favola di cui già fu ritrovatore il Conte Matteo.

Crusca [67]

Basta ch’e’ non abbia scritta la medesima parte, perché né anche Omero cantò azione non dependente da trapassata azione; anzi, seguitò quella della guerra di Troia che altri o descritta o trovata avevano innanzi a lui; e ‘l simigliante fece Vergilio seguendo quella d’Omero. Ma il Tasso ha scritta la medesima parte appunto che di più d’un autore si truova eziandio nelle stampe.

Replica [67]

Omero nella Iliade prese per argomento parte della guerra di Troia, e gli diè principio dell’ira di Achille, la quale non dipende necessariamente da altra cosa; se non vogliamo che Aristotile contradica a se stesso, havendo l’argomento della Iliade per ottimo non che buono, ché se egli di necessità havesse cosa innanzi a sé, ottimo non sarebbe. L’argomento dell’Eneide ha ‘l suo principio dalla partita di Enea da Cicilia, il quale parimente non ha necessità alcuna di haver dipendenza dalla partita da Troia, ché se ciò fusse, non si ritroverebbe argomento di Epopea né di Tragedia senza questo difetto. Poiché nelle humane attioni da che hebbe il mondo principio, si vede sempre l’una succedere all’altra, ma si dice alcuna succedere di necessità et alcuna no.

Che ‘l Tasso habbia scritto storia, se n’è ragionato nella replica cinquantesima ottava. Et che la storia di Gierusalemme sia stata scritta da più d’un autore, et che etiandio si trovi nelle stampe, non sarebbe ciò avvenuto delle materie o del soggetto preso da Omero, s’a quel tempo ch’e’ scrisse si fosse ritrovata l’arte della stampa? Poiché gli Academici stessi confessano che, prima di Omero, sia stata da altri descritta la guerra di Troia?

Infarinato [67]

Tornate a legger la mia risposta sotto alla vostra replica quarantottesima.

Dialogo [68]:

ATTENDOLO: E se cosa d’accidentale inventione ha di buono nel suo poema, il tutto è tolto da’ poeti Greci et Latini.

Crusca [68]

Un maestro di scuola risponderebbe che nihil dictum, quod non sit dictum prius. Chi rubò mai più di Vergilio, che insino a’ versi interi tolse a’ poeti stessi della sua lingua? E se potesse rivedersegli il conto, crederrem noi che Omero si tenesse anch’egli le mani a cintola? I pensieri son comuni a ciascuno, e il fatto sta nell’esprimergli felicemente; nella qual cosa veggasi un poco il maraviglioso ingegno dell’Ariosto che quando ruba, ruba in maniera che mostra che i rubati abbiano rubato a lui.

Replica [68]

Non si niega che l’Ariosto non habbia felicemente tolto da’ Greci et Latini molte cose, le quali in modo ha collocate nel suo poema ch’a ragione si possono chiamar sue. Né dal dialogo viene egli in ciò biasimato altramente, tutto che Lodovico Castelvetro accusa di furto non che lui ma Vergilio, Terentio, Francesco Petrarca et altri poeti, parte come rubatori di favole intiere, et parte de gli altrui concetti, volendo in ogni conto che tai furti rechino biasimo a colui che gli commette344; discordando da Giulio Camillo, il quale dice tai furti recar lode a qualunque si sia, che trasportando gli altri concetti d’altra lingua nella sua gli facci star così bene in questa come in quella345.

Infarinato [68]

Questa contesa non rilieva qui alla nostra accusa, né ci vuol la mia Accademia intramettere ora il giudicio suo.

Dialogo [69]:

CARRAFA: Né il Tasso ha egli usata negligenza in questa parte, poi che è stato molto accorto in servirsi del trovato d’altri et arricchirne il suo poema.

ATTENDOLO: Per quel che a me pare, egli fa ciò nella sentenza et alcuna volta nella locutione, trasportando l’una et l’altra di peso dall’una lingua nell’altra. Ma noi ragioniamo hora della favola.

CARRAFA: Diavisi questa per vinta.

Crusca [69]

Il Pellegrino, per quel che si vede qui e altrove, non vuole che i personaggi introdotti da lui in questo dialogo s’azzuffino insieme per difesa dell’Ariosto.

Replica [69]

Non vuole né ha luogo, dove si cede alla verità conosciuta. Et io difenderei l’Ariosto così volentieri come gli Academici dov’altri l’accusasse a torto.

Infarinato [69]

In questa «verità conosciuta» sta tutto il punto.

Dialogo [70]:

CARRAFA: Vegnamo all’altre parti dell’Epopea.

ATTENDOLO: Dee così l’epico come il tragico poeta havere il costume, et costumato diremo quel poema narrativo, drammatico, o misto che sia, quando nelle parole et attioni delle persone che ragionano si conoscerà la elettione od inclinatione dell’animo loro in fuggire o seguir qualche cosa. Però diciamo con Aristotile che al poeta, perché ciò osservi perfettamente, bisogna haver l’occhio a quattro maniere di costumi.

Crusca [70]

Qualità e non maniere.

Replica [70]

Quel «τέτταρα»346 di Aristotile da osservarsi intorno a’ costumi, che Alessandro Piccolomini esplicò «condicioni et cose»347, non è gran fatto ch’io dicessi «maniere», poi che quel che segue nel medesimo testo, «ἑν εκάστῳ γένει»348, – e parlando l’autore della prima cosa o condicione, et Castelvetro traduce «in ciascuna maniera»349Pietro Vittorio nelle sue chiose chiama altresì condicioni: «Declarat enim hoc in singulis generibus servari, genera nunc appellans sexus conditionesque hominum»350.

Infarinato [70]

«περὶ δε τὰ ἤθη τετταρά ἑστιν ὧν δεῖ στοχάζεσθαι»351: intorno a i costumi quattro cose sono a che bisogna aver l’occhio, dice Aristotile. E nominata la loro prima condizione, cioè che buoni sieno i costumi, e dichiarato come fien buoni e come fien rei, soggiugne subitamente: «ἔστι δὲ ἑν εκάστῳ γένει», ed è ciò in ciaschedun genere di persone, cioè l’esser buono o reo il costume; e ne pone esemplo e della donna e del servo. Ora che ha a far qui la parola genere detta da Aristotile delle varie guise delle persone in pruova delle maniere, col qual vocabolo avete chiamate le condizioni che deono avere i costumi?

Dialogo [71]:

ATTENDOLO: Et la prima è che sia buono, la seconda che sia convenevole, la terza che sia simile, et la quarta eguale; le quali, benché alcuni vogliano che non sieno più che tre, verremo dichiarando et esemplificando di mano in mano. Vuole Aristotile che ‘l tragico, et per conseguenza l’epico poeta, faccia elettione nel suo poema di persone di buoni costumi, ma di mezana bontà, non ottime del tutto, né del tutto ree. Ma per mio avviso, di questa bontà di mezo ha da servirsi solamente la tragedia, della quale è proprio lo spavento et la compassione, affetti (secondo Aristotile) che si procacciano per mezo tale. Ma all’epopea non si niega di ammettere persone di bontà nel supremo grado, et s’intende che l’una et l’altra dee ciò fare nelle persone primiere nell’attione, in cui cada la mutatione dello stato di felice ad infelice o per l’opposito, il riconoscimento, et cose simili. Et in questa prima maniera del costume, se ben l’Ariosto intitolò il suo poema Orlando furioso

Crusca [71]

Il titolo non può fare essere quel che non è, bisogna veder quel ch’e’ fece. E bench’egli stesse meglio che ‘l titolo s’accordasse col soggetto, tuttavia l’Ariosto errò in questo con Omero, il quale in quel poema ch’egli intitolò «cose d’Ilio», disse di cantar lo sdegno d’Achille.

Replica [71]

Omero non errò nel titolo della Iliade, nominandola dal luogo dov’hebbe principio et fine lo sdegno di Achille; per ciò che il luogo ha convenienza con la cosa avvenuta nel luogo. Ma nulla convenienza né analogia ha il furor d’Orlando con l’armi di Agramante o l’amor di Ruggiero. Però l’Ariosto havrebbe senza dubbio errato, s’havesse inteso di comporre poema Eroico nell’ordimento della cui tela non havrebbe, dice il Minturno, «mostrato col titolo dell’opera che scrive d’Orlando et poi scritto d’un altro come di un principale»352. Conchiudiamo non dimeno che, scrivendo romanzo, bastò che l’intitolasse dal nome di un cavaliero di valor soprano, che egli insieme con altri imprese a cantare.

Infarinato [71]

L’Iliade è Epopeia: soggetto d’Epopeia convien che sia azione. L’ira non è azione, ma passione e affetto. Come addunque l’ira d’Achille sarà il soggetto dell’Iliade, sì come dite? Oltr’al dimostramento della ragione è manifesto, per la pruova del senso stesso, che la detta ira non è la materia di quel poema; poiché si vede l’opera in essere, nella quale opera il ragionamento di essa ira non occupa appena menoma parte, e del soggetto bisogna che si ragioni, si può dire, sempre. Alla ragione e al senso s’aggiugne l’autorità d’Aristotile che, nel suo libro della Poetica, specificò espressamente tutte le volte il subbietto di essa Iliade essere una parte di quella guerra. E altrettanto affermò Orazio nella sua lettera a Massimo Lollio353, ed il medesimo hanno detto e posto per fermo gli altri scrittori.

Eccovi che l’Ariosto in questo, cioè nel proporre una cosa e trattar d’un’altra (come ‘l Segretario considerò), ebbe per compagno lo stesso Omero. Ma tanto fu più leggieri il fallo dell’Ariosto, quanto men grave colpa è mentir nel titolo che nella proposta dell’argomento. Nel rimanente non ha forse diversità nel genere del peccato, avvegna che nella più o manco gravezza, eziandio nel rimaso ven’abbia assai.

Perocché è vero che ‘l soggetto di essa Iliade non è lo sdegno e l’ira d’Achille, né quel del Furioso il furor d’Orlando assolutamente, ma di quella il danno peravventura che venne a i Greci dal detto sdegno, e di questo forse l’offese che i Franceschi soffersero per quel furore. E che la fine di quell’ira diede finimento a i danni de’ Greci, sì come la liberazion di questo furore impose termine alle perdite de’ Franceschi e donò loro la vittoria. Ma nel Furioso dell’Ariosto ha senza comparazione maggior parte il furor d’Orlando che nell’Iliade d’Omero lo sdegno e l’ira d’Achille, del quale, insino presso alla fin dell’opera, mai altro non si racconta che lo starsene scioperato contr’alla natura di quel guerriero.

Dite che Omero non promise di cantar l’ira, ma l’ira dannosa a i Greci. Ma datele pure aggiunti quanti v’aggrada, ché mai farete che gli aggiunti doventino essi il subbietto, ed il subbietto si trasformi nel predicato. E ricorrete alle figure quanto vi piace, e alle cagioni poste (come dicono) per gli effetti, ché il più che siate per ottenere sarà che, senza abbandonar mai il poeta il ragionamento di quello sdegno, potesse cantare insieme, ma come secondarie e come accidenti, le sventure del greco esercito che procedevano da quel principio e accompagnavano il detto sdegno.

Senza che, se ‘l Segretario non ci si fosse già accordato, mi basterebbe l’animo di mostrarvi che, come possono i padri nel fatto del nome proprio chiamare i figliuoli a lor piacimento, così nel fatto de’ nomi particulari non soggiacciono le poesie a rigor di legge, qual presuppone il vostro Dialogo. Ed il fondamento delle ragioni fortificherei con esempli, non pur de’ comici più lodati, ma dell’antiche tragedie ancora composte da’ più perfetti. Tacerò anche, per non parer vago di quistionare, che io non penso che in quel nome ιλιάς sia la forza che voi credete d’esprimere il luogo di quella guerra.

Ma volete ch’io vi dica io la cagione perché Omero (per mia credenza) propose di cantar l’ira e vennegli cantato altro? Per certo egli conviene ch’io il faccia a tutti i partiti. Sovvienvi di quel Protagora che lo riprese dell’aver comandato alla Musa in vece di supplicarla354? Quinci nacque tutto il suo male; perché la Musa, sdegnata seco della sua troppa dimestichezza, volle cantar di ciò che le parve, anzi discordare studiosamente da quel che ‘l Poeta le aveva imposto. Ché se si fosse ravveduto di questo fallo, come Stesicoro si ravvide dell’error suo (del qual disse quel valent’huomo che ne seppe assai più d’Omero355), sarebbe (per quel ch’io creda) riuscito lo stesso con la proposta il contenuto del suo poema; o non volendo dichinarsi, doveva fare i fatti suoi egli stesso e non imporne la cura altrui, cioè cantare esso medesimo, come Vergilio e Lucano e l’Ariosto e ‘l Tasso e quasi tutti i poeti, e non addossarne il carico e rimettersene alla discrezion della Musa.

Dialogo [72]:

ATTENDOLO: —et intese primieramente, non havendo riguardo al titolo, di cantar Ruggiero come ceppo di casa d’Este

Crusca [72]

Questo è uno indovinare, e bisognerebbe ch’e’ lo confessasse egli.

Replica [72]

Vedete se lo confessa. Dice nelle Satire, lamentandosi del Duca di Ferrara:

Ruggier s’alla progenie tua mi fai
Sì poco grato mal me ne prevaglio,
Che gli alti gesti, e ‘l tuo valor canti 356.

Et in un altro luogo, ragionando che egli di nuovo potrebbe impiegarsi nelle lodi di casa d’Este et comporne nuovi poemi, in questo proposito dice:

Ma s’a volger di nuovo havessi al subbio
I sedici anni, che ‘n servire ho spesi,
Passar la tana ancor non sare’ in dubbio 357.

Oltra che in niuna parte del suo poema invoca l’aiuto divino come è costume di poeti, salvo che quando vuol narrare gli Eroi discendenti di casa d’Este. Et il Minturno, nel testo ch’io di sopra portai, dice che l’Ariosto intese nel Furioso di lodare il suo padrone358.

Infarinato [72]

L’Ariosto nel suo Orlando cantò, tra l’altre, le gloriose opere di Ruggiero, sì come anche Omero quelle d’Aiace e di Diomede. Né per questo si dee conchiudere che il suo fine in cotal poema fosser le lodi di casa d’Este. Dove poi mette in conto di servitù il tempo speso in quel libro, intende (s’io non m’inganno) non per l’avere in esso celebrate per incidenza le glorie di quella casa, ma per l’averlo dedicato al nome d’un di quei principi, secondo che quasi espressamente si dichiara per quella stanza: «Piacciavi genereosa Erculea prole»359, alla qual poi soggiugnendo l’altra:

Voi sentirete, fra i più degni eroi,
Che nominar con laude m’apparecchio,
Ricordar quel Ruggier 360.

È manifesto per quella «fra» che, mettendo con altri (come in un mazzo) il predetto eroe, non l’ebbe per suo soggetto, né per suo fine, in quell’opera il lodare i suoi discendenti. La ‘nvocazione delle Muse, che poi aggiugnete per altra pruova, è bene argomento che al poeta caglia molto di quella parte; ma ch’ella sia il fin proprio del suo poema, non dimostra (per mia credenza). Ed il Minturno favellò forse del fine occulto e della ‘ntenzion segreta dell’Ariosto, della quale in niuna parte attiene a noi il riguardamento.

Dialogo [73]:

ATTENDOLO: —non dimeno la propositione del suo libro appare diversa di questo suo primo intento, poi che proponendo egli dice:

Le donne, i cavalier, l’armi, e gli amori
Le cortesie, l’audaci imprese io canto.

Là onde, dicendo egli di voler cantare in universale donne, cavalieri, arme, amori, cortesie et diverse imprese, ne segue che tutte le persone da lui introdotte nel suo poema s’hanno come primiere nell’attione, non solo Orlando et Ruggiero, Carlo et Agramante, et gli altri da costoro dipendenti, ma etiandio tutte l’altre introdotte nelle digressioni et episodii.

Crusca [73]

Niegasi questa conseguenza. L’Ariosto, nella proposta del suo poema, usò quella figura che suol descrivere il tutto con l’annovero delle parti. E volle dire: «io canto le cose che accaddero nella cotale azione». E perché le cose si fanno dalle persone, e l’opere cavalleresche si raggirano principalmente intorno ad arme e amore, perciò cominciò in quella guisa. E se a’ cavalieri mise innanzi le donne, è stato sempre cotal costume di far questo onore a quel sesso. È adunque da ridere il volere che quel poeta, per avere usata quella figura, si sia tirato addosso quell’obbligo che l’Attendolo ne vorrebbe persuadere, eziandio che avesse fatto male ad usarlo, che non si cede.

Replica [73]

È cosa da ridere non quel che dice l’Attendolo ma l’ostinatione de gli Academici, che tuttavia seguono a difendere openioni lontanissime dal vero. Non so come si possa negare che il tutto di quel che intende di cantar l’Ariosto non sia contenuto ne’ due primi versi della propositione:

Le donne, i cavalier, l’arme, e gli amori,
Le cortesie, l’audaci imprese i’ canto.

Et questa è propositione compiuta et ha l’annovero delle parti, che e’ dicono. Se l’Ariosto poi ne’ seguenti versi si rallarga con più parole, sono fuora della propositione rendendo ragione del tempo, nel quale avvennero l’attioni di questi cavalieri et donne ch’egli intendea di cantare, et anche la cagione del passaggio de’ Mori in Francia. Né possono questi versi contenere l’annovero delle parti, ma dato che potessono: com’è egli lecito che nell’annovero delle parti venghi espressa l’attion principale, ciò è l’argomento del poema, che secondo gli Academici è la guerra di Agramante in Francia? Et che nella propositione de’ due primi versi non se ne faccia mentione alcuna? Havrebbe ben proposto Vergilio s’egli havesse detto: «Io canto le guerre e i cavalieri che furono al tempo che Enea passò in Italia»? Prepose l’Ariosto (come sente il Minturno con altri) una massa di persone et di cose, delle quali alquanto dic’egli esser tali che ciascuna per sé un poema richiederebbe.

Ritorno a dire che, con voler difendere l’Ariosto, altri non venghi a biasimarlo come poco giudicioso. Egli non volse osservar le regole dell’epica poesia, come non necessarie alla composition de’ romanzi, et questa inosservanza non è punto sconvenevole nel suo poema, né per ciò ha commesso errore.

Infarinato [73]

Se le proposta è compita ne’ due primi versi di quella stanza dell’Ariosto:

Le donne, i cavalieri, l’arme, e gli amori,
Le cortesie, l’audaci imprese i’ canto,

quella dell’Eneade sarà tutta in quelle parole: «Arma virumque cano»361, e dell’Iliade in: «μῆνιν ἄειδε θεὰ»362, e dell’Ulissea in: «ἄνδρα μοι ἔννεπε μοῦσα πολύτροπον»363, e della Gerusalem: «Canto l’armi pietose e ‘l Capitano».

E ‘l proponimento dell’autore di essa Eneade sarà un trattato dell’Armi e dell’Huomo forte; e dell’Iliade un’opera dello sdegno; e dell’Ulissea un ragionamento dell’Huomo di diverso e vario costume; e della Gerusalemme un discorso dell’armi (a cui convenga titolo di pietose) e una descrizione del Capitano. E se i due versi che seguono immantenente:

Che furo al tempo, che passaro i Mori
D’Affrica il mare, e ‘n Francia nocquer tanto,

son la ragione, sì come dite il:

Troiae qui primus ab oris
Italiam fato profugus, Lavinaque venit littora 364.

ed il «πηληιάδεω αχιλῆος»365 ed il «μάλα πολλὰ πλάγχθη»366 ed il «Che ‘l gran sepolcro liberò di Cristo», non parti fieno d’essa proposta, ma esse ancora la ragione.Vedete bella cosa che sarebbe ciò a conchiudere.

Ma onde traete voi che, secondo la chiosa degli Accademici, ciò che essi pongono per lo soggetto di quel poema s’annoveri le parti? Le parti sono le Donne, i Cavalieri, l’Arme e gli Amori, le cortesie, l’audaci imprese; non tutte né qual si voglia, ma quelle che «furo al tempo che passaro i Mori d’Affrica il mare, e ‘n Francia nocquer tanto». Or, quale di queste sei cose (Donne, Cavalieri, Arme, Amori, Cortesie, Audaci imprese) pare a voi che sia il soggetto intero, cioè quella parte di quella guerra tra quei due popoli? Tutte insieme, col ristrignimento che si fa poi ne’ due predetti seguenti versi, formano bene e circoscrivono il detto soggetto in quella maniera che dietro a questo si dichiara dall’Accademia.

Della distinzion che tornate a far dell’Eroico e del Romanzo, e dell’autorità del Minturno, v’ho riposto addietro già molte volte. Giudichi addunque chi legge: se la mia Accademia nomar si debba ostinata e rechi avanti dottrine contrarie alla verità.

Dialogo [74]:

ATTENDOLO: Et qui potrete vedere haver egli dato luogo nel suo poema a persone sceleratissime, vili et del tutto indegne, contra gli insegnamenti di Aristotile; il che non si può dir che abbia fatto il Tasso

Crusca [74]

Il poema del Tasso è sì stretto che a fatica vi potevan capir le buone. Ma nel Furioso dell’Ariosto per la sua ampiezza fu ragioneval cosa dar luogo all’una e all’altra maniera dell’esemplo, cioè al buono (perciocché s’imitasse) e al malvagio (per metterlo altrui in odio e s’apparasse a fuggirlo). Ma non sono anche in Omero i Tersiti, i Ciclopi e altri simili assai? E quel che piggiore è: non è il fondamento sopra ‘l quale è fabbricata l’Iliade tutto sceleratissimo? E non vale (per nostro credere) la ragione, onde Aristotile scusa l’Edipo dell’essere fuor della parte rappresentata allo spettatore; anzi, sarebbe meno importante il difetto nell’erto della fabbrica che nel fondamento che regge il tutto.

Oltr’a ciò, che bel costume s’impara da Achille, da Aiace e da Ulisse? «Iracundus, inexorabilis, acer, ec.367», ed è l’eroe principale. E d’Aiace fu mai il più bestiale huomo? E d’Ulisse il più ingannatore o il più bugiardo? E che bel costume è poi quello di tutti quegli altri Eroi l’essere (infino a Nestore ch’era decrepito) concubinari? E dell’Ulissea altrettanto e peggio potrebbe dirsi. E nell’Eneade: che bel costume è quel d’Enea, già maturo e che aveva un figliuolo già grande che doveva imparare a vivere e prendere esemplo da lui, nel tempo ch’egli aveva per le mani sì grandi imprese e a piantare il fondamento dello ‘mperio di Roma (il che a lui era stato rivelato), l’andarsi intabaccando e perdendo negli amorazzi a guisa d’un giovinetto; e tradire con sì scelerata fraude quella real femmina che ignudo e tapino e diserto l’aveva raccolto nelle sue braccia, e apertagli l’anima e ‘l corpo? Udissi mai il più solenne tradimento di questo? Ed è scusa da bambini il rifugio del comandamento di Giove e fuor d’ogni verisimile, perché da quello Iddio, che s’aveva per lo supremo, non poteva venire né comandamento né ispirazione se non santa.

Ma l’Ariosto, se costume malvagio o non buono mai indusse nel suo poema in Carlo o in Agramante, ciò non fece peravventura. Perché il rompere il giuramento per la libertà de’ suoi sudditi, e per la riputazione de’ suoi regni, massimamente contro a popoli d’altra legge, si può forse scusare a grande equità. E se finse Orlando Furioso, non era il principal personaggio (cheché in contrario s’argomenti dal titolo), e gli fu levato, o più tosto sospeso, il senno e l’arbitrio per divino giudicio, e per purga e ammenda de’ preteriti falli suoi, ne’ quali anche i valenti huomini incorrono alcuna volta; e non aveva come Enea figliuoli a chi dare esemplo. E se Ruggiero si lasciò prendere da Alcina, anch’egli fu costretto da quegli incanti: non era il primo personaggio, ed era giovane d’anni.

Ma chi volesse anche vederla più fil filo eziandio nel Goffredo, così sterile e così smunto poema, saranno di queste o di piggior cose senza bisogno della favola. Ma qual può essere piggior di quella che del continuo accompagna l’argomento di quel poema (se però poema dir si potesse), cioè lo ‘mbratrare storia pia con sozzure di vizi carnali, e omicidi in persone di Cristiani e amici e sì fatti? E a huomini illustri, e celebri di santità di vita, e onorati di fama di martirio attribuire affetti e peccati immondi, infino allo ‘nnamorarsi di Saracine, e per esse volersi uccidere e aver mutata religione.

Replica [74]

Non rilieva nulla allegar l’inconvenienza, ma non è però così come dicono gli Academici. Se nella Iliade, nell’Ulissea et nella Eneide sono state introdotte persone scelerate et costumi men buoni, fu fatto ciò particolarmente da’ lor poeti et con sommo artificio nel riempimento delle lor favole. Ma gli Academici forse hanno più sottil vedere di Aristotile che non iscorse ne’ poemi d’Omero tante persone scelerate né tanti malvagi costumi.

In quanto al fondamento sopra del quale vien fabricata tutta la Iliade, mi pare che non si dia a segno che voglion che sia il rubamento d’Elena, essendo l’ira di Achille; et se questa s’intende scelerata, assai viene abbonita da Minerva et da Giove che fa ragione a Tetide, honorando Achille con la calamità seguente de’ Greci. Ma (per quanto mi creda) intendono il rubamento di Elena, il quale si niega esser il fondamento della Iliade; et quando ciò fosse, vien nulladimeno honestato da Venere che è nume delle cose belle, et largitrice di quelle a sua voglia.

Vergilio, volendo lodar i Romani et narrar la fatale origine della nimistà che hebbero poi co’ Cartaginesi, finse l’amor di Didone con Enea, da cui discesero i Romani. Però se quell’episodio non viene nell’Eneade di necessità, vi viene almeno per verisimilitudine et per giovamento del poema. Et sì come queste cose scusano Enea dell’amor di Didone, così anche con più ragione lo scusano dello abbandonarla, aggiuntovi il comandamento di Giove, a cui come supremo Iddio et arbitro del fato convenne di togliere ogni impedimento che vietava la fatal venuta d’Enea in Italia.

Hor, l’Ariosto introduce nell’Orlando Furioso non solo persone scelerate ma vili, et queste in gran numero, et malvagità de’ costumi in quelle, che non dovea senza necessità, senza verisimilitudine et senza giovamento alcuno di quel poema. Però io non biasimo questa introduttione come ricevuta in romanzo, ma dico che non si può lodare in poema Eroico.

Et se il Tasso ha finto Rinaldo innamorato di Armida et uccisore di Gernando, ha fatto ciò secondo il verisimile et per necessità della allegoria, et anco per giovamento della favola. Per l’istessa cagione ha finto Tancredi innamorato di Saracina, et Rambaldo per amore haver mutata religione, et altre simili cose; delle quali tutte resta appagato colui che legge la dichiaratione delle allegorie del suo poema, ove si rende appieno la ragione perché egli nell’attioni delle persone principali faccia alle volte cadere qualche imperfettione.

Ma il fine di questa risposta de gli Academici è molto diversa dal suo principio, che dice il poema del Tasso essere così stretto che appena vi ponno capire le persone di buon costumi, non che le ree.

Infarinato [74]

Non s’allegò la ‘nconvenienza (accioch’io vi risponda co’ vostri termini) per iscioglimento della quistione, ma per ritornarvi a memoria che que’ peccati medesimi che apponete all’Orlando dell’Ariosto sarebbon veri ne’ poeti più commendati, e oltr’a ciò in quegli stessi autori che da voi si prendono a celebrare. Le scelerate persone e i men buoni costumi (posto che meritassero sì fieri titoli, che nol consento) con maggiore artificio e più parcità nell’Orlando Furioso sono introdotti che in alcuna dell’altre favole che mentovate.

Che Aristotile non iscorgesse in Omero né costumi né personaggi di quella guisa, onde il traete voi assolutamente? Ma se egli pur lo specificasse, non sarebbe da credere in questo più a Platone che sì, ebbe la vista acuta sopr’al Discepolo, che (come disse quel nuovo pesce) non che ‘l rimanente vide l’Idee, le quali sono sì alte e cosa tanto sottile che son simiglianti al non nulla.

L’ira d’Achille infin qui avete sempre posta per lo soggetto di essa Iliade; ora volete che della medesima sia il fondamento. Il fondamento di quel poema è la cagion propria di quella guerra, cioè il tradimento di Paride; e ciò intesero gli Accademici, sì come ottimamente s’è indovinato da voi.

Or parvi che le scuse che n’adducete a difender così bel fatto possano esser sofficienti? E se vi pare, perché le migliori e più vere, in accuse assai più leggieri, non s’ammettono all’Ariosto? Quanto a la favola di Didone: se Vergilio voleva lodare i Romani e finger cominciamento di fatal nimistà tra loro e i Cartaginesi, era costretto a far ciò ch’e’ fece. E donde si cava sì fatta massima? Non aveva altro modo per tutto il campo spaziosissimo della poetica ‘nvenzione? E se Giove, sì come arbitro del Fato, rimoveva ogni impedimento, perché non rimosse l’arrivo d’Enea a Cartagine?

Ciò, che soggiugnete poscia (senza provarlo) contra‘ll’Orlando dell’Ariosto, cioè della perversità de’ costumi, delle persone vili e malvage, e del mancamento del necessario o del verisimile, ho per non vero, senza contrasto; né si dee in questo (per nostro credere) altra risposta che questa sola. E l’onestare (per dir così) la riprensione col vostro usato distinguimento dell’Eroico e del Romanzo, niente più non adopera, poiché l’abbiamo già atterrata.

Le cose che producete a favor del Tasso sono tutte più vigorose in pro dell’Orlando dell’Ariosto, né men dell’altre l’allegorie, le quali con altra necessità si cavano dal poema del Ferrarese che dalla storia del Bergamasco; la quale è sì stretta, sì come si dice dal Segretario, che appena vi possono dentro aver luogo le persone di buon costume. Nondimeno cotanto sono in ciò i poeti, come forzati dalla natura dell’Epopeia, che anche in quella strettezza, dove in un certo modo non era possibile il farlo, introdusse Torquato Tasso maggior copia di quelle cose che voi dannate fuor di ragione che nell’ampiezza della sua favola non si fece dall’Ariosto.

Dialogo [75]:

ATTENDOLO: —il quale havendo principal cura di cantare il racquisto di Gierusalemme, intorno a quest’una attione si servì di molte persone, ma tutte eroiche et degne di tromba, se non quanto gli fa di bisogno ammetterne alcuna o vile o cattiva per integrar la sua favola.

Segue la convenevolezza, che è la seconda maniera del costume, con la quale communica ciascuna dell’altre tre maniere, bisognando al buono il convenevole, al simile il convenevole, et all’eguale il convenevole. Ma per se stessa ha riguardo al grado, al sesso, all’età et alla profession delle persone, dimostrandole tali ne’ lor atti et parole qual si richiede. La qual convenevolezza non fu osservata da Lodovico Ariosto, poiché non hebbe convenienza, secondo alcuni, che Ruggiero stesse con Alcina tanto tempo effeminato—

Crusca [75]

Ruggiero (come s’è detto) era giovane, alla quale età, secondo il Mondo, sarebbe più tosto sconvenuto il contrario. Senza che fu forzato (come dicemmo), e partitosene almanco non vi ritornò più, e l’amore era tra persone della medesima legge. Ma il Rinaldo del Goffredo fece peggio che l’Asino, e cristiano volontariamente tornò a rinnamorarsi di Saracina.

Replica [75]

Il fallo di Ruggiero («secondo alcuni» diss’io, ché veramente non venni in questa credenza) va di pari con quel di Rinaldo, traviando l’uno et l’altro dall’honesto per opera d’incanti; et se Rinaldo amò donna Saracina, se n’è renduta la ragione di sopra. Ma io vorrei che questi Signori Academici mi havesser citato il luogo dov’egli torna a innamorarsi di Armida. Forse perché rotto il campo di Egitto, andò dietro a lei che fuggiva? Non si avveggono ch’egli ciò fa per osservar la promessa fattale d’esser suo cavaliero, quando partì da lei dall’Isole Fortunate:

Sarò tuo cavalier quanto concede
La guerra d’Asia, e con honor la fede 368.

Ma che Rinaldo non la seguisse con pensiero di amor lascivo, hor non toglie ogni dubbio quel verso: «In cui pudica la pietà sfavilla»369?

Infarinato [75]

Rinaldo abbandonò la sua oste nel più importante punto del fatto d’arme, cioè nel corso della vittoria; il qual peccato, nella disciplina del guerreggiare, è gravissimo e degno di morte. Or che altro che ricaduta d’infermità amorosa poté esser che ‘l vi traesse? Dite voi la pietà. Se pietà prendete in suo proprio senso: l’aver commesso così gran fallo meriterebbe nome tutto contrario, e sarebbe stata impietà. Se per pietà intendete compassione: se compassione di colei avesse potuto muover quel cavaliere, allora lo avrebbe fatto quando da lei si partì, e che quasi in certezza del doversi ella uccider con le sue mani la lasciò in preda alle furie e tramortita in sul lito.

Soggiugnete che lo strinse a seguirla l’obbligo della promessa, poiché le aveva data la fede di dovere esser suo cavaliere. Ed io rispondo che non aveva promessa sì sconcia cosa, ma fu la promessa condizionata in quelle parole:

[…] Quanto concede
La guerra d’Asia, e con l’onor la fede.

E quando ancora fosse stata del tutto libera e assoluta, la promessa non era lecita; e perciò non conveniva che ‘l disponesse, non che potesse strignerlo all’osservanza. E che quella che fece Rinaldo ad Armida non mica in conto di promessa ma di conforto doveva prendersi, e da lui stesso e da ciascun’altro. Non sarebbe stata lecita la promessa, perciocché quella femmina come malvagia non era degna di tal campione, né di compassione poteva mai esser soggetto in maniera alcuna.

Ma che l’Autore avesse quel di Rinaldo per riaccendimento del vecchio amore, la parola «sfavilla» il dichiarisce sicuramente, la quale della compassione, gelato affetto, e che ne fa pallidi diventare, non si sarebbe potuta dire. Egli è il vero che volle mostrare il Tasso che il predetto riaccendimento onesto principio avesse e senza lascivia, e quindi col titolo di «pudico» lo volle quasi onestare. Ma che fosse poi intenzion del medesimo di dimostrare che quella risorta vampa ritornasse a poco a poco qual’era prima, non cominciano di presente a scoprirlo quelle parole:

Si parla, e prega, e i preghi bagna, e scalda
Or di lagrime rare, or di sospiri 370?

E se quella parte e quel filo avesse tirato a fine, secondo il suo primo proponimento, si vedrebbe (o ch’io sono errato) che i sospiri e le lagrime si sarebbono di mano in mano tramutati in cose maggiori. Or parvi addunque che da leggiere argomento abbiano cavato i miei Accademici che quel giovane cavaliere tornasse a rinnamorarsi? Nel resto, se la ‘ntendete come la CRUSCA, secondo che a me par da voi affermarsi, vi farò buone le vostre scuse.

Dialogo [76]:

ATTENDOLO: —ma a me par fallo maggiore che Riciardetto inganni Fiordispina a quel modo che egli ingannò371

Crusca [76]

Lo ‘nganno di Ricciardetto: direbbe alcuno che fosse simile a quello che da’ suoi lodatori s’attribuisce alla poesia; dal qual dicono che si parte con più profitto lo ‘ngannato che lo ‘ngannante. Ma che ha a far questo col convenevole? Era Ricciardetto in età che l’aver fatto altrimenti sarebbe nel poema apparito fallo di sconvenevolezza, sì come anche in Fiordispina il non aver mostrato di credere a cantafavola sì incredibile, poiché tornava (avrebbe detto l’amico della Belcolore372) a suo uopo, sarebbe da molti stata tenuta sciocchezza. In qualunque modo non si potrebbe chiamare inganno quel che si tocca con mano.

Ma se l’Attendolo ha errato, e per lo «sconvenevole» voluto dire il «malvagio»; se nello ‘nganno di Ricciardetto è malvagità di costume, al peccato seguita immantenente il gastigo, cioè l’essere stato pressoché per perderne la persona. Le parole poi «non romor di tamburi, ec.» recitando fatto amoroso, a persona d’età matura, non che a colui ch’era ancora sbarbato, non si disconverrebbono, massimamente che l’ascoltatore non era anch’egli un Senocrate373.

Ma è bella cosa che in tutto ‘l Furioso si va scegliendo un luogo per trovar lo sconvenevol nelle parole, e negli altri non si tien cura di molti che lo raggiuggon ne’ fatti, e dicesi: «e di molte altre sconvenevolezze», e non si dice quali, perché nel vero non vi sono. Questo sì è inganno, e non quel di Ricciardetto. Sogliono quei che vogliono biasimar cheché sia lodarlo almeno nelle cose che lodatissime sono e ammirabili appo di ciascheduno. Perché non fa motto l’Attendolo di tante maravigliose espression di costume che quasi in ogni canto si truovano nell’Ariosto? Puossi sentir parlar più magnanimo, più reale, più eroico e più accompagnante il decoro della persona che quel d’Agramante a Brandimarte?

Così parlava Brandimarte, ed era
Per soggiugnere ancor molte altre cose:
Ma fu con voce irata, e faccia altera
Dal Pagano interrotto, che rispose:
Temerità per certo, e pazzia vera
E la tua, e d’ogni altro374, che si pose
A consigliar mai cosa, o buona, o ria,
Ove chiamato a consigliar non sia.

E che ’l consiglio, che mi dai proceda
Da ben, che m’hai voluto, e vuomi ancora,
Io non so, a dire il ver, com’io tel creda,
Quando qui con Orlando ti veggio ora:
Crederrò ben tu, che ti vedi in preda
Di quel dragon, che l’anime divora,
Che brami teco nel dolore eterno
Tutto ’l mondo poter trarre all’inferno.

Ch’io vinca o perda, o debba nel mio regno
Tornare antico, o sempre starne in bando,
In mente sua n’ha Dio fatto disegno,
Il qual né io, né tu, né vede Orlando.
Sia quel che vuol non potrà ad atto indegno
Di Re, inchinarmi mai timor nefando.
S’io fussi certo di morir vo morto
Prima restar, ch’al sangue mio far torto.

Or ti puoi ritornar, che se migliore
Non se dimane in questo campo armato,
Che tu mi sii paruto oggi Oratore,
Mal troverrassi Orlando accompagnato.
Quest’ultime parole usciron fuore
Del petto acceso d’Agramante irato 375.

O più convenevole alla cosa della quale si ragiona:

Altrimente il Silenzio non rispose,
Che col capo accennando, che faria 376.

Replica [76]

Dissi di sopra nel dialogo che ‘l costume reo è anche sconvenevole, ma in Ricciardetto si vede reità di costume nell’inganno fatto a Fiordispina, et sconvenevolezza nelle parole dette a Ruggiero, come segue nel dialogo. Però l’Attendolo non ha errato né ha preso altrimente il malvaggio per lo sconvenevole. Né giova dire che lo ‘ngannato resti sodisfatto dello ‘nganno, poi che inganno non dee commettersi da persona eroica. Non iscusa Ricciardetto l’esser giovane né l’haver havuto il gastigo del suo fallire nel vedersi vicino alla morte, percioché questa reità et sconvenevolezza non vien difesa o coverta da giovamento alcuno della favola, né da comandamento divino, come quella di Enea.

Si dice ch’io vo scegliendo i luoghi del Furioso per ritrovar lo sconvenevole nelle parole et che, poi che gli ho portati tutti, dico che ve ne ha de gli altri, il che mi si attribuisce ad inganno ch’io faccia a’ lettori. Nello Eremita con Angelica377, nella novella di Giocondo378: non mi si può negare che non habbia luoghi assai più sconvenevoli nelle parole degli apportati, né io di essi feci mentione altrimenti. Dunque nello ‘nganno mio si scopre verità, et nelle parole che altri senza più pensare stima per vere, si può con più ragione scoprir l’inganno. Ma che l’Ariosto in molti luoghi del Furioso esprima costumi lodevoli, da chi vien negato? Dico anche i rei et sconvenevoli esser ottimi, et convenire al genere del suo poema.

Infarinato [76]

Non è vero assolutamente che ‘l costume reo e malvagio sia eziandio sconvenevole, secondoché essere sconvenevole si dice da Aristotile, perciocché nelle persone malvage e ree sarebbe anzi sconvenevole il suo contrario, cioè il costume buono. Nelle parole di Ricciardetto non ha niente di sconvenevole, sì per ciò che ‘l Segretario v’ha già mostrato, sì perché né ancor le persone eroiche sono obbligate a favellar sempre con istoica severità, né deon privarsi del motteggiare e dello scherzare alle volte, e dico co’ fatti stessi non solamente con le parole. Il che in alcun luogo de’ suoi poemi (come sapete) ci volle mostrare Omero con l’esemplo stesso d’alcuni Iddii379.

Quanto è poi la malvagità che il costume debba nell’Epopeia esser buono, si vuole intender discretamente, cioè delle principali persone dell’argomento e non d’ogni genere di bontà, ma di quelle che son più proprie di cotal guisa di personaggi, come della sicurezza o coraggio, e della prodezza della persona e sì fatte. In compagnia delle quali, non è disdetto in poema eroico né in Tragedia che si ritruovino, per lo contrario, de’ costumi non commendabili, solo che non fossero scelerati o enormi. E scelerato non sarà quello che da semplice incontinenza procederà, ed enorme potrà anch’essere la ‘ncontinenza, non già la semplice ma quella che sì congiunga con alcuna sceleratezza.

E ciò è dottrina non pur di Proclo ma di Plutarco e d’ogni altro savio che di questo mai ragionasse380. Ed è fondato su la ragione e dall’autorità, ed esemplo vien confermato di tutti i maggior poeti, così epici come Tragichi, appo niuno de’ quali ha sì grande Eroe o Iddio, che con eccellenti virtù non abbia mischiato qualche difetto.

Ma che è ciò, che da voi s’afferma contra ‘l consenso di tutti i savi? Cioè che, non seguendo presso al peccato il correggimento e l’ammenda, vana medicina apporti il gastigo. Ma che dico io «contr’al consenso di tutti i savi»? Contr’alla manifesta ragione e contr’all’esperienza. E che può darne piggiore esemplo in ogni lettura e in ogni favola che s’ascolti o che ci venga rappresentata, che il vedere o la virtù senza ‘l premio, o il vizio senza la pena? E in che altro che nell’esemplo consiste il profitto dell’Epopeia? E a che altro che all’esemplo che debba trarsene dagli ascoltanti risguardano gli ammaestramenti e le leggi della bontà del costume nelle poesie introdotto?

Dialogo [77]:

ATTENDOLO: —et che narrando egli poi il successo a Ruggiero, gli escano di bocca parole non degne di eroica persona, sì come quelle dell’ottava che comincia:

Non romor di tamburi, o suon di trombe 381

et quel che segue. Ma di molte altre simili sconvenevolezze è ripieno il poema dell’Ariosto, che non giova portarle tutte; le quali per aventura rendono un romanzo vaghissimo, ma sono del tutto indegne d’un poema eroico.

Crusca [77]:

Già s’è risposto che Eroico e Romanzo è tutt’uno. E se intende romanzo per un eroico allegro, ed eroico per un noioso e spiacevole, ci contentiamo che in noia e spiacevolezza il Goffredo resti al di sopra.

Replica [77]

La differenza tra l’eroico et il romanzo s’è provata appieno nella replica ventesima. Però si concede che ‘l romanzo rallegri la plebe, ma che peraventura dispiaccia a’ giudiciosi. Et per contrario, che l’eroico sia noioso et spiacevole a gli indotti, ma dilettevole et grato a gli intendenti.

Infarinato [77]

Se per gli «‘ndotti» e per la «plebe» intendete (come dal modo si può comprendere) gli Accademici della Crusca, che non solamente abbiamo in Firenze, ma che sono anche sparsi per altre Città d’Italia, a’ quali tutti apporta sommo diletto l’Orlando dell’Ariosto, e per giudiciosi e per intendenti i dottor del Cum ego Cato e della Ianua sum rudibus e della Spiga di Mancinello382; si contentano gli Accademici di questo titolo, lasciando libero il ritrarsi dall’altre parte a quelle persone che affermano, ma da senno (tra le quali son certi che voi non siete), l’Orlando dell’Ariosto più che a’ savi huomini piacere al volgo.

Se abbiate provato, sì come dite, che ‘l Romanzo e l’Eroico sien differenti, veggasi addietro nelle risposte dodicesima, ventesima e cinquantatreesima.

E qui fermossi e fino al presente termine ultimamente questa scrittura383; la quale, essendosi ha quasi un anno non pur condotta alla fine ma finita anche di stampar tutta, avvenne per uno strano accidente (come sanno molte persone) che di tutta la parte che segue da quinci innanzi, non pure i fogli stampati con danno del povero stampatore ma essa copia oltr’a ciò, con mio gravissimo dispiacere si venne a perdere interamente, e restammone in tutto privi.

Di che, crucciato fuor d’ogni credere, e tanto più quanto ch’ella era già stata non pur veduta ma anche addotti più luoghi di essa in altri libri già pubblicati, stetti buona pezza ostinato di più non rimettermi a questa impresa. Pure sforzato alla fine dal comandamento dell’Accademia, e più dall’autorità di tre miei amici singularissimi, cioè del Signor Giovanni de’ Bardi, di Bastiano Antinori e di Vincenzio Alamanni, principalissimi gentil’huomini della mia patria e Accademici della Crusca, a rimettermi del tutto all’opera, mi disposi liberamente. Il che, quando io era appunto per cominciare, accadde cosa che il rappiccamento di questa tela m’ha fatto sospender fino a quest’ora. E la cagion del sospendimento, tutto che con altre scuse si sia coperta, è stata l’aver sentito che tosto era per uscir fuori un dialogo di non so cui in vostra difesa384; al quale, se egli il valesse, pensai di dover rispondere in questo libretto stesso, faccendo (come suol dirsi) quasi un viaggio e due servigi ad un’ora385.

Ed è stato di questa pubblicazione sì dolce il trattenimento di giorno in giorno che a poco a poco, in un certo modo non avvedendomene, è scorso il tempo che già v’ho detto. Alla fine due giorni fa ebbi una lettera di Giovambatista Deti nostro Arciconsolo386, data in Firenze il diciottesimo giorno del presente mese di Luglio dell’ottanzette, nella quale era questo capitolo:

Di Vinegia mi fu scritto a’ giorni passati dal nostro amico che, come prima avessero i Guerri387 stampato l’ultimo foglio di quel dialogo in difesa del Pellegrino e contr’alla Crusca, l’avrebbe mandato costì a voi, che a quest’ora il dovete aver ricevuto, posciaché è comparito già qui. Non l’ho ancor letto e forse nol leggerei, accordandomi in ciò col fine giudicio di N. col qual388, parlandone l’altr’ieri, mi disse: «io non l’ho veduto». Ma essendo l’autor d’esso di quella professione che si comprende per lo titolo, non ci ho fede, sì come molta ne soglio avere allo ‘ncontro in cotal genere di persone quando nella predetta loro ottima professione attendono ad impiegarsi389.

Ma l’esser già qui in Firenze la risposta al detto Dialogo scritta a penna390, pervenutaci (che in un certo modo pare un miracolo) quasi prima d’esso Dialogo, farà ch’io legga anche lui. Della qual risposta vi manderò copia, come prima potrò averla. Intanto abbiatene in genere questa notizia: ch’ell’è quasi in su quell’andar di Carlo Fioretti391.

Per questa novella dell’Arciconsolo, lascerò di pensar più oltre al detto Dialogo, se a farne certo concetto ne basta il titolo solamente. Lasciamo stare ciò che da altre persone di buono e saldo giudicio n’è stato scritto da due dì in qua ad amici miei ed a me392. Della verità del qual fatto, se qual si voglia menoma voce mi fosse prima che ora pervenuta mai all’orecchie, non che per ispazio di tanti mesi, non si sarebbe pure un sol giorno per aspettarlo, arrestato il corso della mia penna.

Dialogo [78]:

ATTENDOLO: Et in questa seconda parte del costume notano alcuni il Tasso, che pone in bocca d’un pastore sentenze non pur da huomo di Città ma da Filosofo; et la cura o guardia de gli orti regali, dove egli per fuggir questo biasimo finge che sia stato il pastore, non par che a rozza persona tanto possa insegnare. Dicono ancora che non convenga ad Armida né a Tancredi innamorati dir ne’ loro lamenti parole così colte et artificiose—

Crusca [78]

Non dee aver vedute le lettere amorose di tanti illustri autori, né il ragionamento del Zima alla Donna del Vergellesi393. E di cui sono più propri i concetti poetici e le parole colte che degli innamorati che non hanno altra faccenda e vi studiano principalmente? Così potesse egli in suo servigio difendersi nel rimanente. E perché si passa alla mutola il malvagio consiglio che da Ubaldo, indotto dal Tasso per savio e fedele amico, si dà a Rinaldo nel dipartirsi da Armida, cioè che si fermi a udire i prieghi e i pianti di quella falsa maga che l’aveva ingannato394, contra l’esemplo di chi il poeta faceva profession d’imitare, cioè d’Omero che ad Ulisse fece impeciar l’orecchie per non sentire il canto delle Sirene?

Replica [78]

L’Attendolo in questo luogo apporta l’opinion d’altri più tosto che la sua, tutto che l’Ariosto istesso non ha per convenevole nel Decamerone il ragionamento di Gismonda al padre395 come tratto da gli intimi sensi della filosofia396. Et Giulio Cesare della Scala a proposito delle parole de gli amanti dice: «Maxima enim amantis sapientia amentia est»397.

Ma che malvagità ha in sé il consiglio di Ubaldo dato a Rinaldo? Sapeva Ubaldo che le tenebre della mente di Rinaldo erano state via tolte dalla luce dello scudo a lui dimostrato, e perciò divenuto prudente vuole che si dimostri anche forte, et più forte di Ulisse che, non confidando nella virtù sua et volendo pure udire il canto delle Sirene, si fe’ legare all’arbore della sua nave, senza «impeciarsi l’orecchie», come dice il Segretario, havendole fatte turar di cera, et non di pece, a’ compagni.

Però se il Segretario mostra di non haver memoria appieno di questo luogo di Omero, che maraviglia è ch’io non mi ricordi o che non habbia vedute l’amorose lettere di tanti autori? Le quali, perché vengono dettate lungi dalla presenza amata, sortiscono quella coltura et artificio che può darsi scrivendo appensatamente. Oltre che allo spesso il caldo amoroso de’ scrittori, o egli è finto o finto nel grado, ma nel tumulto de gli affetti che bollino veramente nel petto dell’amante nella presenza della cosa amata ove «Incipit effari, mediaque in voce resistit»398, fa che i concetti escano «in voci interrotte a pena intese»399; et la figura del dire turbata et mal composta, contraria in tutto alla pura et vaga, et simile al torbido stato della mente, appare. Sia ciò per eccesso di amore o d’ira o d’ira mischiata d’amore.

Infarinato [78]

L’Attendolo (cioè il vostro dialogo) in questo luogo, nel riprendere la sconvenevolezza di quei costumi e di quel parlare, mostra d’apportare il parere altrui, ma poi si cava la maschera e disponsi a farsi conoscere in quelle parole: «e la cura o guardia degli orti regali, dove egli per fuggir questo biasimo finge che sia stato il Pastore, non par che a rozza persona tanto possa insegnare».

Il ragionamento che fa Ghismonda non è punto disconvenevole, sì perché quel discorso, senza ripeterlo dalla dottrina e scuola d’Antistene, era divenuto volgare in tutto ed era (ed è continuvo) non che ne’ libri e nelle scritture, nelle bocche quasi di tutti gli huomini. Ed il concetto non è anche verso di sé cotanto sottile e così nascoso che a qualunque mezzano ingegno, col semplice lume della ragione, non potesse venire in mente. Sì ancora perché colei è figurata dall’autore e donna di condizione e d’animo eroico e nel suo genere di qualità singolare.

E se disse Aristotile non convenire a femmina l’esser forte, ciò disse per lo femminil sesso comunemente, ma che non havesse per cosa sconcia la singolarità in ciascuna spezie, e per quella sentenzia del non verisimile ch’è verisimile, la qual ci reca da Agatone. E quindi ancor si comprende che mai non accusa Omero né alcun altro d’avere introdotte ne’ suoi poemi donne guerriere, come né eziandio a Vergilio, né a niuno de’ nostri; e le Cammille e le Marfise e le Clorinde e le Bradamanti non son mai state rimproverate.

Pensate di strignerci con fortissima autorità, ricordandoci che l’Ariosto medesimo il profondo senno di quella donna non ebbe per convenevole, quasi noi tutte l’opinion di quel valent’huomo ci siamo obbligati a prender per vere, e altro che i luoghi e le cose da voi dannate o non approvate nel suo poema, abbia l’Accademia nostra tolto a difender. Se egli così credette, fallì, secondo che avvisiamo in due modi: cioè e parendogli il vizio dove non era, e mettendo esso in opera nel libro suo ciò che vizio gli era paruto. E qual di queste due cose avete voi per men verisimile e manco dicevole; ovvero che una donzella, senza che la sua onestà o nella fama o nel vero, ne sostenga ombra d’alcuna offesa, armandosi e combattendo, o vada solinga errando o stia sempre mischiata tra le schiere de’ cavalieri, e di quelli abbatta i più valorosi; o che una donna sia d’alto senno e anche (se v’aggrada) d’alta scienza e di profonda letteratura? E in qual secolo veramente ebbe mai alcuna di quelle? E quale età allo ‘ncontro non vide alcune di queste?

Or non cantò esso Ariosto, il qual voi assoldate in questo punto per vostro avvocato contr’alla Crusca:

Le donne antiche hanno mirabil cose
Fatto nell’arme, e nelle sacre Muse 400?

E di sotto:

Le donne son venute in eccellenza
Di qualunque arte ov’hanno posto cura 401,

e appresso:

Ben mi par di veder, ch’a’ tempi nostri
Tanta virtù tra belle donne emerga 402, ec.

e di cotali non ne furono i nomi di sì gran numero registrati nel libro suo? E non ne vedrebbe egli ancor’oggi nello stesso cerchio della sua patria, tra altri che vene sono, solenne esemplo in Tarquinia Molza?403 Acciocch’io taccia di tutte quelle che per grande altezza di condizione mi potessono quantunque contr’al diritto mettere in sospetto d’adulatore. E se nel femminil sesso si reputa sì sconvenevole il senno e la notizia delle scienze, per qual cagione i Teologi de’ gentili femminili deità assegnarono alle speculazioni e all’arti e a quelle finsero che soprastessono?

Del leggiadro detto dello Scaligero si potrebbe risponder quello che già si scrisse in ischerzo dal piacevolissimo Lasca nostro Accademico404 d’una moderna commedia d’un valent’huomo405:

A questa volta ha somigliato il Gello,
Che fece anch’egli una commedia nuova,
Che l’avea prima fatta il Machiavello 406.

Senon in quanto il motto dello Scaligero, era stato scritto da molti in diverse lingue, e la commedia, che il Lasca voleva significare, fu composta prima una volta sola.

Della parola malvagio parlai col Tasso nella mia risposta all’Apologia nella faccia ottantaduesima. E qui dico a voi che fu cattivo il consiglio, perché senza necessità mise l’amico in pericolo d’incontinenza. Ed il voler far pruova senza bisogno di quella grazia che l’aveva aiutato a risorgere, temerità fu e presunzione.

E che ragionate voi di prudenza? Come, e per qual nuova descrizion di cotal virtù, il nome della prudenza in quella celeste illuminazione poté cadere in Rinaldo? O in qual guisa poteva voler l’amico ch’e’ si mostrasse anche forte, se ciò non era in arbitrio del consigliere, né della propria virtù del giovane potea fidarsi, né della grazia dovea promettersi per cotal modo che, non gli essendo mestiere il farlo, a tentarla si disponesse?

Maravigliomi delle parole, che soggiugnete: «e più forte d’Ulisse che, non confidando nella virtù sua e volendo pure udire il canto delle Sirene, si fe’ legare all’arbore della sua nave». Or perché apponete voi ad Ulisse questa viltà e dite «che non confidando nella virtù sua», se ciò che da esso in quello spezial fatto s’adoperò, tutto fu per diviso e comandamento di Circe? «Δήσαντων σ᾽ ἐν νηὶ θοῆ χειράστε ποδάςτε»407. E se volle udire il maraviglioso canto di cotai mostri (senza che le parole di essa Circe ve lo ‘nvitavano: «ἁ τὰς ἁυτὸς ἁκούεμεν ἁιή ἐθέληστα»408), ciò accompagnava il costume, del quale il Poeta per tutto l’aveva finto d’esser vago d’aver notizia ed esperienza di molte cose.

Ma come potrà difendersi il povero Segretario di due colpe di smemorato, di che vi par d’averlo convinto senza avergli lasciata gretola da poterne scappare a verun partito? Ma chi sa che egli pur non isbuchi fuori e altri non rimagna in suo luogo e in vece di lui ingabbiato? Dite che Ulisse non s’impeciò l’orecchie come s’afferma dal Segretario. E dal qual delle sue parole cavate voi che egli le s’impeciasse? Forse da quelle: «Omero che ad Ulisse fece impeciar l’Orecchie»? Or non si sente la forza delle parole? E che lo «ad» sta quivi in forza di da, secondo che quasi ogni quarta riga si ritruova in ogni scrittura? E che se d’Ulisse e non de’ compagni s’avesse avuto ad intendere lo ‘mpeciamento, non impeciare ma impeciarsi posto avrebbe nella scrittura? Nel geloso:

Perché veggendosi a torto fare ingiuria al marito 409,

e in Calandria del porco:

di vedergli torre ancora i capponi a coloro, che tolto gli aveano il porco 410.

Nel maestro Simone in corso:

sentirono alla donna dirgli la maggior villania 411, ec.

e così mill’altri.

Aggiugnete: «avendole fatte turar di cera e non di pece a’ compagni». Ditemi (per vostra fede) come avreste voluto che avesse detto la Chiosa? Incerare? Ma se vi s’aprisse del tutto in ciò la proprietà, come il più vi s’apre nell’altre voci, sentireste subitamente che con le parole incerar l’orecchie avrebbe espresso sentimento diversissimo dal turarle. E perché, quando sopr’alla Mula vi traportate di luogo a luogo, affermate di cavalcare? Per certo dovreste anzi dir mulare. Perché, quando i vostri vendemmiatori di piede si cavano non la calza ma la scarpetta, anzi che dire che si scalzano non dite che si scarpettano? Perché, quando vi cavate il cappello per onorare alcuna persona, nol chiamate voi scappellare e non (come tutti dicono) sberrettare? Perché lo starnazzarsi delle galline non si nomina sgallinare, poi che galline e non mica starne son quelle che fanno allor quello sbattimento d’ali e di penne? Perché la botte, quando ella geme, impiastrando con greto o cenere non con istuco, affermiam noi di stuccarla?

In breve, convien ch’io ‘l dica in ogni maniera: impeciare è vocabolo che non si ristrigne alla pece, ma dicesi anche d’altre materie simili a lei, che turino o buco o fessura nella guisa che fa la pece. Ma non c’insegnò Aristotile questa maniera, la quale egli chiama secondo l’uso della favella, là dov’e’ dice che alla gambiera di fero aggiunsero i Greci un nome qualche fiata, il qual sonava «di stagno lavorato novellamente»; e che ramieri si nominavano coloro che lavoravano il ferro; e che Ganimede a Giove mesceva il vino, tutto che vino non bevesse412; e che eziandio per metafora si potrebbon queste guise difender come diritte413?

L’amorose lettere, non solamente dalla cagion che specificate, cioè dallo scriversi «appensatamente allo spesso nel caldo amoroso de’ scrittori», e da quella che voi tacete e che da Demetrio di manifesta in quelle parole «καὶ δῶρον πέμπεται»414, ma dalla terza assai più che fu espresso dal Segretario, ottengono quella cultura, cioè da ciò che richiede il soggetto e la convenevolezza delle persone, secondo quegli ammaestramenti de’ libri della Retorica: «τὸ δὲ πρέπον ἕξει ἡ λέξις ἐ ὰν ἧ παθητική τε, καὶ ἠθικὴ, καὶ τοῖς υποκειμένοις πράγμασιν ανάλογον»415, e ciò che significa quella parte: «ἀκολουθεῖ ἡ αρμὸττουσα ἐκὰστω γὲνει καὶ ἕξει»416. E dissi secondo «il soggetto e la convenevolezza delle persone», posciaché né d’Amore niuna cosa è più bella, né ha genere di persone che più s’adorni che i suoi seguaci. Onde niun altro ragionamento richiede maggior bellezza, né più cultura di quegli che trattino cose amorose che si facciano da amanti, o ad amate persone sieno indiritti o presenti o no, ch’elle sieno.

Egli è vero che i cotali durano il più gran fatica, presenti le donne loro, ad inviarsi in disteso ragionamento, e spesso alcuni di essi, come avveniva a Didone, «Incipit effari, mediaque in voce resistit»417. Il che, oltr’agli altri dell’altre lingue, espresse in tanti luoghi maravigliosamente l’amoroso poeta nostro:

Tanto ho da dir che cominciar non oso 418.
Chi può dir com’egli arde è in picciol fuoco 419.

Sì come molti, pur de’ nostrali, avevan fatto prima di lui e fecero anche nel tempo stesso.

Ma quando vincono gli amanti quella prima difficultà, come talora è verisimile che facciano in estremi casi o per istabilito proponimento, deono le lor parole e i lor parlari esser belli e pien d’ornamento, secondo che trattano di cose belle e che sono ornati i ragionatori. E quando non possono spontar lo ‘ntoppo e favellano «in voci interrotte appena intese»420, sì deono ad ogni guisa esser vaghe e adorne quelle cotante, sino a quella vaghezza però e quella (diciamle così) adornezza che non iscuopra tale artificio che contrasti il fin di chi parla.

E ciò è quanto pertiene alla risposta del Segretario che solamente vi contraddisse per lo vocabolo innamorati che poneste in bocca all’Attendolo, perocché intorno a i lamenti in niuna cosa vi fe’ contrasto nell’opera della cultura, ma bene il vi farebbe nel fatto dell’artificio, quando il supremo d’ogni artificio, cioè quell’artificio dove l’artificio è nascoso, è richiesto in sì fatte parti. In breve, i luoghi del commuover le passioni, se si riguardino semplicemente, come ricercano sommo studio così per lo contrario non son capaci di gran cultura, ma in bocca agli innamorati l’ornamento si convien loro. E lo scoprimento dell’arte, come cosa a lor naturale, si comporta assai di leggieri né quel contrasto gli s’apparecchia che si farebbe comunemente all’altre guise delle persone.

Dialogo [79]:

ATTENDOLO: —che se bene all’uno et all’altro fosse convenuto per la dignità del grado, non conveniva come a feriti d’amore, a’ quali il più delle volte vien bene porre in bocca parole tronche et imperfette, non gravi et ricercate con arte. Tutta volta, questi falli et altri simili che fussero in quel poema sono degni di scusa, quando non altro, poiché sono colpevoli per troppa bontà. Là onde anche in questa seconda maniera del costume potrete vedere quanto l’Ariosto di gran lunga sia avanzato dal Tasso.

Crusca [79]

Tanto in questo quanto nel resto.

Replica [79]

In ogni cosa fuori che nella sentenza.

Infarinato [79]

In niuna seguìto appresso, ma men da lungi seguitato nella sentenza.

Dialogo [80]:

ATTENDOLO: La terza maniera è il simile, il quale secondo alcuni con l’eguale è una cosa medesima. Et perciò dicono le maniere del costume non esser più che tre.

Crusca [80]

Ergo Aristotile a porne quattro sarebbe stato uno scimunito.

Replica [80]

Si porta l’opinion d’altri, della quale ragiona il Piccolomini nelle sue annotationi421, non quella di Aristotile né dell’Attendolo, già che nel dialogo si spiegano tutte quattro le condizioni, maniere, o qualità di costumi.

Infarinato [80]

La risposta fu per chi lo diceva.

Dialogo [81]:

ATTENDOLO: Ma se vogliamo che tra il simile e l’eguale habbia differenza, diremo che l’osservanza del simile consiste appunto in quello che dice Orazio:

Aut famam sequere 422,

et poi:

honoratum forte si reponis Achillem,
impiger, iracundus, inexorabilis, acer:
Iura neget sibi nata, nihil non arroget armis.
Sit Medea ferox, invictaque, flebilis Ino,
perfidus Ixion, Io vaga, tristis Orestes 423.

Dalle quali parole, conforme a quel che insegna Aristotile, chiaramente appare che, ricevendo il poeta nel suo poema persona nota per fama d’istoria o di favola, dee fingerla tale quale dalla fama della istoria, o della favola sarà divulgata. Perciò l’Ariosto non seguì né la istoria né la favola d’Orlando, poiché l’una et l’altra lo celebra per castissimo et saggio, et egli lo finge pazzo et innamorato.

Crusca [81]

Se l’Ariosto ponesse che Orlando fosse stato sempre mai pazzo, avrebbe peccato contro alla storia. Ma dicendo che ciò fu in lui accidente di pochi mesi, alla storia non contraddice, perché quanto allo ‘nnamoramento questo gli accadde dell’altre volte, come potrà veder l’Attendolo, leggendo le cose de’ Paladini424.

Replica [81]

Non mi ricordo di haver letto niun romanzo, né in niuna storia di Paladini, che Orlando fosse stato innamorato d’altra donna che di Alda sua sposa; ma non sarebbe gran fatto che alcuno l’havesse finto innamorato di altra persona, sì come il Conte Matteo lo finse di Angelica. Però quando ciò fusse, non induce fama per l’ignobilità dell’autore425. All’incontro non è romanzo da cui non sia predicato saggio et di ottima vita, et tale si ha nelle cose de’ Paladini. Né io so da chi s’habbiano gli Academici questa distintione che Orlando finto pazzo per pochi mesi non contradice all’istoria, ma solamente se pazzo fusse stato rappresentato sempre.

Infarinato [81]

Confessate che Orlando fu innamorato d’Alda la bella, che poi gli divenne sposa, e stimate cosa inaudita e non verisimile ch’Orlando s’innamorasse. Risponderete ch’è inaudito che s’innamorasse mai d’altra donna. Ditemi: hacci tutta la vita e storia d’Orlando descritta distesamente? Non ce n’ha anche la quinta parte. A quale storia addunque si contraddice, fingendolo innamorato di Angelica in altri tempi? Si contraddice alla fama: sì, forse a quella ch’è pervenuta alle vostre orecchie. Al Segretario basta l’animo di esaminar testimoni a sufficienza di pubblica voce e fama ch’Orlando s’innamorasse più d’una volta.

La distinzione che non sapete, da cui si prendano gli Accademici, eccovi mostro che si prende dalla ragione. Perché, ponendosi che Orlando fosse stato sempre mai pazzo, si contraddirebbe alla storia, poiché per quella parte che ci ha di lei si pruova che quel guerriero d’ogni tempo non fu cotale. Non se le contraddice allo ‘ncontro fingendolo pazzo alcuna fiata, quando di tutto il corso della sua vita non ci ha riscontro d’alcuna storia.

Dialogo [82]:

ATTENDOLO: Et se in sua scusa altri dicesse che egli in ciò ha seguita la favola finta dal Conte Matteo, dalla quale è nata fama che Orlando sia stato innamorato, si risponde che questa moderna fama non ha già preso radici, né il mondo può riceverla altrimenti che per vana—

Crusca [82]

A’ poeti in questa parte è assai ogni po’ d’appicco.

Replica [82]

Ma non vuole così il Maggio che appo Oratio intende il seguir la fama l’adherire alla opinion de’ maggiori426. Et il Robortelli chiama persona vecchia la indotta per fama: «Qua ab aliis poetis ante fuerit saepe inducta», ma la nuova: «Quae primum efficta sit»427.

Hor come voglion gli Academici che gli amori di Orlando introdotti da un solo et quasi coetaneo, non da maggiori né più volte, sia bastevole appicco a far che prenda ciò l’Ariosto per fama invecchiata?

Infarinato [82]

Né il Maggio né il Robortello (sia detto con reverenza) dichiaran quel luogo dirittamente. Ma la persona vecchia vuol dir la storia e le favole, e la fama significa la pubblica e comune voce delle persone che scritta non si ritruovi. E gli espositori che portano questa credenza, senza che la fondano su la ragione, nell’opera del commentare i poeti non cedono d’autorità a quei due.

Dialogo [83]:

ATTENDOLO: —sapendosi di certo la verità d’una istoria invecchiata.

Crusca [83]

Adducatur textus428.

Replica [83]

Oltra la fama introdotta da’ romanzi che predicano Orlando per saggio et castissimo, facendolo che si astenesse di goder d’Alda sua moglie, havuta per bellissima, per la osservanza del giuramento di farla reina di Spagna. Dante autor grave, apportando l’istoria della rotta di Roncisvalle, chiama i Paladini santa gesta429. Veggasi se con la santità vada congiunta la pazzia et la vanità degli amori, bisognando dir che Dante havesse seguite la fama et l’opinion de’ maggiori della vita de’ Paladini. Et se egli è lecito dalla fine argomentare quali fossero i principii et i mezi, Orlando viene annoverato nel catalogo de’ Santi. Et in Francia si celebra il suo dì festo, sotto nome di martire il giorno 17 di Maggio, sì come si vede nella vita de’ Santi composta da Pietro Natale Venetiano Vescovo di Aquileia430.

E per apportare il testo che vogliono gli Academici. Eccone uno che insieme fa fede del vero et che i romanzi ne gli amori di Orlando non habbiano scritto il vero. Un moderno Istoriografo che ha scritto dopo molti, quasi epilogo di tutte le cose di Francia da Turpino insino a Vincenzo Beluacese, chiamato Fra Stefano Lucignano da Cipri, così dice nella Corona [p.209]:

Rotolando Paladino, figliuolo di Berta Sorella di Carlo Magno, peritissimo nell’arte militare e di gran fortezza, era sempre in favore della Chiesa et fede cattolica. In compagnia di Carlo suo zio in Ispagna, in Italia et in Germania mai andava nella guerra, se prima non si confessava et pigliava la santissima communione.

Ritrovandosi in Ispagna et combattendo contra i Maumettani, da alcuni maligni fu tradito l’esercito Christiano. Rotolando essendosi avveduto, si dispose con ferventissime orationi, et con la spada chiamata Durenda ne uccise quanti ne poté, facendo macello infinito di quello stuolo. Stracco e ferito, si discostò et si distese in terra, et conoscendosi vicino alla morte, con le mani toccò le carni sue verso il cuore, protestando la resurrettione et dicendo:

Et in carne mea videbo Deum salvatorem meum, quem visurus sum ego ipse, et non alius, et oculi mei conspecturi sunt431.

Et soggiunse ragionando col signore:

Signor mio, io moro per la tua santa fede, habbi di me misericordia et de’ miei compagni.

Et segnandosi spesso con la santa croce dicea:

Nunc incipio videre quod oculus non vidit, nec auris audivit432.

Morì con questi ragionamenti al dì 17 di Maggio con altri generosi guerrieri che furono in compagnia di Carlo in questo esercito, tra li quali era Oliviero Paladino et gran Signore. Carlo, saputa la nuova acerba del nipote, subito andò da quello, trovandolo disteso in terra. Et dopo li debiti pianti, il fece sepelire con li compagni morti tutti martiri. Et in segno che furono grati al Signore, la notte innanzi, essendo le lor lance fisse in terra, produssero foglie et fiori.

Orlando, o Rotolando, quando morì era di età d’anni trent’otto. Crederò che quelli poeti in rime sparse et dilettevoli non volsero macchiar l’onore et la vita di sì glorioso Paladino, ma più presto aggrandire la forza et virtù militare di quel raro guerriero. Tra li quali cantò Lodovico Ariosto 433.

Et l’altro, che segue, etiandio in lode di questo scrittore434.

Infarinato [83]

Ci ha havuto degli altri, e saggi e casti generalmente, che sono talora incorsi in accidenti tutto contrari a’ costumi loro, ed eccene esemplo ne’ libri sacri. Lo storico che adducete, essendo d’epitome e non di storia e più moderno che l’Ariosto, non è quel testo che vi chieggono gli Accademici, né che a voi abbisogna per ottener la vittoria della quistione.

Dialogo [84]:

ATTENDOLO: Onde alcuni in questa parte di costume non lodano Vergilio, il qual non seguì né l’istoria né la fama, fingendo Didone essersi per amor di Enea uccisa, sapendosi pur l’istoria ch’ella morì per amor di Sicheo suo sposo.

Crusca [84]

Se l’Ariosto avesse fatto una simil cosa, le gogne, le mitere e le ruote sarebbono (come si dice) una frulla435.

Replica [84]

Troppo severi gastighi sarebbon questi a colpe non gravi, come mostrerà l’Attendolo parlando d’Antioco sopra il Petrarca436.

Infarinato [84]

L’Attendolo è appo i miei Accademici di tanta stima (sì come siete anche voi, quando non per giuoco o per disputare ma favellate in sul saldo) che sene promettono ogni gran cosa.

Dialogo [85]:

ATTENDOLO: Ma in questa terza maniera del costume osservantissimo (s’io non m’inganno) è stato il Tasso. Finge egli Gottifredo Buglione savissimo et forte capitano, Raimondo Guarnerio, Tancredi nipote di Boemondo Normando, et altri principi Christiani che passarono in Asia all’acquisto di Terra Santa

Crusca [85]

D’alcun di questi s’è già mostrato il contrario.

Replica [85]

Si è detto di sopra che, se ‘l Tasso ha alterato il valore e il costume de’ cavalieri che passarono all’acquisto di Terra Santa, ha fatto ciò con ragion poetica et insieme allegorica. Né si chiama adulterata l’istoria, ma vestita di allegoria. Et quanto il senso allegorico sia del poeta, lo dimostra Leone Ebreo parlando della favola di Perseo, scoprendo molte allegorie sopra una sola faccia istoriale437. Et che sia più nobile l’allegoria che l’istoria (dico ciò per inferir quanto ne debba tenere conto il poeta), si mostra per l’antica teologia de’ Rabini che chiamarono Davar catan, cioè parlar picciolo, il senso istoriale et letterale, et Davar gadol, cioè parlar grande, il senso mistico438. E particolarmente Rabi Mose Egittio439, sopra la somiglianza (o Emblema che dir vogliamo) del pomo d’oro dentro la rete d’argento, dimostra quanto sia più pretiosa l’allegoria che l’istoria440.

Infarinato [85]

L’allegoria – so che ci ha chi scrive il contrario – dee, quasi una quinta essenzia, cavarsi di cosa buona verso di sé, non iscusar le malvage et di reo esemplo. Imperciocché la cosa onde si cava l’allegoria si comunica ad infinite persone, ed essa allegoria da picciolissimo numero lascia godersi; senza che non basta allegarla, come voi fate, ma bisogna provarla ancora. Pure di questa materia mene rimetto al Mazzoni nostro Accademico441.

Dialogo [86]:

ATTENDOLO: —i quali furono appunto o saggi o forti o audaci o arditi, conservando la verità dell’istoria.

Crusca [86]

L’audacia non fu mai riposta tra i buoni costumi, essendo da bestie non da persone.

Replica [86]

Bisognava che questo Segretario non havesse havuto del semplice Peripatetico in questa voce. E nulladimeno Iavello442 (quand’altri no) l’avvertiva che l’audacia non dice vitio dalla forza del nome, ma passion naturale; et che dalla mancanza de’ termini ha sortito di significar vitio opposto alla timidità443. Il quale nondimeno appresso Platone vien detto col nome di ferocità, o vero di temerità444.

Ma vegnamo all’uso de gli ottimi scrittori, et principalmente de’ poeti. L’eccesso di questo vitio è detto θράσος, audacia, presa da Aristotile in mala parte, mutata la prima sillaba in θάρσος, che è la fiducia virtù. Et nulla di meno Omero, nella comparatione della quercia fulminata da Giove, pose l’audacia per la fiducia, dicendo nel ξ: «τὸν δ᾽ οἵ περ ἑχει θράσος ὅ εκεν ιδητας»445. Ma non venne Apollo detto θράσις, audace? Et Omero altresì, nella comparatione della resistenza che si fa al Leone (Iliade ρ), non prese in bene le mani audaci: «θρασειάων ἀπὸ χείρων»446? Et Isocrate non pose l’avverbio θρασέως in buona parte? Et appo Tucidide non leggiamo etiandio θρασυτερον in bene per θαρσαλεωτερον?

Ma passiamo al principe de’ Latini. Egli nella humiltà della invocatione dell’aiuto divino dice:

Da facilem cursum, atque audacibus annue coeptus 447.

Replica mezo verso nel voto fatto a Giove da Ascanio, vendicatore delle parole superbe di Remolo:

Iuppiter, omnipotens, audacibus annue coeptis 448.

L’accompagnò et l’esplicò altrove con la fiducia:

Non tamen audaci Turno fiducia cessit;
Litora praeripere 449.

Et altrove con questa e con la fortezza:

Turne sui meriti, si qua est fiducia forti,
Audeo, et Aeneadum promicto occurrere turme 450.

L’attribuisce a Pallante in atto di religione, mentre vuole che non si cessi dal sacrificio per l’improviso arrivo delle navi di Enea:

audax quos rumpere Pallas
Sacra vetat 451.

Et Evandro essortando Enea con la imitatione de’ fatti degni di gloria a divenir simile ad Alcide:

aude, hospes, contemnere opes et te quoque dignum
finge Deo 452.

Et nello oracolo insegnante Enea, le diede insino al comparativo:

Tu ne cede malis, sed contra audentior ito 453.

Et ultimamente in Oratio fortissimo a pugnar per la patria:

Pontem auderet quod vellere Cocles 454.

Et per conchiudere con alcuna autorità di latino Istorico, Tito Livio nel libro quarantesimo quarto:

Egregie ad ultimum, in audacter commisso perseveraverat455.

E prima nel nono:

Pertinacior pars per adversam portam erupit, tutiorque eis audacia fuit, quam incautus ad credendum ceteris pavor, quos circundatos igne, ne quidquam Deos fidemque invocantes Samnites concremaverunt456.

Hor veggasi s’egli è vero, che l’audacia non sia mai posta fra buoni costumi et che sia, come dice il Segretario, «da bestie et non da persone». Havrebbe per avventura a’ Signori Academici bastato l’autorità di Luigi Alamanni che in più luoghi dell’Avarchide attribuisce l’audacia a persone di buoni costumi, et di Lodovico Ariosto che disse di Bradamante:

Quivi l’audace giovane discese 457.

Infarinato [86]

Intorno a questo leggete la mia risposta all’Apologia del Tasso nel luogo proprio, cioè nella faccia ottantaseesima di quel libretto che fu stampato in Firenze458. E ho speranza v’acqueterete.

Dialogo [87]:

ATTENDOLO: Quando non se gli attribuisca a fallo l’haver finto Rinaldo, tronco di casa d’Este, figliuolo di Bertoldo, haver militato nella guerra di Gerusalem, poiché si sa per la storia egli essere stato al tempo dello Imperator Federico primo, che fu settanta o ottanta anni poi detta guerra. Ma in questo fallo ha per compagno Vergilio nell’essempio di sopra recato di Didone, la quale per l’istoria si sa non essere stata a quel tempo che Enea venne in Italia.

Crusca [87]

Benché ci abbia esempli di questo vizio, non pur ne’ poeti ma anche ne’ più illustri componitor di dialogi, non perciò resta che non sia vizio.

Replica [87]:

Non si niega, ma alle volte svanisce o viene abbonito dalla eccellenza del poeta.

Infarinato [87]

Non intendo né lo «svanisce» né l’«abbonito». A me basta che non si nieghi.

Dialogo [88]:

ATTENDOLO: Et ultimamente separando dal simile l’eguale, ultima maniera del costume, diremo che Orazio ne insegna di osservare l’egualità nelle attioni et parole delle persone ricevute nell’epopea con questi versi:

Si quid inexpertum scenae committis et audes
personam formare novam, servetur ad imum
qualis ab incepto processerit et sibi constet 459.

Il che non potremo dire che habbia osservato l’Ariosto; poi che Rodomonte persona nuova non da lui finta ma dal Conto Matteo, di fiera natura, terribile, superba et di temerario ardire, facendo che egli sprezzi i venti et la fortuna et che passi d’Africa in Francia, senza aspettar il suo Re, per mare tempestoso, per tale appunto è ricevuto da Lodovico Ariosto nel suo poema, onde di lui dice:

Rodomonte del quale un più orgoglioso
non ebbe mai tutto il mestier dell’armi 460.

Nella lite poi che Rodomonte hebbe con Mandricardo per Doralice, e con Ruggiero, et con Sacripante per Frontino destriero, non fa ch’egli conservi l’usata temerità et fierezza che dovevano far Rodomonte alieno da ogni ragione; ma lo finge ricordevole del suo debito che era di soccorrere Agramante suo Re assediato da Carlo. Et giunto poi nel campo, lo descrive che egli habbia più rispetto a detto Re che non hebbe non sol Gradasso, Mandricardo e Marfisa, ma Ruggiero, com’egli vassallo et cavaliero di Agramante; cose tutte ragionevoli et d’huomo che habbia congiunta la fortezza col senno. Nel ponte poi del sepolcro d’Isabella, gittato da cavallo da Bradamante, vien finto che fuor del suo costume perda l’usato ardire et d’infido ch’egli era, havendo detto di lui:

e nel mancar di fede
tutta a lui la bugiarda Africa cede,

fa che divenga osservantissimo della promessa fatta a Bradamante di liberare i prigioni mandati in Africa, dove il costume richiedeva che non osservasse la fede né si donasse per vinto, ma combattesse di nuovo con lei, sì come fe’ Marfisa gittata a terra da Bradamante stessa, serbando in ciò meglio il costume della fierezza di Marfisa. Ultimamente lo descrive nel fine della sua vita terribilissimo et audace, sì come fu descritto nel principio dell’armi sue; poiché senza consiglio, temerariamente, innanzi le porte di Parigi, fa ch’egli solo alla mensa delle nozze di Ruggiero sfidi lui con tutta la corte di Carlo.

Crusca [88]

Dee credere l’Attendolo che, perché Orazio dica «inexpertum» e «personam novam», l’egualità del costume non sia così necessaria nelle persone note; ché sarebbe forte da ridere. Ma lasciam questo.

Rodomonte è mantenuto dall’Ariosto di costume inequale secondoché l’aveva finto il suo facitore, cioè il Conte Matteo, il quale verso la fine del suo libro lo fa cagliare con Ruggiero, di che non dovette ricordarsi questo Dialogista. Oltr’a ciò la fierezza e bestialità di colui si vede esser sempre in servigio e con riverenza del suo Re. Onde, quando nel precorrere in Francia fece quella tagliata, dicendo che né venti né altro non potevano opporglisi, soggiunse:

Solo Agramante mi può comandare 461.

Sì che non esce in questo di suo costume nel Furioso; dove pure per servigio del predetto suo Re rifiuta battaglia, e dove al suo cospetto:

Frena l’orgoglio, e torna indietro il passo 462.

E se nella sentenza che gli diede contro per conto di Doralice, il medesimo rispetto verso Agramante non parve che mantenesse, e nel bisogno e periglio l’abbandonò né, richiamato, volle ubbidirlo, e rifiutò le sue profferte. Fu assai in quel bestiale animo in fatto d’amore il ritenersi di non passar più avanti nel furor dello sdegno. Quantunque, chi legge ben que’ luoghi truova che né anche in quella furia quel Saracino si spogliò in tutto dell’affetto verso il Re suo, poiché desiderava di vederlo mal condotto per averlo a rimettere egli in istato; il che se non volle far prima, e finito appieno il termine che egli medesimo s’aveva proposto e giurato, anche questo non contraddice a quelle parole: «e nel mancar di fede»; perché in esse s’intende di ciò che prometteva ad altrui, non di quello che pertinacemente si disponeva in se stesso.

Ned è simile l’esemplo di Marfisa, la quale, sì come Rodomonte, non haveva fermato il patto. E quanto al cedere e servare il patto a Bradamante, oltr’a ciò che s’è detto della natural disegualità del costume di quel Pagano, si può aggiugnere che in quel caso non lasciò ma rivolse la sua natural rabbia contro a se stesso, oppresso ancora, e quasi tratto fuor di se medesimo dalla vergogna, e dal sentirsi rinfacciare con ischerno da una donna la sua folle arroganza e bizzarra presunzione.

Replica [88]

L’Attendolo crede che l’egualità del costume sia così necessaria alla persona nota come alla nuova; et è cosa da ridere che altri creda che egli crede altrimenti. Rodomonte è persona nuova nel poema del Conte Matteo, et nel poema dell’Ariosto persona nota. Così s’intendono le parole del dialogo, ove dice: «Rodomonte persona nuova non da lui finta (cioè dall’Ariosto) ma dal Conte Matteo». Però dicendosi che, nel Furioso, Rodomonte non ha egualità di costumi, si ragiona di lui come di persona nota, et non come di nuova. Et non perché i versi portati da Oratio ragionino solamente di persona nuova, l’Attendolo dovea credere che l’egualità de’ costumi non convenisse a persona nota.

Hora, ritornando a detta egualità, l’Ariosto s’egli fosse epico nella persona di Rodomonte havrebbe errato in ogni modo, percioché se ‘l Conte Matteo lo finge incostante, come si pretende da gli Academici havendolo fatto cagliar con Ruggier, non dovea egli dire nel Furioso:

Il primo giorno, e l’ultimo che pugna,
Mai ricusasse il Re d’Algier fu questo 463.

Del qual luogo ricordevole il Dialogista, confessa non essersi ricordato di cheché si dica di lui il Conte Matteo verso la fine del suo libro. Ma con che ragione si può difendere l’osservanza della fede a Bradamante? Bella interpretatione delle parole, e nel mancar di fede che s’intendano di ciò che prometteva ad altri, et non di quello che pertinacemente disponeva in se stesso. Rodomonte forse haveva promesso a se medesimo di non prender nuova pugna con Bradamante, et di lasciare i prigioni mandati in Africa? Di niuna forza è poi la ragione che si adduce a difesa di ciò che egli restasse come fuor di se stesso, veggendosi rinfacciare da una donna l’essere stato abbattuto da lei, essendo Rodomonte bestiale (come si dice), non poteva né doveva havere tal consideratione.

Questo fallo d’incostanza non si scusa con altro se non col giovamento della favola, la quale, se Rodomonte havesse osservato egualità di costume, non potea haver quel fine che haveva disegnato di darle l’Ariosto. Ma siami concesso di non perder tempo in cosa sì chiara, da che gli Academici stessi nel fine delle loro risposte dicono l’Ariosto havere errato nel costume reo, nel giuramento di Agramante, nella favola del Dottore, e nello sconvenevole in alcuni luoghi con le parole464.

Infarinato [88]

Del vero Attendolo sarebbe cosa da ridere il creder ch’e’ credesse cosa difforme. Ma dell’Attendolo, che voi figurate alle volte in vostro Dialogo, scherzando, sì com’io credo, a guisa di Socrate, non sarebbe sì sconcia cosa. Nell’ottantaduesima replica non volete far buona alla Crusca l’autorità del Boiardo intorno all’amor d’Orlando, e qui ponete nel poema dell’Ariosto la persona di Rodomonte per nota senza contrasto.

Quanto a quelle parole:

Il primo giorno, e l’ultimo che pugna
Mai ricusasse il Re d’Algier fu questo.

L’Ariosto disse vero, e vero eziandio è ciò che fu detto dal Segretario, cioè che ‘l medesimo Rodomonte cagliò (accioch’io lo dica col suo vocabolo) con Ruggiero. Il luogo è nel quinto canto del terzo libro. Vedetelo e uscirete di questo dubbio.

Della fede che a Bradamante osservò è veracissimo, e non ammette veruna replica lo scioglimento del Segretario. Né per la vostra nemesi, o altrimenti che si chiamino quella figura, viene indebolito in alcuna parte, o ha bisogno di rinforzarsi, posciaché son del tutto fuor del proposito quelle parole: «Forse aveva promessa a se medesimo di non prender nuova pugna con Bradamante, e di lasciare i prigioni mandati in Affrica». Rileggete la risposta del Segretario e troverrete che, con quel discioglimento che motteggiate, non lo difende del non aver ripresa novella zuffa, o liberati i prigioni, di che non haveva ancor fatto motto, ma dell’avere appieno finito il termine ch’egli medesimo s’aveva proposto. E a quell’altra opposizione, del non esser risorto a combattere e dell’aver lasciati i prigioni che voi scambiate con la primiera, risponde di sotto e ribattela interamente con la ‘ncostanza e disegualità del costume dell’Affricano.

Soggiugnete che «di niuna forza è poi la ragione», ch’e’ restasse come stordito da così strano accidente (il che si giudichi dagli ‘ntendenti), e appresso che «essendo colui huom bestiale, non poteva né doveva aver tal considerazione ». E chiamate aver considerazione il rimanere stordito. Il giovamento della favola, che solo dite potersi addurre a questa difesa, è bene egli del tutto vano, sconcia cosa essendo a pensare che così potessero tutti i poeti, messe in non cale tutte le regole di poesia, di tutte le sconce cose ricoprirsi con quella scusa. Conviene, sì come appunto parla Aristotile, ordir le favole ben da principio, sì che per entro nulla v’abbia di sconvenevole; riuscendo cosa da ridere che diciam poi: s’io non faceva in questa maniera, la favola andava in rovina. Chi non ha possanza di farle buone, e di condurle senza difetto a buon fine, stiesene e lascile fare a chi sa.

Di ciò che si pose dagli Accademici dietro al libretto della Difesa, non potete valervi in questa disputa, avendolo aggiunto fuor di processo con mutamento di persona, e quasi con protesto di non si pregiudicare (sì come ad altri quistionatori e a voi medesimo addietro più d’una volta nella presente) è stato risposto, prima che ora, in altre scritture.

Dialogo [89]:

ATTENDOLO: Questa incostanza di costume non usò già il Tasso nel finger nuova persona. Finge Argante guerriero intrepido, furibondo, feroce, implacabile, et così fa che perseveri insino al fine, e perciò accennando forse questa osservanza nel fargli mandar fuora lo spirito, disse:

Superbi, formidabili, feroci,
gli ultimi moti fur, l’ultime voci. 465.

Il medesimo tenore di stabili costumi si scorge in Erminia innamorata, in Clorinda guerriera, et in ogni altra nuova persona finta dal Tasso. Hor non direte dunque che egli in tutte quattro le maniere del costume habbia avanzato l’Ariosto?

Crusca [89]

Signor no, perché in Zerbino, in Isabella, in Olimpia, in Ariodante, e in tanti altri che son fatture dell’Ariosto, sì come in quelli ancora, ch’e’ trovò fatti dalla storia, è il costume e ciascuna sua qualità meglio osservato senza comparazione.

Replica [89]

Dove l’Ariosto ha bene osservato il costume, come conviensi a poeta eroico, è degno di loda; et dove non l’ha osservato, come poeta di Romanzo, è degno di scusa. Ma che il Tasso in questa parte sia stato più di lui osservante, quando non si fosse provato, havrebbe poca fatica a giudicarlo ogni mediocre intendente dell’epica poesia.

Infarinato [89]

Parole.

Dialogo [90]:

CARRAFA: Concedutovi che così sia, se ben mi ricordo, Aristotile biasima Euripide che finge Menelao con malvagità di costumi, et un altro poeta che finge Ulisse piagnente sopra il sasso di Scilla, havendo l’uno errato nella prima maniera della osservanza del costume et l’altro nella seconda del non convenevole, poiché non conviene che uno Eroe come Ulisse si descriva piagnente et timoroso di morte466.

Crusca [90]

Non solo Ulisse, che sempre più valse nelle parole e nelle frode che nell’opere di prodezza, ma Achille stesso, che da lui si figura per sì gran cosa, s’induce a piagner dal suo poeta, come un bamboccio intorno alla Mamma per conto della puttana; la quale, mentre che egli con isconce parole scoppia in bruttissime villanie contro al Re, infino al minacciarlo della persona, se la lascia tor su e privarsene come un fanciullo467.

Replica [90]

Men male, ché se non mi si contradice, si supplisca almeno al difetto de gli essempi.

Infarinato [90]

La Crusca non ebbe per fine il contradirvi, ma il difender la verità.

Dialogo [91]:

CARRAFA: Biasima similmente la non osservanza dell’altre due maniere del costume, essemplificando il non simile nel discorso di Menalippe et l’incostanza nelle preghiere d’Ifigenia468. Ma egli in altra parte accusa e difende Omero ad un tempo, dicendo che non fu convenienza che egli facesse che i nocchieri di Alcinoo lasciassero Ulisse addormentato con i doni in Itaca469, ma che Omero con gli ornamenti del dire et con le perfettioni di poesia fa sparir questo fallo d’inconvenienza, recandoli condimento et sapore470. Hor con questa autorità d’Aristotile i falli del costume dell’Ariosto non si potrebbono scusare con la bontà et ornamento del dire?

Crusca [91]

E pur falli: bisogna provare che vi sieno e poi ragionar delle scuse. Se nel Furioso fussero tutti i falli del mondo, e che la scusa della bellezza della favella avesse virtù di levarnegli, sarebbe sicuramente quel fioritissimo poema senza niun difetto.

Replica [91]

Falli sì, e gli habbiamo provati. Gli Academici la danno tante volte alla scoverta addosso ad Omero e a Vergilio con dir che habbiano commesso ne’ lor poemi de’ falli gravissimi; e non vogliono ch’io n’addossi niuno all’Ariosto, considerato come epico. Se ‘l Furioso ha falli di costume, come e’ confessano nel fine delle loro risposte, la bontà della favella non può scusarli, poi che nel medesimo luogo dicono che ella in parte è bassa et poco honesta.

Infarinato [91]

Pur le medesime. A tutte coteste cose (che secondo il mio credere, non ve n’ha niuna che vera sia) abbiam risposto già venti volte. E voi niente mai avete provato di ciò che dite. E quando di farlo vi siete dato a fare opera, sono stati i vostri argomenti sempre da noi riprovati. Ma né anche in quel conto a parte non dissero mai gli Accademici che la favella dell’Orlando dell’Ariosto sia «in parte basse e poco onesta», ma furono queste le lor parole: «e senza certi versi che alle volte lascivi e bassi mostra che sieno ad un’ora»471. Guardate vi prego quanto ci abbia gran differenza. Nondimeno, che anche in quei pochi versi non sia difetto, vedetelo sotto all’ultima vostra replica nel capitolo ventiduesimo di mia risposta.

Dialogo [92]:

ATTENDOLO: Dice Aristotile che il costume reo non dee usarsi dal poeta, se non quando necessità o forza ne sia cagione472; et necessità o forza s’intende farsi al poeta quando, non usando egli costume tale, la sua favola venisse a guastarsi del tutto o a perderne la vaghezza.

Crusca [92]

Il poeta non ha mai necessità di far male, e altro vuole in quel luogo dirsi da Aristotile.

Replica [92]

Questo è un secreto da coprirsi con hieroglifici, e appunto come quello Secretum meum mihi473. Altro non vuol dire Aristotile in quel luogo che quel che dal concorso de’ chiosatori viene sposto. Chiosa Alessandro Piccolomini:

Accioché l’huomo non si sbigottisca per la inosservanza et trasgressione delle quattro conditioni assegnate da Aristotile a’ costumi, in dubitar che non si possa meritar mai perdono et scusa, ha posto egli in questa particella queste parole: «Senza che forza o necessità ne sia cagione», volendo per quelle inferire che—se alle volte il poeta sarà forzato dal corso della favola et da qualche legittimo rispetto a non osservare a punto alcuna delle dette conditioni, non potendo, per salvar qualche cosa che importi più, fuggire tale inosservanza—meriterà egli perdono et scusa, et non gli sarà attribuito per errore 474.

Ho voluto porre questa annotatione del Piccolomini alla distesa per coloro che non cureranno voltarci i libri. Il Maggio vuole che Aristotile risponda a tacita obiettione, aggiungendo quel «minime necessarium», cioè che ‘l poeta senza forza il faccia, quasi bisognasse ciò fare per la costitution della favola475.

Et gli Academici pur vogliono che ‘l poeta non habbia mai necessità di far male, etiandio contra l’essempio che soggiugne Aristotile del pianto d’Ulisse nella Scilla. Percioché Pietro Vittorio dice nello essempio di Menelao, rappresentato reo nel costume, senza tanta bruttezza d’huomo chiaro la favola haver potuto commodamente portarsi al suo fine476. Quantunque il Castelvetro, scusando Euripide, dica che la favola non potea procedere avanti né haver compositione di cose che stesse bene, se non si facea Menelao reo; percioché se si ritenea nella usata sua bontà, non havrebbe Tindareo havuto l’aiuto del genero, senza il quale aiuto non potea riducere gli uccisori della figliuola in necessità et pericolo di morte e, questo mancando, né essi sarebbono stati né altre persone tragiche. Et conchiude che, per fare che la costitution della favola potesse havere perfettione, fosse stato necessario far Menelao reo477.

Infarinato [92]

Vi s’è risposto sopra alla replica ottantottesima. E torno a dirvi col Segretario che ‘l poeta non ha mai necessità di far male, e che altro vuol dirsi in quel luogo da Aristotile. E questo segreto non fia segreto a chi senza animosità il richerchi negli altri comentatori, o ne domandi il Patrizio, o ricorra per penetrarlo all’oracolo della ragione. Ma leggete la risposta ch’io feci al Tasso nella medesima quistione, appunto alla novantesima faccia di quel mio libro478.

Dialogo [93]:

ATTENDOLO: Onde se bene Omero, oltre questa ragione recata in sua difesa dell’ornamento del dire, si potesse scusare, ché se ciò fatto non havesse la sua favola men vaga stata sarebbe, non è però che i falli non sieno falli, donando ciò chiaro saggio della povertà dell’ingegno del poeta, il quale senza tali mancamenti non sa formare una favola perfetta, maravigliosa, dilettosa e giovevole. Però oltra che l’Ariosto, non so se cuopre così i suoi difetti con la bontà del dire, come Omero fatto ha—

Crusca [93]

Ci son tanti che lo sanno che basta, posto che v’abbia falli.

Replica [93]

Ma egli anderà col numero di quelli che per avventura non cuoprono lor difetti con la bontà del dire.

Infarinato [93]

Non riconosco né il proposito né l’appiccatura di questa replica, né di essa con la materia né delle sue parti l’una con l’altra.

Dialogo [94]:

ATTENDOLO: —senza haverne necessità ha egli preso errore nel costume, poiché per altre vie poteva condur la sua favola al fine, senza dare in quest i scogli: serbando il costume eguale nelle nuove persone, et il buono et il convenevole per tutte l’altre. E non sono da essere uditi coloro che dicono: «s’io non faceva così la mia favola, sarebbe guasta o almeno non havrebbe tanta vaghezza», poiché per conseguir suprema loda è di bisogna che il poeta s’ingegni di farla senza queste imperfettioni.

CARRAFA: Et chi sarà costui che habbia ordito poema libero in tutto di queste imperfettioni che voi dite? Omero ha delle acuse, come s’è detto, et Vergilio non ne va di senza.

ATTENDOLO: I falli che si attribuiscono ad Omero et a Vergilio, oltra che si possono annoverar su le dita, hanno in parte molti capi di difensione—

Crusca [94]

Bisognerebbe domandarne i volumi interi che da diversi composti furono contra di loro.

Replica [94]

Di quanto momento sieno stati que’ volumi bisogna domandarne il tempo che gli conserva. Dissi i falli di Omero et di Vergilio haver molti capi di difensione; et il tempo, ottimo giudice, ha havute l’accuse per ingiuste et dichiarato nulla il processo.

Infarinato [94]

Il medesimo tempo, ciò ch’ha fatto di quegli antichi, fa e farà (si può credere) anche dell’Orlando Furioso dell’Ariosto. E quel ch’ha fatto di quei volumi che quegli antichi accusavano, farà di quelle scritture che riprendono il costui poema; e farebbelo eziandio del vostro Dialogo, se per altro non fosse in pregio. Ma se per sì gran campione allegate Giulio Cesare della Scala, come affermate voi ora il Greco poeta rimaner libero d’accusatori479?

Nel rimanente vedete voi che l’Attendolo, quando da Attendolo il fate parlare480, confessa la verità e s’accorda con esso noi? Non son queste le sue parole?

non sono da essere uditi coloro che dicono: «s’io non faceva così, la mia favola sarebbe guasta o almeno non avrebbe tanta vaghezza».

Or, non è questo ciò che poco fa si negava?

Dialogo [95]:

ATTENDOLO: —ma i falli dell’Ariosto non han fine et non si possono così scusare.

Crusca [95]

Queste son parole.

Replica [95]

Parole di verità.

Infarinato [95]

Aggiugneteci nasconditrici.481.

Dialogo [96]:

ATTENDOLO: Et noi siamo hora in bilanciare i difetti et la virtù così dell’Ariosto come del Tasso.

Crusca [96]

Bella similiada482, si direbbe da Petrolino483.

Replica [96]

Et si ha potuto dir anche da gli Academici della Crusca.

Infarinato [96]

E ora ridirsi dal Pellegrino.

Dialogo [97]:

ATTENDOLO: Et siami scudo in ciò l’Eccellenza vostra, la quale col suo comando m’ha fatto forza ad aprir la bocca a ragionar di materia, per così dire, odiosa.

Crusca [97]

Pur beato ch’e’ lo conosce.

Replica [97]

Odiosa a chi la mira con occhio pieno di passione, ma piacevole a chi la mirerà come trattata a buon fine e fuora d’ogni pensiero d’offender persona.

Infarinato [97]

Il vostro Dialogo, per molte belle parti che ha in esso, ha cresciuto ornamento alle belle lettere. Ma di quel giudicio tra quei due libri aveva però il mondo sì estrema necessità che non poteste lasciar di farlo?

Dialogo [98]:

CARRAFA: Horsù! Vegnamo alla sentenza484.

ATTENDOLO: In quanto alla sentenza, a cui appartiene tutto quello che fa di mestieri al poeta di procacciarsi per mezo della locutione – le cui parti sono il provare, il confutare, il negare, l’assentire, far apparir gli affetti (come sono, compassione, ira, timore et gli altri), et dimostrar la grandezza et la picciolezza delle cose485 – dico che in questa parte l’Ariosto è stato veramente felice, et per questa sola ha cotanto grido et si ha acquistato il nome di divino.

Crusca [98]

Questo non può esser vero che la sentenzia mal vestita di locuzione possa piacere all’universale. Prendasi pure qual si voglia concetto piacevolissimo, ché se non è espresso felicemente con parole, non piacerà mai alla più parte delle persone. Nel Furioso sono i concetti bellissimi a maraviglia, distinti, chiari e perfettissimi in ciascun genere, ma con tal favella manifestati che paiono ancora più perfetti che non sono, e più belli.

Replica [98]

Io qui lodai semplicemente la sentenza dell’Ariosto, né dissi altrimenti ch’ella fosse vestita né di buona né di rea locutione: di ciò si ragionò più di sotto, ove se ne disse et se ne dirà anche alcuna cosa.

Infarinato [98]

E di sotto se ne riserbi il ragionamento. Ma come negate voi d’aver dannata la favella dell’Ariosto, avendo detto che per la sola sentenza ha cotando grido?

Dialogo [99]:

ATTENDOLO: Con questa acconciamente fa egli apparir le cose, et atroci et piacevoli, miserabili, liete, grandi e picciole com’egli vuole—

Crusca [99]

Questo autore scambia e confonde, non accorgendosene in questo ragionamento, più d’una volta la sentenza con la favella486.

Replica [99]

Dissi con Aristotele che ufficio della sentenza è muover gli affetti et mostrar la grandezza e picciolezza delle cose. Ma l’atroce et il piacevole et il miserabile et il lieto, non sono egli passioni distruttive o perfettive dell’animo agitato? Non iscambio dunque né confondo la sentenza con la locutione, la quale nulladimeno la veste et la rende visibile come ogni altro concetto dell’animo. Ma dell’accorgimento de gli Academici et del mio non accorgermi diremo nella replica centodicesima.

Infarinato [99]

Qual di noi due abbia in questo spezial punto a perdere il piato487, io nol so. Ma quei che ne fia perdente, quanto più la sentenzia prolungherà, tanto anche più lunga si verrà a render la noia, e parragli poi la medicina forse più ostica. Meglio era per lui lo spacciarsene, avendola pure a inghiottire488.

Dialogo [100]:

ATTENDOLO: —usando in ciò chiarezza, una delle generali forme di Ermogene accompagnata dal suo lucido et dal puro, et semplicità et dolcezza, tutto che forme speciali del costume489

Crusca [100]

Ecco ch’egli intende della locuzione.

Replica [100]

Usando in ciò in questo apparimento di cose atroci et piacevoli, ch’è appunto la manifestatione della sentenza che si fa per mezo della favella, a cui conviene la chiarezza et l’altre forme dette. Non intendo dunque principalmente della locutione, da cui nondimeno in esse formato (per così dire) può separarsi la sentenza, o l’affetto espresso con quella o per mezo di quella. Ma del pensier mio particolare intorno a ciò, diremo nel luogo citato di sopra490.

Infarinato [100]

Non si perda adunque tempo a parlarne qui.

Dialogo [101]:

ATTENDOLO: —essendo etiandio dolce et semplice nelle cose gravi.

Crusca [101]

Nelle cose gravi è dolce e semplice quanto è richiesto, perciocché niuno al par di lui diede mai più il convenevole a ciascheduna forma del favellare.

Replica [101]

Dolce e semplice intesi io altresì con decoro.

Infarinato [101]

Bisognava dirlo, avendo assegnato alla gravità la dolcezza, che non par molto di sua brigata491.

Dialogo [102]:

ATTENDOLO: Et adempiendo ciò più con naturale o divin furore che con arte molto ricercata—

Crusca [102]

L’apparir cotale è suprema loda e supremo d’ogni artificio.

Replica [102]

Non si niega.

Infarinato [102]

Chi sa che non aveste fatto il migliore non negando né anche il resto?

Dialogo [103]:

ATTENDOLO: —si può dire che in questa parte li ceda il Tasso, et non l’avanzi qual si voglia volgar poeta.

Crusca [103]

Se non è Dante o ‘l Petrarca, dicasi pur d’ogni lingua.

Replica [103]

Se Dante et il Petrarca non fussero Fiorentini sarebbono stati esterminati con gli altri poeti, ma gli ha renduti sicuri il segno del Thaù492.

Infarinato [103]

Dove la mia Accademia ha accennato qualche difetto negli scrittor della miglior lega, se n’è servita per argomento da salvar l’opera dell’Ariosto, volendo quasi conchiudere che – se in quegli che son ricevuti per eccellenti in supremo grado dal consenso di tutti i secoli si ritrovavano di quelle cose che condannate nel libro suo, e in quel genere delle piggiori (posto che ree fosser quelle) – par che ne segua in un certo modo che senza colpa sieno quelle parti che da voi si notano in quel poeta. E addunque il vostro Dialogo che estermina i miglior poeti, riprendendo nell’Ariosto ciò che essi prima che egli in maggior dovizia e più spessamente hanno fatto. E gli Accademici gli vengono ad esaltare, ponendo la loro autorità per ragione.

Ma chi si vuole accertare se nel biasimo o nella lode, nell’offendere o nel difendere, s’occupi più volentieri il collegio nostro, novella esperienza ne venga a prendere col distender Dialogo simile al vostro, contr’ad alcuno di quei poeti che nella nostra difesa vi paiono esterminati. Dante e ‘l Petrarca, non mica il segno del Taù, ma l’esser candidi in ogni parte ha guardati dagli Accademici.

Dialogo [104]:

CARRAFA: Ecco che l’Ariosto è pur degno di qualche suprema loda.

ATTENDOLO: Come, Signore? Non volete che s’honori la verità?

CARRAFA: In questa parte della sentenza che grado di loda daremo al Tasso?

ATTENDOLO: Usando il Tasso modi di dir—

Crusca [104]

E qui pur si vede ch’egli scambia la sentenzia con la locuzione e non se n’avvede, perché della locuzione, e non della sentenzia, son questi difetti ch’e’ dice.

Replica [104]

Come si può manifestar la sentenza senza modi di dire? Io seguì a dir del Tasso che le sue sentenze non così spiccano per ragion della locution poetica adombrata, et in un certo modo velata dalle metafore, le quali quantunque rendano perfetta la locutione, nondimeno alle volte danneggiano la sentenza.

Infarinato [104]

L’Attendolo dice che la sentenza del Tasso non è ben chiara, perché usa modi di dir cotanto poetici e tanto lontani dal comune uso del favellare che spesso non è inteso. Or paionvi questi difetti della sentenzia o della favella? E che colpa ci ha la sentenza, se le parole non la palesano?

Dialogo [105]:

—poetici—493

Crusca [105]

L’Ariosto gli usa più poetici che non fa il Tasso, ma con tanta maestria che a chi gli legge paiono belli sì, e vaghi oltre modo e leggiadri, ma naturalissimi e senza punto di sforzamento, in guisa che non ci sembra che altramenti si potessono dir bene quelle cose da chi le dicesse daddovero.

Il Goffredo allo ‘ncontro non ha né belle parole né bei modi a mille miglia quanto il Furioso. E sono l’une e gli altri oltre ogni natural modo di favellare, e con legatura tanto distorta, aspra, sforzata e spiacevole che, udendole recitare ad altrui, rade volte s’intende, e ci bisogna prendere il libro in mano e leggerle da per noi; essendo elle tali che non basta il suono e la voce, ma per comprenderle bisogna veder la scrittura494. E qualche volta non è assai.

Tra l’altre cose, buona parte delle parole paino appiastricciate insieme, e due o tre di loro ci sembrano spesso una sola, di niuno o di lontanissimo sentimento da ciò che s’aspettava dalla continuazion del concetto. Sì che spesso muove a riso, come alcuni di questi suoni che si sentono ne’ versi suoi: «checanuto», «ordegni», «tendindi», «mantremante», «impastacani», «vibrei», «rischiognoto», «crinchincima», «tombeccuna», «comprotton», «incultavene», «alfiancazzo» (a imitazione di quel «chazzolino» di suo padre495: «Poi più che Neron’empio, e ch’Azzolino»496), «chocchio» più d’una volta, «barbarobarone» e altri che paion proprio di quella razza d’accoccolom’io, inzaccherom’io e dogh’use497, e questo sia detto per incidenza.

Replica [105]

«Per incidenza» certo, molto fuor di proposito, ma replichiamo per ordine. Usando il poeta, più spesso che l’oratore non fa, i traslati, le metafore, le metonimie, le presupopee et le altre figure più proprie del verso che della sciolta oratione, viene con esse ad innalzarsi sopra l’uso del parlar comune. Onde quanto i versi sono più figurati, più s’inalzano e più mostrano altrui poeta: come dunque saranno più poetici i versi dell’Ariosto che quelli del Tasso, essendo senza dubbio più figurati questi che quelli?

Ma che i versi dell’Ariosto habbiano più chiara sentenza et anche locutione si concede, percioché il Tasso – havendo usato e variando le forme di Ermogene per conseguire (come altri disse in materia di prosa) la oration Demostenica,498, et anche studiando sempre di chiudere in poche parole la sua sentenza, benché habbia conseguito il fine d’innalzarsi con lo stile – alle volte (come s’è detto nel dialogo) la sua sentenza oscura n’è divenuta. Così talhora per conseguire il perfetto nella primiera intentione, sortisce qualche volta imperfettione nelle seconde, come il contrahere della ruggine alla spada, al cui uso si richiede la durezza del ferro che sempre chiara ma fragile di cristallo potea formarsi.

Ma è cosa veramente degna di riso che altri si rida delle parole appiastricciate insieme nel poema del Tasso, poiché appiastricciandosi a studio, hor vien loro aggiunta et hora via tolta una lettera per farle sentir di mal suono. Ma distaccate l’una dall’altra et proferite con pausa, niuno mal suono renderanno. Massimamente in quelle giaciture del verso dove è libero di ciò fare, e dove è loda che nelle giaciture ove di necessità si collide499, di rado sarà avvenuto al Tasso di far che la pronuntia congiungendo le dittioni sortisca mal suono; anzi, vi sono delle parole che chiamano «appiastricciate» che dolcissime suonano.

Ma per dio che trasformationi mostruose delle voci del Tasso da figliuoli di gratia in figliuoli d’ira? «Che canuto» in «checcanuto», «hor degni» in «ordegni», «tende indi» in «tendindi», «in pasto a cani» in «impastacani», «vibr’ei» in «vibrei», «rischio ignoto» in «rischiognoto», «crin ch’in cima» in «crinchincima», «compra Otton» in «comprotton», «in culte avene» in «incultavene, «al fianco Azzo» in «alfiancazzo», «ch’occhio» in «chocchio», in cui è buon riparo alla tacita obiettione del Petrarca quel più d’una volta. Ma che diremo di «tomba, e cuna» in «tombeccuna»? Con quanta gratia cadono quelle parole:

Ch’a la mirabil fabrica ch’aduna
a l’esequie, a’ natali ha tomba, e cuna 500.

Et in «man tremante» non si vede la cacofonia et le liquide lettere mettono innanzi a gli occhi il tremar della mano? E che abbia detto «barbaro barone» et «al fianco Azzo», gran fatto che in poema grande et da lui non riveduto, quandoque bonus dormitet Tassius, non Tassus501.

Infarinato [105]

«Per incidenza» a propositissimo, ma i propositi bisogna volergli intendere502. Niegasi che i modi del dir del Tasso sien più figurati e più alti che i modi dell’Ariosto. Son ben più sforzati e più freddi. E qui vi protesto che non intendo che mi pregiudichi la particella comparativa. Se addunque più alti non son né più figurati – anzi né sì figurati a gran pezza né così alti – cade a terra il vostro argomento e scoppiane contraria conclusione.

Delle parole appiastricciate favellai nella mia risposta all’Apologia503, e oltr’a ciò da un amico degli Accademici ne fu parlato in un suo libretto504. E l’uno e l’altro ragionamento sopra lo stesso luogo a cui fate ora questa replica centocinquesima. Ed io alle cose che si son dette in cotal quistione queste poche soggiugnerò: che tra le voci appiastricciate che si notarono, ven’ha alcune che, perché si scrivano diversamente, rendono pur sempre quel suono stesso che dicono gli Accademici; conciosiecosa che tanto riesca nella pronunzia che canuto quanto checcanuto, or degni quanto ordegni, ch’occhio quanto cocchio, man tremante quanto mantremante, e tutti gli altri di questa fattura.

Qualch’un’altra con la scrittura, per lo contrario, e con le pose ch’ammette il verso, è capace di medicina, potendosi scrivere e pronunziar «rischio ignoto», «tomba, e cuna», e s’altre n’ha di cotali. Di queste ultime dice la Crusca che il non ispesso uso può tollerarsi, ma nel fermo e quasi continuo, qual sembra loro in Torquato Tasso, estimano che i versi, non solo mandandogli fuor con lentezza e agiatamente ma esprimendogli a tutto corso e secondo il natural flusso che gli misura (e come dicono i latini scandendogli), debbano esser privi di cotai suoni.

Delle primiere non tanto rada ma radissima senz’alcun fallo, dove nel Tasso stanno assai spesse, essendo errori assolutamente, avvisano che convenga che sia l’usanza, se scusar si possano in alcun modo. Come si può il Petrarca del «capo pone», del «ninfa in fonte», del «per partirsi», e d’altre poche che vi si truovano505; e Dante del «lor duolo», del «lor dove», del «lor danno», del «con noi», del «fu trino», del «fu tal», del «fu tardi», del «fu tolta», del «fu tutto», del «quadranti in tondo», del «con colori», e del «man con elle»506; il Bembo della «lor dea»507, e ‘l Boccaccio d’alcune simili508.

Dialogo [106]:

ATTENDOLO: —lontani in tutto del parlar dell’uso commune, molte volte la sua sentenza non è così chiara come altri vorrebbe; et studiando egli sempre in ciò d’esser breve et significante nelle voci, non è maraviglia se alle volte oscuro ne diviene.

Crusca [106]

L’Ariosto è breve e chiaro ad un’ora, ma quella del Tasso non brevità ma stitichezza, o più tosto stroppiamento, si può chiamare. Se voleva esser breve, doveva fondarsi in altro che su ‘l risparmio d’una parola, cioè di non far tante lunghe cicalate di cose impertinenti che niente rilievano né alla cosa né all’ascoltatore. Ma ponlevi solamente il poeta per mostrarsi da assai, ma cotanto a sproposito, con tanto sfinimento di chi l’ascolta, che poco piggiore è la sveglia. La brevità vuole studio ma non isforzo, e per ciò quell’huom dabbene disse «laboro»509.

Replica [106]

Mi si farà buona una conseguenza: ché, se l’Ariosto è chiaro ad ognora, camina solamente sotto le forme della chiarezza, abbandonate per avventura (ove il luogo le richiedeva) l’altre forme di Ermogene? Il Tasso si affaticò nel ritrovare una brevità artificiosa et perspicua, quanto comportavano l’ombre delle figure, sì come è giudicato dalla maggior parte de’ letterati d’Italia, i quali renderanno ragione del come ne’ scolii et ne’ commenti che vengono da lor promessi alla sua Gierusalemme510, che renderla in questa replica così particolarmente non è necessario.

Hora si dice che il Tasso faccia tante cicalate di cose impertinenti, et prima si disse che il suo poema era una «zagarella»511. Egli ha cantanto divinamente, allungandosi et abbreviandosi secondo il bisogno; et il perfetto de’ profili, delle proportioni et de’ colori del suo bellissimo poema non si rende visibile ad occhio che torto riguardi.

Infarinato [106]

La chiarezza può essere in tutte le forme, non pure in quella a cui Ermogene dà quel titolo spezialmente. E intendesi ciò ch’ora io dico, secondo che n’è capace ciascuna forma. Il Tasso fa tutto ‘l contrario di ciò che volete darci ad intendere, come conoscono poco meno che tutti i letterati d’Italia e fuori; i quali non s’affaticano di renderne altra ragione, poiché cavatone picciol numero si confessa da ciascheduno.

Che v’abbiano que’ lunghi ragionamenti fuor di proposito, si dice degli episodi; che sia una zagarella si pon delle cose sustanziali. Di quelle vostre parole, dove affermate che le virtù del libro del Tasso non si rendon visibili a persone che mirin torto, si dona con altre simili assai la risposta a quella amicizia che tra voi e i nostri Accademici, per molti ufici di cortesia, è stata contratta dopo la replica.

Dialogo [107]:

ATTENDOLO: Tutta volta, ciò fa (come nella locution vedremo) per dimostrarsi maestro nelle maggior difficultà dell’arte poetica; però questa sua sentenza quasi con locution Laconica non viene così universalmente lodata.

Crusca [107]

Né anche particolarmente.

Replica [107]

Dissi universalmente intendendo della universalità della sentenza del Tasso, non già dell’universal giudicio che se ne faccia, volendo inferire che in alcuna ci si desidera maggior chiarezza, ma nel particolare non è dubbio che le sentenze della Gierusalemme sieno chiare et ottime. Ma gli Academici, intendendo del giudicio che ne vien fatto, peccarono forse meno in negarle il particolare compiacimento, ch’io per avventura in negarle l’universale.

Infarinato [107]

Gli Accademici intesero dell’una e dell’altra universalità, e dell’una e dell’altra particolarità.

Dialogo [108]:

CARRAFA: S’egli adempie quello che intende di fare, che importa che non sia così chiaro?

Crusca [108]

Questo è il male ch’egli nol fa, né può farlo senza la chiarezza.

Replica [108]

Il fa et può farlo con quella chiarezza ch’è propria sua; et che vien distinta dal vile e dall’humile, et da tutto quello che dal proprio uso comune s’allontana, et grave et magnifica (ma in un tempo) manifesta et aperta rende la favella, et questo desiderò Aristotile.

Infarinato [108]

Addunque la conclusione che voi caverete testé di ciò che pone il Dialogo sarà falsa, e alla vostra presente replica contrasterà, e azzufferetevi con l’Attendolo, al quale or’ora farete dire: «la loda di questa sua cura esquisita dee a lui darsi nella locuzione e non nella sentenza»512. E poco poco di sotto:

ma la sentenza che dalla locuzion risulta, formandosi di modi inusitati di lingua, non riesce così grata, priva nell’universale di quella dolcezza et efficacia che porta seco la chiarezza del dir proprio e comune. E quinci è che il Tasso, ricercando troppo l’arte, anzi duretto che no alle volte divenga, benché si può sperare che, se i cieli saranno a lui e all’età nostra benigni con ridurlo alla primiera sanità, che donando egli l’ultima mano alla sua Gerusalem liberata, rallungando et illustrando molti luoghi i quali hora a’ leggenti mozzi et oscuri s’offeriscono, potrà ridurre quel poema a matura perfettione 513.

Dialogo [109]:

CARRAFA: Dovrebbe almeno appresso il giudicio de’ dotti esser lodato etiandio in questa parte più dell’Ariosto.

Crusca [109]

La chiarezza è virtù e ‘l contrario è vizio, ed il vizio è più biasimato da’ dotti che dagli ignoranti. Ma che argomento e che conseguenza è questa?

Replica [109]

La chiarezza è virtù, quando si discosta dall’humile et dal vile (come s’è detto), et il contrario non è sempre vitio, dovendosi (per avvertenza del Castelvetro) intendere sanamente quel che Aristotile dice: la poetica favella dovere esser chiara, ma non in ogni parte de’ poemi né in bocca d’ogni persona, bisognando nella grandezza de’ poemi eroici spesso guardarsi da quel chiarissimo che risulta dal volgare514. Per sì fatta chiarezza a gli indotti piace più di leggere il Serafino che ‘l Petrarca, et più il Danese che l’Avarchide. La conseguenza del signor Carrafa non fu altrimenti accettata dall’Attendolo.

Infarinato [109]

La chiarezza della qual ragiona l’Attendolo in questo luogo è sempre virtù, ed il suo contrario è sempre difetto. Se la conseguenza dall’Attendolo non s’accettò, non si doveva né anche porla in bocca al signor Caraffa.

Dialogo [110]:

ATTENDOLO: La loda di questa sua cura esquisita dee a lui darsi nella locutione et non nella sentenza, poiché ritrovando egli di proprio ingegno nuove metafore et nuovi modi di dire—

Crusca [110]

Anche Calandrino era un nuovo huomo. Se intende nuove in quel modo, le figure e i modi del Goffredo son nuove affatto515.

Replica [110]

I modi di dire del Tasso son nuovi per inventione di concetti et di figure, et la lor novità dice inventione in eccellenza et non in isciocchezza.

Infarinato [110]

Se foste giudice, sareste obbligato a dare i motivi, e per tutto ciò appelleremmo dalla sentenza. Or voi non date i motivi e non siete giudice. Pensate quel che faremo.

Dialogo [111]:

ATTENDOLO: —con voci sempre gravide di sentimento—

Crusca [111]

Tanto gravide che non può cavarsene il parto516.

Replica [111]

Tanto gravide che si può dire del Tasso:

Cedite Romani scriptores, cedite Tusci,
nescio quid maius nascitur Eneide 517.

Infarinato [111]

E ben nescio.

Dialogo [112]:

ATTENDOLO: —non può negarseli in ciò la dovuta loda. Ma la sentenza che dalla locution risulta—

Crusca [112]

La sentenza non risulta dalla locuzione, ma si manifesta per lei.

Replica [112]:

Risulta la sentenza dalla locutione come il colore dalla luce del sole, se non perché entri nella generation de’ colori, come vuole Aristotile518, almeno perché manifestandoli in un certo modo da lui risultano.

Infarinato [112]

E quasi in un certo modo. Se questo modo non merita questo «d’un certo», non s’adoperi mai più altrove.

Dialogo [113]:

ATTENDOLO: —formandosi di modi inusitati di lingua, non riesce così grata, priva nell’universale di quella dolcezza et efficacia che porta seco la chiarezza del dir proprio et comune.

Crusca [113]

Vi mancano dell’altre cose.

Replica [113]

Ma non la grandezza con la magnificenza, et con lo splendore et l’ornato et l’altro che diversamente si richiede.

Infarinato [113]

Questa distinzione nell’opera dello stile tra magnificenza e grandezza, e tra splendore e ornato mi giugne nuova all’orecchie, o troppo almeno esquisita, sì come non bene intendo quelle parole «e l’altro che diversamente si richiede».

Dialogo [114]:

ATTENDOLO: E quinci è che il Tasso, ricercando troppo l’arte, anzi duretto che no alle volte divenga, benché si può sperare che, se i cieli saranno a lui et all’età nostra benigni, con ridurlo alla primiera sanità, che donando egli l’ultima mano alla sua Gierusalem liberata, rallungando et illustrando molti luoghi i quali hora a’ leggenti mozzi et oscuri s’offeriscono, potrà ridurre quel poema a matura perfettione.

CARRAFA: S’intende che il volume stampato ultimamente in Ferrara sia stato da lui riveduto.

ATTENDOLO: Io non so. Ho ben inteso dire dal Padre Don Benedetto dell’Uva che il Tasso, prima che gli fusse sopravenuta questa disgratia, disse a lui che egli non haveva intiera sodisfattione in quest’opera—

Crusca [114]

Aveva buon giudicio.

Replica [114]

Sì, per non havergli dato l’ultima mano, per la qual cagione anche Vergilio non hebbe sodisfacimento nella sua Eneade.

Infarinato [114]

Dovavate addunque aspettare a fare il Dialogo quando ei gli avesse posta l’ultima mano.

Dialogo [115]:

ATTENDOLO: —et che haveva in animo di mutar molti luoghi, parte de’ quali veramente ha mutati, sì come giudicar si può da diversi testi de’ volumi stampati in diverse Città d’Italia; ma molto più da que’ canti del suo poema che gli anni a dietro andavano attorno scritti a penna. Chiunque haverà letti questi s’accorgerà che in tutti gli stampati ha due errori di memoria notabili; et l’uno è che nel canto quintodecimo519, nel quale prima che Carlo et Ubaldo, mandati da Goffredo a ritrovar Rinaldo, entrino nel giardino d’Armida, nello scritto a penna era che eglino combattendo uccisono un mostro mezo pardo et mezo uomo, custode della porta del palagio et di detto giardino; con buon giudicio poi il Tasso levò del tutto questa battaglia et morte di detto custode; ma non hebbe avvertenza, né egli per cagion forse della sua debolezza né altri che hanno havuta cura di stampar il suo libro, di mutar nel canto che segue questi due versi:

In tanto Armida de la regal porta
mira giacere il fier custode estinto 520.

bisognando necessariamente, tolta la morte del custode, non farne più menzione.

L’altro error di memoria è che nello istesso canto quintodecimo scritto a penna era che la donna che condusse all’isole Fortunate Carlo et Ubaldo con la barca o nave, fe’ vela con le proprie chiome, dicendo così:

La chioma ch’avvolgeasi varia e folta
ver quella parte, ch’è contraria al dorso,
dispiega e spande a l’aura, e l’aura, come
in vela suol, curvando empie le chiome 521.

Negli stampati poi, tolto via questi versi et questo far vela con le chiome della donna conducitrice (crederò anche per giusta cagione), così come era nello scritto a penna, così nello stampato si legge nel canto sedicesimo:

Vola per alto mar l’aurata vela 522.

non essendosi fatto mention di sopra di vela d’oro o d’altra materia che fusse la vela di detta nave.

Crusca [115]

Questo non fa forza. A una simil nave e a una cotal nocchiera si poteva molto ben presumere una vela indorata, ché indorata e non d’oro significa «aurata»; sì che si danna il Tasso in questo Dialogo dove nol merita, e commendasi dove nol vale.

Replica [115]

Io portai questi errori di memoria, non già per dannare il Tasso ma difenderlo, ché se alcun fallo si ritrova nel suo poema, è ciò avvenuto non havendo egli (s’è detto) per la sua disgratia potuto donargli l’ultima mano. Però, del sicuro con miglior fortuna non solamente havrebbe egli racconcio il primo luogo dell’«estinto custode», ma anche il secondo della «vela aurata», la quale io tanto impropriamente chiamo «d’oro»; come prendendo il Tasso la vela per li capelli, non havesse havuto intentione di prendere aurata per d’oro et disse «aurata», ché così gli tornò bene per cagion del numero; poi che d’oro et aurei, anzi che dorati, vengono detti i capelli biondi.

Et non sarà fuor di proposito, poi che così aureo come aurato vien dal latino, apportare l’uno per l’altro appresso Ovidio:

Ornabunt aurata monilia collum 523.
Aurata (dice Raffaello 524) pro aureis posuit, monilia nanque colli ornamenta auri esse solent, hoc est ex auro solo constantia, non aurata, ex auro solum ornata 525.

Et allo ‘ncontro appo Greci d’oro talhora per dorata, come nel composto χρυσεονωτος: «Qui aureo, seu aurato est tergore»526, espone Enrico Stefano527.

Ma che l’«aurata vela» in questo luogo del Tasso sia fallo di memoria, leggasi innanzi al verso «Vola per alto mar l’aurata vela» che dice:

Parte e di lievi zefiri è ripiena
la chioma di colei che gli fa scorta 528.

Dove si vede far mention della chioma della donna conducitrice di que’ cavalieri, per vela della nave havendo, quando prima partirono dal Nilo et anche per lo viaggio fatto mention di vela, ma non mai detto parola delle chiome della donna.

Infarinato [115]

Se nella Gerusalem nel modo ch’ella sta oggi, si trovasse nulla di sconcio in quella vela indorata, avrebbono gli Accademici scusatovi per se medesimi. Ma non credono che v’abbia errore né lo pruovano (per loro avviso) come pensate quelle parole:

Parte, e di lievi zefiri è ripiena
la chioma di colei, che ne fa scorta.

Perciocché piacque al Tasso in quel luogo, per una cotal figurata guisa di non finito argomento che usano spesso i poeti, di manifestare all’ascoltatore che secondi venti e piacevoli favoreggiavano il corso di quella nave; la qual conclusione, conseguente al fieder per tutto i zeffiri la chioma di quella donna, v’aggiugne per se medesimo chi ode subitamente con più diletto (posciaché gli si lascia da porvi quasi un poco dell’erba dell’orto suo) che se l’autor gliele spiattellasse (acciocché con questo proprio vocabolo quantunque basso s’esprima appunto il concetto mio)529.

Ma che perciò si palesi che la predetta chioma stesse per vela, o di vela facesse uscio, non l’ho per vero a patto niuno. Dell’aurata per aurea, s’io volessi impiastrare i fogli di quelle cose che ne’ vocabolisti son preste sino a’ fanciulli (non che a’ maturi huomini intendentissimi delle lingue qual siete voi), sareste (s’io non sono errato) costretto di confessare che il comunissimo uso degli scrittori prende aureus per d’oro, e auratus per indorato; e altrettanto fu appo i Greci delle due parole corrispondenti. Né per contrapporla agli antichi e turarci in tutto la bocca, l’autorità sola è assai del comento di Raffaello, il qual fece peravventura più fondamento che non doveva sopra ‘l costume dell’età nostra, ché se le collane a suo tempo s’usavan d’oro, forseché in altri secoli s’adoperano anche indorate.

L’esposizion d’Arrigo Stefano nel composto nome χρυσόνωτος cui usò Sofocle, non χρυσεόνωτος che da Euripide s’adoperò, sarebbe per la ventura d’alcuna pruova, benché leggieri che aureus per auratus si dicesse da i poeti qualche fiata; ma d'auratus posto per aureus, nullo argomento sene può trarre, secondo che anche non ha punto del verisimile che cosa d’oro chiamar si debba indorata; sì come per lo contrario che alla ‘ndorata si dica d’oro, l’accompagna qualche ragione, poiché pur d’oro apparisce almeno. Ma quella che d’oro sia veramente (come si dirà), che parer ne possa indorata?

Senzaché se pure a i poeti si consentono non poche volte certe licenze. A chi favella ne’ Dialoghi, massimamente ammaestrativi, non si soglion concedere in alcun tempo senza espressa necessità. E ‘l ricoprirvi col convenevole del proprio nome, per lo quale è posto il traslato (per vostro credere), cioè d’essa chioma e d’essi capelli, riesce vano, se non è vero quel presupposto che per la parola vela s’intenda chioma. E nulla rilieva a questa contesa, se essa chioma si mentovasse o non si mentovasse mai prima dallo scrittore.

Dialogo [116]:

ATTENDOLO: Ritornando dunque al proposito nostro, non ha dubbio che la Gierusalem liberata, senza l’indisposition del suo autore, si leggerebbe con minor numero di falli che non si legge al presente. E per dar fine a questo ragionamento, che peravventura potrebbe omai esser noioso, diremo dell’ultima parte dell’epopea, che è la locutione.

CARRAFA: Ma prima che a ragionar passiate della locutione, sì come nella parte del costume fatto havete, perché non recate anche nella sentenza alcuno essempio ne’ poemi dell’Ariosto et del Tasso?

ATTENDOLO: Non ha bisogno d’essempi, essendo la cosa chiarissima. Leggete l’isola di Alcina descritta dall’Ariosto et il giardino d’Armida descritto dal Tasso, et vedrete la facilità del dir nell’uno—

Crusca [116]

Questa non è sentenzia ma locuzione.

Replica [116]

Già si vede fin qui ch’io habbia parlato della sentenza di mente d’Aristotile, et detto con lui nel dialogo che a quella si appartenga ciò che fa di mestieri di procacciarsi col parlare. Di cui dissi esser parte il provare, il confutare, il muover gli affetti, et il mostrar la grandezza et la picciolezza delle cose; et quanto seguì nel dialogo insin ad hora fu fabricato sopra questa intentione, se non in quanto nel mio dire mi preparava a quello che hora segue; il che, per quanto dimostrano le parole del signor Carrafa, è un appicco havend’io finto di ragionare della sentenza. Et volendo passare alla locutione (come si vede chiaro per le parole che precedono) et per dar fine a questo ragionamento, che per avventura potrebbe esser omai noioso, diremo dell’ultima parte dell’epopea, che è la locutione. Et chi non vede da queste parole haver io finito di ragionar della sentenza di mente d’Aristotile?

Ritornando dunque a quella per istigamento del signor Principe, volsi servirmi della libertà dello spirito mio et dimostrare con gli essempi non apportanti, detto che esprima cosa che sia da seguire come buona o da fuggir come rea (che è il ristretto della sentenza Aristotelica), ma che dimostrassero quanto si stenda l’ambito della sentenza, come esplicante ogni concetto della mente, così dimostrato da Quintiliano nell’ottavo libro et preso appo gli antichi530. Et però con larga significatione si suol diffinire: «Oratio generalem pronuntiationem habens, quae vel hortatur, vel dehortatur, vel demonstrat»531. I due primi officii riguardano la sentenza Aristotelica, quest’ultimo il proposito mio, percioché il dimostrare riguarda particolarmente la discrittion delle cose, delle quali apportai nel dialogo gli essempi vicino seguenti.

Così appresso Ermogene, dicengo egli che ogni oratione ha sentenza, come per essempio apporta per sentenza di purità: «Io son partecipe, Ateniesi, di questo debito», et per sentenza d’asprezza: «Voi beveste della mandragora, o vero apportaste a gli huomini altro simile veleno»532. Et così nelle altre forme camina per l’ambito universale di essa sentenza, quantunque alle volte si restringa alla particolar significatione.

Infarinato [116]

Se nella vostra presente replica (com’io avviso) è racchiuso questo concetto che fino a ora avete parlato della sentenza quasi di mente d’Aristotile in ristretto significato, ma che innanzi ad arbitrio vostro e secondo che la descrissero altri autori in sentimento molto più ampio vi piace di ragionarne; non veggio che qui, dove avete rimesso per più riprese lo scioglimento dell’opposizioni fattevi in questa parte, abbia sillaba (non che parola), la qual risponda dell’aver nel vostro Dialogo sempre di sopra scambiati i nomi e posto sentenzia per locuzione, e ciò che della locuzione era proprio, attribuitolo alla sentenzia.

Dialogo [117]:

ATTENDOLO: —et la troppo cultezza nell’altro533.

Crusca [117]

Bisogna trovarle altro nome.

Replica [117]

Da tutti i letterati, amici del vero, nella Gierusalem liberata vien dato il nome al Tasso di troppo culto.

Infarinato [117]

Dite pur di troppo sforzato e di troppo duro.

Dialogo [118]:

ATTENDOLO: L’Ariosto:

Culte pianure e delicati colli,
chiare acque, ombrose rive, e prati molli 534.

Il Tasso:

Acque stagnanti, mobili christalli,
fior varii e varie piante, erbe diverse 535.

L’Ariosto:

Tra le purpuree rose e i bianchi gigli,
che tepida aura freschi ognora serba 536.

Il Tasso:

L’aura non ch’altro è de la maga effetto
l’aura che rende gli arbori fioriti,
co i fiori eterni, eterno il frutto dura.
E quando spunta l’un, l’altro matura 537.

Crusca [118]

Questi scherzi usati a suo luogo e con parcità stanno bene, ma il Tasso se n’empie tanto la bocca e tanto gli adopera senza decoro e senza distinzione, ce pare una fanciullaggine il fatto suo. Non son questi i propri ornamenti e le proprie figure dell’Epopeia.

Replica [118]

Questi signori Academici hanno a schifo la troppo bontà del Tasso, et vorrebbono ch’egli usasse parcamente quel che gli acquista loda sopra gli altri poeti. Il Tasso non è fanciullo che habbia bisogna di apparar dalle altrui scuole i propri ornamenti et le figure dell’Epopea.

Infarinato [118]

Come, s’ell’è bontà, può ella mai esser troppa? Come, se pure è vero che si è troppa, gli può ella lode acquistare? Che non gli bisogni apparare i propri ornamenti, cioè quelli che son propri di lui medesimo, siam d’accordo. Quegli che son propri dell’Epopea non basta l’avergli apparati, ma fa di mestieri operargli discretamente.

Dialogo [119]:

ATTENDOLO: L’Ariosto:

E tra quei rami con sicuri voli,
cantando se ne giano i Rosignuoli 538.

Il Tasso:

Vezzosi augelli in tra le verdi fronde
temprano a prova lascivette note 539.

Vedete i concetti dell’Ariosto facili et vestiti per lo più di voci chiarissime et dolci, et quelli del Tasso per lo più di traslati et vaghi di sensi esquisiti. Vedete nel medesimo luogo la durezza et oscurità del Tasso:

Stimi, sì misto è ‘l culto co ‘l negletto
sol naturali gli ornamenti e i siti,
di natura arte par, che per diletto
l’imitatrice sua scherzando imiti 540.

Crusca [119]

Di questi versi aspri e saltellanti e che imitano le sonate del trentuno541, quale è il primo di questi quattro, n’è pieno il libro del Tasso:

Indi il suo manto per lo lembo prese 542.
E l’accompagna stuol calcato e folto 543.
Che bruna è sì, ma il bruno il bel non toglie 544.
Gli occhi di lei sereni a sé fa spegli 545.
I cerchi son, son gl’intimi i minori 546.
Invitti infin che verde è fior di speme 547.
Che scettri vanta, e titoli e corone 548.

Tra i quali, ne’ due ultimi è anche bella cosa la voce «fiore», la quale non s’è accorto il Tasso che in quel di Dante donde l’ha presa, «Mentre che la speranza ha fior del verde»549, è avverbio e val punto; e il «vantare scettri», vaga e nuova locuzione, di quella novità che di sopra s’è ragionato.

Replica [119]

L’orecchie di questo Segretario discordano molto dalle nostre, non voglio dire da quelle di più sottile udita né dalle intendenti appieno del numero et del suono dovuto a’ versi. Io per me non sento asprezza né veggo salti ne’ versi del Tasso da lui portati, anzi gli ho per dolcissimi et numerosi. S’è detto nella replica trentesima quarta che non solo l’orecchia ma lo ‘ntelletto ancora è giudice nel numero et nel suono de’ versi. Et perché il renderne ragione più minutamente non è impresa di poche parole, et è voluntario appicco de’ signori Academici fuor della intention del dialogo, lascio ad altri in altra occasione di mostrarla. Et in tanto ciò potranno per sé vedere i giudiciosi.

Ma veramente il Tasso non s’era accorto del luogo di Dante che pone fior per avverbio che val punto, perché egli non havea lette le prose di Monsignor Pietro Bembo lette da ogni persona, nelle quali dice il Bembo fiore essere avverbio usato da gli antichi scrittori et che val punto. Pure, chi ha tolto la facoltà al Tasso di usar fiore per voce di sostanza et non per avverbio? Prese egli il traslato da Dante, imitando et non rubando. Pose Dante il traslato in «verde», et il Tasso in «verde» et in «fiore». Imitò dunque variando fiore dall’avverbio al nome, et nel senso onde si apporta significa il fiore appunto et non punto. Né so se hoggi fusse cosa dicevole l’usar fiore per punto. Et che il Tasso si serva de’ verbi che non trasportano l’attione fuora di sé in significato attivo, havendo ciò fatto Vergilio et altri poeti, può anco farsi da lui; che non è poeta da dozzina, risponda a ciò Prisciano550.

Infarinato [119]

Che l’orecchie del Segretario e le vostre sien differenti, non determina la quistione. Degli altri, dicalo egli se ci s’accorda. Nel resto aspettinsi queste scritture che ne promettete: verrano fuori, e intanto sien giudici quei che voi dite. Della voce fiore si favellò nella mia risposta all’Apologia nella faccia centodiecesima551.

Ma ora che voi ed il Tasso avete in questo capitolo rinunziato alla lite, ho voglia d’abbottinarmi dagli Accademici e dirvi che troppo siete stati arrendevoli l’uno e l’altro a conceder voi nella Replica,552, ed ei nell’Apologia, che in quel verso di Dante, «Mentre che la speranza ha fior del verde», la voce «fior» sia avverbio, tutto che di massima autorità fosse il Bembo, e quegli altri che l’hanno scritto. Perciocché nome senz’alcun dubbio è nel verso così di Dante come del Tasso, senz’alcuna diversità. Il che è cosa cotanto chiara che, solo che ci rivolgiate il pensiero e vi ricordiate che tanto val fiore in quei versi quanto aliquid risonerebbe in latino, il riconoscerete subitamente e confesseretel senza contrasto.

Dialogo [120]:

ATTENDOLO: Et così in ogn’altra cosa che il Tasso descriva, o che tratti le guerre, o che spieghi gli affetti amorosi, si vede per lo più di haverci sparsa alcuna sentenza duretta—

Crusca [120]

Non è sentenza, in mal’ora, ma locuzione, perché la sentenza in parecchi di questi luoghi nell’un poeta e nell’altro è la stessa, e solamente per la diversità delle parole si fa diversa.

Replica [120]

Dato che una sentenza in materia d’arme et d’amore fusse in un medesimo sentimento detta et dal Tasso et dall’Ariosto, chi niega al Tasso di non haverla potuta ristringere in più poche parole che non la ristrinse l’Ariosto? Et per questa cagione esserne divenuta duretta? Io ragiono in buon’hora della sentenza al modo di sopra, cioè presa per qualunque concetto dell’animo esplicato di fuore con le parole.

Infarinato [120]

Vi rispondete per voi medesimo dicendo «e per questo essere divenuta». Lasciate star la sentenzia, secondo che dall’Attendolo fu nomata, e non la fate divenire altra. E giudicate s’era sentenzia o favella, prendendo sentenzia o ristrettamente o pur largamente come vi piace.

Dialogo [121]:

ATTENDOLO: —et insino nelle discrittioni del tempo, dove conviene al poeta d’usar chiarezza, quando egli altro non può è breve, chiudendole quasi sempre in due versi.

CARRAFA: Che diremo delle voci latine che il Tasso ha sparse per tutto il suo poema?

Crusca [121]

Perché non pedantesche? Ché tante ne sono in quell’opera che con poche più potrebbe parere dettato in lingua fidenziana,553 le cui pulcherrime eleganzie non lascia anche tal volta di contraffare:

Audace ascesi un equo conductitio 554.
Scende e ascende un suo destriero infretta 555.

che gli parve sì graziosa maniera che si compiacque d’imitarla più d’una volta.

Replica [121]

Se ‘l Tasso, per servirsi di voci latine (secondo gli Academici), ha usato voci pedantesche, non mi negheranno che Dante, essendosi servito nella sua comedia delle medesime, in più copia et con maggior licenza, non habbia usato voci più che pedantesche. Né potranno dirmi che a Dante fu lecito di ciò fare et al Tasso no, poiché all’eroico è proprio l’uso delle lingue et al poeta divino (come e’ dicono) l’uso delle voci allungate et composte. Ma il Tasso (per mio credere) si è servito di questa licenza assai parcamente, et ciò con ogni artificio et ragion poetica, né l’ha altrimenti abusata. Et a’ versi portati per suo dispregio, che altro debbo io dire se non che o non s’intenda, o veramente non si voglia intendere, l’artificio del Tasso, il qual volendo servirsi della forma del dir breve per dimostrar la fretta, ributtò amendue le propositioni dal et in.

Infarinato [121]

Dove Dante ha usato voci latine, l’ha fatto con tal ragione e con tal giudicio che, se v’avesse in lor vece poste le pure di questo o altro linguaggio, si disidererebbe in que’ luoghi la sua usata divinità e la sovrana perfezione del maraviglioso poema suo. Ma questa è impresa del Mazzoni556.

I vocaboli doppi e lunghi convengono al ditirambo. Ma con la divina Epopea, qual’è senza dubbio quella di Dante, più che con l’eroica poesia non hanno che far niente. In quel che segue, non intendo quella ragione: «In quel verso: “Scende e ascende un suo destriero in fretta”, non ha parole pedantesche, perciocché lascia per brevità le proposizioni che comunemente v’avrebbon luogo».

Dialogo [122]:

ATTENDOLO: Che altro, se non quel che ne dice Aristotile: che all’epico poeta è solo concesso di usar voci straniere, intendendosi più che a gli altri557?

Crusca [122]

S’intende acqua e non tempesta558. Se nel Goffredo fosser cento voci straniere si salverebbono per questa via, ma il fatto sta che straniere son la più parte. «Straniere» diciamo secondo lui, perciocché queste che qui si chiaman Latine non son parole d’alcuna lingua. Onde di quelle lingue, cioè parole straniere, non possono essere di che intese Aristotile per aggrandimento della favella dell’Epopeia; né anche le Lombarde, le quali per la più parte non son parole, ma barbarismi della medesima lingua. Pellegrine sarebbono le Francesche, le Spagnuole, e anche le Latine pure e le Greche.

A picciol numero addunque si ristringono nel Goffredo le parole e i modi di questa lingua, perché chi ne levasse, oltre alle dette pedantesche e Lombarde, alcune particolari che vi si truovano in ogni stanza, sì come: «serpere», «torreggiare», «scuotere», «riscuotere», «precipitare», «la guarda», «breve», «trattar l’armi», «mattutina», «notturna», «vetusto», «ahi», «capitano», «legge il cenno», «vide e vinse», «Augusto», «diadema», «lance» per bilance, «fora», «ostile», «mercare», e «susurrare»; come che anche buona parte di queste ripor si possano tra le primiere. Leggier fatica si prenderebbe chiunque del rimanente formar volesse uno stratto559.

Replica [122]

Il Tasso (come ho detto) ha parcamente, et secondo il convenevole, usato nel suo poema le voci Latine, le quali per la divisione di Lodovico Castelvetro sono voci straniere naturali della seconda maniera560, et non di niuna lingua (come dice il Segretario), «pure» o «impure» che venghino da lui chiamate; et straniere ancor le Lombarde, dicendo Aristotile: «Et per forastiere intendo io la varietà delle lingue»561. Et di questo ancho egli intese che si può aggrandir la favella dell’epopea.

Et sì come Aristotile, et Plutarco principalmente, per la varietà delle lingue intesero i quattro idiomi della lingua Greca usati da Omero562, così Monsignor Bembo parlando delle voci usate da Dante nella sua comedia, non solamente per istraniere intende le Provenzali, ma quelle di Vinegia et dell’altre contrade d’Italia563; di maniera che pellegrine e forastiere, o straniere che dir si vogliono, sarebbono non solo le Francesche, le Spagnuole, le Greche et le Latine annoverate da gli Academici, ma tali etiandio sono al Tasso quelle dell’altre parti della Italia fuori della Toscana.

Né è vero che le voci Lombarde per la più parte non sieno parole ma barbarismi nella lingua Toscana, percioché Aristotile non prende il barbarismo secondo l’uso de’ grammatici, che lo prendono nel proferimento d’una voce, ma lo prende per l’oscurità procedente dalle lingue dicendo: «Se dunque altri formarà la favella di traslationi sarà enimma; ma se di lingue, barbarismo»564; et poco poi: «Et delle lingue riesce il barbarismo»565. Hora che il Tasso habbia usato voci pedantesche, tutto che se ne sia ragionato di sopra, dico che elle sono pure Latine et, se non pure, divenute nostrali o perché si ragionino in molte città d’Italia o perché si veggono usate da’ scrittori dell’età di Dante sino alla nostra566.

Ma io non so vedere a che proposito s’adduchino quelle voci «serpere» et l’altre; poi che da «torreggiare», ch’è voce allungata facendosi derivare il verbo dal sostantivo, con l’essempio di cento altre sì fatte – et da «susurrare» in fuori, che è voce dolcissima et pura Latina usata dal Sannazaro, che disse «susurranti api»567 – tutte l’altre vengono dette con l’autorità di Dante, del Petrarca et del Boccaccio. Né si ritrovano in ogni stanza della Gierusalemme (come dice il Segretario), né anche forse in ogni canto, ma vengono sparse in quel poema non a guisa di tempesta ma di piacevol rugiada o di granelli di manna, più tosto che d’acqua.

Infarinato [122]

Quel che di questa bisogna si tratti dal Castelvetro, non l’ho a mente né voglio testé tornare a vederlo, poiché per ogni maniera non si ricevono tutti i suoi detti per sentenzie diffinitive. A noi basta che per vocaboli pedanteschi non s’intende dal Segretario i puri Latini (perciocché i cotali, v’ha detto egli che son lingue) ma quelle che, poiché ‘l Latino più non si parla, tra i latini vocaboli sono state mescolate dagli autori, né dalla viva voce de’ popoli, né da scrittori d’autorità sono state fatte nostrali o d’altre favelle.

Che appo Aristotile si leggano quelle parole che n’apportate, cioè a quelle corrispondenti: «Et per forestiere intendo io la varietà delle lingue», per certo non mi sovviene. Ricordomi ben di queste: «λεγῶ δὲ κύριον μὲν ὧ χρὼνται ἕκαστοι γλώτταν δὲ ὧ ἕτεροι»568, che suonano nel volgar nostro: «e dico proprio cui usano ciascheduni e lingua cui usano diversi». Del qual luogo fiè questo il senso: «E proprio chiamo io quel vocabolo che nella nostra lingua particolare s’adoperi da ciascheduno, e forestiera allo ‘ncontro quella parola che non dalla nostra particolare ma s’adoperi da altre lingue».

E se Plutarco e Aristotile per altre lingue intesero quei dialetti (acciocch’io l’appelli co’ nomi loro) che distinguevano la lingua Greca con alcune diversità (che non l’ammetto né stimo ch’alle Greche le ristrignessero), non è buono per tutto questo il vostro argomento tirato alle voci di Lombardia, poiché l’abbandona la somiglianza su la quale in tutto è fondato. Conciosiecosa che i vocaboli de’ dialetti fossero tutti approvati e ciascuna di quelle lingue si scrivesse quasi igualmente, dove le parole Lombarde da picciol numero infuori che talora usarono anche i Toscani, o usar potrebbonle, quandoché fosse, si tengono per iscorrette; e niuno mai volontariamente che fosse punto avveduto per acquistarne commendazione scriverrebbe in cotal favella, se non se forse per far ridere e per ischerzo.

Aggiugnete poi alle cose dette: «che non è vero che le voci Lombarde per la più parte sien barbarismi, perciocché Aristotile non prende il barbarismo secondo l’uso de’ grammatici per lo scorretto profferimento d’alcune voci». E dove ha detto il Segretario di prendere secondo Aristotile il barbarismo? Egli l’ha preso secondo il generale uso degli scrittori e di chi favella, e secondo che richiedeva il concetto suo. Ma non è quella, pur nella medesima vostra presente replica, aperta contraddizione? Ché mentre tuttavia contrastate i vocaboli di Lombardia – che tanto importa né più né meno, quanto i vocaboli, che si favellano in Italia fuor di Toscana, poiché non s’avvicina il Lombardo al Toscano men che gli altri volgar d’Italia – esser parole di questa lingua, allato allato venite a dire che certe voci son divenute nostrali, perché si ragionano in molte città d’Italia? I vocaboli dell’altre città d’Italia fuor di Toscana son forestieri in nostra favella, e certi vocaboli son nostrali, perciocché s’usano in altre città d’Italia fuor di Toscana569.

A che proposito s’adduchino «serpere», «torreggiare», «scuotere», «riscuotere», «precipitare, «la guarda», «breve», «trattar l’armi», «mattutina», «notturna», «vetusto», «ahi», «capitano», «legge il cenno», «vide e vinse», «augusto», «diadema», «lance» per bilance, «fora», «ostile», «mercare», e «susurrare», è sì malagevole a ritrovarsi? Non mi par già che ‘l Segretario parlasse punto in enigma, là dove dice:

A picciol numero addunque si ristringono nel Goffredo le parole e i modi di questa lingua, perché chi ne levasse, oltr’alle dette pedantesche e lombarde, alcune particolari che vi si truovano in ogni stanza, sì come «serpere», ecc. Leggier fatica si prenderebbe chiunque del rimanente formar volesse uno stratto.

Dite che tutte, fuor solamente due di lor numero, l’usarono i buoni autori. Or non si pongono esse dagli Accademici per monete di buona stampa, dicendo eglino le parole e i modi di questa lingua? E se v’ha quella ‘nterposizione, «come che anche buona parte di queste ripor si possano tra le primiere», si doveva considerare che producendole per esemplo, come dimostra evidentemente la particella «sì come», non avevan tolto a scriverle tutte (perché così lo stratto che si diceva sarebbe stato già bello e fatto) e che esso pronome «queste» non alle poche che mentovò ma al maggior numero che si taceva, e in breve a quelle parole «alcune particolari», aveva rapporto e corrispondenza.

Che si ritruovino in ogni stanza, credettesi il Segretario che dovesse prendersi in quella guisa che chiede la forma del favellare, cioè che vi fossono troppo frequenti. Il vocabolo «torreggiare» cui usò Dante nel trentunesimo dello ‘Nferno570 – e voi dite da «torreggiare» e da «susurrare» infuori tutte quell’altre voci da Dante s’adoperarono – non mica tra gli allungati (come ponete) ma secondo che vuole Aristotile tra quei che esso nomina fatti, e secondo le regole de’ gramatici tra i derivati, convien riporsi (per quel ch’io creda)571.

Dialogo [123]:

ATTENDOLO: Hora, la scelta et l’osservanza delle voci appertiene alla locutione, la quale secondo Aristotile si forma d’otto parti: d’elemento, di sillaba, di congiuntione, di nome, di verbo, d’articolo, di caso, et d’oratione572

Crusca [123]

Bello accozzamento, come chi dicesse: «la Repubblica è formata di cervelli, di capi, di parentadi, d’huomini, di donne, di sessi, d’età, di famiglie». E ch’e’ ci abbia chi creda che quella particella sia crusca d’Aristotile?573

Replica [123]

Fin hoggi quella particella si legge in tutti i testi, passata etiandio ad Arabi, et Averroe et i nostri la leggono et accettano per testo di Aristotile. Però, havendola io per legittimo parto di quel filosofo et non adulterino, ho per soverchio di provare che sia bello l’accozzamento, et per disconvenevoli le comparationi de gli Academici.

Infarinato [123]

Questa sola fra tante chiose fece la Crusca (come si dice) «in cruscata» e per vedere se, contr’all’opposizioni che in quel luogo appaiono potersi muovere del libro della Poetica, qualche ingegnosa e vera difesa si recasse avanti da voi574. Ma posciaché con silenzio v’è piaciuto in tutto di trapassarla, da alcun de’ nostri Accademici sene favellerà altrove con buona opportunitade575.

Dialogo [124]:

ATTENDOLO: —le quali tutte esaminate diligentemente da Aristotile, non ha luogo d’essaminare al presente, ma basterà dire che per suo mezo si faccia l’imitatione poetica. Et in questa parte non men che nella favola, il poeta ha largo campo da procacciarsi nome di nuovo trovatore, poiché (come dice Giulio Camillo Delminio576) Cicerone non per altro acquistò nome di padre dell’eloquenza che per haver di proprio ingegno ritrovato nella lingua Latina nuovi traslati, nuove metafore, nuove frasi, et nuovi modi di dire, et non già nuovi concetti nell’arte oratoria o nuovi luoghi topici, havendo egli apparato et preso ciò da Demostene et da Greci Oratori577.

Crusca [124]

Costui l’ha con questi «nuovi»; la ‘mportanza consiste nell’usar bene i vecchi. La prima e somma lode di Cicerone sta nella purità della lingua, nella chiarezza, nell’efficacia dell’esprimere e nella forza degli argomenti, nella vemenzia, e nelle figure de’ concetti.

Replica [124]

Non si niega in questo particolare che l’importanza consista nell’usar bene le cose de gli antichi latini, ma questo convenne più tosto di far a noi, che siamo nell’Occidente della lingua, che non convenne a Cicerone, il quale da sé col suo proprio splendore le formò il mezo giorno, prendendo, come noi da lui la maggior osservanza, così egli da Plauto, da Varrone et da gli altri antichi, quasi da lume Orientale, quel che poté578.

Hora, diciamo ch’egl è vero la prima et somma lode di Cicerone star nella purità della lingua, nella chiarezza, nell’efficacia dell’esprimere, nella forza de gli argomenti, nella vehemenza, et nelle figure de’ concetti, intendendo per questo tutto l’aggregato. Ma nelle prime non sortisce egli di padre et d’inventore, usando bene le cose d’altri, ma come dice Giulio Camillo, per quello che e’ ritrovò di proprio ingegno che da gli Academici vien complicato nelle figure de’ concetti.

Infarinato [124]

Qui tra voi e la Crusca non veggo in cosa sustanziale alcuna contesa sì che bisogni entrarci di mezzo.

Dialogo [125]:

ATTENDOLO: Può il poeta con la scelta et sola collocazione delle voci far che la locution sia pura, candida et spiritosa; et può anco, adornandola di traslati et d’altre figure del dire, generar nell’animo di chi legge diletto et maraviglia. Et in questa parte non è dubbio che l’Ariosto non ha valuto molto—

Crusca [125]

Se fosse vero, ad ogni modo bisognerebbe che l’Attendolo lo provasse. Ma è paradosso, e non fa opera di provarlo.

Replica [125]

Che la favella del Furioso non sia tutta pura Toscana, è cosa conosciuta sin da’ fanciulli. Et che ella non generi il diletto et la meraviglia per le metafore et figure del dire, ogni mediocre intendente può chiaramente conoscere, dilettando ella vie più in virtù della sentenza che spiega, presa nel modo universale come di sopra, che per se stessa.

Infarinato [125]

Nelle parole del dialogo niuna non si provava delle cose che si dicevano. Se in questa replica si faccia ora, e se vere sien le cose che ci s’affermano, me ne rimetto al Lettore.

Dialogo [126]:

ATTENDOLO: —havendo sparse nel suo poema molte volte locutioni Lombarde più che Toscane

Crusca [126]

I Toscani tengono che ‘l Furioso sia dettato in buon volgar Fiorentino; e che se pure vi ha qualche voce Lombarda, sieno tanto minor numero che negli altri, e scelte con tal giudicio, che non abbian forza di torgli di puro scrittor Toscano. Ma queste cose certe persone non le conoscono.

Replica [126]

Il Furioso è dettato in lingua Toscana et non in volgar Fiorentino. Però, tutto che in esso si veggano sparse infinite voci et locutioni Lombarde, non si dee negare al suo autore il nome di scrittor Toscano, ma non di tanto puro Toscano, come altri vorrebbe. Queste cose sono tanto ben conosciute dalle persone che dice il Segretario, quanto egli – che è così buon grammatico et retorico et gode di prender altri nelle parole – non conosce né si avvede in queste risposta di haver dato nome di scrittor Toscano non già all’Ariosto ma al Furioso dettato dall’Ariosto.

Infarinato [126]

Dice bene il proverbio, che anche delle volpi si piglia579. Questo malizioso del Segretario a questa volta è rimaso pure alla ragna, essendogli per mentecattaggine venuto detto che ‘l Furioso è uno scrittore, dovendo dir l’Ariosto. Ma veggiamo un poco questo fatto. Ditemi (s’egli v’aggrada), avete di sopra mai detto voi che in Omero o in Vergilio o nell’Ariosto o nel Tasso, o in altri poeti o scrittori si truovino, per via d’esemplo i cotai vocaboli? Risponderete (credo sicuramente) che anche più d’una volta.

E che sconcia cosa è cotesta che vi siete lasciata fuggir di bocca? Che in coloro che furono huomini, cioè nelle viscere e ne’ lor capi si truovino voci e parole? Ed eziandio affermate che vi si truovano e quasi tutti son morti. Replicherete che non ha fallo in sì fatto dire, e che ciò è una figurata guisa di favellare, e da’ gramatici e da’ retorici annoverata tra gli ornamenti; e in breve, che per li nomi degli autori s’intende l’opere loro.

Ed io vi soggiugnerò che, per la medesima forma appunto, ed il bicchier per lo vino ed il vino per lo bicchiere, ed il paese per quei che v’abitano, e l’autor per lo libro ed il libro per l’autore si costuma porre in ogni linguaggio: «Vina coronant»580. E appo Demostene: «Tutta la Morea s’era dappoi ribellata, per cui l’Europa Armossi e guerra feo»581. E quello «de sene gustarit»582, nomando il vecchio in vece de’ suoi danari. «Terentius in manibus semper habendus583»; «Porta il Petrarca nella tasca»; «Il Morgante, per la proprietà della lingua, è buono autore».

E se non si direbbe l’Eneade per Vergilio, e l’Iliade per Omero, ciò nasce perché quei libri non sovrastano tanto all’altre opere di quei poeti che quasi vengano ad oscurarle, e con la lor superiorità ad estinguere i nomi loro. Onde come niuno, parlando del Re Cattolico, nol chiamerebbe il conte di Fiandra, né lo’mperadore il Re di Boemia, così l’Ecira per Terenzio né il Girone per l’Alamanni non si appellerebbe, parlando in alcuna forma. Senza che di troppo momento per ogni guisa è nell’uso di questi modi il ragionamento che s’ha tra mano e le parole dette davanti. E tal cosa è ben detta e ben nominata presso a certe altre, che male starebbe se da altre non dependendo o ad altre non appiccandosi venisse mandata fuori.

Ma vegnamo a quell’altro capo che nella vostra replica è primiero e che da me per più acconcio è stato posto da poi. Affermate che l’Orlando dell’Ariosto è dettato in lingua Toscana ma non in volgar Fiorentino. Contentatevi di spezial grazia in questa risposta particulare che facciamo insieme un dialogo in questo modo:

INFARINATO: Signor Pellegrino, in qual lingua è scritta, per vostro credere, la Gerusalem liberata?

PELLEGRINO: In lingua Toscana. Non l’ho già detto più d’una volta? O non si può addietro dal mio dialogo e dalla mia replica ritrar ciò in parecchi luoghi?

INFARINATO: E perché anzi nella Toscana che in altra lingua?

PELLEGRINO: Perché i vocaboli e i modi di quel poema son comunemente della Toscana, o sono almeno più d’essa che d’altra lingua.

INFARINATO: Che intendete voi per «comunemente»? [p.262]

PELLEGRINO: Che se pure v’ha anche delle parole e delle maniere d’altre favelle, non sono tal numero che di Toscana scrittura la potessono privar del nome.

INFARINATO: Sì fatte voci e sì fatte guise che ora Toscane appellate, credete voi che si parlino o si sieno per alcun tempo favellate nella Toscana?

PELLEGRINO: Credolo, da picciol numero infuori, che l’autorità de’ poeti e degli altri Toscani autori ci possono aver recate.

INFARINATO: Perciò addunque è scritta in lingua Toscana la Gerusalem liberata, perciocché i vocaboli e i modi di essa si parlano comunemente o si son parlate nella Toscana.

PELLEGRINO: Così credo.

INFARINATO: Ma l’Orlando dell’Ariosto in volgar Fiorentino per lo contrario non sia dettato, perciocché le maniere e parole sue del Fiorentino idioma non saranno comunemente.

PELLEGRINO: Senza dubbio.

INFARINATO: Più addunque fien nell’Orlando le voci e guise non favellate dal volgo e popolo di Firenze, che nella Gierusalem liberata le non parlate nella Toscana.

PELLEGRINO: Sicuramente.

INFARINATO: Ora io v’obbligo la fede mia e vi prometto per gli Accademici che per ogni cento vocaboli che di quei dell’Orlando Furioso ne mosterrete non essere stati in usanza del volgo e popolo di Firenze, il medesimo novero e anche maggiore assai costrignervi a confessare che di quelli della Gerusalem liberata nella provincia della Toscana in verun secolo non furono adoperati.

PELLEGRINO: E come saprete od il farete sapere a me quali sì e quai no in Firenze s’adoperassono?

INFARINATO: Per mezzo delle scritture che in volgar Fiorentino dettate furon ne’ miglior tempi, e al nostro secolo son pervenute.

PELLEGRINO: E quali son queste?

INFARINATO: Molte, ma spezialmente le croniche de’ Villani e ‘l Decameron del Boccaccio.

PELLEGRINO: Il Boccaccio o gabbando o per difendersi dalla ‘nvidia, o per altro che sel facesse, affermò ben di scrivere in cotal favella, ma nel vero dettò quell’opera nella lingua Toscana illustre.

INFARINATO: E qual contezza avete voi di cotesto?

PELLEGRINO: Qual n’avete voi del contrario?

INFARINATO: A voi tocca e non a me il provare. A me basta che, affermandosi dal Boccaccio in quel luogo di scrivere nel Fiorentino volgare (sì come nel Filostrato dettato in versi nel Fiorentino Idioma che suona in tutto il medesimo), si presume che dica vero. Ma io non voglio star sul rigore. Se egli per «volgar Fiorentino» avesse inteso (come s’interpreta da alcuni) Fiorentin plebeo, non avrebbe aggiunte quelle parole: «ma ancora in istilo umilissimo, e rimesso, quanto il più si possono»584. Perocché, a cui sarebbe potuto cadere in dubbio che opera dettata in parlar plebeo, in alto stile e magnifico si distendesse dall’Autore? E che dissipita diminuzione avrebbe in quel favellare, se dopo l’aver vituperata la sua fatica con titolo di plebea, v’avesse soggiunto poi (il che quanto sia verisimile, colui il giudichi che pur sembianza abbia d’huomo) ma ancora in istilo umilissimo? [p.264]

Volle col «volgar Fiorentino» significare il Boccaccio che, per coprir quell’opera dalla ‘nvidia, non la scriveva in Latino, che in quei tempi s’aveva in pregio sopr’ogni credere, ma nella lingua che dalla viva voce di tutto ‘l popolo in Firenze si favellava; non in rima che pure assai si stimava allora, ma in prosa che appo il verso si teneva per bassa impresa. Dove dobbiamo por mente oltr’a ciò che, se «volgare» in sentimento di plebeo si fosse posto dallo scrittore, non pur lo «stile umilissimo» ma assai meno la «prosa» nomata avrebbe, quasi lo scrivere in prosa seco portasse maggior viltà che non fa ‘l dettare in parlar plebeo. Senzaché se nel «volgar Fiorentino» il «volgar» sta per plebeo, sarà aggiunto o diciamgli nome addiettivo. E addiettivo è Fiorentino altresì. Addunque nome addiettivo a addiettivo s’aggiugnerà, e l’uno e l’altro sien privi del sustantivo.

So che mi siete per rispondere che ‘l sustantivo vi s’intende per discrezione, e ciò è sermone o parlare o linguaggio o altro di tal valore. Ma quanti si truovano in questa favella esempli di simil modo? Ora per la Vita nuova e per lo Convivio e per altre opere del nostro Dante, e per mill’altre testimonianze delle scritture di quell’età, non vien dichiarato a sofficienza che il vocabolo volgare, quando si ponea con articolo, il medesimo sonava appunto che lingua che si parlava?

E oltr’a ciò voi, il quale (e certo dirittamente) pregiate tanto Monsignor Bembo come fanno anche i miei Accademici, penserete che egli – intitolando la sua fatica che’e’ fece dietro al linguaggio Le prose intorno alla volgar lingua (avvegna che Fiorentina la chiamasse quasi sempre dappoi) – della plebea favella de’ nostri tempi intendesse di ragionare? Ma che rilieva in questa contesa la ‘ntenzione del Boccaccio in quelle parole? Reputate voi vile e plebea la lingua delle Giornate?

PELLEGRINO: Questo no.

INFARINATO: Ed io alla lingua della Giornate, e d’altre scritture di quell’età che tutti a quella delle Giornate si pospongono senza contrasto, ristringo il patto che con esso voi ho fermato: s’io non truovo maggior numero di vocaboli non Toscani nella Gerusalem liberata che non farete voi nell’Orlando dell’Ariosto parole e modi non usati nelle Giornate e ne’ detti libri, la vittoria in questa parte sarà la vostra né mai più i miei Accademici di questo punto quistioneranno con esso voi.

Dialogo [127]:

ATTENDOLO: —et ciò fece egli tirato da occulta forza dell’uso del parlar della sua patria.

Crusca [127]

Conosce pure dove bisognerebbe nascere a volere scrivere in buona lingua; ma forse che intende a Bergamo, patria del Tasso. Non dee saper costui che l’Ariosto venne a Firenze e stetteci parecchi anni per imparare i vocaboli e le proprietà del linguaggio, e riuscigli in maniera che non s’ha in questa parte da vergognare da molti Fiorentini autori che ne’ suoi tempi nella predetta purità sono stati di molto grido. E forse che se ‘l Tasso avesse fatto il medesimo, non sarebbe il suo libro ripieno quasi per tutto di discordanze e di barbarismi, come si vede agevolmente da chi gli può conoscere.

Replica [127]

Questi signori Academici portano opinione che non si possa scriver bene nella lingua Toscana, se non da colui che sia nato o almeno vissuto in Firenze. Ma non credo che tutti siano di questo parere; ché forse nella lor congregatione ha di quelli che, non altieri della buona nascita ma modesti et ragionevoli, non sieno punto ostinati (come questo Segretario) a porre in campo et a difendere opinione sì fatta; non meno che modesto et ragionevol si fusse il Magnifico Giuliano ne’ dialoghi di Monsignor Bembo, il quale sopra la medesima questione, benché come Fiorentino difendesse le sue parti, alla fine tacendo cedette alla verità585.

Confesso che l’honore et la loda dello scrivere nella volgar lingua si dee tutto alla città di Firenze, non già perché in essa si ragioni meglio che nell’altre città di Toscana, ma perché ella fu madre de’ migliori scrittori della lingua, da’ quali si sono poi prese le regole dello scrivere bene, così nelle prose come ne’ versi. Percioché non mi negheranno i signori Academici che molti scrittori non nati né vissuti in Firenze, havendo apparata la lingua da’ libri di buoni autori, non habbiano scritto ottimamente, se non nel bel parlar Fiorentino, nella lingua Toscana.

Et non perché nelle loro compositioni non si legga exemplo, fedita, fedire, superfluo, partefici, proferere, gioventudine, saramento et altre sì fatte voci usate dal Boccaccio, si dee dire che non scrivan bene; perché tai voci nell’età nella quale scrisse il Boccaccio eran buone, come ricevute dall’uso et ne’ libri de gli altri più antichi scrittori; ma hoggi che l’uso l’ha dismesse del tutto, come che non istia bene il rimuoverle da’ libri del Boccaccio et de gli altri, sì perché non son cattive, sì anche per riverenza dell’antichità, tutta volta crederei che non tutte usar si dovessono. Et se alcuna di esse vien hoggi usata da alcun Fiorentino scrittore, è in qual che modo degno di scusa, inducendolo a ciò fare l’affetto che ciascheduno ha a’ suoi maggiori, i quali stati sieno di notabil valore; ma non così sicuramente si deono usare da gli altri che Fiorentini non sono, et spetialmente dal Castelvetro.

Si conchiude dunque che, non perché il Tasso fusse nato a Bergamo (che in vero non è) né perché non havesse havuto trattenimento lungo tempo in Firenze, gli sarebbe stata tolta la facoltà di venire alla perfetta cognition della lingua Toscana per mezo de’ libri. Ma che ottimamente la intenda, si può vedere non solo nelle opere sue in rime et in versi, ma etiandio nelle prose de’ suoi dialogi, l’un de’ quali (senza sua colpa) ha offeso tanto questi signori Academici che per desiderio di vendetta (con lor pace) senza dovuta consideratione sono trascorsi a dir cose indegne di loro et di lui586, ma in vano si affaticano di oscurar la gloria di tanto scrittore. Però chi è fuor di passione giudichi se nel poema del Tasso ha quelle discordanze et barbarismi che e’ dicono.

Infarinato [127]

Se giudicate che quel Dialogo, scritto dal Tasso contr’a’ Fiorentini e contr’a Firenze, abbia offeso gli Accademici senza sua colpa, e diciate pure in sul saldo che i medesimi «senza dovuta considerazione sono trascorsi a dir cose indegne di loro», null’altra risposta v’avrebbe fatta Carlo Fioretti che questa e in questo modo: «Dite ben voi in questo per lo contrario parole degne di voi»; né potreste rammaricarvene. Né molto diversa si sarebbe data da lui a quelle parole: «Invano s’affaticano per oscurar la gloria del Tasso e d’altri scrittori»587.

Se in Firenze si parli meglio o si parli peggio che negli altri luoghi della Toscana, v’hanno gli Accademici dopo la Replica conosciuto per sì modesto che tal sentenzia, quando pertenesse il darla a un Capovano, non dareste da senno in quella maniera; né da senno avreste mai allegata quella autentica confessione che dal magnifico Giulian de’ Medici, avanti al Tribunal di Monsignor Bembo, fu rogata nelle sue prose588. Ma perché da altro canto il predetto Monsignor Bembo questa favella, nella quale hanno i Fiorentini secondo che quivi afferma, più tosto di disavvantaggio co’ forestieri contr’all’ostinate contese di certa gente, chiamò quasi tuttavia Fiorentina? Perché da tanti savi huomini e dopo lui e innanzi è stato fatto il medesimo? Perché da niuna altra particolar città o popolo della Toscana, per lo contrario, la medesima lingua non si truova mai appellata?

Nuove sottigliezze e nuovi concetti si recano avanti novellamente; né mai con sì gagliardi argomenti non furono stretti da’ difensor del vostro Dialogo in questa disputa, nella qual non hanno i nostri mai più parlato insino a quest’ora, né mai a cosa che sia stata loro opposta in cotal maniera, in veruna loro scrittura hanno saputo rispondere una parola. Che le prose del Tasso finissima cosa stimar si debbano, più il vi crederrebbono gli Accademici, se faceste opera d’imitarle.

Delle legge poi de usu verborum, che altri (penso) appiccandosi ad alcun detto di questa vostra replica venzettesima promulga quasi novello tribuno della moderna lingua Toscana: è tanta l’autorità del legislatore e con sì saldo giudicio è fondata in su la ragione che, non che delle dodici tavole, merita d’essere aggiunta al corpo, o più tosto risposta in fronte, de’ dodici donadelli589.

Dialogo [128]:

CARRAFA: Mi ricordo d’haver letto che la bontà et virtù della locutione primieramente consiste in muover gli affetti et in generar maraviglia et diletto, come detto havete, nell’animo di colui che legge, senza recarli satietà.

Crusca [128]

La bontà e la virtù della locuzione consiste principalmente nella chiarezza e nella brevità e nell’efficacia. Il muover le passioni e la maraviglia è impresa della sentenzia; il diletto comune all’uno e all’altro. Né sappiamo che altra dottrina intorno a questo, né da’ Gramatici né da’ Retorici, possa ritrarsi di bastevole autorità.

Replica [128]

Che dubbio che la virtù della locutione consista nella chiarezza? Ma detto havea Quintiliano nell’ottavo libro, capitolo de ornatu:

Dilucide dicentium tenue praemium est, magisque ut vitiis carere quam ut aliquam magnam virtutem adeptus esse videaris590.

Richiede egli con Cicerone nello stesso luogo la maraviglia et quella eloquenza che non apporta maraviglia giudica nulla591. Di questo luogo dunque si ricordava il signor Principe, et di quello di Aristotile nel terzo della Rettorica, che parlando della virtù della locutione et ivi della scelta delle parole inusitate, soggiunse:

Queste fra tutte l’altre ammiriamo et ogni cosa maravigliosa è insieme dilettevole 592.

Si ricordava delle parole di Averroe nella parafrasi della poetica:

Virtus itaque epopeiae, quae est maxime decora est, quod sit composita ex nominibus, ex accommodatis nominibus, et ex illis aliis speciebus. Et quando poeta inquirit evidentiam, ferat nomina accomodata; quando autem inquirit admirationem et voluptatem, ferat aliam speciem nominum593.

Quel que si dice della brevità è vero mentre si distingue dalla abbondanza et dalla duplicatione, che in questo modo è necessaria semplicemente, ma non vero secondo tutte le forme del dire, percioché non tutte ammettono la brevità di mente d’Ermogene.594. È vero che la sentenza muova gli affetti secondo la latitudine dell’animo così perfettivi come distruttivi, ma io intesi quelli stessi perfettivi che esplicai nel soggiungere diletto et maraviglia, che viene dalla bontà della locutione (come di sopra), non quella che viene dalla forza della sentenza per ragion del concetto. Se per efficacia gli Academici intendono la forza di muover la maraviglia et il diletto, siamo d’accordo.

Infarinato [128]

Se aveste detto la bontà e virtù della locuzione ornata in buona parte consiste nel generar maraviglia e diletto negli ascoltanti, sarebbe stato al luogo che da Quintiliano adducete l’avvertimento del signor Principe senza fallo molto conforme. Ma avendo nomata la locuzione assolutamente, torno a rispondervi col Segretario, anzi pur esso con Aristotile: «λέξεως ἀρετὴν σαφὴν εἶναι»595. Ed il medesimo si stabilisce da Cicerone in diversi luoghi e da tutti gli altri savi retorici parimente ed eziandio dallo stesso Quintiliano in altra parte de’ libri suoi, ché senza averne punto a cercare, a colui che non gli abbia letti o sieglisi dimenticati, saranno presti per le rubriche596.

Non è già egli in quella dottrina «dilucide dicientium tenue proemium est, ecc.» (come ben si disse dal Segretario) di bastevole autorità, poiché in questo da Aristotile e da tutti gli altri maestri del ben parlare che tanto s’affaticano per insegnare questa chiarezza, e in breve da ciò che ne ragiona altrove egli stesso, discorda in quelle parole. Si mostra bene agevole nel primo aspetto questa virtù della chiarezza del favellare, e promettelasi quasi ciascuno e pochi degnano di porvi studio. Ma quando si viene alla pruova, niuna cosa è più malagevole; a picciol numero riesce lo ‘nsignorirsene e l’ottenerla isquisitamente.

Al luogo della Parafrasi – essendo prodotto fuor di proposito e favellando quivi Averroe della virtù (se però punto possiamo fidarci di così strano e di così barbaro traslatamento), non della cosa che si disputa (cioè della locuzione), ma senza dubbio dell’Epopeia, e ciò con tanta confusione che conviene a forza che ‘l traslatore non abbia inteso il concetto – non è convenevol che si risponda.

La brevità in tutte le forme è richiesta secondo ‘l grado. E dove Ermogene non mostra che la riceva, intende in riguardo degli altri stili. Né da Dionigi Alicarnasseo né da Longino né da altro antico o nuovo retorico è detta cosa che debba prendersi in altra significanza597. Efficacia si chiama dagli Accademici la forza, non come dite di muover la maraviglia e ‘l diletto, ma d’esprimer tutti i concetti in quella maniera che nella Risposta all’Apologia nella faccia potrà vedersi di numero cendiciassette598.

Dialogo [129]:

CARRAFA: Et se così è, la locutione dell’Ariosto altri potrebbe dire che operi questi effetti, poiché aprendosi il suo Orlando in qual luogo vi vogliate, in ogni sua parte ha non so che di occulta energia che ti sforza a leggerlo.

Crusca [129]

Donde diavolo esce ora questa energia? Ma facciamo conto ch’ella ci venga a proposito. Dice «un non so che»; ed in qual libro si vide mai ella altrettale e sì continua e sì maravigliosa? Qual cosa, qual parte, qual concetto è scritto dall’Ariosto che non si vegga con gli occhi come presente? Cedano pure a lui in questa parte dell’energia, quanti mai furono Greci o Latini autori.

Replica [129]

Questa energia nasce, come di sopra è conchiuso et anche appresso si conferma, dalla bontà della sentenza, presa nel modo universale com’io la presi (se i signori Academici me la vogliono far buona), et non dalla virtù delle parole, rappresentando ella in modo eccellente le cose. Et quantunque paia che sia nelle parole, nulla dimeno è principalmente nelle cose. Nel resto si fa lor buono quanto in tal parte attribuiscono all’Ariosto.

Infarinato [129]

Volle dir la Crusca che l’energia aiuta bene il muover le passioni e la maraviglia, ma non per questo viene a provarla (come presupponete) per cosa chiara. Se poi ella sia nelle cose o nelle parole, o né in queste né in quelle, sarebbe lungo ragionamento.

Dialogo [130]:

CARRAFA: Et se ciò è vero, che importa che egli ciò faccia più tosto con parlar comune che con modi di dir peregrini? Anzi è più loda d’un poeta, che fa nascer la maraviglia da locution chiara et natia che da altra peregrina et oscura, poiché in questa daran maraviglia per aventura le frasi nuove et artificio ricercato, et in quella la collocatione solamente delle voci et il numero, onde risulta l’armonia che rapisce altrui quasi con occulto miracolo.

Crusca [130]

Questo è un mescuglio d’energie, maraviglie e armonie, e un zibaldone tanto disordinato e confuso e tanto fuor di proposito che non accade rispondergli.

Replica [130]

Non è miscuglio, percioché dalla energia viene la maraviglia; quella maraviglia dico del lettore che s’incontra con l’eccesso del diletto, provocato insieme da gli andamenti del dire, da cui procede il numero et l’armonia.

Infarinato [130]

Questa parte (s’io non mi ’nganno) difesi io contra ‘l Tasso nella mia risposta all’Apologia599; né per tutto ciò fia da me l’Accademia, quanto potranno le forze mie eziandio contro a voi e la vostra replica, in questo luogo medesimo lasciata senza difesa. Dicono gli Accademici che l’energia fa apparir le cose chiarissime, e che nelle cose che chiare sieno e aperte non può aver luogo la maraviglia, anzi la maraviglia è riposta nella scurezza. Soggiungono appresso che ‘l disponimento delle parole ed il numero e l’armonia niente vale a provare di ciò ch’avete tolto a produrre contr’alla parte dell’Ariosto, non havendo mostrato mai né pure affermatolo semplicemente che il Tasso in quelle virtù rimanga vinto da lui. Perciò si disse dal Segretario che quelle cose disposte in quella maniera non avevan che fare insieme cosa del Mondo nel vostro divisamento600.

Dialogo [131]:

CARRAFA: Del che, et ne’ poeti Latini et nel Petrarca potrei io recar molti essempi, i quali con la sola proprietà et candidezza delle voci ben collocate partoriscono ne’ lor versi maraviglia maggiore che con i traslati et arte ricercata non fanno.

Crusca [131]

Anche i traslati, poiché traslati si chiamano, vagliono all’energia da chi sa valersene, come seppe l’Ariosto, il quale in ciò o da niuno o solamente fu superato da Dante.

Replica [131]

Chi niega che i traslati, quando altri sa valersene, vagliano ancor essi alla energia? Ma che l’Ariosto se ne sia valuto meglio d’ogni altro poeta da Dante in fuori, io so questo: che il Tasso nell’usargli generò più diletto et più maraviglia di lui.

Infarinato [131]

E noi (non dirò) sappiamo ma crediamo di saper certo tutto il contrario di ciò ch’affermate di saper voi.

Dialogo [132]:

ATTENDOLO: Quanto dice l’Eccellenza Vostra tutto è vero. Ma il diletto che nasce dalla lettione de’ versi dell’Ariosto vien tutto dalla bontà della sentenza et non della locutione.

Crusca [132]

Anzi dall’una e dall’altra egualmente, né alcuna di loro scompagnata potrebbe farlo.

Replica [132]

Potrebbe ben l’una farlo senza l’altra, se non in quanto a quella unione che si vestono vicendevolmente. Percioché nulla vieta che in un periodo piaccia alle volte più la sentenza che la favella, et per contrario può anche piacere più la favella della sentenza. Però io dissi che il diletto che nasce dalla lettione de’ versi dell’Ariosto nasce principalmente dalla bontà della sentenza, et non della favella. Venendo egli lodato più in quella che in questa.

Infarinato [132]

Non diceste altrimenti: «che il diletto che nasce dalla lettione de’ versi dell’Ariosto nasce principalmente dalla bontà della sentenza, e non della favella»; ma: «il diletto che nasce dalla lettione de’ versi dell’Ariosto vien tutto dalla bontà della sentenza, e non della locuzione». Vedete gran differenza che ha tra dir nasce tutto e nasce principalmente; sì che scambiando i termini della querela e faccendola divenire altra tutto di vera, quantunque agevolmente fare il potessi, non son tenuto a rispondervi.

E dico che agevolmente fare il potrei, perciocché avete fermo di sopra che quel diletto, il qual si cava della lettura dell’Orlando dell’Ariosto, sia eccessivo e maraviglioso. Ed il cotale dirà la Crusca non esser possibile che si ritruovi, dove bellezza e consonanza non apparisca. E mancherebbevi o l’una o l’altra, se od il primo esemplo (cioè ‘l concetto) non fosse bello, od egli e ‘l ritratto che ‘l rappresenta (cioè le parole) che lo dipingono non fossero in tutto conformi.

Dialogo [133]:

CARRAFA: Io non veggo come questo sia che la sentenza possa esser buona, spiegata con non buona locutione.

ATTENDOLO: Dissi che dalla chiarezza et facilità della sentenza usata dall’Ariosto nasce la bontà sua; et se ben ella è spiegata il più delle volte con voci convenevoli et atte a vestire quel tal concetto, onde non se le niega molte volte di muover et dilettare. Pure le parti della locutione, come s’è detto di sopra, son otto, et in ciascuna si può prendere errore.

Crusca [133]

Fin qui non si conchiude nulla, se non in lode dell’Ariosto, poiché egli non ha presi questi errori.

Replica [133]

Si conchiude in lode dell’Ariosto che la sua sentenza sia ottima et che la sua locutione non sia rea, tutto che in alcuna delle sue parti egli habbia preso molti errori, i quali si tacciono per modestia et perché non fa bisogno portargli.

Infarinato [133]

Bisogna ben tacerle, se non si sanno, né saper si possono, poich’e’ non sono.

Dialogo [134]:

ATTENDOLO: Aggiungete che Giulio Cammillo nella sua Topica vuole che locutione sia quella che si discosta dalla costitution grammaticale601.

Crusca [134]

Non si credeva a Pitagora senza il perché. Giulio Cammillo trovò anche l’Idea del teatro che fu più nuova cosa che non è questa. La ‘mportanza è quel che dice Aristotile e Cicerone e Demetrio ed Ermogene e Quintiliano, che non fanno comunemente queste distinzioni. Questa che dice Giulio Cammillo è locuzion figurata602.

Replica [134]

Giulio Camillo fu di tanto spirito et ritrovò tanto che gli può havere il mondo più obligo che invidia. Ritrovò il Teatro, di cui mandò l’Idea al Marchese del Vasto, la quale sì come empiè di maraviglia l’Italia (per non dir Girolamo Mutio solo, che si gloriò di esserne stato etiandio semplice trascrittore)603; così il tutto, cioè la material fabrica di quella non portata a fine co’ suoi volumi, recò speranza a Re Francesco di conseguirne quel tanto che prometteva604. Et il compiacimento d’un Re così di giudicio et di valore, che risultava peraventura dallo applauso delle Academie de gli studi della Francia, assai comprobò l’opera che gli Academici vogliono inferire essere stata cosa vana per se stessa et non per la disgratia (ch’è pur nota) di Giulio Camillo.

Hora quelle cose che egli ragiona nella sua Topica, et particolarmente questa, vengon fondate non solo sopra la ragion poetica ma anche sopra l’autorità de’ Retori citati: Aristotile, Cicerone et gli altri. Onde meritamente gli si può donar fede. Et egli nel luogo da me portato dice che la locution propria, et non figurata, sia quella che si discosta dalla construttion grammaticale. Et n’adduce l’essempio in Vergilio: «Iuno respexit in Agros»605,et in Ovidio: «Spectabat ad Io»606, et dice queste esser locution proprie per la giunta delle propositioni in et ad, senza bisogno del sentimento607. Della figurata locutione ragiona si bene, ma più di sotto.

Infarinato [134]

Invidia non può avere il Mondo a Giulio Cammillo, sì come dite. Obbligo dee bene avergli per la prontezza del buon volere e del suo buon’animo; ma egli maggiore alla Crusca608, la qual con questa sua chiosa ha recata cagione a voi di registrar nella vostra replica, con encomio sì memorabile, la storia di sì grand’huomo. Che egli ponesse (ma certo di suo capriccio) ciò che voi dite, chi ‘l niega? La ‘mportanza era che lo provasse, il che né fece né potea farlo. Imperocché se solamente la sì fatta locuzion fosse la gramatical locuzione, locuzion non verrebbe ad essere. E che domine diremmo noi ch’ella fosse?

E che ‘l predetto suo presupposto fondato fosse in su la ragione, non basta che l’affermiate. Che sopra l’autorità s’appoggi di Cicerone e degli altri, o Latini o Greci retorici, non ho per vero in alcuna guisa, se già quelle sue parole non vogliam prendere sì come dette per figura d’aggrandimento; quasi cotanto prevaglia all’altra quella maniera di locuzione che ella sola, per la sovrana sua eccellenza, locuzion meriti d’esser chiamata. Ma se ciò era il concetto suo, bisognava che l’avesse scoperto in modo che non l’aveste voi e forse altri avuto a prendere in assoluto significato, e per tale a noi apprestatolo come faceste. Chi della locuzion figurata il medesimo parli dappoi, non pare addotto a proposito, perocché non dicono gli Accademici che quella che voi ponete dal predetto Giulio Cammillo si tolga per figurata, ma figurata locuzione affermano ch’è senza fallo609.

Dialogo [135]:

ATTENDOLO: Però io non voglio qui far l’Aristarco610

Crusca [135]

Pensa se volesse farlo.

Replica [135]

Si farebbe peraventura con più ragione che non vien fatto contra il Tasso.

Infarinato [135]

Si può comprendere da’ luoghi dov’e’ s’è fatto.

Dialogo [136]:

ATTENDOLO: —bramando più tosto celebrar le virtù d’huomo così celebrato che scoprire i suoi falli nelle minutie della lingua—

Crusca [136]

Vuol dire che gli par poco verso il male che, se potesse, vorrebbe fargli.

Replica [136]

Anzi tutto il contrario, ché forzatamente si viene a dire in questo particolare quel che non si verrebbe.

Infarinato [136]

Sapete ciò ch’io risponderei a un altro a cui io non portassi il rispetto ch’io porto a voi? Queste appunto in tutta questa risposta sarebbon le mie parole: «Credo certo che, per comandamento del magistrato e delegato da’ censor del vostro comune, discendeste a questa censura».

E di sotto: «Perché dite “in questo particulare” se, in dannandolo nelle parti di più momento, non v’è di lui incresciuto, onde esce ora questa pietà che così vi prende dell’Ariosto in accusandolo nelle minuzie? Fermamente siete in ciò simile a quel buon’huomo che, abbrucciata la selva a quel suo vicino, lo rimordeva la coscienza che ‘l vento gli portasse poi via la cenere».

Dialogo [137]:

ATTENDOLO: —notati etiandio da’ suoi partigiani.

Crusca [137]

Per ognuna che ne sia nel Furioso, non i suoi partigiani ma i partigiani del Tasso ne confesseranno cinquanto nel Goffredo e d’altra qualità che non son quelle dell’Ariosto, le quali quasi sempre posson difendersi con qualche buona ragione.

Replica [137]

Non ne confesseranno per certo che sarebbe contro la propria conscienza. Ma lasciamo di gratia di far questo paragone, già ch’io ho detto di non voler discendere a queste particolari minutie, che in ciò sì mi parrebbe di commettere indegnità. La mia mente la vede Iddio ch’io non hebbi mai odio né passione alcuna con l’Ariosto, anzi l’hebbi sempre et così l’ho in osservanza et veneratione.

Infarinato [137]

Gli Accademici di mano in mano vi credono ciò che voi dite, e v’hanno assolutamente (come vi dissi fin da principio) per buono, per gentile e per valoroso. E quando vi mostrate cortese verso di loro, studiano e studieranno in questo libretto da me dettato a lor nome di non esser vinti di cortesia. Se portate rispetto al collegio nostro, v’onorano e vi riveriscono. Per lo contrario dove ferite, vi pungono; dove mordete, morsecchiano; dove parlate con dispregio di essi e delle lor cose, motteggiano. Dove modestamente aprite voi il vostro parere, con umiltà palesano essi la lor credenza. Dove dell’Ariosto non favellate, del Tasso non fanno motto. E in breve, in tutta questa risposta ballano e balleranno secondo ‘l suono, più volentieri in su l’arpe e ‘n su ‘l dolcemele che sopra ‘l tamburo e sopra la tromba611; e sempre, per la novella amistà, di buona voglia lasciandovi qualche vantaggio.

Dialogo [138]:

CARRAFA: Volete voi dire che l’Ariosto non sia stato molto osservatore delle regole della lingua, et che dapoi che Monsignor Bembo diede in luce le sue prose, egli corresse nel suo poema molti errori di grammatica?

Crusca [138]

E delle regole della lingua e de’ Fiorentini autori del miglior secolo, quanto sa chi ha in pratica, spezialmente Dante e’l Boccaccio e i domestichi modi del nostro presente popolo.

Replica [138]

Zeuma a lor modo, non ostante la negativa che precede al verbo sia612. Ma non vel diss’io che ‘l Segretario ha per nulla qualunque scrittore che Fiorentino non sia? Il Bembo, il Castiglione, il Guidiccione, il Caro, il Tolomei, lo Sperone, Bernardo Tasso et tanti altri eccellenti scrittori in prosa, perché ne’ loro scritti non usano i modi del parlare del popolo di Firenze, deono essere banditi dal numero de’ buoni scrittori? Dissi di sopra che scriver rettamente s’impara da i libri et non dal volgo; et se Cicerone disse che egli imparava le scienze da’ libri et il parlar dalla plebe, si vuole intender sanamente, cioè che egli, per farsi intender da tutti nelle sue orationi, si servisse d’alcune voci usate dalla plebe et non già de’ modi del dir plebeo.

Infarinato [138]

Il Bembo, il Caro, lo Sperone e l’Attendolo, non che ‘l Guidiccione e’l Tolommei che Toscani furono per natura, e altri che voi lasciate, perché nelle loro scritture usano i modi de’ Fiorentini autori del miglior secolo, si deono ricevere e si ricevono nel numero de’ buoni scrittor Toscani. Né dalle parole del Segretario niente in contrario si può ritrarre. Sotto ‘l vocabolo e nome di popolo di Firenze, non solamente la plebe (come vorreste) ma tutto il numero de’ cittadini si comprende dall’uso del parlar nostro613. Le parole di Cicerone non come da voi si dichiarano, ma come l’espongono tutti gli altri assolutamente si convengono interpretare. E che comento sarebbe questo: «Imparo il parlar del volgo, cioè per farmi intender da tutti nelle mie orazioni, mi servo d’alcune voci usate dalla plebe»? E questo chiamate voi «intendersi sanamente»? Non riprendete la Zeuma del Segretario, perché vi ribatterem con l’autorità del vostro Giulio Cammillo.

Dialogo [139]:

ATTENDOLO: Vel confermo.

CARRAFA: Pure Aristotile non ha per falli principali in poesia questi falli della lingua, né quelli dell’altre scienze; ma gli chiama falli per accidente et perciò degni di perdono614.

Crusca [139]

Se la locuzione è una delle parti di esso poema, gli errori della favella non saranno per accidente, né ciò disse forse mai Aristotile, ma vuolsi toccarlo con altro che con la pialla615.

Replica [139]

Ha gran differenza tra falli della favella, come una delle parti dell’epopea, et tra i falli della lingua nella quale altri scrive, che per quel che si è detto di sopra s’intendono i falli delle regole di grammatica. Ma le mie parole spesso vengono chiosate a rovescio, non perché siano di sentimento oscuro, ma perché così porta lo stile de’ signori Academici.

Infarinato [139]

Gli error di lingua dà i peccati della favella, che parte sia del poema (prendetela e distinguetela come vi piace) non si possono scompagnare. Né perché Aristotile dicesse in quel luogo della Poetica: «né d’altra arte», e più basso: «o secondo ciascuna arte», e di sotto pure: «o altra arte»; né perché la civile o la Medicina per esemplo ci nominasse; per tutto questo si può conchiudere che quei dell’arte della favella, che tra l’essenziali parti vien compresa di Poesia, sien falli per accidente. Anzi sono eglino sustanziali ad essa Poetica.

E se i figurati modi m’opponeste del favellare, i quali o nelle parole ovver nella tela si partono dal comune ordine gramaticale, vi risponderei allo ‘ncontro che i cotali falli di lingua non meritano d’esser chiamati, ma sono bellezze e splendori. E tra i sì fatti ripor si deono ancora certe magnanime sprezzature che ne i sovrani poeti, e d’autorità, si veggiono ma rade volte.

Lo stile che usa la Crusca nel disputare è conforme alla sua natura, del tutto semplice e solamente rivolto al vero, avendo (come mostrò in un suo dialogo il nostro Rigogolo616) tra la Crusca e la verità spezialissima parentela.

Dialogo [140]:

ATTENDOLO: Più gravi sono veramente i falli in poesia che gli altri commessi nella lingua overo nelle dottrine. Ma per dire il vero, l’Ariosto ha commessi de gli uni et de gli altri, poi che egli ha errato nella costitution della favola, nell’havere imitato costumi rei, et nella locutione, che son tutti falli principali inescusabili. Ha commesso anchor de gli altri minori, che voi con l’autorità di Aristotile chiamate degni di scusa, i quali per non essere uno o due ma molti, non possono esser difesi da questa autorità, come altri crede.

Crusca [140]

Non possono, perché non son veri né per conseguente hanno bisogno di difesa, come già s’è detto più d’una volta.

Replica [140]

Nel dialogo io provai, et in questa replica ho provato di nuovo, l’Ariosto haver commessi falli in epica poesia, tanto nella favola quanto nel costume. Là dove nella prova del fallo del costume, si manifesta anche il fallo della sconvenevolezza della favella come parte dell’epopea. I falli della lingua o delle scienze da lui commessi io non provai né voglio provare altrimenti, sì per la cagione detta di sopra, sì per esser cosa notissima. Ma accioché non paia ch’io ragioni di mia opinione, et per dimostrare che quanto ho detto dell’Ariosto altri ha detto prima di me, fra molti che dicono che egli non intese le regole della lingua, il Mutio nelle sue battaglie, parlando del Ruscelli, dice così:

Or facendo professione il Ruscelli di haver purgato da manifesti errori il Furioso, si mette fuor di proposito a difender l’Ariosto, quasi come non ne habbia fatti. Et il dir di haverlo purgato è dir che fatti n’havea et è la sua fatica perduta; ché chiara cosa è che egli non hebbe cognition della lingua. Et esso il conobbe, ché diede il libro suo a correggere ad un soldato Senese chiamato Annibal Bicchi, il quale conobbi io pur in Ferrara, et colui ne sapeva quanto egli ne haveva appresa dalla mamma. L’Ariosto troppo tardi s’accorse di non haver le regole della lingua, et non ne havendo fatta professione, in una opera così grande et in quel genere così bello, merita scusa 617.

et l’altro.

Infarinato [140]

Niuna avete provata di quelle cose che d’aver provate da voi s’afferma, come cento volte già s’è risposto. Di quelle che di non voler provare affermate, v’ho ragionato poco di sopra. Veruno che ne sappia pure i princìpi, da voi in fuori, non ha mai negato che l’Ariosto delle regole della lingua non avesse buona notizia. Se ‘l Muzio non fosse morto e potesse darmi risposta, vi direi io in che concetto lo tengano gli Accademici e ogni persona intendente. Il Sanese che tanto sapeva della Toscana favella, quanta dalla mamma n’aveva appresa, cotanta a colui ch’e’ dice, n’avrebbe potuta insegnare – che bene avventurato esso Muzio! – se n’avesse egli saputa l’ottava parte. Che orrevoli autorità, che magnifiche testimonianze, si producono da un par vostro?

Dialogo [141]:

ATTENDOLO: E sì come io dissi, al fine ogni fallo è fallo, et miglior sarebbe che un poema, ancor che notato d’un neo, ne fusse di senza.

CARRAFA: Io credo, anzi so di certo, non ritrovarsi poeta a cui non s’attribuisca et l’una et l’altra maniera di falli. Omero vien notato etiandio da Aristotile suo partigiano d’haver commesso falli principalissimi; et benché ne gli accidentali lo vada scusando, pur dice haver egli havuto nota di molti. Et primieramente haverlo notato Protagora che egli havesse comandata et non pregata la Musa che cantasse l’ira d’Achille618.

Crusca [141]

Se gli altri di quel Protagora furono dello stesso sapore, dovette essere un critico d’importanza.

Replica [141]

Et chi sa che altri non erri più di Protagora, biasimando il Tasso dove e’ merita loda?

Infarinato [141]

Gli Accademici notano i veri falli, però rispondavi chi adopera ciò che voi dite.

Dialogo [142]:

CARRAFA: Et a Vergilio sapete quanti falli, et gravi et leggieri, sono da’ critici attribuiti. Chi sarà dunque questo poeta senza peccato? Il Tasso non è, che pur si è detto di haverne alcuno.

Crusca [142]

Se non è il Tasso ergo nullus.

Replica [142]

Forse questo scherzo contiene gran verità.

Infarinato [142]

Grandissima interpretandosi secondo la ‘ntenzione ond’egli è stato pronunziato.

Dialogo [143]:

ATTENDOLO: Senza peccato né poeta né professor d’altra scienza o d’arte esser può, poi che giongere all’ultima perfettione di quelle (come l’Eccellenza Vostra di sopra toccò) non si può da ingegno humano. Ma noi chiamiamo perfetti poeti Omero et Vergilio, perché più de gli altri si sono fatti vicini a questa perfettione. Et io dico che il Tasso si avicinò più a questo segno che l’Ariosto non fe’—

Crusca [143]

E noi diciamo che l’Ariosto vi colpì quasi dentro e che ‘l Tasso nol vide, non che vi s’avvicinasse.

Replica [143]

Come l’Ariosto vi poté colpir dentro, se gli Academici confessano di lor bocca ch’egli errò nel bel principio del suo poema incominciando da episodio? Et che errò nel costume reo et nello sconvenevole della favella, essendo in parte i suoi versi lascivi et bassi, son pure queste lor parole619.

Infarinato [143]

Vi s’è ricordato addietro parecchi volte che di ciò che aggiunsero gli Accademici presso alla difesa dell’Ariosto non potete servirvi contro a di loro in alcuna guisa, per le ragioni che tante e tante fiate son ritornato a mostrarvi620. Tuttavia basterebbe l’animo agli Accademici, se ridisputar volessono contr’a quel luogo di sostener l’altra parte contr’a ciascuno, e spezialmente d’indurvi a conceder loro che eziandio l’Ulissea incomincia da Episodio. Ma come dite che l’essere i versi dell’Ariosto in parte lascivi e bassi sien parole dell’Accademia, se le parole dell’Accademia furono queste e non altre: «E senza certi versi che alle volte lascivi e bassi mostra che sieno ad un’ora»?

Dialogo [144]:

ATTENDOLO: —per haver egli ordito la favola del suo poema sopra una istoria già nota et vera—

Crusca [144]

Dite pure ch’e’ copiò una storia già scritta e pubblicata da più d’uno autore. Se questo il fa più perfetto ci contentiamo.

Replica [144]

Il Tasso non è più perfetto eroico dell’Ariosto per ragion del soggetto, poi che il soggetto del Furioso, trattato coi modi dovuti, havrebbe potuto essere più eroico che quello della Gierusalem liberata; ma è più perfetto eroico per le ragioni che si soggiungono appresso.

Infarinato [144]

E per l’una cosa e per l’altra tutti gli eroici di questa lingua sono di gran lunga avanzati dall’Ariosto.

Dialogo [145]:

ATTENDOLO: —imitando una sola attione, et per havere egli sopra la verità dell’istoria favoleggiato di proprio ingegno et riempiuta la favola d’episodii et digressioni nascenti dalla prima attion della favola—

Crusca [145]

Sono da agguagliare d’invenzione, di necessità, di verisimilitudine, di stupore, d’affetto, di diletto, di bellezza, di leggiadria le digressioni del Tasso a quelle dell’Ariosto. Val più l’episodio d’Olimpia, così tolto altrui com’egli è ma senza comparazion migliorato, che tutto il Goffredo insieme. E diciamo quel d’Olimpia non che quel di Ginevra, il quale da sé sarebbe una favola con tutte quelle parti che in perfettissimo poema, e tragico ed eroico, potesse disiderarsi. Ned ha nella poetica d’Aristotile sovrano ammaestramento o consiglio che in tutta pienezza non vi si truovi osservato. Ma non basta questo poco di spazio a parlarne.

Replica [145]

Le favole o novelle del Furioso che gli Academici chiamano «digressioni» hanno la ‘nvenzione, lo stupore, l’affetto, il diletto, la bellezza et la leggiadria, ma per lo più niuna necessità né verisimilitudine di attaccarsi o dipendere dall’argomento, quando argomento fosse in quel poema la guerra di Agramante et di Carlo. Bella lode che molti episodii da per loro ognun possa fare una favola, non solo quel di Olimpia et di Ginevra, ma quel di Zerbino et d’Isabella, et gli Amori di Bradamante et di Ruggiero, d’Orlando et d’Angelica farebbono lunghissimi poemi.

Hor non sanno gli Academici che Aristotile biasima la picciola Iliade da cui potea formarsi l’argomento di molte tragedie? Lodando l’Iliade et l’Odissea di Omero, da’ quai poemi (secondo lui) si havrebbono potuto formar due tragedie sole? Si può veder, dunque, che se ben l’Ariosto in alcuna parte del Furioso ha osservato alle volte l’ammaestramento et il consiglio d’Aristotile, nel tutto non l’ha punto osservato. Assai meglio di lui, se non in tutta pienezza, il Tasso è stato osservante de gli insegnamenti di quel filosofo. Però, sì come avanza l’Ariosto nel dir le cose secondo verisimilitudine et necessità, così non gli cede nella inventione, nello stupore, nell’affetto, nel diletto, nella bellezza et nella leggiadria.

Infarinato [145]

Della dependenza degli episodi, se ve lo aveste dimenticato, tornate addietro a rileggere ciò che da me v’è stato dimostro sotto alla vostra replica segnata di numero cinquantacinque. Bellissima lode per certo, e la maggiore e più ammirabile che in eroico poema si possa disiderare, che molti episodi, per se medesimi, ciascheduno una perfetta favola formar potesse, se composti sieno in maniera che da tutti composti insieme risulti l’armonia e la consonanza d’uno intero e perfetto corpo, come nell’Orlando dell’Ariosto si veggono adoperare. Il che nelle precedenti risposte più d’una volta (ma nella ventinovesima principalmente) ragionando allungo dell’unità, ho provato (credo) a bastante.

Che Aristotile biasimi la picciola Iliade, nol sanno i miei Accademici né pensano che altri il sappia. Si ricordano bene che nel libro della Poetica è posta da lui per esemplo d’un’azione contraria nella grandezza a quella d’Omero621. Ma che per ciò la condanni, non può ritrarsi da sue parole. E se pure da stiracchiate conseguenze sene potesse trarre argomento che la riprenda, perché desse il soggetto a molte tragedie, non dovrà cavarsi giammai; ma ciò è posto da lui per segnale della predetta diversità. Ma insegnatemi (s’egli v’aggrada) che voglia dire Aristotile nel detto luogo, affermando che dell’Iliade d’Omero e dell’Ulissea una tragedia o due sole si farebbe di ciascheduna. Perciocché voglio io allo ‘ncontro farvi conoscere apertamente che, non dico nell’Ulissea dove l’unità della favola senz’alcun dubbio è minore; non dico in tutto l’altro poema; non dico in alcuna delle parti della sua tela; ma in un solo episodio, cioè nel catalogo degli eserciti e delle navi, sono argomenti e soggetti di parecchi, non pur Tragedie ma Epopee.

Ditemi, la favola di Tamiri che dalle Muse fu accecato: non è finita, non ispaventosa, non miserabile, non ammirabile? In quella di Tlepolemo, non ha un’azion tragica, non altre parti, onde tesserne non un solo ma parecchi poemi eroici? In quella poi di Briseide, rapita già da Achille e presso a quella l’altre azioni che nel detto luogo altresì si raccontano di quel guerriero, non sarà appunto il medesimo? Ciò che si dice di Filottete, lasciato in Lenno con quelle piaghe e con quei dolori, non fia argomento di sua tragedia? Di Polipeto e de’ Centauri, non si formerebbe poema intero? D’Adrasto e d’Ansio, a’ quali a fuggir la morte non bastò che ‘l padre fosse indovino, non si distenderebbe favola tragica d’assai finezza?

Ma come dispregiate voi gli episodi che per sé potrebbono stare in piede, se nel poema cui voi lodate non ne mancano de’ così fatti? Non è cotale quel di Sofronia e d’Olindo? Non la favola di Clorinda raccontatale dal suo balio? Non quella che ad Erminia narra il Pastore? Non la storia del mago raccontata da lui a Ubaldo? Ma che dico io d’episodi? Non ha nella tela di quel poema una parte dell’argomento spiccata in tutto dall’altre fila, cioè l’aiuto del Re d’Egitto? Del rimanente avete dette cotante volte le medesime cose appunto, ed io tante volte l’ho ribattute con molte e varie ragioni che pur troppo rincrescimento n’avrà pigliato il lettore, senza che più di nuovo sene ritorni a parlare.

Dialogo [146]:

ATTENDOLO: —sì anche per esser egli stato osservator del costume, elegante (et se ben duretto) nella sentenza, et culto et artificioso nella locutione. Là dove l’Ariosto o ha disprezzato o egli è stato poco osservante della maggior parte di queste cose.

Crusca [146]

Già s’è detto che son parole.

Replica [146]

Et s’è detto che son parole et cose.

Infarinato [146]

Ma vane.

Dialogo [147]:

CARRAFA: Voi havete conchiuso senza haver dato fine al ragionamento della locutione.

ATTENDOLO: Il Tasso, sì com’io dissi, per dimostrarsi maestro nelle maggiori difficultà di poesia, in quanto appartiene alla locutione fa sempre scelta di parole gravissime di sentimento; et pur che sieno significanti, non ha riguardo che sieno Latine, nuove o composte—

Crusca [147]

Bel linguaggio! Così almeno sarà egli stato autore d’una nuova foggia di scrivere né porterà pericolo che ella gli sia imburchiata622.

Replica [147]

Bellissimo linguaggio, ma non perciò nuova foggia di scrivere: ché, se ‘l Tasso si è servito di voci straniere, ha fatto ciò con l’essempio de gli altri poeti per abbellimento et grandezza del suo poema. Le nuove o composte ha usato così di rado che si possono annoverar su le dita. Crederò bene che l’imitarlo habbia tanto del difficile quanto dell’eccellente.

Infarinato [147]

A questo non mi bisogna rispondere. Diffinitela con l’Attendolo, alle cui parole contraddice ora espressamente la vostra replica.

Dialogo [148]:

ATTENDOLO: —benché parole o voci tali servano insiememente, et non poco importino ad esplicar i concetti et a formar la sentenza, sì che faccia gli effetti detti di sopra.

Crusca [148]

Le parole non formano la sentenza ma la palesano. Il formarla tocca al discorso o allo ‘ntelletto.

Replica [148]

Si dice rettamente il martello formar la spada, nulla dimeno a darle forma ci concorre come puro istromento. Però, non è così sconvenevole ch’io habbia detto le parole «formar la sentenza», poi che elle sono attissime, anzi unico stromento, non solo a farla manifesta ma etiandio a formarla. Et non sovviene al Segretario di quella divisione scolastica: «Oratio triplex, quae fit intellectu, et quae fit verbo, et quae scripto»623? Le parole formano la sentenza, o vogliam dire il concetto, in modo sensibile; il qual concetto era già intelligibile nelle parti dell’anima. La formano (dico) mentre la rendono percettibile al senso dell’orecchio.

Infarinato [148]

A farvi buono per sentenza, come volete le parole che la palesano, per tutto ciò l’esemplo addotto non pruova nulla per voi, perché non è simile. Non è simile perché ‘l martello di essa spada è solamente strumento, ma le parole della sentenza sono strumento e materia insieme, sì come della statua il marmo. Conveniva addunque che in vece di esso martello poneste il ferro, il quale non dirà mai alcuno che formi la spada. Così anche non si dirà che la sentenza sia formata dalle parole. Sì che in vano, per aggiugnerla al detto esemplo, v’è sovvenuta quella scolastica divisione e quel filosofico distinguimento di sensibile e percettibile, al quale il Segretario non avrebbe pensato mai.

Dialogo [149]:

ATTENDOLO: Adopra gli aggiunti con sì raro giudicio che difficil cosa è ritrovarne in tutto il suo poema un solo otioso.

Crusca [149]

Sì, non leggendolo o non ascoltandolo. E questi, quae pars est?

Vincilao, che sì grave e saggio innante
canuto or pargoleggia, e vecchio amante 624.
E l’accompagna stuol calcato e folto 625.

non bastava grave e vecchio e calcato? Benché ci sarebbe faccenda.

Ma non pur negli epiteti, che è forse più tollerabile, ma ne’ sustantivi che più rilieva vi si troverebbe (senza molto cercarne) la medesima loquacità:

Pensa tra la penuria, e tra ‘l difetto 626.

Tutto che a questa dir non si possa loquacità ma falsità di concetto, poiché per la voce tra si mostra ciò che non è, cioè che penuria e difetto sieno due cose, là dove sono una sola appunto, come quella:

Mettere un legno su per un bastone 627.

Taccionsi quelli epiteti che da lui s’usano impropriamente: il breve in vece di picciolo, il guardingo per avvertito:

E tacito e guardingo al rischio ignoto 628.

Il pietoso per pio:

Canto l’armi pietose e ‘l Capitano 629,

che non sono errori del Tasso ma del suo non intender la lingua; ché, se avesse intesa ben la sua forza630, non avrebbe similmente, così a ogni cosa, addossato quel povero matutino, come fece: [p.292]

Se parte matutino a nona giunge 631;

né tanto empiutasi la bocca della parola fabbro:

Gran fabbro di calunnie adorne in modi 632;

voce che, per proprietà della lingua, non si lascia cavar del proprio per traslatarsi ad altro significato633.

Né detto «cittadine uscite» per uscite delle città; né «pascere il digiuno» per satollarsi; né «empire il difetto» per supplire al difetto; né «maravigliando» per ammirando; né «sonare a ritratta» per sonare a raccolta; né «trincere» e «schinere» per trincee e schinieri; né «rampilli» verbo per zampilli; né «lampilletti» per zampilletti634.

Né «reca» in vece di porta:

Reca tu la risposta, io dilungarmi
non vo di qui, dove si trattan l’armi 635;

né «imperi» per comandamenti:

De’ gravi imperi suoi nuncio severo 636.

Né «tiranna» avrebbe chiamata una donna; né d’una donna altresì detto «figlia pàrtiti ratto», mutando quel nome in avverbio637.

Né pur di pulzella parlando:

Parte e con quel guerrier si ricongiunge 638;

né d’huomini ragionando usato avrebbe «mostrar la verga»:

Ma non è pria la verga a lui mostrata 639;

né si troverebbe nel libro suo:

E lor s’aggira dietro immensa coda 640;

né l’«espugnator montone», l’«esercito cornuto», «vendemmiare», e «mietere» a chi che sia per provvederlo di vettovaglia641.

Cinquanta scudi insieme, et altrettante 642:

che somma risuona a noi di danari; né Erminia avrebbe detto spia a persona che desiava farsi benevola:

E se qui ispia forse soggiorni 643;

né al povero Dante sarebbono l’accoglienze in «dimostranze» (che poco altrove e niente quivi significano) state mutate dal Tasso:

Poiché le dimostranze oneste e care 644;

né della testa d’un giovinetto (che egli per più fiate torna a chiamar fanciullo) avrebbe detto quel poeta:

Ei crollando il gran capo 645,

che ci mette innanzi un capone.

Lasciamo stare lo «struggersi di furore» ed il «fondare» per fermare, che son forse di piggior sorte che error di linguaggio:

Morde le labbra e di furore si strugge 646;
Dicea fondar dell’Asia oggi la speme 647;

né le «spalle quadre» dette per lode d’un guerriero, tolte a uno error del Petrarca, il quale è scusabile se non seppe in quelle tenebre della lingua Latina che il quadrato corpo, che preso anch’egli haveva da Latino scrittore, voleva dire di corpo sanissimo e (come si dice) di perfetta complessione:

Bene il conosco alle sue spalle quadre 648;
E a quel petto colmo e rilevato 649;

che anche il «petto colmo» non è un’oca, e poteva così dire gobbo dinanzi.

Replica [149]

Dissi che è difficil cosa, non impossibile, ritrovare nel poema del Tasso un solo aggiunto otioso. Gran fatto che, ricercandosi alla minuta con occhio severo, vi se ne sieno ritrovati due o tre. Nulla dimeno grave e saggio differiscono, percioché grave riguarda più tosto l’huomo esteriore nella pronuntia, nel moto et ne gli atti composti, ma saggio più tosto l’huomo interiore.

Canuto si può divenir prima che vecchio, et per la complessione et per gli accidenti del timore. Et con la vecchiezza non si accompagna necessariamente il pelo bianco; ma il Tasso volse qui dimostrare che Vincilao era tale et parea tale.

Se da gli Academici si pretende ragione in calcato e folto, si può dire che folto riguarda la spessezza dello stuolo, et calcato quel calpestare et quel premere l’un l’altro che nasce dalla spessezza.

Passa il Segretario da gli aggiunti alle voci di sostanza per lussuria d’ingegno, et riputa sinonimi penuria et difetto, però diciamo che quantunque penuria siaomnis inopia rerum, ché principalmente si dice di quelle cose quae in penu recondi solent650. Ma che cosa sia penus habbiamo da Favorino nel libro quarto, capitolo primo:

quae ad edendum bibendumque in dies singulos prandii aut coenae causa parantur, penus non sunt. Sed ea potius, quae huiusce generis longe usionis gratia contrahuntur: ex eo, quod non in promptu sunt, sed intus et penitus habeantur, penus dictae sunt651;

ma defectus è in più larga significatione et s’intende anche delle cose non riposte, come appo Livio, Ab urbe: defectus alibi aquarum circa torridos fontes siti pecorum morientium dedit652.

Adunque la penuria in questo luogo del Tasso riguarda le cose riposte della provisione che poche avanzavano, per ragion di che disse:

E ‘l volgo de’ soldati alto spavento
ha de la fame, che vicina attende 653.

Non disse che ha, havendo occhio al trattenimento di quel tanto rimasto, ma che attende sì per la mancanza vicina delle reliquie del riposto come per la vittovaglia dipredata, che chiama difetto.

Breve per picciolo: disse il Petrarca:

Fu breve stilla d’infiniti abissi 654.

Guardingo o guardigno usò il Boccaccio in significato di avvertito, o come proprio o come traslato. Decameron:

Ma lo discreto arciero amore che per sottile sentiero sotto ‘ntrava nel guardigno animo 655.

Et nel Philocolo:

Delle quali cose, ciascuna per sé et amendue insieme, ti dovean render cauto et guardigno da gli amorosi lacciuoli 656.

Si danna la voce pietoso in luogo di pio, ma assai basta l’autorità del Tasso a dimostrare che pietoso porti seco alla nostra lingua la forza così equivoca, com’ella è, della voce pius. Et che pietoso sia vulgarizzamento di detta voce Latina, significante così la pietà verso Iddio che è culto, come verso gli huomini ch’è misericordia, usò l’una et l’altra Goffredo, liberando il sepolcro con la Città santa et insieme i Christiani tirannizzati nella città.

Se Vergilio disse:

Nec minus Aeneas se matutinus agebat 657,

il Tasso ha potuto vagamente dire:

E porgea matutino i prieghi suoi,
Goffredo a Dio 658;

et anche senza riprensione:

Se parte matutino a nona giunge 659.

Et fabro, voce usata dal Petrarca, perché non vogliono che s’usi più volte, se l’hanno per propriissima? Ma dicanmi di gratia dove ella ha conseguito questo privilegio di non passare in traslato? Et di starsene sempre otiosa in casa sua? Né anche il fabro Ciciliano, quantunque zoppo, se ne stava sempre in un luogo, se non si ritrova spesso il nome traslatamente. E perché non è ritornato altrui bene a farlo, sì come ritornò bene a Dante che disse:

Fu miglior Fabro del parlar materno 660?

Et Cornelio Nepote nella vita di Attico, et Salustio a Cesare de Republica ordinanda, l’un et l’altro disse:

Unus quisque faber est suae fortunae661.

E Cicerone non disse:

Non deesse, si quis adhibere volet non modo ut architectos, verum etiam ut fabros ad aedificandam rempublicam662?

Dove si serve secondo Paulo Manutio del verbo et secondo Ubertino del nome traslato663. Ma è pur certo che l’avverbio si ritrova haver fatto passaggio al traslato et posto per artificiosamente. Plauto nel Poenulo:

exornatus incedit et fabre ad fallaciam 664;

che è quello appunto che dallo avverbio al nome imitò il Tasso:

Gran fabro di calunnie 665.

«Cittadine uscite»: pare strano percioché il men proprio s’è fatto proprio. Dico che cittadino è nome aggiunto, anzi che no, derivato da città; et l’uso sostantiandolo (per così dire) l’ha tirato alla natura del sostantivo, sì come ha sostantiato il bello, il buono et il verde, posto per bellezza, bontà et verdura. Alla stessa guisa villano si deriva da villa, ma non così prevalendo l’uso è rimasta dittione egualmente giunta et sostantiva; onde diciamo il villano et cuor villano. Et chi toglierebbe che, equivocando uscita, non si dicesse: «fe’ una villana uscita»? Ove uscita et villana sarebbono traslati. Così hora perché non sarà ben detto nel proprio dell’uno et dell’altro cittadine uscite?

«Pascere il digiuno», «empire il difetto»: sono metafore così modeste che nulla più. Petrarca:

E ‘l suo difetto di tua gratia adempi 666.

Et sì come il Petrarca tolse da Ovidio nel quarto de’ Fasti «solvere il digiuno»667, così il Tasso tolse dallo stesso autore nel quarto delle Trasformationi «pascere il digiuno»:

Expers undae, et cibi lachrymis pavit ieiunia 668.

Et il Bembo si ha per nulla? Che disse:

Il digiun pasco 669;

et altrove:

L’un pasca il digiun vostro 670;

et l’istesso:

Pascer le gran fami 671;

imitando Propertio:

Aeternamque tuam pascat, aselle, famem 672.

Disse il Petrarca:

Ond’io meravigliando 673,

per maravigliandomi. Ma gli Academici sinistramente chiosano nel testo del Tasso «maravigliando» per ammirando nome, et s’ingannano che egli è verbo, havendosi nella comparatione della fenice:

Stupisce il mondo, et ha dietro et a i lati
maravigliando essercito d’alati 674.

Et vuol dire che essercito d’uccelli va intorno alla fenice maravigliando, cioè maravigliandosi della sua bellezza.

Recare e portare è una cosa istessa. Petrarca:

Non chi recò con sua vaga bellezza
In Grecia affanni in Troia ultima stridi 675.

«Sonare a ritratta», «trincere», «schinere», «lampilli» et «lampilletti»: chi non sa che le figure danno licenza a’ poeti per cagion del suono o del numero, o di scemare una lettera et anche una sillaba, o veramente porvi una per un’altra? Et sarebbe possible che il Tasso havesse scritto «zampilli» et «zampilletti», et che o copisti o stampatori havessero alterato il testo676.

Imperi per comandamenti usò il Tasso ottimamente seguendo l’uso de’ Latini. Appresso Plauto:

Imperium exequi 677;
Imperii alterius servire 678;

Appo Cesare:

Obtemperare imperio alicuius679;

et:

Negligere imperium alicuius 680

Tiranna una femina: gran cosa che quel che conviene alla specie humana senza distinguer sesso si dia anche alla femina. Et, o che si prenda come appo gli antichi in bene (poi che Aristofane chiamò tiranno anche Giove681), o come per lo più in male, non hanno le donne regnato con leggi così giuste come ingiuste? Et essendo così, per che ragione non può etiandio formarsene il traslato come lo formò Montemagno coetaneo del Petrarca682?

Ratto per avverbio: faccisi un cavallo non al Tasso ma al Petrarca che disse:

Ratto come imbrunir veggio la sera 683.

«Donna ricongiungersi con un guerriero», «mostrar la verga», «girarsi dietro immensa coda», «l’espugnator montone», «l’essercito cornuto»: si biasimano tai locutioni che, come equivoci, possano prendersi in mal sentimento. Ma questa è appunto l’oppositione che si fe’ a Dante per haver chiamato il Sole «Lucerna del mondo», dicendosi che nella voce Lucerna si sente il puzzo dell’olio684. Non è dell’epopea scherzare sotto voci amfibologiche, salvo che per irrisione; però non potrà gentile odorato ragionevolmente dolersi di quel traslato di Dante, sì come non può delicato orecchio dolersi di questi luoghi del Tasso, non havendo cosa innanzi né dopo la qual possa render dubbio il lettore di che voglia egli intendere. Così si assicurò Vergilio di dire685:

agitata tumescere 686;

et:

aperit ramum qui veste latebat 687.

Et Dante:

Vien dietro a noi che troverrai la buca 688;

Et:

Se non ch’al viso di sotto mi venta 689.

Et si può conchiudere con Quintiliano che, se vogliamo nel parlare andar con tanto riguardo, niuna cosa potrà dirsi securamente690.

Che l’Isole di Grecia mietano, et che Scio et Creta vendemmino all’essercito Christiano: sono metafore oltr’ogni credere bellissime et rare. Come se si dicesse per modo miserabile et per dar principio infausto che le donne Greche allevino le fanciulle a riempiere il serraglio del Turco, et che i miseri padri i fanciulli altresì a moltiplicare il numero de’ Giannizzeri.

«Cinquanto scudi insieme, et altretante»: «spade» segue il testo. Ma il Segretario cautamente tacque «spade» per non fare che si distinguesse l’equivico de’ scudi.

Vafrino egli stesso, prima che parta dal campo Christiano, si vanta di andare in Egitto per ispia et si gloria di esser sopra ogn’altro eccellentissimo in tal mestiero. Et gli Academici vogliono che egli si sdegni che Erminia lo chiami spia. Et nelle guerre non è egli solito di mandar huomini di valore ad ispiare? Non n’habbiamo essempio appresso Cesare et altri scrittori?

Il Tasso accortamente usò la voce «dimostranze», non in cambio di «accoglienze» dette poco di sopra, percioché accoglienza è dalla parte de gli amici che Rinaldo ritrovò nel campo:

E verso gli altri poi lieto converse,
la destra e ‘l volto a l’accoglienza amica 691.

Ma dimostranze esplican gli atti et le parole cortesi che usò egli all’incontro delle accoglienze fatteli da gli amici:

Poiché le dimostranze honeste e care
con quei signori egli iterò più volte 692.

Nel «crollar del gran capo» si scherza fuor di proposito.

Che cosa vieta che un giovinetto di corpo grande habbia più dimensione ch’altr’huomo di maggior età et di minori fattezze? Ma vien detto forse senza l’essempio di Vergilio? Non disse questi delle fattezze altresì di Pallante: [p.299]

Et pectus perforat, ingens 693?

Non soggiunse:

Rapiens immania pondera balthei 694?

Et tutta volta lo nominò fanciullo:

Pallantis pueri 695.

Ma che differenza si fa da «struggersi di furore» a «distruggersi d’ira» che disse l’Ariosto in persona di Rinaldo696, essendo l’ira brieve furore?

Et se ‘l Petrarca disse:

Fondare in loco stabile sua speme 697,

perché al Tasso non è lecito dire:

Fondar de l’Asia hoggi la spene?

Infarinato [149]698

Non ricercandogli minutamente ma aprendo il libro a caso due volte sole per accertarsi del vostro detto (se fosse vero), quegli Epiteti ritrovammo. I quali non esser quivi oziosi, non vien provato perché si pruovi che grave e saggio, canuto e vecchio significhino quattro cose, perocché dicono gli Accademici che al bisogno del concetto bastavan due, cioè saggio e vecchio, e che grave e canuto vi seggono scioperati. Se ‘l Petrarca disse «or grave e saggia», a lui non s’era dato quel vanto della parcità degli aggiunti; e se altrove «muovesi il vecchierel canuto e bianco»699, cui altri adducono contr’alla Crusca700: il bianco vista per pallido, o per lo spavento del gran viaggio, o per mostrarlo non pur vecchio ma decrepito e quasi esangue.

«Ogni calcato stuolo è folto»: addunque il «folto» vi s’aggiunse senza bisogno.

L’argomento dell’etimologia non è valevole a provare il senso delle parole. Onde, dicendosi da voi medesimo che penuria eziandio in latino est omnis inopia rerum, riesce vano tutto ‘l restante che ragionate del difetto e della penuria.

Del breve in vece di picciolo: vedete la mia risposta all’Apologia alla centoventinovesima faccia, e vi sgannerete701.

Guardingo, che dite leggersi nel Decameron del Boccaccio, non è in quel libro né vi fu mai (cheché si dicano i vocabolisti); e il Filocolo in questi affari non è scrittura d’autorità né s’accetta per autentica dagli ‘ntendenti.

Nel Laberinto702, che non si nomina nella replica, non istà in forza di cauto.

Che pietoso non vaglia ciò che val pio: oltr’a quel che nella risposta all’Apologia alla faccia centotrentesima sene ragiona pur da me stesso703, da un amico degli Accademici in un suo libretto soprabbondevolmente fu dimostrato704. E poiché questo mio, che doveva prima uscir fuori, è per gli accidenti ch’io vi scopersi sotto alla vostra replica settanzettesima indugiato a vedersi fino a quest’ora, alle cose dette da lui in quel luogo vi rimettono gli Accademici per questa parte. Leggerete addunque le considerazioni del Fioretti alla carta di numero quarantacinque, e lasceravvi ogni dubbio705.

Sì come di dubbio vi caverà per conto del mattutino alla carta cenvenzettesima la predetta mia risposta all’Apologia706. E quanto pertiene all’autorità, ella non solamente nelle cose di che Orazio ci ammaestrò, ma nell’uso delle parole vien limitata, eziandio in maggior poeti e molto più autorevoli che oggi il Tasso non è.

Così nello stesso libro alla carta di numero centrentadue707, di ciò che da voi e da altre persone vien allegato a pro del traslato fabbro, ritroverrete gli scioglimenti. Che né il Ciciliano fabbro ancora (quantunque zoppo) non istesse ognora nella fucina è vero; ma vedete bene bel viso ch’e’ ne cavò, e ciò che avvenne qualche fiata allo scempio del non badare a casa e del non attendere a bottega com’e’ doveva.

Il Privilegio ottenne quella parola (credo) in maremma dalla Befana708. Non ci ha insegnato Orazio chi è quel Principe e quel gran Signore che i sì fatti privilegi dà e ritoglie quando gli aggrada709?

Delle «cittadine uscite» dette per l’uscite della città, niuno v’avrebbe saputo risponder meglio che per voi medesimo vi facciate, col bello esemplo delle (come le nomate) villane uscite. Le quali, se parrà mai a chi legge la vostra replica che per uscite della villa dir si potessono senza far ridere i circustanti, abbiate vinto, ch’io mene acqueto.

«Empire il difetto»: affermate che sia ben posto, perché ‘l Petrarca disse: «E ‘l suo difetto di tua grazia adempi». Che debbo risponder qui?

Del «pascere il digiuno» per satollarsi: i Latini esempli non argomentano in questa lingua. Nella Latina aveva l’uso introdotti e approvati quei favellari, ma nella nostra non son passati. E se ‘l Bembo gli adoperò, fu di tanto merito nell’altre cose del volgar nostro che poté prendersi quella licenza; ma tanto modesto allo ‘ncontro che si contenterà d’averla usata egli senza concederla altrui. Il solvere e rompere, per lo contrario, niente di sconcio non ha in sé, né so vedere a che fine sene faccia motto da voi, posciaché il solvere il digiuno od il romperlo è quasi un (direm così) disgiunare; onde il Toscano desinare è stato detto per avventura.

«Maravigliando»: dite che non mica per ammirando, come gli appongono gli Accademici, ma sta per maravigliantesi e che è verbo, non come dal Segretario si chiama nome. Ecco i versi:

Stupisce il Mondo, et ha dietro et a i lati
maravigliando esercito d’alati.

Esercito maravigliando, cioè esercito che si maraviglia: così il comento vien dichiarando degli avvocati del dialogo fatto da voi. Che se mai si sentì in questa favella la più piacevole esposizione, dicalo chi piace a loro. Come domine che «Io ho dattorno uno esercito maravigliando» voglia dire «Io ho dattorno uno esercito che si maraviglia»? Chi non conosce che in quel luogo «maravigliando» per altro che per ammirando e per ammirabile non poté prendersi dall’autore? Ed egli nell’Apologia tacendo, non l’acconsente?

La differenza tra recare e portare è questa: che recare si dice di quelle cose che da più lontano luogo si partono e s’avvicinano dove siamo, o dove pognamo d’esser noi. Ma portare di quelle, allo ‘ncontro, si può dir proprio che dalla parte movendosi dove noi siamo, o dove d’esser facciam ragione, si fanno da noi più lontane. Non dimeno portare in vece di recare è posto pure alle volte, ma recare per portare né favellando né scrivendo (e rivolgansi pure i vocabolisti) non s’usò mai da alcuno che pur mezzanamente intendesse la forza del parlar nostro. Né ci ha forse cosa più ferma in tutto ‘l linguaggio, né che manco sofferi eccezione. E se ‘l Petrarca disse:

Non chi recò con sua vaga bellezza
in Grecia affanni, in Troia ultimi stridi 710;

sì il fece il poeta, perché non essendo egli né nell’un luogo né nell’altro, fece sempre conto d’essere in quello ch’e’ nominava di mano in mano. Ma che chi si truova, per via d’esemplo, in Vinegia, né di Vinegia debba partirsi, consegni (diciamo) una lettera a chiché sia e gli dica: «reca questa lettera a Napoli», e non muova a riso gli ascoltatori, non potrà giammai avvenire.

«Sonare a ritratta» in vece di sonare a raccolta: affermate che può difendersi per una di quelle figure che, per cagion del suono o del numero, scemano talora una lettera o una sillaba, o pongonvi una per altra. E quale è la lettera o ver la sillaba, o tramutata o scemata, che cangia raccolta in ritratta? Che strane bevande ci sarebbon fatte ingozzare, se bevessimo così grosso come bisogno avrebbe la vostra causa, tuttoché di voi aver non potesse più valente difenditore?

«Trincere» per Trincee; «schinere» per ischinieri; «rampilli» e «rampilletti» per zampilli e per zampilletti: non si possono salvare anch’eglino con la scusa di tai figure. Sì perché ‘l Toscano Idioma, e rade volte, dà luogo a queste figure e quando pur le riceve, non licenziosamente come i Greci e i Latini, ma l’adopera con tal modestia, ed è sì leggieri il tramutamento, che quasi nullo può riputarsi. Sì perché dove stanno in quell’opera, niente rilieva al numero né al suono né alla rima che più scorrette che nella diritta e vera lor forma si pronunzino quelle parole. Senzaché sono elleno cotali, per la più parte verso di sé, che non pur ne’ luoghi dov’elle stanno ma in niuno potrebbono essere dove giovar potesse ad alcuna cosa l’averle trasfigurate in quella maniera.

E qual cagione potrebbe mai accadere che di zampilletti con rampilletti, di zampillare con rampillare, fosse giovevole il far lo scambio? Per certo belle figure sarebbon queste. Così tutte le parole potremmo esprimere senz’alcun riguardo della lor forma e poi dire elle son figure. E il pane chiamar cane, la madre padre, e il corpo porco, e lo scorgere sorgere, ed il mutare murare, e tutte l’altre per simil guisa. Quanti esempli (per fede vostra) eziandio appo i Greci pensereste voi di trovarne di questi fatti tramutamenti? Di vocaboli (dico) ne’ quali la prima lettera con altra lettera si mutasse? E poi come sempre ch’al Tasso convenne esprimer quelle parole, gli fu a uopo quella figura, e non pure i rampilli ma rampillare e i rampilletti, e non mai zampillizampillettizampillare, si truova scritto nel libro suo? Che esser potessono error di copie non si contrasta, ma gli Accademici, trovandogli in quella guisa in tutte le stampe, eziandio rivedute da amici dell’autore e da lui medesimo ancora, non lo potevano indovinare. Né anche credono che voi, che lo ci mettete in considerazione, il crediate.

«Imperi» per comandamenti: come vocabolo forestiero, cioè Latino, avrebbe il Tasso potuto usare, se nell’altro significato non fosse tanto domestico al parlar nostro; e tanto a questo non avessimo avvezze le nostre orecchie che l’altro, come la pruova ci manifesta, non potessima pur tolerare. Il che dello οὐρῆας e εὐειδές e del ζωρότερον non è da creder che intervenisse711.

«Tiranna feminil voce è ben detta» (da voi si replica) «perché quel che conviene alla specie umana senza distinguer sesso si dà ancora alla femmina, e perché hanno le donne sì come gli huomini regnato con giuste o ingiuste leggi»: Così diremo uno strego, una paggia, una soldata, una negromanta.

Ratto per avverbio: facciasi (dite voi) un cavallo non al Tasso ma al Petrarca. Ma il cavallo è bell’e fatto, e darallo (non farallo) a chi voi vorrete il Fioretti nella settantesima carta del libro suo712.

«“Donna ricongiugnersi con un guerriero”, “mostrar la verga”, “girarsi dietro immensa cosa”, “l’espugnator montone”, “l’esercito cornuto”: si biasimano» (soggiugnete) «tai locuzioni che, come equivoche, possono prendersi in mal sentimento»: e conchiudete, sentenziando contro alla Crusca, sì fatti diri non aver cosa innanzi né dopo, la qual possa render dubbio il lettore. Ma stimo che vi ‘nganniate, perché non si biasimano come equivoche che possan render dubbio il lettore, ma come equivoche che a sentirle immantenente muovono a riso.

Ma ponendo che sieno ambiguità che possan far dubbioso il lettore, come affermate ad un’ora, ciò essere appunto l’opposizione che della lucerna del Mondo fu mossa a Dante, da chi ebbe troppo schifo odorato? Dov’ha l’equivoco nella lucerna? Qual chiamate voi ambiguo in quella metafora? Che vi sentite, che vi conoscete voi dentro, che possa far nascer dubbio di sentimento a chi legge? Si mette in pericolo (ho per costante) ch’e’ non si creda che d’una propria e vera lucerna, si favelli quivi da quel poeta.

Del vendemmiare e mietere a chiché sia per provvederlo di vettovaglia: pure al Fioretti all’ottantunesima carta del suo libretto713.

«Cinquanta scudi insieme, e altrettante» e ciò che segue: al medesimo alla carta ottantasettesima714. E qui solamente risponderovvi che nel vero non può negarvisi che non abbiate scoperta la malizia del Segretario nel fatto di quelle spade, le quali aveva egli sapute sì ben nascondere che dal fistolo e lui infuori niuno l’avrebbe mai ritrovate.

Se dell’avere Erminia detto spia a persona amica: sien buone le vostre scuse e quelle d’altre persone che si producono a pro del Tasso e al Fioretti, come di sopra, alla carta novantunesima715. Né altro qui ci s’aggiunga se non che, l’essersi quel Vafrino per se medesimo dato quel titolo a operare il simigliante, non doveva muovere altrui, perocché tutti diciamo di noi medesimi volontariamente assai cose che, se dagli altri ci fosser dette, a onta le prenderemmo e studieremmo di vendicarcene.

Del differente valore della parola accoglienze e del vocabolo dimostranze: non si nominando da voi il vocabolista che lo dichiara, ci appelliamo dalla sentenzia e torniamo a dire il medesimo, che dimostranze in questa favella, altrove quasi niente e nel luogo dove l’adopera il Tasso, significa pur niente ma senza quasi. Servesi bene il parlare sciolto nel sentimento che dar vorreste alle dimostranze della parola dimostrazioni.

Del «gran capo» posto dal Tasso d’un giovinetto, cui spesso torna a chiamar fanciullo: se dicendosi dal Segretario che ci rappresenta un capone si scherzi senza proposito, sì come assai apertamente senza mandarloci a dire, ci ricordate voi in nostra presenza, vi risponderò solamente che il proposito consiste tutto in una certa proprietà, per la quale niuna Toscana orecchia avrà fatica a comprendere che leggiadra cosa ci metta innanzi quel favellare «ei crollando il gran capo», se già non si parlasse d’alcun gigante. Ma sentirà, senza punto avere a pensarvi al semplice suon di quelle parole, racchiudersi in quel gran capo un certo che di spiacevole e di noioso, e che con una certa nascosa forza ci renda odiosa la persona di chi si parla. Il che, né del gran petto né d’altra parte della persona, per quello che a me ne paia, non avviene in modo veruno. «ἐκ εῖνος δὲ τοῦτο ἠγνόει», disse quel prode huomo, che voi sapete. ἠγνόει (dico) di chi lo scrisse, ed in questo è degno di scusa716.

«Struggersi di furore»: volete che sia ben detto, perché l’Ariosto disse «struggersi d’ira». Egli è il vero che l’una e l’altra è passion calda, ma il furore è tanto più ardente e tanto più fiero che la lentezza dello struggersi non ammette in alcuna guisa. Ma sentevisi appunto quella freddezza che dal Greco retorico nello strombettar fu notata, posto secondo forma di traslazione per lo tonar, che fa ‘l cielo con troppo notabile abbassamento del significato del proprio verbo717. Sarebbe addunque lo struggersi propria metafora del disiderio, l’avvampar dell’ira. Al furore converrebbe forse il disfarsi, o se altro verbo trovar si possa di più forte significanza.

«Fondar la speme» disse ottimamente il Petrarca per dare alla speranza principio stabile; male il Tasso, per lo contrario, per confermar quella ch’era non pur fondata gran tempo innanzi, ma ampliata e fortificata in gran parte. E così dissono gli Accademici fin da principio, se le parole della lor chiosa, che soprastanno alla vostra replica, non si trasformano per via d’incanto. Ma leggete il Fioretti alla carta novanzettesima nel proprio luogo718.

Nelle spalle quadre e nel petto colmo, detto per lode d’un capitano719, vi par bene (se volete dir vero) che pur troppo bella opportunità vi si presti di dare una spogliazza, non che un cavallo, al Segretario dell’Accademia. Il quale, con una furia grandissima di medici, d’umanisti e di libri scritti in gramatica, vi fate venire innanzi all’esamine. A cui, perciocché intende di voler rispondere esso medesimo e di fare i fatti suoi egli stesso, non mi ci voglio io impacciare, ma del predetto ragionamento che fate insieme in questo spezial luogo esser semplice copiatore720.

PELLEGRINO: Difendono gli Accademici gli errori inescusabili dell’Ariosto, poeta forastiero.

SEGRETARIO: Non hanno l’Ariosto per forestiero, avendosi egli – e per lo merito della lingua e per la notabile affezione che mostrò sempre alla patria loro – il privilegio della Fiorentinità acquistato. Ma quando per forastiero il tenessero, hanno la mira alla verità senza riguardo d’amore o d’odio.

PELLEGRINO: Et allo ‘ncontro accusano il Petrarca poeta Fiorentino—

SEGRETARIO: Anzi lo scusano da quell’accusa che da qualche dialogo, simile a quelli che presso al vostro sono usciti in questa materia, e che non poteva stare a venire in campo (poiché si vede che n’è andazzo721), temevano gli fosse data.

PELLEGRINO: —in cosa dov’egli non ha commesso fallo niuno.

SEGRETARIO: L’ha commesso ma senza sua colpa.

PELLEGRINO: Veggasi per ciò, come dirittamente possono far giudicio della Gerusalem liberata e del mio dialogo, che contiene le lodi di quel poema e per conseguenza quelle del Tasso, persona a loro odiosa.

SEGRETARIO: Ma se addietro e innanzi siete tornato a ripeter parecchi volte che ‘l Tasso mai non gli offese, come così ora vi contraddite?

PELLEGRINO: Il Segretario, con tutto il privilegio della cittadinanza, si attraversa per bocca Francesco Petrarca con dir ch’habbia errato nel senso delle spalle quadre per convincere di errore il Tasso che, imitandolo, abbia detto il medesimo nello stesso senso—

SEGRETARIO: E questo che sillogismo sarà? Ciò che s’è fatto dal Tasso, l’ha anche fatto il Petrarca; addunque il Tasso ha errato. Che direbbe qui Bianciardino722? Io per me mi credeva che ciò valesse a scusare non a convincere il Tasso. Vedete s’io era addietro co’ predicabili.

PELLEGRINO: —scusando il Petrarca che inciampasse per caminare nelle tenebre della lingua Latina del suo secolo.

SEGRETARIO: Questo «caminare» voi lo ci aggiugnete di vostro. Il Petrarca nacque bene nelle tenebre della lingua Latina, ma le discacciò in tal guisa che per poco abbiamo a riconoscer da lui la chiarezza in che ella si ritruova ne’ tempi nostri. Or parvi così gran fatto e sembravi sì grande accusa, e che facciano al Petrarca così gran frego in sul viso, quelle parole che egli una minuta cosa intorno al sentimento d’una Latina voce non intendesse in quel secolo, nel qual Dante stesso – che fu un miracolo di natura e un vaso d’ogni scienza, e di Terenziο e di Vergilio esprimendo alcuna volta alcun luogo – nelle predette tenebre manifestamente inciampò nel divinissimo poema suo?

PELLEGRINO: Descrisse il Petrarca le spalle di Vespasiano, havend’occhio alla statura di lui descritta da Suetonio, il quale, poiché ha proposto nell’argomento (o titolo che dir vogliamo) di parlar di due cose, cioè de statura corporis, et membrorum, ac valetudine eius723. Viene in quel capitolo a parlar prima dell’una—

SEGRETARIO: Facciam bene un gran fondamento sopr’a quel titolo. Credete che io non sappia che voi sapete meglio di me che cotali cose non furon manifattura degli scrittori, ma le vi hanno aggiunte i Gramatici?

PELLEGRINO: —dicendo: «Statura fuit quadrata, compactis firmisque membris»724, che appertiene tutto alla forma et alle dimensioni del corpo.

SEGRETARIO: «Io non vi voglio quella coda, io non vi voglio quella coda»725. Togliete via quella forma e quelle dimensioni, acciocché sopra non vi si fabbricasse qualche chimera, e lasciate statura nel grado ch’ella si truova; ovvero dite: statura è corpo semplicemente, e vel farò buono.

PELLEGRINO: E dell’altra, cioè della sanità, parla appresso diversamente, seguendo: «Valetudine prosperrima usus est»726, et l’altro. Beroaldo – huomo di molta lettione e di cui richiesto Pico a dar giudicio rispose che gli pareva che fosse una libraria viva la qual parlasse727 – così espone in quel luogo: «Observavimus curiose apud Celsum, et Columellam, staturam quadratam dici, quae neque longa, neque brevis sit, sed inter utramque [p.313] temperatam»728.

SEGRETARIO: E che volete voi conchiudere con questa diligentissima osservazione che si fece in due libri dal Beroaldo intorno al senso d’una parola che vi si truova forse tre volte? In che pare a voi che contrastino alla mia chiosa coteste parole del Beroaldo, posto che senza eccezione si dovessono in tutto accettare? Il che non di manco non è da farsi. Perciocché, non solamente nella lunghezza e nella cortezza, ma nella sottigliezza ancora e nella grossezza, a bene esprimere il nome quadrato ci si richiede la moderanza, secondo che dichiara poco di sotto Cornelio Celso, ed essa cosa di che si parla e i Greci che la descrivono.

Statura quadrata appo Suetonio vale statura perfetta. E perfetto, cioè che non abbia né eccesso né mancamento in alcuna parte, significa per metafora in Latino il nome quadratum, come fa appunto appo i Greci la parola corrispondente, cioè τετράγωνον, la quale trasportando dal concetto, cui ell’è propria, la davano per aggiunto ad huomo e dicevano ανήρ τετράγωνος, huomo quadrato. E per quadrato intendeano perfetto in virtù e in sofferenza massimamente. Della qual metafora fece menzione Aristotile nel terzo della Retorica729; e nel primo dell’Etica sene servì egli stesso «huomo tetragono», cioè quadrato, chiamando quello che fosse del tutto buono e d’ogni avversità sofferente730 731.

Nel qual luogo favellò in parte con le parole di Simonide, poeta lirico che nel Protagora aveva prima addotte Platone: «ἄνδρα ἀγαθὸν μὲν ἀλαθέως γενέσθαι χαλεπὸν: χερσίτε, καὶ ποσὶ νόω τετράγωνον ἄνευ φόγου τετυγμένον»732. E imitollo Dante nel diciasettesimo del Paradiso, adoperando la stessa parola greca là dove disse, ragionando con Cacciaguida:

Dette mi fuor di mia vita futura
parole gravi, avvegna ch’io mi senta
ben tetragono a i colpi di ventura 733.

E Dionigi Alicarnasseo lo tirò anche alle dottrine e alle scienze, dicendo che Anassimene Milesio, in tutte le nobili arti e professioni, si dispose d’esser «tetragono», cioè perfetto734.

Qual sia la cosa, dalla quale come da propria si trasporti ad altra il nome tetragono, diversi ne favellano diversamente. Perciocché alcuni estimano che sien quei numeri che dagli Arimmetici e Pitagorici si pongono come perfetti. De’ quali, quistionandosi da Plutarco e affermandosi il primo tetragono essere il nove per lo comporsi di terna (dirò così) e perfettissima trinità, conchiude che così dee l’huomo ingegnarsi d’esser «tetragono», cioè quadrato, e aggiugnevi «περιττὸν»735, che nel volgar nostro suona eccellente736.

Altri riconoscono la traslazione dal corpo di quattro facce, quasi il sì fatto in qualunque modo egli caggia, venendo sempre a spianarsi, si fermi subitamente. Ma questa pare assai più sforzata e contrastante all’altra metafora, che dalla rotondità allo ‘ncontro trasporta l’epiteto a cose perfette, secondo che disse Oratio:

Fortis et in se ipso totus teres, atque rotundus 737;

e l’autore de’ versi De viro bono:

Iudex ipse sui, totum se explorat adunguem,
quid proceres, vanique ferat, quid opinio vulgi,
securus: mundi instar habens, teres, atque
rotundus 738.

Ma venga donde si voglia il trasportamento. Basta che τετράγωνος appo i Greci e quadratus appo i Latini, che appunto gli corrisponde, quando come traslati s’aggiungono ad altro nome, altro non vagliono mai che perfetto.

Ora dissero e dicono gli Accademici che ‘l Tasso in quel verso:

Bene il conosco alle sue spalle quadre,

(lasciamo star la proprietà) mostrò di credere, come fece anche il Petrarca, che nella statura quadrata appo Suetonio statura significhi di forma di quattro facce, cioè nella quale la forma del corpo di quattro facce appaia massimamente. E che fu loro cagione di questo ‘nganno il non sapere che quadratum corpus, che disse Cornelio Celso, significa corpo sanissimo e di perfetta complessione; che se ciò non si fosse nascoso loro – tuttoché trovato avessero il già detto epiteto col sustantivo nome statura, che della quadrata forma è capace – non si sarebbono mai fatti a credere che in proprio senso, e non in traslato, il quadrata dovesse prendersi da chi leggeva. E del mancamento di tal notizia affermarono essere stato il Petrarca degno di scusa per l’esser vivuto in quel tempo.

PELLEGRINO: Apporta (intende il Beroaldo) l’autorità di Columella e appresso quella di Celso dove sono le parole del Segretario:

Corpus habilissimum quadratum esse, necque gracile necque obesum, nam longa statura, ut in iuventa decora est, sic matura senectute conficitur. Gracile corpus infirmum, obesum hebes est739.

SEGRETARIO: Queste parole di Celso così si deono esporre, avendo egli detto: «Longis morbis senectus, acutis adolescentia magis patet», soggiugne: «Corpus autem habilissimum», etc740. Ma quadrato, cioè perfetto, cioè sanissimo, tra tutti gli altri è quel corpo, il quale è abilissimo, cioè attissimo all’operazioni, e non è né gracile né obeso, cioè né sottil né grosso, ovvero né magro né grasso. E perché per «gracile» intende sottile e lungo, e per «obeso» grosso e corto, viene a soggiugnere immantenente «nam longa statura» col rimanente che segue appresso741. E che vi pare che abbia a far qui il quadrato, ovvero il rotondo? Vi sembra forse che ‘l corpo che sia mezzano tra lungo e corto, e tra magro e grasso, ci rappresenti quadrata forma più che gli altri d’altra figura? Fermamente ciò non è vero; anzi avrà il magro sicuramente più del quadrato, posciaché dalla carne si viene a fare il rotondo, e l’ossatura senza la carne si riduce quasi al quadrato.

PELEGRINO: Conchiude Beroaldo:

Igitur Tranquillus significare volens Vespasianum fuisse neque procera neque brevi statura sed inter media, eleganter dixit quadrata742.

SEGRETARIO: Che vedete voi in questa conclusione che favoreggi la vostra parte? Dice che volendo significar mezzana statura tra lunga e corta, leggiadramente disse quadrata. Ma quadrata, come s’è detto, vuol dir perfetta. E disse «leggiadramente» per cagion della traslazione. Imperocché: che leggiadria avrebbe in sé quel parlare, se alla quadrata forma rivolta avesse la ‘ntenzione? A me certamente parrebbe egli uno scherzo assai quadro e ch’avesse insieme del tondo.

PELLEGRINO: Così Galeno nel terzo delle cagioni de’ polsi a capitolo 10743, e nel primo del presagio de’ polsi a capitolo 3744, pone il corpo quadrato fra il gracile e il corpulento.

SEGRETARIO: Sappiate, Signor Pellegrino, che i traslatori di Galeno ci hanno ingannati, e che in niuno de’ luoghi che allegate non vi si legge (non dirò il nome quadrato che, essendo Latina voce, si sa che non vi può essere) il Greco vocabolo che del quadrato è corrispondente, cioè tetragono. Havvi bene un vocabolo che significa di perfetta corporatura (il che è tutto contr’a di voi) e sonerebbe nel parlar nostro (e così in piano volgare gli dicono) bene impastato. Il vocabolo è ἔυσαρκως. E con esso v’è anche σύμμετρος, che misuratamente complessionato si potrebbe dirittamente volgarizzare in quel luogo e in altri dove si truova appo lo stesso autore, sicome nel libro dell’ottimo divisamento ovvero ordine del nostro corpo745, et in quello della perfettissima sanità746. Secondo che l’altro, cioè ἔυσαρκος, nel predetto medesimo sentimento si legge spesse fiate nelle sue opere, e in quella delle complessioni spezialmente, dove così appunto ne lasciò scritto nel primo libro:

lodano gli huomini una certa statua di Policleto chiamata il «regolo», così nomata per l’avere in essa di tutte le parti appunto la dovuta corrispondenza l’una con l’altra. Ma è in ciò che ora cerchiamo altro di più che in quel regolo, essendo colui che in cotal guisa sia ἔυσαρκος (e aggiugnevi il traslatore in Latino: «ovvero quadrato»), non solamente dell’umidità e della secchezza, della caldezza e della freddezza riposto appunto nel mezzo, ma nella forma di fuori ancora, avendo ottenuto il perfetto 747.

Eccovi che la parola ἔυσαρκος che – secondo che avete posto è in significanza la medesima che quadrato – per dichiarazion di Galeno, la concordanza e la dovuta proporzione degli umori denota principalmente. E l’altra cosa, cioè la forma che appar di fuori, è secondariamente espressa da quella voce.

PELLEGRINO: Il Petrarca dunque, considerando quella analogia tra le spalle d’un corpo così formato e tra esso corpo, che è tra il quadro et il quadrato in cui il Geometra ritruova il quadro, chiamò «quadre» le spalle di Vespasiano. Et in questo sentimento di forma venne imitato dal Tasso.

SEGRETARIO: In ciò fece egli come coloro i quali, non potendo imitargli in veruna delle virtù (come confessò nell’Apologia egli stesso), s’ingegnano di somigliare i gran principi in qualche difetto; se un solo per isventura ricercandone con diligenza, ne sanno trovare in alcun di loro. Erano in quelle rime semila cose, anzi pur tutte da questa infuori, perfette in sovrano grado; inimitabili sì, ma le quali per tutto ciò cercar dobbiam d’imitar.

PELLEGRINO: Tutto che si potrebbe dire aver questi avuto occhio alle late spalle d’Enea, vestito di pelle di leone appresso Vergilio748, il quale ebbe occhio altresì alle parole d’Ercole leonicida ma più modeste appresso Teocrito749.

SEGRETARIO: Questo che ha che far con la cosa di che si tratta? Qui si parla di spalle quadre non di larghe. Se l’avesse descritte larghe, non ci sarebbe questa contesa.

PELLEGRINO: S’abbagliò il Segretario nel testo di Celso nella parola habilissimum, e ne fu per avventura cagione quel che precede nello stesso luogo, capitolo 2, libro 2:

longis morbis senectus, acutis adolescentia magis patet, corpus autem habilissimum quadratum est750.

Credette egli, parlandosi d’infermità, che quello habilissimum per la particella autem stesse per sanissimo e di perfetta complessione.

SEGRETARIO: Già vi s’è mostrato che non dalla nostra parte è stato l’abbagliamento, e che le parole di Celso non si posson prendere in altro senso che come l’ho prese e le prendo io, e ogni altro che le ‘nterpreti dirittamente.

PELLEGRINO: Celso intese quadrato di forma—

SEGRETARIO: Non tanto Celso e Tranquillo, di che già (penso) siate sgannato, ma ned eziandio Columella – dove non pure i buoi ma anche le galline chiamò quadrate e di quadrate diede lor titolo – non pensò mai a forma quadrata, ma sempre intese di perfetta corporatura. Eccovi i luoghi copiati appunto:

Parandi sunt boves, novelli, quadrati, grandibus membris, cornibus proceris, ecc751.

Così nel primo capitolo ci lasciò scritto del sesto libro. Il primo ricordo è la gioventù nella parola «novelli»; il secondo la sanità nel nome «quadrati»; il terzo la forma del corpo in ciò che seguita immantenente: «grandibus membris, cornibus proceris». Vedete quanto ordinatamente procedono le sue parole secondo la nostra interpretazione? La quale esser vera senz’alcun dubbio si chiarisce ancora assai più per l’aggiugnere egli subitamente al «quadrati»: «grandibus membris». Perciocché, se per quadrato corpo dovesse intendersi il mezzano tra grande e piccolo (come vorreste persuaderne), avrebbe contraddizione in quel favellare. De’ buoi sia il corpo quadrato, cioè mezzano tra grande e piccolo, e abbiano grandi le membra della persona.

Per la qual cosa convien tornare a conchiudere che l’epiteto di quadrato, usato per traslazione, significa sempre perfetto in quel genere di bontà, nel qual la perfezione è riposta di quella cosa che vuole esprimersi nel soggetto ragionamento. E perché, quando si parla di sanità, si favella di cosa interna e che non si vede per se medesima, i Medici (dove ne trattano) cene danno quei contrassegni che la ci posson manifestare. I quali nel corpo umano son quella mezzanità tra la grossezza e la sottigliezza, tra ‘l grasso e ‘l magro, tra ‘l lungo e ‘l corto, che da Galeno e da Celso e dagli altri fisici è stata posta ne’ libri loro; così ne’ buoi allo ‘ncontro le membra grandi e formate, col rimanente che ‘n quel capitolo partitamente si ragiona da Columella. E se poi nell’ottavo libro, favellando delle galline, non vi pose così gran cura e coi contrassegni di essa in nominandola confuse la sanità, ciò fece egli per avventura, perciocché era anche in sé la cosa di minor pregio, e di niente al lettore per quel poco d’allentamento di diligenza si diminuiva il profitto.

PELLEGRINO: —e gli diè predicato di habilissimo, attissimo, vigoroso, per sentimento non lontano a quel di Vergilio: «Atque habilis membris venit vigor»752, esprimendo presente attitudine ad ogni azione negata, tam gracili quam obeso corpori. In mezzo a’ queli si pone il quadrato—

SEGRETARIO: A bell’agio con quello «habilissimo» per predicato. Io v’ho detto (e anche ve l’ho mostrato in maniera che sarebbe ostinazione il negarlo) che tutto altrimenti sta questo fatto che come da voi si divisa; e che habilissimum, il qual per lo predicato si determina dal vostro dire, è il soggetto senz’alcun fallo; habilissimum (dico) con quell’altre accompagnature che gli son date dall’autore, cioè neque gracile, neque obesum; e quadratum, che per lo soggetto si pon da voi (il contrario dirittamente di ciò che mostra che giudichiate), è ed ha luogo di predicato in quel favellare.

PELLEGRINO: —inferendo (questo sì) mantenimento et preservatione di sanità, come spicca dalla ragione che soggiunge: «nam longa statura» et l’altro.

SEGRETARIO: E qui pure scambiate quel che s’inferisce con lo ‘nferente, poiché dobbiam parlare in sì bel linguaggio. E che ci abbia lo scambiamento, vel feci dianzi dir da Galeno nel luogo che si produsse del primo libro che delle complessioni si legge di quel Filosofo.

Ora io mi credo d’aver provato bastevolmente che quadrato corpo, secondo che nella chiosa fu scritto dal Segretario, significa corpo sanissimo e di perfetta complessione; e che, avendo il Tasso con l’imitar nelle spalle quadre il Petrarca fatto conoscere apertamente che non intendeva quel sentimento, aveva commesso fallo; sì per l’essergli stata nascosta cosa che esser nascosa non gli doveva; sì per l’avere usato in questa favella un modo di dire che solamente a sentirlo eccita riso negli ascoltanti, senza che anche si fermino molto a guardarlo.

E siene questo argomento: che le medesime fattezze s’attribuirono per giuoco dal Firenzuola alla dama sua: [p.323]

E le spalle si possono agguagliare
a due balle di fogli fin da Colle,
che sien messi in Dogana a sgabellare 753.

Volendo darci ad intendere che le spalle di quella sua bella donna eran quadre, alle quali (sempre ch’io ritorno a legger quel verso) mi sembrano rappresentarsi del tutto simili quelle di Guelfo da colei che lo contrassegna754.

E che fallasse il Tasso in questa notizia, poteva io senza dubbio fare anche senza provarlo, posciaché esso medesimo nell’Apologia il confessa. E sono queste le sue parole:

Solo pel Petrarca si potrebbe dire ch’egli volle intendere il medesimo che sogliamo intender comunemente, quando per huomo quadrato, per complession quadrata noi intendiamo huomo perfetto, complession perfetta; ma il significò in quel modo che significano alcuna volta i Latini prendendo la parte pel tutto. Ma se pur fu errore fu errore non dissimile a quel di Virgilio, il qual visse nella luce di tutte le lingue e disse inarine, facendo un nome solo del nome Greco e della proposizione. Ma questi errori, ch’hanno acquistata auttorità, sono stati seguiti da molti per riputazione, com’avviene degli errori de’ Principi; né si dovrebbon seguire, se ci fosse nelle lingue altro che la reputazione. Ma s’elle non sono per natura, forsi non c’è altro 755.

Ma che direte voi s’io passerò più avanti, e farovvi restar capace che ciò che da voi s’è prodotto a sostentamento di questo capo, eziandio che fosse vero in ogni sua parte (che non è, mi credo, in niuna), niente non opera a pro del Tasso?

Fermasi da voi nella replica corpo quadrato esser quello che non sia né grande né picciolo, né lungo né corto, né magro né corpulento. Or rispondetemi (se v’è in piacere) che ha in sé di notabile e d’appariscente un sì fatto corpo, onde (come da segnale evidente) potesse per quello Erminia così da lunge conoscer Guelfo e farlo conoscere altrui? Non sono la maggior parte delle persone di somigliante statura o poco diversa? Perché certissima cosa è che non mica d’huomo di mezzana statura, ma di molto grande e formata, è necessario ch’avesse le spalle quadre il Tasso per contrassegno756.

PELLEGRINO: Ultimamente diremo il «petto colmo» et rilevato esser segno di fortezza e di generosità.

SEGRETARIO: Quanto pertiene alla generosità, da quale autore il traete voi? È fisonomica o pettonomica la scienza che lo c’insegna? Della gagliardia il crediamo; ma de’ segni di gagliardia cen’ha anche molti degli altri che, per tutto ciò, non sarebbe bello il contargli o mettergli in iscrittura, se già non sene facesse trattato proprio. Non vi sovvien del proverbio che «non ogni vero è ben detto»757?

PELLEGRINO: Ne’ versi osceni si legge:

Nemo est feroci pectorosior Marte 758.

Né mi si dica che «pectorosior» s’intende per più animoso, poiché il iambo comincia così:

Notas habemus quisque corporis formas 759.

SEGRETARIO: Non vi si dirà, perché senza il luogo de’ versi osceni si truova in altri non punto osceni il vocabolo pectorosus in sentimento di pettoruto; sì come nel poco addietro da me addotto nell’ottavo libro di Columella; dove avendolo forse veduto il Tasso andare con esso quadrato in conserva, gli fu cagione per avventura di mettergli anch’esso in coppia nel suo guerriero, acciò non fosse in questo da manco che le galline.

PELLEGRINO: Ma per non divenir più lunghi, basti servirci per ora dell’essempio di Luigi Gonzaga detto «Rodomonte», di cui si ragiona che ebbe l’osso del petto a guisa d’usbergo; onde si narrano le maraviglie della sua fortezza.

SEGRETARIO: L’usbergo è forte principalmente, perciocché è duro non per l’esser colmo o spianato.

PELLEGRINO: E pur Luigi Gonzaga non fu un’oca—

SEGRETARIO: E del «petto colmo» altresì fu detto «non è un’oca». Se addunque il petto colmo e ‘l Gonzaga vanno di pari, in questo maneggio e niun di loro è un’oca, come ci ponete la voce «pure»?

PELLEGRINO: —né chiamato gobbo dinanzi.

SEGRETARIO: Non fu, perché non venne alle man del Tasso, che di quel titolo avrebbe per avventura (sì come a Guelfo) spedito il privilegio anche a lui.

E del ragionamento tra voi e ‘l Segretario dell’Accademia non più avanti.

Dialogo [150]:

ATTENDOLO: Forma dalle proprie voci nuovi traslati et metafore, facendone riuscire nuove locuzioni—

Crusca [150]

Non pur nuove, ma che nuove saranno sempre, perché niuno cercherà d’imitarle.

Replica [150]:

Nuove forse resteranno sempre, percioché se ben verranno imitate, non sarà per avventura conseguita la loro felicità.

Infarinato [150]

Tanto avverrebbe né più né meno delle parole del vanto de’ Paladini, chiché si fosse che prendesse opera d’imitarle. Chi non sa che chi imita bisogna che resti addietro, secondo che chi corre dietro ad alcuno, finché lo seguita, non può raggiugnerlo?

Dialogo [151]:

ATTENDOLO: —il che per conseguire non cura alle volte etiandio di ammettere frasi Latine. Ma perché l’Eccellenza Vostra vorrà di ciò gli essempi nell’uno et nell’altro poeta, basterà recarne uno o due solamente da’ quali si potrà facilmente comprendere il resto. Descrivendo Lodovico Ariosto un palagio da lui finto sopra la riva del Po, dove una sera alloggiò Rinaldo Paladino, dice che la porta era di bronzo in cui eran figure di rilievo. Et volendo dir che le figure a’ riguardanti parevano vive, gli bastò vestir questo concetto di locuzion tale:

Quel che chiude è d’argento, con figure,
che sembrano spirar, muover il volto 760.

Et Torquato Tasso descrivendo una delle porte del giardino d’Armida dice:

Le porte qui d’effigiato argento
su i cardini stridean di lucid’oro 761.

Crusca [151]

In questo concetto non si richiedeva altro che metter la cosa davanti agli occhi; né cosa del mondo v’aveva che far lo stridere, sì che di gran lunga resta al di sopra l’Ariosto, oltre alla languidezza del lucidoro.

Replica [151]

Io non biasimo qui la locutione dell’Ariosto, ma dico come sia differente da quella del Tasso. Che l’uno resti al di sopra dell’altro, dirò per hora che sel veggano i giudiciosi. «Lucid’oro» non fa languidezza altrimenti: viene ben l’aggiunto a temprarsi nel sostantivo; et l’uno et l’altro insieme tempra la durezza delle voci che precedono: «su i cardini stridean». Lo stridore vi havea da far tanto, quanto il senso assontivo in descrivere il proprio.

Infarinato [151]

Non tutti i giudiciosi ma la più parte. Ché se di qualunque giudicioso contentati si fossero gli Accademici, non avrebbon contraddetto al vostro Dialogo. Se altri che voi mi dicesse: «Le mie orecchie non sentono che per lo suono del “lucid’oro” divenga il verso sì languido che non potendosi reggere in piè si lascia cadere in tutto», gli risponderei come diceva colui del naso che, non giovandogli a nulla, avrebbe avuto caro di non l’avere. Ma voi son certo che, per ragion di contrasto, negate di sentir ciò che ottimamente sentite.

Ma lasciamo star la languidezza del verso, e favellisi semplicemente del «lucid’oro». Egli è non pur di quella brigata che si notarono addietro – di barbaro barone, di man tremante, di crin ch’incima, e di rischio’gnoto – ma eccede molto nella sua spezie. Perciocché o appare una voce sola (della quale avrebbe quel valent’huomo assai più che del prelibato mossa dimanda, se fosse amica del suo comune), o prendendosi per più d’una non si discerne se d’oro lucido, o di luci che d’oro sieno, si faccia ragionamento. Quanto pertiene allo stridere, io non intendo.

Dialogo [152]:

ATTENDOLO: Et poi in quanto al vivo delle figure:

Manca il parlar, di vivo altro non chiedi,
né manca questo ancor, s’agli occhi credi 762.

Crusca [152]

Il concetto era bello, ma il Tasso nella scurezza l’ha affogato del modo del favellare.

Replica [152]

Il concetto è bellissimo, et il Tasso l’ha illustrato et fatto più bello col modo della locutione; né ha oscurità niuna. Ma non si può provare ogni cosa che in questa occasione per hora troppo si havrebbe che fare.

Infarinato [152]

Non solamente non si può provare ogni cosa ma niuna, quando s’ha contro la verità.

Dialogo [153]:

ATTENDOLO: Descrisse l’Ariosto la porta con la figura perifrasi et il vivo delle imagini con traslati, come veduto habbiamo nella Topica di Giulio Camillo763

Crusca [153]

Maladetta sia questa Topica, diavol, ch’e’ non ci sia altri chi allegare.

Replica [153]

Si allega persona di valore nelle buone lettere et in ogni scienza; et necessariamente, poiché né altri prima di Giulio Camillo, né appresso meglio di lui, ha parlato del vivo delle figure, rappresentante la cosa innanzi a gli occhi764. Et il Castelvetro, huomo di tanto giudicio, non apporta più volte con tanto rispetto l’autorità di Giulio Camillo765?

Infarinato [153]

Sia quanto si voglia l’autorità di Giulio Cammillo (e tanto più c’è cara, quanto è più grande) che maggiore a tutte le guise, fia quella d’Aristotile e di Demetrio e di Cicerone e di Quintiliano e d’altri antichi retorici, da’ quali tolse Giulio Cammillo tutti i fondamenti della sua Topica. Ned ha in essa ammaestramento di cui nell’opere de’ predetti non si ritruovi la prima stampa, se non cotanto allargata almeno assai più sicura.

Dialogo [154]:

ATTENDOLO: —ma prese ei ciò da Aristotile, da cosa animata a cosa inanimata. Ma il Tasso veggendo che questi traslati «spirar» et «muoversi» una statua di bronzo, ritrovandosi spesso nelle bocche de gli uomini, quasi proprii son divenuti, nello esprimere la vivacità delle imagini usò metafore o figure, che fan modo di dir più vago per esser lontana dall’uso, sì come è «chieder di vivo» et «credere a gli occhi».

Crusca [154]

Accioché ‘l concetto non s’intendesse se non sudando, come convien far sempre in tutto quel libro. I poemi, col mal’anno, vogliono sempre col profitto aver congiunto il sollazzo; e col sollazzo non può star quasi mai la fatica. Benché quella che si sente nel leggere il Goffredo non è fatica ma continuva noia e martoro, avendosi sempre a combattere con gli stravaganti et intempestivi ghiribizzi dell’autore.

Replica [154]

Questi tanti malanni et diavoli (a dire il vero) non hanno niente dell’arguto, per non dir del modesto. Nella lettione della Gierusalem liberata si ha sollazzo et profitto insieme; né vi si dura fatica per intenderla, se non quanto non si legga con occhio amico. Veggano gli Academici s’ella si lascia leggere con diletto, ché in termine di sei mesi si stampò a Venetia, a Casalmaggiore, a Parma et a Ferrara, et in altrettanto tempo di nuovo a Venetia, a Napoli et in altri luoghi.

Infarinato [154]

Di questi malanni e di questi diavoli vi prega il Segretario che lo scusiate, se certe proprietà di questo linguaggio da chi scrive in esso con tanta lode, avvegnaché forestiero, aveva pensato che s’intendessero. L’argomento dell’essersi la Gerusalem liberata stampata cotante volte in sì poco tempo, potrebbe assai appo loro e pregerrebbonla per questo fuor di misura, se le barzellette e l’altre rime d’Olimpio, poiché si stampano ogni anno in Italia almanco cinquanto volte, non le deste in ciò per compagne766. Perché onorisi con altre pruove l’amico vostro che, con le proprie e vere sue lodi, assai s’onora per se medesimo767.

Dialogo [155]:

ATTENDOLO: Notate anco la voce «effigiato», ch’è nuovamente detta nel verso et tratta dal Latino.

Crusca [155]

L’autore non fa conto ch’e’ ci sia Dante.

Replica [155]

Fo conto che ci sia Dante, ma perché egli l’usò una sola volta768, né da quella età insino a questa è stata usata da altro poeta, si può dir che sia nuovamente detta dal Tasso.

Infarinato [155]

Questa ho io senza fallo per nuova regola: effigiato, benché l’usasse il Boccaccio nelle sue prose e Dante nel suo poema769, nondimeno perciocché da esso Dante fu usata una volta sola, né dappoi altro poeta sen’è servito, si può dire che sia nuovamente detta dal Tasso. E quali sono i poeti che, da quel secolo in qua, sen’avrebbono avuto a servire per far che non fosse nuova? Ma che direste s’io vi mostrassi che anche degli altri l’adoperarono?

Dialogo [156]:

ATTENDOLO: Il legar delle chiome d’una donna descrisse l’Ariosto in un luogo, dicendo:

Com’ella s’orni, e come il crin dispone 770;

et in un altro:

E in reticella d’oro il crin mi lega 771.

Ma il Tasso con più vaga et con più culta locutione:

Poi ch’intrecciò le chiome, e che ripresse
con ordin vago i lor lascivi errori,
torse in anella i crin minuti 772.

Crusca [156]

Ut supra: se non in quanto c’è di più sopravvenuto il «minuti» posto in vece di «fini», che non è da manco del «breve» detto in luogo di «picciolo». Minuti crini: bello epiteto e grazioso.

Replica [156]

Ut supra che? Noia forse et martoro ad intendere il concetto? Ma dove si ha che «minuti» sia posto in vece di «fini»? Fini, inteso per aggiunto, direbbe il perfetto del quale et del quanto de’ capegli, cioè che fussero spessi, folti, lunghi, morbidi, sottili, ben colorati et crespi; benché non a capegli ma alla qualità di capegli si dia, non dicendosi (ch’io sappia) capegli fini ma capegli di fin’oro; dove all’incontro minuto dice solo quantità. Né ci è parola che esprima meglio questa intentione. Ma se per avventura volessero gli Academici intender fini per voce sostantiva, dinotando i capegli della fronte et delle tempie che le donne sogliono torcere in anella, non so in questo che dire, se non che il Tasso volse esprimergli con due voci. Et che «breve» stia rettamente per «picciolo», s’è dimostrato di sopra con l’essempio del Petrarca.

Infarinato [156]

Ut supra, appunto per ciò che ottimamente v’indovinaste. Fine, quando è nome addiettivo, appo i Toscani ha due sensi: nel primo vale isquisito e perfetto; nell’altro sta per sottile. E dicesi di filo, o fila di lino, di vello di lana, di seta, di refe, d’accia, di stame, di pelo e di peli, di capelli, di crini, e d’ogni altra sì fatta cosa. E questo secondo significato è più in uso del parlar nostro. Egli è il vero che ne’ vocabolari non è sì presto come molti altri. Ma ne’ libri scritti nel miglior secolo n’è piena quasi ogni carta.

Minuto, da altra parte, ha sentimento molto diverso da quel di fine, con ciò sia che la picciolezza de’ corpi significhi per tutti i versi. E dicesi di legumi, di ghiaia, di pesci, d’erba, di gocciole, di rena, di polvere; e per metafora di gente, di popolo, di cura, e altre cotali. Ma a’ capelli e a’ crini e a ciò che ci ha altro simile a loro, non si dà mai per aggiunto che dinoti commendazione. Ma sonerebbe minuti crini, concetto assai differente, cioè certi piccioli e corti peli che sono intorno alla fronte o che, tra gli altri restando bassi, rimangono come affogati. Sì che vedete che bella lode per una donna sarebbe stata quella del Tasso: «in crin minuti e spessi».

Dialogo [157]:

ATTENDOLO: Intorno l’atto del baciare disse l’Ariosto:

Ma baci che imitavan le colombe 773,

et in altra parte:

E mille baci
fige nel petto e ne gli occhi vivaci 774.

Et il Tasso:

E dolci baci ella sovente
liba hor da gli occhi 775.

Vedete questa voce Latina «liba» con quanta gratia vien collocata, che con la sua gravità rende non so in che modo l’oration più dolce.

Crusca [157]

Fa bene a dir «non so», poiché non sa che la gravità è nemica della dolcezza. Non si ricorda costui che si favella di baci che dolcissima cosa sono, e perciò in esprimergli dolcissimi modi di favellare son richiesti, e si disdicono per lo contrario tutti i gravi e affaticati chenti sono questi del Goffredo776? Ma è bella cosa andar cercando del manco buono che abbia in tutto il Furioso, e compararlo con un solo che nel Goffredo è da lui scelto per lo migliore. Perché non ha egli paragonati insieme i luoghi principalissimi ne’ quali il Tasso studiosamente entrò in gaggio con l’Ariosto?

Ariosto:

Marfisa incominciò con grata voce:
Eccelso, invitto e glorioso Augusto,
che dal mar’Indo alla Tirintia foce,
dal bianco Scita all’Etiope adusto,
riverir fai la tua candida croce,
né di te regna il più saggio o ‘l più giusto;
tua fama, ch’alcun termine non serra,
tratta m’ha qui fin dall’estrema terra 777.

Tasso:

O degno sol cui d’ubbidire or degni
questa adunanza di famosi Eroi,
che per l’addietro ancor le palme e i regni
da te conobbe, e da’ consigli tuoi.
Il nome tuo, che non riman tra’ segni
d’Alcide, omai risuona anco tra noi:
e la fama d’Egitto in ogni parte
del tuo valor chiare novelle ha sparte 778.

E nell’essequie di Brandimarte, Ariosto:

Quivi Bardin che in somma d’anni grave
stava piangendo alla bara funebre,
che pel gran pianto ch’avea fatto in nave,
dovria gli occhi aver pianti e le palpebre:
chiamando il Ciel crudel, le stelle prave,
rugge com’un leon ch’abbia la febre.
Le mani erano intanto empie e rubelle
a i crin canuti e alla rugosa pelle.
Levossi, al ritornar del paladino,
maggiore il grido, e raddoppiossi il pianto:
Orlando, fatto al corpo più vicino,
senza parlar stette a mirarlo alquanto,
pallido come colto al mattutino
è da sera il ligustro o il molle acanto,
e dopo un gran sospir, tenendo fisse
sempre le luci in lui, così gli disse.
– O forte, o caro, o mio fedel compagno,
che qui se morto, e so che vivi in Cielo,
e d’una vita t’hai fatto guadagno,
che non ti può mai tor caldo né gielo 779.

E di sotto:

Levar la bara, e a portarla foro
messi a vicenda conti e cavalieri:
purpurea seta la copria, che d’oro
e di gran perle avea compassi altieri:
di non men bello e signoril lavoro,
avea gemmati e splendidi origlieri;
e giacea quivi il cavalier con vesta
di color pare, e d’un lavor contesta 780.

Puossi sentire cosa più magnifica, più grave, più ammirabile, e ad un’ora (che non suol potere accozzarsi) più movente l’affetto della compassione, de’ concetti, delle parole, de’ modi, del suono e dell’ordine del contenuto in queste stanze? E allo ‘ncontro più asciutta, più sforzata, più fredda, più vana di queste che nel Goffredo, nell’esequie del suo Dudone, a competenza delle predette furon fatte dal Tasso?

Tasso:

Di nobil pompa i fidi amici ornaro
il gran feretro ove sublime ei giace.
Quando Goffredo entrò, le turbe alzaro
la voce assai più flebile e loquace;
ma con volto né torbido né chiaro
frena il suo affetto il pio Buglione, e tace.
E poiché ‘n lui pensando alquanto fisse
le luci ebbe tenute, al fin sí disse:
– Già non si deve a te doglia né pianto,
che se mori nel mondo, in ciel rinasci;
e qui dove ti spogli il mortal manto,
di gloria impresse alte vestigia lasci.
Vivesti qual guerrier christiano e santo,
e come tal se morto. Or godi e pasci
in Dio gli occhi bramosi, o felice alma,
et hai del ben’oprar corona e palma 781.

Chi cuore avrà mai sì di cera che, con lo stroppicciarsegli fino alla cechità, possa in questa lettura sbarbarsi dagli occhi una misera lagrimetta? Benché non pure in questo ma in ogni altro, dove l’Ariosto il procuri, farebbe piagner le pietre; ed il Tasso, per lo contrario, né compassione né altro affetto non ha mai forza di muover punto nell’ascoltante. E chi non sa che senza questo viene spogliato in tutto, per necessaria consequenza, del suo principal fine il poema?

Sentasi un poco nel Furioso quel dolorosissimo e miserabilissimo pianto d’Olimpia, quel d’Isabella sopra ‘l morto corpo del suo Zerbino, quel di Bradamante, quel di Ruggiero, quel di Fiordiligi per la morte di Brandimarte. Leggasi nel Goffredo quello stiracchiato d’Armida e quel di Tancredi. Ne’ primi udirem parlar daddovero parole svelte dall’intimo del cuore, ne’ secondi recitar cosa che si vorrebbe fingere ma non può venir fatto; il che nasce perché nelle parole dell’autore non è imitazione, ned egli sa contraffare. E a cui è nascoso che in quello solamente, cioè nell’imitazione, tutta consiste l’opra, l’uficio ed il fine d’esso poeta? Né pure in ciò ma in tutte altre parti di questi due poeti questa differenza ha tra loro: che quelle dell’Ariosto paion vere, e finte quelle del Tasso senza alcuna felicità.

Ma lasciando stare gli affetti, qual differenza si vede nelle parole di Melissa in forma d’Atlante dette a Ruggiero, e quelle d’Ubaldo a Rinaldo fatte in lor concorrenza?

Ariosto:

Di midolle già d’orsi e di leoni
ti porsi dunque li primi alimenti?
T’ho per caverne et orridi burroni
fanciullo avvezzo a strangolar serpenti,
pantere e Tigri disarmar d’unghioni,
ed a fieri cinghiai trar spesso i denti,
acciocché, dopo tanta disciplina,
tu sii l’Adone o l’Atide d’Alcina 782?

Tasso:

Ubaldo incominciò, parlando allora:
– Va l’Asia tutta e va l’Europa in guerra:
chiunque e pregio brama e Cristo adora
travaglia in arme or nella Siria terra.
te solo, o figlio di Bertoldo, fuora
del Mondo, in ozio, un breve angolo serra;
te sol dell’universo il moto nulla
muove, egregio campion d’una fanciulla 783.

E tra la descrizione della rosa a competenza di Catullo784 posta nel Furioso dell’Ariosto, e quella che seco a pruova mise il Tasso nel suo Goffredo?

Ariosto:

La verginella è simile alla rosa,
che ‘n bel giardin su la nativa spina
mentre sola e sicura si riposa,
né gregge né pastor se le avvicina;
l’aura soave e l’alba rugiadosa,
l’acqua, la terra al suo favor s’inchina:
giovani vaghi e donne innamorate
bramano averne e seni e tempie ornate 785.

Tasso:

– Deh mira – egli cantò – spuntar la rosa
dal verde suo modesta e verginella,
che mezzo aperta ancora e mezzo ascosa,
quanto si mostra men, tanto è piú bella.
Ecco poi nudo il sen già baldanzosa
dispiega; ecco poi langue e non par quella,
quella non par che desiata innanti
fu da mille donzelle e mille amanti 786.

Quanto graziosamente vi calza per epiteto della rosa quella metafora di «modesta»? E che gentil modo di favellare ci risuona quel «non par quella»? Vi manca poco che non oscuri in tutto quei vaghissimi versi d’Agnol Poliziano, col qual eziandio prese a contender nella detta descrizione, parendogli di far poco a mettersi con un solo:

Trema la mammoletta verginella
con occhi bassi, onesta e vergognosa;
ma vie più lieta, più ridente e bella
ardisce aprire il seno al Sol la rosa:
questa di verde gemma s’incappella,
quella si mostra allo sportel vezzosa;
l’altra, che in dolce foco ardea pur’ora,
languida cade, e ‘l bel pratello infiora 787.

Ma che bisogna parlar delle descrizioni? Udironsene mai simili a quelle delle bellezze d’Olimpia, di quelle d’Alcina e del suo Regno, di quelle del Paradiso terrestre, o di quella dell’Alcioni?

Finché l’Aurora la gelata brina
dalle dorate ruote in terra sparse;
e s’udir l’Alcioni alla marina
dell’antico infortunio lamentarse 788.

E di cento altre singularissime; con le quali, quelle poche volte che viene in contesa il Goffredo, vi s’avvicina quanto le lucciole al Sole.

Benché non solamente nelle descrizioni ma in qualunque altra cosa che egli prenda a esprimere, ha nel Furioso la medesima maravigliosa felicità. Udissi mai parlar più alto, più nobile o più figurato di questo?

E se rotando il Sole i chiari rai 789

O più tremendo di quello?

Ver lui s’avventa, e al muover delle piante
fa ‘l Ciel tremar del suo fiero sembiante 790.

O più nobile?

Orlando ricamar fa nel quartiero
l’alto Babel dal fulmine percossa 791.

O comparazion più evidente o più stupenda di quella de’ due can mordenti792? Ma delle comparazioni si dirà poi.

Replica [157]

Dissi bene «io non so» poi che il Tasso divinamente, et sopra quello che l’arte può giudicare et l’humanità esprimere, unì il grave col dolce et fe’ che vicendevolmente l’un nemico giovasse all’altro. La voce «liba» è grave come straniera, ma è dolcissima in questo atto di baciar gli occhi, recandosi primieramente alla memoria le api, che van libando i fiori trahendone il dolce, et poi la riverenza che ha l’amante nel baciar leggiermente gli occhi dell’amata, come cosa tenera, pretiosa et a lui più cara. Ma che ‘l Tasso sia grave et dolce secondo conviene alle materie da lui trattate, sarà impresa di più lungo ragionamento et forse d’huomo di più valor ch’io non sono.

In quanto a i scontri che si fanno qui dell’Ariosto et del Tasso, chi ha mai negato che nel Furioso non habbia luoghi bellissimi et trattati con quel decoro che si conviene? Ma i discreti lettori giudichino se quei recati del Tasso sieno così asciutti, freddi, sforzati et inhabili a muover gli affetti come dicono questi Academici, ché discorrer per tutto sarebbe per hora troppo lunga istoria.

Pure non posso tacere che l’Ariosto tolse la comparatione della rosa da Catullo, et l’uno et l’altro la comparò a vergine donna; ma il Tasso, imitando Catullo nelle parole, ascose in quelle il senso della morale allegoria dell’humana vita, a concorrenza non del Politiano ma di Vergilio o d’altri che composto habbia la elegia della rosa793. Dove veggasi di gratia che gusto depravato ha colui, al quale non piace l’aggiunto «modesta» accompagnato con «verginella», poiché convenendo alla rosa l’aggiunto di verginella, per ragion dell’aggiunto convenevolissimamente si può chiamar modesta; ché se così non fusse anche l’antiteto a modesta, cioè baldanzosa, vi starebbe senza profitto et fuor di proposito.

Non ho io già mai tolta la lode all’Ariosto, dove egli n’è degno, né ho usato studio (come si dice) nel portare i luoghi men buoni del suo poema; poiché si può vedere che i portati da me non che sieno rei ma sono de’ migliori. Per contrario, altri in biasimo del Tasso cerca di mostrare il nero per il bianco. Ma chi sa che non si sia preso (come dicono i Fiorentini) «a menare il can per l’aia»794?

Se mai si verrà d’intento a tirare i paralleli del Tasso et dell’Ariosto da buona mano, si vedrà con quanto proposito nelle parole di Melissa in forma d’Atlante a Ruggiero si dica:

Di midolle già d’orsi e di leoni,

et l’altro.

Et nelle parole di Ubaldo a Rinaldo, quanto a proposito secondo il bisogno si dica:

Va l’Asia tutta et va l’Europa in guerra,

et quel che segue.

Et si vedrà parimente che differenza sia da cominciar lamento funebre da verso così solenne:

O forte, o caro, o mio fedel compagno 795,

et da verso così abietto, come quello del Tasso:

Già non si deve a te doglia né pianto 796.

Infarinato [157]

Se liba è grave per un rispetto e per altro riguardo è dolce, e da liba s’accresce la dolcezza a quel favellare, perché alla sua gravità e non più tosto alla sua dolcezza – della dolcezza d’esso parlare – attribuite l’accrescimento? Il più lungo ragionamento o vostro o d’altra persona, del qual ne date certa speranza, si starà aspettando. E se perterrà al nostro collegio il rispondergli in alcuna parte, il faremo. De’ discreti lettori sarà sempremai il giudicio appo gli Accademici senza appello.

L’aggiunto d’«onesta», il quale alla vivuola mammola diede prima il Poliziano, ottimamente v’è allogato, perciocché dal principio sino alla fine sta sempre nella metafora della vergine mammoletta; così la fanciulletta appellando con forestiero vocabolo e con leggiadria di scherzo ad un’ora. Né mai in tutta quella descrizione ha parola che a vergine fanciulletta non convenga da ogni parte; là dove il Tasso dà titolo di «modesta» alla rosa prima che a vergine l’assomigli. Anzi, se si riguardi dirittamente, a vergine mai non l’agguaglia, ma stavvi il nome di «verginella» del tutto come addietttivo. E dall’una cosa e dall’altra nasce il difforme e lo sconvenevole, che non pur l’orecchie ma lo ‘ntelletto ci viene a offender subitamente in quelle parole:

– Deh mira – egli cantò – spuntar la rosa
dal verde suo modesta.

E questo è forse «il menare il can per l’aia» secondo vostra credenza, che siete stato informato esser domestico nelle bocche de’ Fiorentini, se però aveste buon turcimanno797.

I paralleli non son per tirarsi da buona mano, se i medesimi che già hanno messo le mani in pasta non danno all’opera compimento? Quelle parole di Melissa in forma d’Atlante non potrebbono esser più a proposito a mettere in odio a Ruggiero la morbidezza di quella vita, d’esser divenuto l’Adone e l’Atide d’Alcina; poiché gli ricordano che quasi fin dalla nascita era stato nutrito in vita tutto contraria.

Del proemio della funebre orazione non intendo il vostro concetto. Se biasimate la troppa altezza del principio di quella dell’Ariosto, mostratemi perché l’altezza vi si sconviene. Si metteva forse Orlando a periglio che Brandimarte, ch’era già morto, non pigliasse ombra dell’artificio? E a cui altri che a Brandimarte era rivolta la diceria? Senza che se pur volessimo immaginarci che così Orlando come Goffredo si fosson messi a parlamentare alla guisa degli oratori, rivolgendosi a’ circustanti (che sarebbe il crederlo forte da ridere), più avrebbe agli ascoltatori quel di Goffredo che l’artificio del cont’Orlando dovuto noia arrecare; quanto più che delle parole dello ‘nganno è da prender tema, che ne’ concetti è racchiuso. E chi negherà nel principio di quella dell’Ariosto esser il concetto molto più semplice che nell’altro?798

Dialogo [158]:

ATTENDOLO: Ma soggiungendo il Tasso poi: «e da le labbia or sugge»799, non so quanto convenisse, poi che per esprimer dal vivo l’avido affetto d’un amante, il quale se bacia gli occhi dell’amata, fa ciò per unir l’anima con quella della donna sua (essendo gli occhi fenestra dell’anima800), et se unisce la bocca con quella della sua donna, fa ciò per unir il suo spirito con quello di lei801; dalla cui unione (come vuol Platone) diviene una cosa istessa l’amata e l’amante. Non si curò, dico, il Tasso per esprimer ciò di divenire alquanto lascivo, fuori della convenienza d’epico poeta; poi che se ben Vergilio disse: «Oscula libavit natae»802, vien detto ciò più castamente et contiene in sé allegoria.

Crusca [158]

Questa maschera dell’allegorie, secondo che scrissero de’ valenti huomini, ritrovarono i Greci poeti per ricoprire la impietà delle loro sceleratissime finzioni803.

Replica [158]:

Et anco per velarvi i misteri della Theologia, della Filosofia et dell’altre scienze, come sente Leone Ebreo, Marsilio Ficino, Pico Mirandolano et Christoforo Landino, se pur s’hanno costoro altrettanto fra valenti huomini804.

Infarinato [158]

Basta che Plutarco, Eraclide, Palefato, Longino, Proclo, Giovanni Zezze, Eustatio, che si possono chiamare antichi, altro ricoprimento che quel delle sozze favole e sconvenevoli de’ poeti non hanno all’allegoria assegnato805. Tra’ quali Plutarco, affermando novello vocabolo essere il nome d’allegoria (conciosiecosa che Iponea la nominasse l’antichità806) del tanto ricorrervi che si faceva a suo tempo per difender le sconce cose che da’ poeti eran finte, dimostra quasi che faccia beffe807.

D’Aristotile basta dir questo: che egli, fra tanti modi che di salvare i poeti con tanta cura ci mette innanzi nel suo libro della poetica, né di Iponea né d’Allegoria non fa motto, né fa sembiante pur di conoscerla. Né mi dicano gli espositori che, de’ predetti scioglimenti, lo ‘ntero numero non si ritruovi in quel capo (perciocché eglino pur vi son tutti, chi ben ne cerca, per quel ch’io creda); né che sotto ‘l nome della metafora si comprenda anche l’allegoria. Perciocché essa Metafora da i propri nomi agli appellativi (userò i termini gramaticali808) per niuna regola di somiglianza non può tirarsi, né d’altra figura di traslazione. Il che dell’Iponea o allegoria è costume spezialissimo, e in ciò consiste per la più parte809.

Platone, se alcuna stima n’avesse fatta o avuta l’avesse pure in pensiero, non avrebbe ripreso Omero i quei luoghi stessi, ne’ quali e Proclo e altri scrittori lo scusano solamente per quella via810. E nel vero qual’è cosa sì sconcia e sì sconvenevole nell’Ancroia o nell’Aspramonte che, con aiuto d’allegoria, non vi fosse agevole il farla non pur diritta ma misteriosa apparire?

Dialogo [159]:

ATTENDOLO: Per ultimo essempio, l’Ariosto con la comparation della rosa vagamente descrisse la bellezza di natura della figliuola del Re di Frisa

Crusca [159]

Se avesse detto «della natura» secondo le regole del Bembo811, sarebbe tornato più a proposito del «martello della natura», del qual poco di sotto si ragiona da lui812.

Replica [159]

Potea dire le «bellezze naturali», et volsi anzi fare un Latin falso813. Non bisogna che altri scherzi con le bellezze di natura et con il martello della natura, che l’uno et l’altro è ben detto in ragione di grammatica et di modestia.

Infarinato [159]

La Crusca non biasimò né la gramatica né la modestia, ma come vaga di cose allegre più le sarebbe andato a gusto quel favellare.

Dialogo [160]:

ATTENDOLO: —dicendo:

La damigella non passava ancora
quattordici anni, ed era bella e fresca,
come rosa che spunti allora allora
fuor 814.

Ma il Tasso veramente con pensier più elevato et con divin pennello, per così dire, dipinse le naturali bellezze di Sofronia nell’ottava che comincia:

La vergine fra ‘l volgo uscì soletta,

dicendo ne gli ultimi quattro versi:

Non sai ben dir s’adorna o se negletta,
se caso od arte il bel volto compose:
di natura, d’amor, de’ cieli amici;
le negligenze sue sono artifici 815.

Crusca [160]

Imprima imprima lascia studiosamente, come si dice, «il più e ‘l meglio» del luogo dell’Ariosto per nasconder la sua bellezza; dipoi gli paragona un luogo del Tasso che ha che far col nostro quanto i granchi con le balene. Descrive l’Ariosto le bellezze della figliuola del Re di Frisa per farleci come vedere, e per mezzo delle più belle cose che in terra sieno oggetto degli occhi nostri l’adopera perfettamente. Il Tasso niuna cosa ci pone avanti ma solamente dice parole che dal sentirle quasi niente ne fa ritrar l’uditore.

E che bel suon di verso è quell’ultimo: «Le negligenze sue sono artifici»? E che bel vocabolo da verso è quel «negligenze»? E forse ch’e’ non ci ha voluto stordire con la magnificenza delle parole ampollose, «con pensier più elevato », «con divin pennello »? Era pur troppo bello, se ci intronava solamente con le grida.

Replica [160]

A dire il vero, il testo dell’Ariosto è tanto recondito che io, per ingannare il lettore, a studio lasciai mezo verso. Il lasciai, ché quando lo scrissi, non mi sovvenne; et restò poi così per non avvertire in cosa di poca importanza. Finge veramente l’Ariosto con la comparation della rosa le bellezze della figliuola del re di Frisa, et la pone davanti a gli occhi. Ma la figura delle bellezze di Sofronia dipinta dal Tasso è tanto di maggior artificio, quanto senza l’uso de gli assontivi penetra semplicemente nell’animo et l’empie di maraviglioso diletto816. Et le «negligenze» del Tasso sono «artifici» in non porci assumendo alcuna cosa davanti. Ho voluto servirmi delle voci di questo verso, così di mal suono all’orecchie dilicate de’ signori Academici, a’ quali dovea far poco risentimento il parlar famigliare di cui era intentione non di stordire ma di farsi udire.

Infarinato [160]

Alla bellezza di quel concetto non è di poca importanza. Né ha chiunque legge il vostro dialogo, se non l’avesse così a mente, sempre dinanzi aperto il libro dell’Ariosto. La descrizione delle bellezze di quella giovane recata dall’Ariosto fa tutto quello di perfetto che da perfetta descrizione si possa disiderare, cioè ne fa veder la descritta cosa come presente per mezzo d’oggetti piacevolissimi agli occhi nostri. Descrive addunque perfettamente e in un tempo ci apporta sommo diletto.

Il Tasso, per lo contrario, ammontando concetti sopra concetti, e che tutti richieggono importuna speculazione, perde il fin proprio per l’incidenze e nasconde il corpo negli ornamenti e negli suolazzi, e non gli succede il descrivere. Nella quale impresa (per mio avviso) non ha altro di maraviglia che quella che nasce dal non intendere il contenuto senza studio e senza fatica. E questo chiamate voi «negligenze», in esprimendo le «negligenze»; pensate poi gli «artifici».

Ma perché non m’è stato da voi soggiunto che negligenza disse anche Dante nella sua Commedia più d’una volta?

Qual negligenza, quale stare è questo 817?
Com’huom per negligenza a star si pone 818.
Ricompie forse negligenza e ‘ndugio 819.

E in tutti e tre questi luoghi sta ottimamente questa parola, ed è voce non pur da verso ma da alto verso ed eroico, e in ogni parte si può usare. Fermamente io mi rendo certo che voi troppo bene abbiate avvisato qual fosse stata la risposta ch’io v’avrei data a sì fata replica.

Dialogo [161]:

ATTENDOLO: Nella cui locutione si vede egli havere adombrata la metafora di proportione da Aristotile lodata sopra tutte l’altre, essemplificandola nello scudo di Marte et nella tazza di Bacco820. Ma troppo lungo et fastidioso, Signor, sarei s’io con gli essempi volessi discorrere per ogni luogo. Basti che il Tasso, o che egli descriva le guerre o che spieghi gli affetti d’amore, ne’ quali quasi sempre muove gli animi altrui—

Crusca [161]

Questo non fa egli giammai. E come dite voi ciò che già avete affermato: che esso non usa né parole né guise proprie, che uniche ministre sono del muover passioni quanto pertiene alla locuzione?

Replica [161]

Anzi questo fa egli sempre et in ciò si scopre la sua eccellenza, facendo che i traslati et i figurati modi di dire non sieno meno atti che i proprii a muover gli affetti et le passioni. Del cui movimento, tutto che sieno ministre le voci proprie, non sono però uniche come voi dite. Né ho io detto che ‘l Tasso usi sempre i traslati, havendo nel suo poema assai più voci proprie che traslate, ma se ne serve quanto bisogna; né perciò è meno patetico. Chi può leggere senza lagrime, salvo che i signori Academici, la morte di Clorinda et il pianto di Tancredi, da riputare non meno affettuoso che la morte di Didone et il pianto nella sua morte?

Infarinato [161]

Le parole proprie ottengono in guisa fra tutte l’altre la maggior parte nel muover le passioni, che uniche ministre di quella ‘mpresa si può dir loro con molto minore iperbole di quella che usate voi, affermando che il Tasso adopera cose impossibili. Se nel Dialogo abbiate addietro detto più volte il predetto Tasso servirsi quasi sempre di vocaboli figurati e di figurati modi di favellare, poche carte ritornerete a rivolgere che ne sarete del tutto certo. E se egli il fa, qual luogo dovrà restarvi alle proprie voci? E se picciolo: come fiè vero che sia patetico e possa muovere, quanto vorreste che noi credessimo? Quei non dirò che legger possono senza lagrime ma che non possono punto commuoversi, leggendo i luoghi da voi nomati, son quasi (s’io non m’inganno) tutte le persone da voi infuori.

Dialogo [162]:

ATTENDOLO: —et è veramente felice, o quale altra materia e’ si tratti, usa nuovi modi di dire et locutioni più artificiose che l’Ariosto non fa.

Crusca [162]

Sì, ma di quell’artificio che principalissimo vizio è nell’impresa delle favelle.

Replica [162]

Io dico artificio maraviglioso, et osservato con regole di retorica et di poesia, ma usato in modo che ciò che egli ha osservato diviene osservanza.

Infarinato [162]

Tutte le cose che s’osservano da qual si voglia sono osservanze.

Dialogo [163]:

ATTENDOLO: Con tutto ciò, se un giorno mi verrà capriccio d’annotare la sua Gierusalem liberata

Crusca [163]

Avrete da fare assai.

Replica [163]

Si contenta l’Attendolo che riguardiate la debolezza dell’intelletto suo, pur che con occhio non torto miriate sol una volta la grandezza del Tasso.

Infarinato [163]

Non possono nell’Attendolo riguardar la debolezza dello ‘ntelletto, perché debolezza non v’è. Se agli Accademici della Crusca paresse il libro del Tasso, quale affermate ch’e’ pare a voi, avreste ragion di dire che lo rimirasson con occhio torto, ma e’ par loro qual’egli è.

Dialogo [164]:

ATTENDOLO: —si vedrà che egli havrebbe potuto costituir la favola di più perfettione, haver costumi migliori, esser più efficace nella sentenza, et più chiaro et più florido nella locutione. Ché se egli merita di esser preferito all’Ariosto, non però gli vien dato questo honore per esser con le bellezze della nostra lingua giunto nell’epica poesia a quel segno di perfettione che giunger si può ma per le sopradette ragioni, o almeno per esser egli stato primo che ha scoverto il sentiero d’appressar la meta d’arringo così pericoloso et lodato. Poi che Giorgio Trissino et Luigi Alamanni, huomini chiarissimi, volendo far ciò821, havevano quasi disperati li animi de’ begli ingegni—

Crusca [164]

Vorrà agguagliare all’Avarchide il poema del Tasso.

Replica [164]

Se ne contenterebbono dal sicuro gli Academici, ma l’intention mia non fu di far paragone.

Infarinato [164]

Sì, secondo che s’agguaglia anche l’orpello all’oro822.

Dialogo [165]:

ATTENDOLO: —et confermata quella falsa credenza che la volgar lingua per natia debolezza non era atta a sostenere il peso dell’Eroica dignità.

Crusca [165]

Questa lingua per più ragioni è più grave e più ripiena di maestà che la Greca, dalla quale si prende l’esemplo dell’epopeia; e all’epopeia la gravità e la maestà è atta massimamente. E se non più grave, è più onesta e più schifa che la Latina. Sì che per le cose gravi non degna d’usar le voci ch’ell’adopera per le leggieri, la qual distinzione non ebber mai né l’un né l’altro di quei linguaggi. Come addunque può esser vero che ci fosse quella credenza?

Replica [165]

Non è mio credere né dell’Attendolo che la lingua volgare non sia capace della eroica grandezza. Si ragionò della credenza de gli altri come tosto vedremo. Et gli Academici dicono che è impossibile che altri possa ciò credere, come che altri non potesse tenere una falsa opinione.

Infarinato [165]

Gli Accademici risposero non alla «credenza» ma al «confermato».

Dialogo [166]:

CARRAFA: Dunque vi sono stati huomini di quella opinione?

Crusca [166]

Dove?

Replica [166]

Nel mondo et non già nel Giapone823. Gianbatista Pigna, nobile Ferrarese, ne’ luoghi di sopra portati, a proposito dell’Ariosto dice che la nostra lingua non comporta l’epica poesia824. Hieronimo Mutio nella sua poetica dice:

Né fin ad hoggi a la tromba di Marte
post’ha la bocca alcun con pieno spirto 825.

Et questo mancamento non tanto egli attribuisce a’ poeti quanto alla lingua, soggiungendo nel medesimo luogo che i versi Toscani:

Più sono atti a la lira, ch’a la tromba 826

Si leggono molti discorsi di valenti huomini sopra il trovato del verso essametro volgare, inventione di Claudio Tolomei et dell’Academia Romana, ne’ quali si disputa pro et contra se la lingua Toscana sia atta a sostenere il peso dell’eroica poesia827. Come dunque si dice dove sono questi huomini di sì fatta opinione, conceduto ch’ella sia falsa?

Infarinato [166]

La Crusca pensò che fossero fuor del Mondo, sentendovi dir «vi sono» e non «ci». Ma ora che pur nel Mondo le avete scoperto che si ritruovano, le ‘ncresce d’avervi messo in così lunga opera senza bisogno.

Dialogo [167]:

ATTENDOLO: Ve ne sono stati et credo che ancor ve ne sieno, i quali si fondano sopra molte apparenti ragioni. Et fra l’altre non posso tacerne una ch’e’ dicono: che la nostra volgar favella, havendo tutte le voci terminanti in elemento vocale, dalla compositione di sì fatte voci non può formarsi oration grave et piena di maestà, chente la Greca et Latina lingua veggiamo havere, et per ciò con la sua languidezza ella è solo atta a cantar le paci et le guerre di Amore, et non l’ire et le battaglie di Marte.

Crusca [167]

Tutto questo ragionamento del cader buona parte delle nostre voci in vocale era nel suo dialogo già stato fatto dal nostro Varchi828.

Replica [167]

A me non è pervenuto altrimenti in mano questo dialogo del Varchi. Non dico ciò per attribuirmi di haver prima di ogni altro detto alcuna cosa nel mio della cadenza delle voci in vocali et del lor valore, ragionandone non solo Monsignor Bembo et altri Toscani Scrittori, ma per quanto appertiene alla Greca et Latina lingua, il Falareo829, Cicerone830, Quintiliano831, lo Scaligero832, et Maranta appieno ne’ suoi dialogi833, et altri molti.

Infarinato [167]

Gli Accademici non pensarono se ‘l Dialogo aveste veduto o no, ma ricordarono a chi leggeva da cui il ristretto potesse prendersi di sì fatto ragionamento.

Dialogo [168]:

ATTENDOLO: Et favoriscono questa loro opinione con l’essempio del Petrarca, il quale cantando le sue passioni amorose, ne’ suoi versi volgari ha superato tutti i Lirici et gli Elegi poeti così Greci come Latini.

Crusca [168]

Se ciò venisse dalle vocali, non sarebbe stato solo il Petrarca a superare i Lirici dell’altre lingue.

Replica [168]

La Toscana lingua, attissima ad esprimere i concetti d’amore, accompagnò la grandezza dell’ingegno del Petrarca a conseguire l’ultimo segno della Lirica perfettione. La qual lingua, se fu comune ad altri scrittori di materie amorose, non trovò in quelli la felicità del Petrarca. Il quale, s’havesse scritto i suoi amori in versi Latini, chi sa se fosse stato in quel grado tanto felice con Laura, quanto fu egli con Scipione? Quantunque il non conseguir nell’Africa quel ch’egli si sperasse, fu non per ragion della lingua Latina, per se stessa attissima alla grandezza Eroica, né per debolezza d’ingegno, ma sì per difetto di quel secolo poco osservante delle bellezze di detta lingua, sì perché Amore il ritraheva poco meno che Anacreonte dal cantar l’arme a gli amori. Però, non è gran fatto che una lingua habbia attitudine et dispositione più a trattar una cosa che un’altra, sì come la Caldea et Ebrea è più d’ogni altra attissima non che a trattare, ma etiandio nelle sue dittioni et note, a chiudere i divini misteri della sopranatural Theologia.

Infarinato [168]

Ne fu proposto (per argomento che la speziale attitudine di questa lingua sia alla Lira più che alla Tromba) l’avere avuto il più perfetto poeta lirico che fosse mai, e degli eroici l’esserne de’ più pregiati in altri linguaggi. Risposono gli Accademici che, se ciò venisse dalla favella, ne sarebbe in ispazio di dugent’anni non solamente il Petrarca ma stato appo di noi alcun altro se non eguale, non in tutto lontano a lui. Replicasi testé a voi che in lui solo all’attitudine della lingua s’aggiunse l’attitudine dello ‘ngegno. Soggiugnevi lo ‘Nfarinato che nell’eroico quell’attitudine dello ‘ngegno non s’è trovata in niuno. Ché se trovata si fosse, così in questa com’in quell’altra poesia avremmo forse avuta la palma. E così l’argomento propostoci diventa nullo.

Dialogo [169]:

ATTENDOLO: Là dove niuno Epico insino ad hoggi nella nostra lingua stato è, il quale di gran lunga appressar s’habbia potuto ad Omero e a Vergilio.

Crusca [169]

Se non trae Dante dalla schiera degli epici per volergli dar maggior titolo, non solamente pari ma al di sopra resta la nostra lingua alla Greca e alla Latina nell’epica poesia.

Replica [169]

Posto etiandio Dante fra gli epici, non accetterebbe egli questa loda che gli vien data da suoi cittadini per quanto mostra di havere in riverenza Vergilio, di cui si chiama discepolo, che gli Academici fanno supra magistrum.

Infarinato [169]

Dante, come modesto, farebbe e fece ciò che voi dite. Ma gli altri che lo conoscono, non deon torgli quel che gli se dee di ragione. E conosconlo oramai non pure i suoi cittadini, ma tutti i più principali e più famosi letterati del nostro secolo, come anche il conobbero i trapassati e come si conobbe eziandio egli stesso. Uditelo nel venzeesimo canto del Purgatorio:

O tu che vai, non per esser più tardo,
ma forse reverente a gli altri dopo 834.

E di sotto:

Ed egli a me: – Tu lasci tal vestigio,
per quel ch’i’odo in me, è tanto chiaro,
che Letè nol può torre né far bigio 835.

E nel secondo del Paradiso:

O voi, che siete in piccioletta barca
disiderosi d’ascoltar, seguiti
retr’al mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti,
non vi mettete in pelago, ché forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.
L’acqua ch’i prendo, giammai non si corse;
Minerva spira, e conducemi Apollo,
e nuove Muse mi dimostran l’orse 836.

E nel diciassettesimo:

Non vo’ però ch’a’ tuoi vicini invidie,
posciaché si ‘nfutura la tua vita,
via più là che ‘l punir di lor perfidie 837.

E nel venticinquesimo:

Se mai continga, che ‘l poema sacro,
al quale ha posto mano e cielo e terra,
e che m’ha fatto per più anni macro,
vinca la crudeltà, che fuor mi serra
del bell’ovile, ov’i’ dormì agnello,
nimico a’ lupi che li danno guerra;
con altra voce omai, con altro vello
ritornerò poeta, et in sul fonte
del mio battesmo prenderò il cappello 838.

Dialogo [170]:

ATTENDOLO: Ma forse non dicon nulla, non essendo di ciò cagione il difetto o valor delle lingue, ma l’havere havuto la Greca et la Latina miglior poeti epici che la nostra non ha, et per haver la volgar nostra poeti Lirici et Elegi migliori che non hebbe (con pace di Pindaro et d’Oratio) né la Greca né la Latina.

Crusca [170]

E Lirici ed Epici se non isdegna Dante di raccogliersi sotto l’ultimo di questi nomi.

Replica [170]

Io ho Dante per poeta divino (come dissero gli Academici) più tosto che per Epico, et primo nel suo genere insino ad hoggi. Ma se gli Academici (come par che voglino inferire) l’hanno per divino et epico insieme, non si sdegni di gratia di questo nome et si contenti di andar dietro, non che a’ fianchi dell’altissimo poeta, così per la terra come per l’inferno.

Infarinato [170]:

Quante volte avete voi lette Dante? Parecchi839. Or tornate a rileggerlo un’altra fiata, per amor mio. E poi parlatene con lo Sperone e col Mazzoni nostro accademico che vi faranno mutar credenza.

Dialogo [171]:

ATTENDOLO: Et dove si diceva che le nostre voci, terminando tutte in vocali lettere, riescono languide, si risponde che non si toglie a noi la facoltà di farle terminar secondo il bisogno come ne piace, o in vocale lasciandole intiere, o in consonante accorciandole.

Crusca [171]

Pur del Varchi.

Replica [171]

Perché non del Bembo et de gli altri?

Infarinato [171]

Perché negli altri non si ritruova questo ragionamento così disteso, così distinto e così tutto raccolto insieme come nel Varchi.

Dialogo [172]:

ATTENDOLO: Benché non sempre la moltitudine delle vocali renda languido suono come alcuni dissero, poiché il concorso di tai lettere, o che sia nel mezo della voce o nel principio o nel fine, o tra l’una voce et l’altra (sì come Demetrio Falareo ne insegna contra i precetti o l’uso d’Isocrate) aggrandiscono l’oratione, se ben per lo hiato la rendono alquanto duretta. Perciò magnifiche et sonore voci sono, aura, auro, fausto, tesauro, Boote, aureo, eburneo et altre simili. Et l’essempio del concorso della vocale tra l’una et l’altra voce, nella nostra lingua ci darà il Petrarca in più luoghi; ma ci contenteremo d’un solo:

e in fiamma amorosa arse 840.

Crusca [172]

Qui non si sente ma s’uccide col troncamento nella pronunzia il concorso delle vocali.

Replica [172]

Il concorso delle vocali qui si può far sentire et non sentire nella pronuntia. Però intesi del primo concorso nel quale, per prendere alquanto di fiato in «fiamma», convien necessariamente che la vocal che segue si senta et non si uccida.

Infarinato [172]

«Qui si può far sentire e non sentire il concorso. Io intesi che si potesse far sentire, e allora necessariamente si fa sentire»: Io non comprendo questo discorso.

Dialogo [173]:

ATTENDOLO: Ma perché noi habbiamo et usiamo l’apostrofo, sì come ha et usa la lingua Greca, et facciamo la collisione—

Crusca [173]

Vuol dire l’estinguimento della vocale. Collisione è tutto il contrario, cioè concorso, affronto e percotimento841.

Replica [173]

Non è tutto il contrario, tutto che collisione dica concorso, affronto et percotimento, dicendo etiandio troncamento et estinguimento. Moscopolo disse l’apostrofo essere «σημεῖον εκθλίψεως φωνηέντος ἧ φωνιέντων»842, ma che ἔκθλιψις, o che toglia dal mezzo (che non fa a nostro proposito) o che dall’estremo, di cui l’apostrofo è segno, come in βουλομ’εγώ per βλομαι εγώ843 (della cui figura a bastanza Eustachio844). Non è dubbio che da’ Latini venga detta elisione, che estinguimento et troncamento suona845.

All’incontro collisione (come gli Academici dicono) suona concorso di vocali et percotimento et scontro et apritura. Νon è che collisione spesso non istia per elisione, et nella scrittion comune che va dattorno si vede chiaro, venendo detto: «accentus collisivus in fine alicuius dictionis denotans vocalem praecedentis dictionis elisam propter hiatum, ut ἀφ’υ pro από ὅι»846, di maniera che viene usurpata la collisione per l’elisione.

Così la prese sempre Girolamo Ruscelli, se pur si degna l’Academia di accettarlo (che dovrebbe, almeno come amico dell’Ariosto). Nel modo del comporre dice egli:

Quando in un verso fra due parole diverse si affronteranno due vocali, una nel fine, l’altra nel principio di esse due: se il parlare sarà in corso (et che qui la pronuntia non prenda fiato), si collide o toglie via quella vocale ch’è l’ultima nella parola precedente 847.

Et dopo alcuni essempi segue:

Ma in quelle che sono nella nona sillaba è bene colliderle sempre 848.

Havea egli dato l’essempio:

Quinci vedea ‘l mio bene, e per quest’orme 849.

Et appresso prohibendo il toglier via la vocale, dice:

Et per contrario poi nella ottava, perché quindi (come è detto) il verso ha da prendere l’ultimo salto, conviene che quasi mai non si faccia collisione, ma si lascino le vocali com’elle stanno et che si faccino sentire ambedue 850.

Et dà l’essempio:

Del cibo onde ‘l signor mio sempre abonda 851.

Vedete come il concorso delle vocali E et A, che gli Accademici chiamano collisione, facendosi l’una et l’altra sentire, egli al contrario chiama non far di collisione, et replica molte volte collidere et collisione nel medesimo sentimento nel quale io l’ho detto, non secondo in dir questo, ma quarto o quinto. L’istesso Ruscelli nelle annotationi del Furioso confonde l’apostrofo con la collisione, dicendo: «O togliendo la O, vi segneremo la collisione o apostrofo: bell’huomo, quell’amico»852.

Infarinato [173]

Collisione, in altro senso che di percotimento e d’affronto, non adoperò mai autore che fosse in ciò di bastevole autorità dal Ruscello in fuori853. Ma è ben tanta l’autorità del Ruscello che vi rendo certissimo che non vi bisognava niente manco a turar la bocca a’ miei Accademici854. «Accento collisivo» fu detto per segno della tolta collisione. Ma questa è cosa pur troppo chiara ed è vergogna a spenderci più parole.

Dialogo [174]:

ATTENDOLO: —non sempre nella pronuntia delle voci ove tra l’una et l’altra sia questo concorso di vocali s’ode la durezza dello hiato, poi che per virtù della collisione si perde una delle vocali, come chiaramente si vede in quel verso:

Fior, frond’erb’ombr’antr’onde aure soavi 855,

nel quale, non facendosi la collisione, tanto concorso di vocali genererebbe veramente fastidio.

Crusca [174]

Anzi faccendosi, perché in quel verso non si fa mai collisione tra parola e parola.

Replica [174]

Anzi vi si fa sempre collisione tra parola et parola. Così disse Alessandro Piccolomini, apportando questo verso nelle sue annotationi sopra la poetica di Aristotile nella particella centesima. Siami però lecito, per cagion di brevità, di troncare il periodo:

Et di otto accenti ancora in otto parole, delle quali vi son sei che, se ben son di due sillabe, tuttavia per la collisione dell’ultime lor lettere son come di una sillaba, come è quel verso:
Fior frond’herb’ombr’antr’ond’ aure soavi 856.

Vedete che qui l’estinguimento delle vocali vien chiamato dal Piccolomini «collisione».

Infarinato [174]

Non solo Alessandro Piccolomini (il qual gli Accademici stimano assai) ma Alessandro Magno non avrebbe potuto fare che collisione di collisione fosse il contrario.

Dialogo [175]:

ATTENDOLO: Ma nella lingua Latina, che collisione di vocali non ha, simil concorso dinota sempre grandezza.

Crusca [175]

Scambia sempre il troncamento con la collisione, che son del tutto contrari.

Replica [175]

Et pure ch’io scambio, et che sono del tutto contrarii, collisione vien presa per troncamento. Et se gli Academici nol mi voglion credere per l’autorità portate, mel dovrebbon credere per cortesia et non replicar tante volte una cosa. Veggasi Gianbattista Giraldi ne’ suoi romanzi, che questo troncamento di vocale venti volte chiama collisione857. Et fra altri molti il Maranta, per tutto il quarto libro delle sue questioni, non fa altro che scambiare elisione con collisione et si serve finalmente di quelle come di sinonimi858.

Infarinato [175]

Né ad instanzia del Giraldi né del Maranta (lasciamo stare il Ruscelli, che si doveva nominar prima) non vi concederebbono gli Accademici ciò che del Piccolomini non vi vollono acconsentire. Ma per cortesia, come dite, sì il fanno eglino ben volentieri.

Dialogo [176]:

ATTENDOLO: Et Vergilio nella sua Eneide aggrandì più spesso l’oratione con questo concorso di vocali che di lettere consonanti. Però fu vago di dire: «Sub Ilio alto»859, «Dardanio Anchise»860, «Ionio in magno»861, più tosto che: «Transtra per et remos»862, dove il concorso delle consonanti genera strepito et non grandezza863.

CARRAFA: E chi non sa che nella Latina lingua pondo suoni più grave et più riempia l’orecchie che pondus; et che nella volgare, di questi nomi proprii havuti da Greci, Creonte et Cresfonte, il primo non sia più ritondo et sonoro che il secondo non è, benché accresciuto di due consonanti? Ma da questo vostro dire si conchiude che sì come la nostra lingua ha poeti Lirici et Elegi pari o superiori di bontà alla Greca et alla Latina, che parimente potrebbe haver li epici di simil perfettione.

Crusca [176]

Se Dante (come di sopra s’è detto) si contenta egli del nome d’epico, ella non pur gli potrebbe avere, ma gli ha non pur simili ma più perfetti.

Replica [176]

Et s’è detto di sopra che, se Dante fosse epico, si contenterebbe d’andar dietro (et hora aggiungo di «gran spatio lontano») a Vergilio, et si dirà appresso che la nostra lingua non ha né potrebbe havere poeti epici simili ad Omero et a Vergilio, non che più perfetti di essi.

Infarinato [176]

Di sopra feci ragione ch’aveste letto Dante parecchi volte, non però tante che l’aveste ben conosciuto. Pra son più che certo che non l’avete appena letto una mezza, e anche quella distratto in altro pensiero. Dante è com’una di quelle stelle del fermamento che, quantunque in grandezza appena cedano al Sole, ci sembrano però minori assai che la Luna. Ed il parerci elle tali è argomento di lontananza dagli occhi nostri; ed il mostrarcisi minori di ciò che facciano ad alcun altro è certissimo indizio di piggior vista. Per la qual cosa, a bene scorger la luce del suo poema, d’occhio perfetto è mestieri e conviene alzarsi sopra se stesso.

Dialogo [177]:

ATTENDOLO: Io per me ho per fermo che ciò esser possa. Ben è vero che per far questi miracoli—

Crusca [177]

«Miracoli» chiama poemi eroici che fussero in questa lingua pari a’ Latini e a’ Greci. Ma perché miracoli più sarebbono in questa che nell’altre favelle?

Replica [177]

Percioché et nella lingua Greca s’hebbe a miracolo Omero, et nella Latina che nascesse Vergilio, chiamo miracoli i poemi eroici che nella nostra lingua fosser pari in bontà alla Iliade et alla Eneade. Né è volgar poeta, ch’io mi sappia, il quale habbia composto poema di simil perfettione, onde ben disse il Mutio:

Né fin ad hoggi a la tromba di Marte
post’ha la bocca alcun con pieno spirto.
E chiunque de’ nostri al suon de l’armi
opra lo stil, par che sia solo intento
a dilettar le femine, e la plebe 864.

La cagione perché la nostra lingua habbia questo difetto, si dirà appresso.

Infarinato [177]

Addunque aspettisi questo «appresso», poiché qui non si dice nulla.

Dialogo [178]:

ATTENDOLO: —bisognarebbe che la natura coi cieli piovessero sopra un ingegno il colmo delle lor grazie, al quale ingegno l’arte poi donasse tutta la perfettione che può donare.

Crusca [178]

Sarebbono non simili a’ Latini e a’ Greci ma di gran lunga più perfetti, poiché sopra Vergilio e Omero questo diluvio di grazie non si confessa dagli stessi lor partigiani.

Replica [178]

Viene attribuito (come gli Academici vogliono inferire) da gli stessi partigiani ad Omero et a Vergilio qualche errore di poco momento. Disse però Simmaco di Vergilio appresso Macrobio che né per accrescergli lode li si aggiungneva, né per biasimo gli si diminuiva. Ma non vengono questi partigiani a negare che il colmo delle gratie celesti delle quali io ragiono non sia piovuto sopra di Omero et di Vergilio. Per ciò, dato che diluvio di gratie piovesse a’ nostri tempi sopra un poeta Toscano, non per questo sarebbe egli più perfetto de’ detti poeti; anzi, con essi (per mio credere) sarebbe impossibile lo gir di pari.

Et la ragione è che, in ogni modo, la Toscana lingua convien che ceda alla Greca et alla Latina nel canto dell’armi; et se non per altro, almen per la grandezza dell’essametro di cui è privata, se pure non vogliamo accettare dal Tolomei quel che ha rifiutato il mondo865. Et anco perché Omero et Vergilio, come primi, se non raccolsero ne’ lor poemi tutte le bellezze dell’epica poesia, vi raccolsero di certo il più bello et il migliore. Onde un Toscano poeta, quantunque felice d’ingegno et fornito d’arte, per lo più converrà che segui l’orme segnate da ta’ poeti.

Infarinato [178]

Il detto di Simmaco appo Macrobio: chi per iperbole nol riconosce? Ma se l’avesse anche detto da senno, gliel crederreste per tutto ciò? Che sopra Omero e Vergilio sia di tutte le grazie piovuto il colmo, come fia vero, se la perfezione è non solamente senza difetti ma non può prender miglioramento, e in amendue que’ poeti e vi si ritruovano de’ difetti e molte cose che stanno bene, vi potrebbono stare assai meglio? Il che nella cinquantaduesima vostra replica si confessa da voi medesimo in queste parole:

E se cosa alcuna si desidera nel suo poema, non ridotto all’ultime linee, si desidera anche nell’Eneade e nell’Iliade.

Ma se il predetto colmo, per lo contrario, e diluvio di grazie (come gli dite) sopr’a Toscano poeta venisse a piovere quando che sia, torrebbe certo il sì fatto il primiero luogo a’ primieri. Perciocché più vantaggio gli apporterebbe senza comparazione il predetto colmo che quei non ebbero, che ‘l disavvantaggio non gli torrebbe del nostro verso e dell’esser venuto poi.

Dialogo [179]:

CARRAFA: Non so se questo fusse bastante. Vi avrebbe uopo forse per terzo d’un ostinato et lungo essercitio, et secondo alcuni la cognitione di molte dottrine.

Crusca [179]

Sì, forse a far poema di quella perfezione a cui con l’opera non si può mai pervenire, ma che solamente può immaginarsi.

Replica [179]

Io non ragionai della perfettione in Idea, ma di quella che si ritrova in un poema formato come quel di Vergilio et di Omero.

Infarinato [179]

Per lo sì fatto non ci sarebbe necessità di tante dottrine, ma basterebbe in genere una comune e larga notizia, e solamente d’alcune cose isquisita. Poiché, secondoché vuol Platone, i poeti d’ogni picciolo avere si fanno grandissimo onore e appaiono profondi in molte scienze, delle quali hanno appena leggerissimo conoscimento866; tutto che da Plutarco nella vita e libro d’Omero867, e ancor da Massimo Tirio, si raccontino di quel poeta que’ gran miracoli che, non per verità ma per encomio e per panegirico, son ricevuti dagli ‘ntendenti868.

Dialogo [180]:

ATTENDOLO: Senza l’essercitio poco veramente risplenderebbono in un ingegno i doni della natura et dell’arte; né l’eccellenza dell’arte potrebbe un ingegno havere, il quale non fosse fornito d’alcune scienze necessarie et che non sapesse almeno la conchiusione di tutte; ancor che Lodovico Castelvetro, contra ogni ragione, s’ingegni di far confessare ad Aristotile quello che non disse giamai, che il poeta non è bisogno che sia insegnato anco mezzanamente delle scienze et delle arti, poi che la poesia è stata trovata solamente (dice egli in altra parte) per dilettare et ricreare gli animi della rozza moltitudine869

Crusca [180]

Il Castelvetro produce ciò come sua credenza, non come d’Aristotile.

Replica [180]

Et anco come credenza di Aristotile, secondo che il Castelvetro et secondo gli Academici stessi che han presupposto di mente di quel Filosofo che il fine della poesia è il diletto. Ma e’ forse distinguono tra diletto universale et diletto della moltitudine.

Infarinato [180]

«Il fine della poesia è il diletto, addunque la poesia è stata trovata per dilettare e ricrear gli animi della rozza moltitudine solamente». Non mi si scuopre la conseguenza. Ma dove trovate voi questo presupposto degli Accademici intorno al fin della poesia?

Dialogo [181]:

ATTENDOLO: —contrario in ciò non solo ad Aristotile ma a gli altri tutti che di ciò ragionano, et principalmente ad Oratio che dice:

Scribendi recte sapere est et principium et fons870.

CARRAFA: Questo colmo d’influenza di gratie celesti che voi dite, non so se si vedrà nell’età nostra né forse nell’altra a venire, poiché (come per ischerzo disse un galant’huomo) Omero et Vergilio misero a sacco la poesia, et le rubarono tutto l’oro et l’argento che ella haveva, lasciandole il rame, il piombo et altri vili metalli871.

ATTENDOLO: Non fate così, ché le ricchezze della poesia sono inesauste. Ha ella monti d’oro da arricchire milioni d’ingegni. Ma questo oro a colui che non v’adopra il martello della natura et dell’arte, ch’io dissi, non si spezza così facilmente come altri crede, et con rozzi ferri non se ne può levar scaglia—

Crusca [181]

Domin, se questo martel della Natura sarebbe differente dal piuol di Diogene872?

Replica [181]

Non è sì sconvenevole, come pare a gli Academici della Crusca, ch’io mi sia servito per metafora della voce martello. Però io mi contento che i scherzi et l’argutie sien loro, purché la ragion sia mia.

Infarinato [181]

Gli scherzi, gli Accademici gli riconoscon da voi che ne prestate loro opportunità, ma la ragione, da se stessi che la difesa hanno eletta di quella parte che la contiene.

Dialogo [182]:

ATTENDOLO: —ché, secondo il detto antico, dal fonte d’Aganippe non si porta acqua col cribro873.

Crusca [182]

Questo «ché» sta qui in valore di perché. Ma come diavolo appicca egli insieme il «non se ne potere levare scaglia» con la conseguenza del «portar l’acqua col cribro»?

Replica [182]

Troppo severa et indegna censura. Il «ché» ha valore di perché. Hor non è convenevolissimo appicco vigorar la propria sentenza col proverbio? Essendo quanto comprobar l’opinion particolare col modo universale.

Infarinato [182]

Severa no, indegna sì. E potrebbe torsi in tal sentimento che sareste d’accordo con l’Accademia. Vi si torna a dire che non è ragione in questo processo di favellare: «senza ‘l martel della natura non sene può levare scaglia, perché dal fonte d’Aganippe non si porta acqua col cribro». Di che sarete tosto capace, se ne’ luoghi delle metafore riporrete i propri vocaboli.

Dialogo [183]:

CARRAFA: Hor ritorniamo onde siamo partiti. Voi havete conchiuso il Tasso avanzar l’Ariosto nella favola, nel costume et nella locutione—

Crusca [183]

Conchiuso no, ma posto fuor di ragione.

Replica [183]

Conchiuso et provato, et ultimamente comprobato con fortissime ragioni.

Infarinato [183]

Provato come conchiuso, e comprobato come provato; ma conchiuso tutto al contrario.

Dialogo [184]:

CARRAFA: —et l’Ariosto avanzar il Tasso nella sentenza.

Crusca [184]

Questo è vero, et della sentenza e del resto.

Replica [184]

Del resto no, et della sentenza intesa al modo di Aristotile sarebbe forse ragione che me ne dessi in colpa.

Infarinato [184]

La sentenzia, presa come la prende Aristotile, è una parte della sentenzia che s’intende dal Pellegrino. Come, addunque, ciò che è vero del tutto d’una parte di esso tutto, in questo caso può esser falso, sì che sen’ abbia a rendere in colpa?

Dialogo [185]:

ATTENDOLO: Così ho detto et così confermo di nuovo. Ma ciò si ha da intendere nell’universale, ché per aventura nel poema dell’Ariosto potrebbe havere alcuna locutione migliore d’alcuna usata dal Tasso

Crusca [185]

Non alcuna, ma tutte.

Replica [185]

A gli occhi che veggono col mezo di vetro giallo, sembrano tutte le cose di quel colore.

Infarinato [185]

Chi rispondesse che dovettero gli occhi vostri riguardare il poema dell’Ariosto per mezzo di vetro non giallo ma bigio, stimereste che ‘l termine dell’offesa trapasse con la vendetta? Ma io non credo mal di niuno e però nol dico.

Dialogo [186]:

ATTENDOLO: —et nel poema del Tasso ha forse alcuna sentenza migliore d’alcuna usata dall’Ariosto.

CARRAFA: Bene sta. Ma voi non havete detto nulla delle parti materiali dell’Epopeia, et havete lasciato addietro il ragionar della similitudine et comparatione, figura usata molto da epici poeti poiché con questa, miglior che con altra, eglino fanno apparir le cose et grandi et manifeste; della quale per commun giudicio l’Ariosto è stato diligente maestro.

Crusca [186]

Se avesse avuto a parlar del Tasso, avrebbe detto diligentissimissimo. Di grazia lasciamo stare gli artifici e i colori retorici874.

Replica [186]

Per quel che vale l’intelletto del Tasso, si può dir ch’io sia stato parcissimo nelle sue lodi. I ragionamenti del dialogo non han molto bisogno di colori retorici, né io di molto artificio in apportare il giudicio comune che si fa dell’Ariosto intorno a questo particolare.

Infarinato [186]

Che siate stato parco in lodando il Tasso, convengo con esso voi se come stoico favellate. E più lodato l’avreste ancora, se col vostro Dialogo l’aveste lasciato stare; la cui natura, quanto men richiedeva l’artificio verso di sé, tanto più v’era necessario alla ‘ntenzione. Ma per celebrar l’Ariosto, non è stato forse poco artificio l’aver voi preso a dannarlo875.

Dialogo [187]:

ATTENDOLO: Delle parti di quantità, o materiali, dell’epopea Aristotile non ragiona.

Crusca [187]

Ne ragiona pur troppo, non dicendo che ella sia in esse diversa dalla tragedia, là dove annovera le differenze di questi due poemi.

Replica [187]

Non certo. Il Segretario ha male inteso il testo di Aristotile, per non dire le parole del Dialogo. Io ragiono in buon’hora delle parti quantitative dell’epopea, et egli m’apporta il testo di Aristotile che parla di quella quantità del corpo del poema che è l’intiero connettimento delle cose; il quale, più grande nell’Epopea che nella tragedia, trattiene più spatio di tempo il lettore che questa lo spettatore.

Dissi che delle parti di quantità, o materiali, dell’epopea non parlò mai Aristotile, et che sarebbono (come soggiunsi) il legame et lo scioglimento. L’uno et l’altro fu detto di mente del Castelvetro, il quale verso il fine della prima particella delle parte principale prima della sua chiosa disse così: «Et la maniera delle particelle di quantità si può dividere, ancora che Aristotile non ne faccia mentione, in due: in legame et in solutione»876. Questo istesso conferma nella fine di tutta l’opera dicendo:

Et può intendere insieme delle parti di quantità che nella tragedia sono cinque: prologo, intrata del choro, canti, due choreschi, et l’uscita; o vero due: legame et solutione. Delle quali parti di quantità non ha fatto mentione nell’epopea, ma le due parti, legame et solutione, hanno non meno luogo nell’epopea che nella tragedia 877.

Questo il Castelvetro.

Ma peraventura dirà il Segretario che non intese di quel testo di Aristotile, dove egli fa differenza tra l’epopea et la tragedia, ma del testo inanzi, ove parla della communità fra di loro, dicendo che le parti dell’epopea sono le medesime che della tragedia, fuori che la melodia et l’apparato878. Ma non ha dubbio alcuno che Aristotile in quel luogo ragiona delle parti di qualità et non di quantità, con pace del Segretario de’ signori Academici.

Infarinato [187]

Se il non vero presumere della vittoria rende i moderati animi delle persone talora altieri, che farebbe la certezza della medesima in chi, per costume, fosse insolente? In niuna altra di vostre repliche vi siete scoperto così allegro, come fatto avete nella presente. E niuna di mie risposte per conseguente con più amarezza vi lascerà che questa ch’io vi fo ora, certificandovi del proprio errore che a presuppor correste in altrui.

Fu posto da voi nel dialogo:

delle parti di quantità, o materiali, dell’epopeia Aristotile non ragiona.

Risposonvi gli Accademici:

ne ragion pur troppo, non dicendo che ella sia in esse diversa dalla tragedia, là dove annovera le differenza di questi due poemi.

Replicate che Aristotile non ne ragiona, e che ‘l Segretario ha creduto che ne parli, là dov’e’ dice:

è differente l’epopeia, e secondo la lunghezza della composizione e secondo il verso. Della lunghezza addunque termine accomodato, ecc. 879;

ovvero in quell’altro luogo:

e le parti fuor di melopeia e di vista, le medesime 880;

e che nell’uno e nell’altro luogo il Segretario s’inganna, conciosia che in niun di essi si favelli da Aristotile di parti materiali. E soggiugnete che parti materiali e di quantità sono il nodo e lo scioglimento. Il che, il Segretario accettando, vi torna a dire che dello scioglimento e del nodo della tragedia, e per conseguente dell’epopea, si favella da Aristotile nel libro della poetica, e che son queste le sue parole:

ed è d’ogni tragedia questo nodo e questo scioglimento. Le cose di fuori e alcune delle di dentro spesso il nodo ed il resto lo scioglimento. E dico nodo essere il da principio sino alla parte ch’è ultima da cui trapassa in felicità, e scioglimento il da principio del trapassamento insino alla fine, ecc. 881

Ecco che siete stato pur voi quelli che vi siete ingannato, stimando che ‘l Segretario si sia fondato in que’ luoghi a’ quali non ebbe mai il pensiero.

Che ragionando Aristotile delle parti materiali della tragedia abbia parlato per conseguente di quelle dell’epopea, sentitelo pur da lui stesso:

ma parti sono queste medesime e queste proprie della tragedia. Per la qual cosa chiunque di tragedia s’intende, buona e cattiva s’intende ancora d’epopeia. Perocché le parti che ha l’epopeia sono nella tragedia, ma quelle che essa ha, non tutte nell’epopeia 882.

E verso la fin del libro:

perocché tutte le cose ha la tragedia, qualunque l’epopeia 883.

Ecco che prima che altri presuma manifesto errore in altrui e lo danni, bisogna pensarvi bene.

Dialogo [188]:

ATTENDOLO: Ma come alcuni vogliono, si può dire che non sieno più che due, legame et discioglimento; delle quali non è mestier ch’io dica, poiché in una favola di diverse attioni, sì come è quella dell’Ariosto, non un solo legame et discioglimento ma molti si ritroveranno.

Crusca [188]

E nel Furioso e in ogni altro poema eroico che stia bene, secondo la regola d’Aristotile, deono essere più e diverse azioni, e per conseguente più e diversi nodi, e più e diversi scioglimenti; pur che le diverse azioni e i diversi nodi e i diversi scioglimenti membra sieno d’una principale azione. E queste cose son chiarissime a chi ben l’intende nel libro della poetica.884.

Replica [188]

Secondo la regola di Aristotile, l’attione che riempie la favola è una et d’una persona sola. Et quando adiviene che sieno più attioni, vuole che l’una dipenda dall’altra. Questo sentono tutti gli spositori, et ne viene di conseguenza un nodo et uno discioglimento. E se Aristotile in questo precetto non si servì di ragione, gli bastò l’autorità d’Omero. Ben parve che Averroe si forzasse d’apportar ragione o di persuadere almeno, dicendo in questo che l’arte imita la natura, la quale tutto quel che fa, fa secondo un proposto fine, et a quello ogni cosa indirizza. Et conchiude, con esprobar gli errori di alcuni poeti, che lasciando una cosa passano ad un’altra885.

Et (come s’è detto di sopra) il Castelvetro, havendo occhio a questa Parafrasi, l’essemplificò nel poema delle trasformationi di Ovidio et dell’Orlando Furioso, dicendo che l’uno et l’altro contiene più attioni et di più persone886. Questo ho voluto dire per dimostrare che diverse attioni non istian bene nel Furioso né in altro poema eroico (come dicono gli Academici) «secondo la regola di Aristotile», il quale ostinatamente il niega in più luoghi, per servirmi delle parole dell’istesso Castelvetro.

Però come la positione de gli Academici sia chiarissima d’insegnamento o di mente di Aristotile, a chi ben l’intende nel libro della poetica, io non veggo con gli spositori che si leggono sin al presente. Non si niega al Vittorio che Aristotile paia di concedere alcuni eventi potersi ridurre in un corpo, che sono quelle membra che gli Academici dicono d’una «principale attione». Ma che tanti varii successi costituiscano un corpo nell’Orlando Furioso, si niega et si è lor negato etiandio nella replica ventesima nona et cinquantesima quinta.

Il più che s’allontani da Aristotile, et che favorisca in parte l’opinion dell’Academia, è il Castelvetro; il quale con le seguenti parole si trameza nella questione. Conchiude egli, dopo haver detto molto, così:

Là onde è da conchiudere che la favola della tragedia e della commedia per necessità dee contenere una attione d’una persona o due, dipendendo l’una dall’altra, e la favola dell’epopea dee contenere una attione d’una persona, non per necessità ma per dimostratione dell’eccellenza del poeta. Della quale eccellenza, se alcuno non fa stima o stima non potervi pervenire, misurando giustamente le sue forze, potrà costituire la favola di più attioni d’una persona, o una attione d’una gente, o più attioni di più persone. Ma contentisi ancora di comune et di minor lode, lasciando la singolarità della gloria a colui che sa con la singolarità d’una attione d’una persona singolare ordinare una favola che stia bene 887.

Infarinato [188]

Non ha, in tutta questa vostra presente replica, cosa, concetto o parola che non si sia ribattuta nella risposta ventinovesima e in altre di questo libro. Onde qui risponderò solo alla fin di quelle parole: «l’attione, che riempie la favola, secondo Aristotile, è una, e d’una persona sola». Vi risponderò (dico) che ‘l dovere essere l’azione d’una persona sola non è dottrina di quel filosofo. Anzi dov’e’ parla dell’unità, esprime appunto questa sentenzia:

la favola è una, non come alcuni pensano, se intorno a uno sia, ecc. 888;

e descrivendo la tragedia:

è addunque tragedia imitazion d’azione onorata e finita, grandezza avente, ecc. 889;

e dell’epopea:

ma della narrativa ed in verso imitatrice che bisogna le favole, come nelle tragedie, compor dramatiche e intorno a una azione tutta e finita, avente principio, ecc 890.

E in altri luoghi parecchi volte, ogniora che parla dell’azion della favola, d’una azione sempre, né mai che d’una persona sola esser debba, è menzione in tutto ‘l libro della poetica; come non ci ha eziandio alcuna ragione che la ristringa ad un solo. Anzi, sarebbe il ristrignervela imperfezione, e men varia la renderebbe senza bisogno dell’unità; cheché si legga in contrario nella poetica del Minturno e nel comento del Castelvetro.

Dialogo [189]:

ATTENDOLO: Delle comparationi, intorno alle quali s’adopera così la sentenza come la locutione, non si può negare che non sia stato ottimo artefice l’Ariosto. Ma in virtù della sentenza, poi che havendo la comparatione a dar chiarezza alle cose, conviene che ella si formi di voci proprie, et rare volte riceve le traslate; et per questa cagione, et forse anco perché l’Ariosto fu primo et trasportò nel suo poema le più belle et vaghe comparationi usate da’ Greci et Latini poeti, sì come nella sentenza anco in questa parte si può dire che avanzi il Tasso.

Crusca [189]

Nelle comparazioni (come dicemmo), del metter davanti agli occhi, o a niuno o a Dante solo cede l’Ariosto nel suo poema, così nelle imitate come nelle trovate da sé, non solo per la sentenza ma per la mirabile espressione di essa con le parole. Nel Tasso è gentilissima quella dello stallone comparato a Rinaldo, il più pregiato de’ suoi guerrieri891; e anche quella che da’ suoi fautori si celebra per la più scelta, non è però a giudicio degl’intendenti la più bella cosa del Mondo:

Non altramenti il tauro ove l’irriti 892.

Poiché con tutto il colmo delle figure intempestive che vi rimpinza893, a ogni modo riesce bassissima e pedantesca894.

Replica [189]:

Nelle comparationi, benché io habbia chiamato l’Ariosto ottimo artefice in virtù (come dissi) della sentenza, intesa da me nel modo comune, che ha quella mirabile espressione nelle parole che gli Academici dicono, non è però punto da dispregiare il Tasso, il quale venuto a più tardo secolo et ritrovando in questa parte i luoghi della imitatione occupati dall’Ariosto, gli fu bisogno per lo più ritrovare di proprio ingegno.

Ma con che ragione altri saltella a suoi biasimi se non per uso, a cui etiandio s’invidia minor lode? Si biasima che Rinaldo, il più pregiato guerriero del campo, venghi assomigliato al cavallo, o stallone che si dica. Non è egli il cavallo animal ferocissimo et attissimo al mestier dell’arme? Et per ciò nobilissimo? Et chi non credesse, non potendo negarsi la nobiltà della spetie, che gli Academici riprendano la ignobiltà della voce? Ma il Tasso non disse «stallone» ma «feroce destriero».

Che si direbbe di Omero che paragona Aiace, guerrier fortissimo et a niuno inferiore fuor che ad Achille, ad un asino che venghi cacciato da bastoni895? La comparatione del Tasso è tolta da Omero che con essa dimostrò l’uscita di Paride da Troia, dove se ne stava a spasso con Elena (non men che Rinaldo con Armida); al fine, vigorato dalle parole di Ettore, fa che uscendo dalla città si dimostri θεοειδὴς, in apparenza un dio, con la comparatione del cavallo che, pasciuto et riposato per molto tempo, rotto il capestro corre lieto dal presepe al fiume896. Et se non paresse degna comparatione di Rinaldo celebrato fortissimo, essendo stata di Paride effeminato, paia bella replicata di parola in parola nel comparato di Ettore fortissimo per natura quando, ispirato et roborato sopra naturalmente da Apollo, ritorna a combattere et pone in fuga i Greci insino alle navi897.

O forse dispiace perché il cavallo, rapito d’amore, divenga men nobile? Non si vede che in questo caso fanno doppio scontro d’imitatione898? Ma quanto felicemente sia detto dal Tasso, veggasi di gratia:

Qual feroce destrier, ch’al faticoso
honor de l’armi vincitor sia tolto,
e lascivo marito in vil riposo
fra gli armenti e ne’ paschi erri disciolto,
se ‘l desta o suon di tromba, o luminoso
acciar, colà tosto anitrendo è volto.
Già, già brama l’arringo, e l’huom sul dorso
portando urtato, riurtar nel corso 899.

Nella comparation poi del tauro, vorrei che questi signori Academici mi dimostrassero che cosa vi habbia che l’invidia non sudi per ammendarla, ma io non so bene quando e’ ragionano da scherzo né quando da dovero.

Infarinato [189]

La libertà degli Accademici nel dire il vero, cioè quel che stimano che vero sia, chiamate «maledicenza» e aggiugnetevi «per costume»900. Ma se ella pur meritasse sì brutto nome, sì farebbe ella per tutto ciò di manco piggiore spezie che la benedicenza d’altre persone che, mentre tuttavia biasimano, fanno sembiante di commendare. Che ‘l Tasso si biasimi per invidia, avete (dovrei rispondervi) ragion di crederlo, conoscendo il pregio di voi medesimo che, commendandolo, l’avete ad invidia fatto soggetto. Perocché, prima che venisse fuori il vostro dialogo, da niuno mai il Tasso non fu ripreso, né da niuno (secondoché pare voi) per conseguente invidiato, avvegnaché tanti lo commendassero e commendato l’avessero ne’ libri loro.

Della comparazion del toro e di quella dello stallone, alla carte cenquarantatreesima del libro suo vi risponde per me il Fioretti, e quantunque egli intorno a questi due capi alla presente mia risposta in parte si rimettesse901. Non dimeno, posciaché questa mia scrittura, che doveva pubblicarsi innanzi alla sua per gli accidenti avvenuti, le resta addietro per ispazio di tanti mesi, a ciò che da lui sene parla nel detto luogo vi rimetto io allo ‘ncontro solamente questo: aggiugnendoci che Omero non assomiglia mai a stallone non che Ettore ma né anche Paride suo fratello, a cui troppo bene sarebbe stato investito; ma Paris nel settimo902 dell’Iliade ed Ettore nel quindicesimo compara ad un cavallo che, ben pasciuto e legato, sia lungo tempo stato tenuto alla mangiatoia. Ma rispondesi da voi a questo: che paragonandolo il Tasso a stallone, viene ad assomigliarlo a due cose tutte in un tempo, cioè a cavallo e a cavallo preso d’amore, e a fare (così gli dite) doppio scontro d’imitazione. Ma se v’avesse aggiunta la terza cosa, cioè l’atto pratico dello stallone, sarebbe stata tanto più bella e rinterzatasi la somiglianza903.

Quella che nell’undecimo fa tra l’asino e Aiace di Telamone, niuna sconvenevolezza ha in sé, perciocché altro non ha dispiacevole in quell’animale che una certa pigrezza; la quale appunto il poeta voleva esprimere essere stata dagli Iddii infusa quel giorno in quel capitano.

Dialogo [190]:

CARRAFA: Se si ricercasse più adentro, forse che si ritrovarebbe qualche altra eccellenza nel poema dell’Ariosto.

ATTENDOLO: Nol niego. Et benché in questo particolare io gli preponga il Tasso, in altre sorti di componimenti egli avanza non solo il Tasso ma ogni altro volgar poeta, essendo insino ad hoggi primo nello scriver della satira et nell’epigramma, et nella comedia secondo a pochi.

CARRAFA: Per conclusione del nostro ragionamento, ditemi: poi che contra il comun parere, nel paragone di questi due poeti, nell’epica poesia havete scoverto il Tasso di miglior lega et così tenete per vero, credete che col tempo il mondo, che stima altrimenti, s’avveda di questa verità?

ATTENDOLO: Io credo di no—

Crusca [190]

L’autore del Dialogo attribuisce a questo personaggio tutto ‘l contrario di ciò che ne dice ognuno, cioè una solennissima prosunzione. Come, diavolo, che ‘l mondo non abbia mai a conoscere ciò che ha potuto conoscere egli?

Replica [190]

Stieno pure gli Academici in quella credenza che è loro giunta all’orecchio della modestia et virtù dell’Attendolo. Et la presuntione che e’ gli attribuiscono (se pur ve ne ha), attribuiscasi all’autor del dialogo; il quale, non perché habbia introdotto a ragionare tal personaggio col signor Principe et che il ragionamento fosse realmente vero, lo scrisse però di parola in parola. Ché senza dubbio non iscrisse tutto quello che si ragionò et vi aggiunse molte cose fuora dell’havuto ragionamento. Et potrà sempre l’Attendolo dir con verità che non solo egli non dettò il dialogo, ma che peraventura in alcuna parte di esso non convenga meco in una medesima sentenza.

Ma il Segretario finge di non intendere quel ch’io dico, parendogli gran fatto ch’io possa conoscere ciò che ‘l mondo non habbia già mai a conoscere. Dicendosi il «mondo», vi si sotto ‘ntende la raunanza di tutti gli huomini, nella quale non mi si negherà che non sieno più gli ignoranti che i dotti; usai dunque la figura che nomina il tutto, intendendo la maggior parte. Hor s’io volsi dire che gli ignoranti per niun tempo giamai s’avvederanno che il Tasso come poeta epico sia da preporre all’Ariosto, che presuntione sarà stata la mia? Pare al Segretario che gli ignoranti possano far giudicio di cose tali? Non si ha da pensar però che fra la moltitudine de gli ignoranti io voglia comprendere i dottissimi Academici della Crusca, i quali non credo che tutti sentano così sinistramente del Tasso. Et crederò anco che se alcuni così paiono di sentire, sentano così o per vaghezza di far paradossi o per qualche passione d’animo.

Infarinato [190]

Gli Accademici non sapevano questo significato di mondo. Delle lodi che date loro, vi rendono grazie infinite e hanno voi in altrettanto concetto. Ma che con animosità parlino in questa disputa, vi pregano che più nol crediate da quinci innanzi.

Dialogo [191]:

ATTENDOLO: —perciò che la lode et fama dell’Ariosto è così invecchiata, et ha preso così salde radici nella mente della maggior parte de gli uomini, che par loro un sacrilegio di scemargline pur un poco. Et continuandosi questa buona opinion di lui d’età in età, non è fuor di ragione il credere che egli viva et che habbia ad haversi in pregio fin che si ragioni la volgar lingua. Ma se per caso (che Iddio nol consenta) avvenisse della volgar favella quello che della Latina è avvenuto, che hoggi più non si parla ma si conserva ne’ libri, che pensate voi che il mondo giudicherebbe allora dell’Ariosto et del Tasso?

CARRAFA: Volete voi dire che in questo caso il Tasso sarebbe in pregio maggiore?

ATTENDOLO: Signor, sì. Et la ragione è che la dolcezza che nasce dal natio et dal chiaro della sentenza dell’Ariosto, non dilettando come hora fa l’orecchie della moltitudine, ragionando all’ora altra lingua, converebbe che l’Orlando Furioso con parti perfette di poesia appagasse l’intelletto di pochi, il che non potendo egli fare, per le ragioni dette di sopra, ne segue necessariamente che in pochissimo o in niun pregio sarebbe.

Crusca [191]

Il natio ed il chiaro, altrettanto o più piace agl’intendenti che alla moltitudine, e restane la notizia anche dopo che le lingue più non si parlano; e le scritture, a cui mancano queste parti, né prima né poi sono in pregio. Onde il Goffredo, e per l’esser privo di esse e perché in tutte altre cose è imperfettissimo, se si paragona al Furioso – sì come è per dismettersi tra breve spazio d’anni, così per mancanza del favellare – non potrebbe risurger mai. Ed il Furioso allo ‘ncontro, e parlandosi e non parlandosi la favella, per le ragioni contrarie sarà sempre in sovrana stima.

Replica [191]

Il natio et il chiaro, pur che non habbia viltà et bassezza, piace a gli intendenti; ma alla moltitudine può piacere la chiarezza, quantunque et bassa et vile. Però s’io ho provato quel ch’io mi credo, ciò che dicono gli Academici è nulla. Et quando non l’havessi provato tanto della favola quanto di tutte l’altre parti dell’Orlando Furioso et della Gierusalem liberata, non havranno a far giudicio gli Academici come interessati, né io ultimamente come huomo di poco valore, ma huomini di conto et senza passione alcuna. La risposta che si fa qui non obliga replica, essendo per modo famigliare più tosto che contentioso, ragionando gli Academici quasi fra se stessi la lor opinione senza prova niuna.

Dirò solo, per confermatione di quel che ho detto nel Dialogo a questo proposito, che mancando nella bocca de gli huomini (ritorno a dire che Iddio nol voglia) la volgar lingua, et apprendendosi nelle scuole et da i libri con industria et con fatica come hora si fa della Greca et della Latina, oltre a ristringersi in pochi i libri che sopravivrebbono, è ragionevol cosa da credersi che quelle opere piacessero maggiormente nella lingua appresa con metodo et con fatica che fussero state scritte con metodo e con fatica conforme a quelle regole de gli antichi; che per essere perfette sono vissute non dimeno, et passate ad altre genti et ad altri secoli etiandio morte, et sepolte ne’ libri le lingue nelle quali furono scritte.

Et vivrà il Tasso (a cui morto non si havrà tanta invidia) con Omero et con Vergilio sotto una medesima disciplina. Et forse si può dire del suo poema quel che disse Martiale de’ libri suoi:

Esse quid hoc dicam, vivis quod fama negatur?
Et sua quod rarus tempora lector amat?
Hi sunt invidiae nimirum, Regule, mores,
praeferat antiquos semper ut illa novis.
Sic veterem ingrati Pompeii quaerimus umbram,
et laudant Catuli Iulia templa senes.
Ennius est lectus, salvo tibi Roma Marone;
et sua riserunt secula Mæonidem.
Rara coronato plausere theatra Menandro,
norat Nasonem sola Corinna suum.
Vos tamen o nostri ne festinate libelli,
si post fata venit gloria, non propero 904.

Infarinato [191]

Non avete provato quel che credete. E però ciò che dicono gli Accademici è qualche cosa, cioè tanto quanto dicono e non punto meno. Hanno provato essi allo ‘ncontro contr’a di voi ciò che presumete contr’a di loro. Addunque l’argomento vi si rivolge tutto in contrario e restate abbattuto con le vostre armi. Non sono gli Accademici interessati né voi di poco valore; ma parlano gli Accademici quel che sentono, e voi quel che non credete.

Se quelle scritture e quei libri dovranno vivere che con metodo saranno scritti, e secondo le regole degli antichi, viverà l’Orlando dell’Ariosto più d’altro poema eroico che abbia la lingua nostra fino a quest’ora. Della ‘nvidia, se pur volete che la ‘nvidia faccia guerra al libro del Tasso (che dagli Accademici non si crede), non sono addotti a proposito i versi di Marziale, perciocché quando la lingua viverà solamente nelle scritture, e l’Ariosto ed il Tasso saranno antichi amenduni.

Dialogo [192]:

ATTENDOLO: Come per essempio creder si dee che al tempo di Vergilio non mancassero poeti epici di minor pregio di lui, i quali coi lor poemi havessero dilettato la plebe assai più che Vergilio con la sua Eneide non havrebbe fatto; et hoggi, spenta la lingua Latina nella bocca de gli huomini, etiandio che ta’ poemi pervenuti fussero insino a quest’età, non ritrovando il volgo intendente di loro, in nessuna stima sarebbono. Così appunto, morendo la lingua nostra nel parlare che comunemente si fa, senza dubbio della Gierusalem liberata, come corpo più perfetto et ordinato secondo l’arte, si farebbe stima maggiore che dell’Orlando Furioso, come abbondevole delle imperfettioni tante volte già dette.

CARRAFA: Basta all’Ariosto che voi in questa parte conchiudiate in favor suo, dicendo che hoggi nella bocca de’ più de gli huomini ha maggior grido che il Tasso non ha. L’avvenire è noto a Dio solo, di cui non s’ha certezza diterminata. Egli vien glorioso et viverà: et gli vien dato il nome di poeta non solo dalla moltitudine, come voi dite, ma da’ professori di buone lettere ancora.

Crusca [192]

Ci mancava questo. Pensavamo che e’ gli s’avesse a dar nome di cerusico905 o d’agricoltore.

Replica [192]:

Io non toglio il nome dovuto a meriti delle persone; ma gli Academici, negando il nome di poeta a Vergilio nella Georgica, fecero assai bene, poi che di conseguenza gli vengono a dar nome di cerusico di greggie et d’agricoltore di campi.

Infarinato [192]

Come, domine, di conseguenza? Perciocché noi pensavamo che all’Ariosto, negandosi che sia poeta si dovesse dar titolo di chirurgo o d’agricoltore, si viene a conchiudere per conseguente che, non avendo Vergilio per poeta nella Georgica, gli diamo titolo di cerusico di bestiami e di cultor di terra.

Dialogo [193]:

ATTENDOLO: Io per me non li toglio né il nome di poeta né l’eccellenza della loda che gli si conviene come migliore artefice di quanti prima di lui ordirono et anco di quanti nell’avvenire ordiranno poema simile al suo.

Et ciò detto, perché era già in ordine da desinare, in piè levatosi il signor Principe. Poi data l’acqua alle mani, a tavola s’assettarono; là dove altri discorsi, di maggior consideratione che il ragionamento havuto, furono condimento delle vivande.

Crusca [193]:

Questo è troppo. Gli aveva pur detto poco innanzi il signor Caraffa che l’avvenire è noto a Dio solamente. Ma gran forza ha la verità. Costui, che infino a qui non ha mai fatto altro che biasimarlo né s’ha proposto altro fine, è finalmente dal vero stato forzato a dire che il poema dell’Ariosto è più perfetto di quel di Vergilio e d’Omero, poiché per simile altro non può intendere che della stessa spezie. E d’una stessa spezie sono (come già s’è mostrato) con l’Iliade e con l’Eneade non solamente il Furioso ma il Danese e l’Ancroia e gli altri simili che di sopra son mentovati.

E tanto basti per risposta al Dialogo, al quale se tal volta s’è contraddetto con semplice negazione, ciò è solamente in quei luoghi là dove anch’egli, senza produrre alcuna pruova, accusa semplicemente. Ed è diritto proceder nelle querele che semplice affermativa con semplice negativa si ribatta dal difensore. Però in ciò che pertiene al detto Dialogo, più oltre non è da dire. E a sufficienza, secondoché noi crediamo, s’è soddisfatto al carico che prendemmo d’abburattarlo906. Ma a fin che il rigor dialettico in pregiudicio non ritornasse d’alcun semplice leggitore, alcune cose intorno a questa causa che noi crediamo esser vere soggiugneremo a suo prò, quasi in guisa d’un conto a parte907.

Diciamo adunque, non più come avvocati dell’Ariosto ma come ragguardatori senza animosità, che se’l soggetto del Goffredo fosse favola, nel fatto dell’unità, alla favola del Furioso dovrebbe riporsi avanti, tuttoché nell’altre virtù ella rimanga addietro per così lungo spazio che ne perde la vista, non che punto se l’avvicini. E abbiam detto nel fatto dell’unità, non perché nel Furioso uno non sia nel vero l’universale argomento, ma perciocché incomincia da episodio, che dal principio non si spicca di essa favola. Comincia diciamo dalla fuga d’Angelica, con la qual digressione se ne incatenano poi dell’altre, che tutte, con poco tramutamento, avrebbe potuto il poeta far pullulare a guisa di rami dal principal soggetto.

Per la qual cosa, il maggior difetto di quella favola è tutto intorno al principio. Perciocché dalla mandata di Rinaldo in Iscozia doveva prender cominciamento, e poscia di mano in mano innestarvisi gli episodi; ma sempre interessati con la prima azione e raccontati senza interrompimento, né di essa né di alcun di loro, sì che seguendogli, o non ci paresse di traviare, o traviando in pochi passi avesse fine il tragetto e rientrassimo nella strada maestra. Perocché poteva l’Ariosto, se avesse voluto farlo, metter nel suo poema tutte le digressioni che vi sono ora, unirle con quella guerra, ed ispiegarle senza quel saltar d’una in altra che egli fa ad ognora. Ed il modo, quantunque malagevole, non è però impossibile a immaginarsi da ingegnose persone. E sa mai fu ingegno da poterlo recare a fine, l’Ariosto senza alcun dubbio sarebbe stato quel desso.

Così unita e senza confusione sarebbe stata quella varietà. Né per ciò favola episodica, che pessima di tutte l’altre si determina da Aristotile, ne sarebbe riuscita, posciaché episodica dichiara che sia quella, nella quale l’un dopo l’altro s’ammassano gli episodi né necessariamente né verisimilmente procedenti dall’argomento. La qual descrizione, né in quel modo né secondo che ella sta oggi, cader potrebbe nella favola del Furioso.

Ma se l’Ariosto nel suo poema peccò nell’opra degli episodi, avendovene sì gran numero, non è da farsene maraviglia. Ma che il Tasso in una favola sì sottile v’inciampasse dentro anch’egli, difficilmente si può scusare. Perciocché né con la scusa della difficultà, né con quella della memoria, né con aiuto che ne prenda la favola, può ricoprirsi che, finita già l’azione, si rappicchi di nuovo Rinaldo con quella Armida;908; e senza mai più parlarne, incominciato nel fin del libro e imperfetto si lasci quello episodio. Ché se pur nel Furioso ve n’ha alcuno non finito, non è gran fatto che nel mezzo del libro, in così ampia tela, gli venisse sfuggito un filo; un filo poi di picciolo o di niun momento verso il Rinaldo del Goffredo, il quale è l’eroe principale.

Comeché sia l’avere l’Ariosto dietro al principio peccato del suo poema, avvegnaché in altra guisa è comune a lui con Vergilio, poiché la favola dell’Eneade peravventura non ha principio, non cominciando come dovrebbe da un capo d’una azione, come sarebbe una partita di qualche luogo o un arrivo in alcuna parte, per via di dire, in Italia o altra cosa simile a questa. Perché, che principio sarà questo? Essendo Enea alla vista della Cicilia, Giunone fece e disse. Chi non vede che questo è mezzo e non principio d’una azion d’Enea? E se alcuno dicesse che il principio fosse quella tempesta, risponderemmo che il principio si dee spiccare dalla persona di cui s’imita l’azione. Altrimenti ogni cosa sarà principio.

Se Vergilio avesse tolto a descrivere una persecuzion di Giunone contro a Enea, potrebbe quella tempesta esser principio d’una azion di Giunone. Tuttavia senza il predetto mancamento e così anche senza lo spergiuro del Re pagano, senza la favola del Dottore (tuttoché sia episodio)909, e senza certi versi—che alle volte lascivi e bassi mostra che sieno ad un’ora—, in ciò che pertiene alla prima qualità del costume, meglio starebbe sicuramente il Furioso dell’Ariosto, che con quelle cose non par che stia. E parimente fuor dell’opera del costume, senza lo ‘nterponimento di sua persona nel principio de’ canti, il che interrompe l’imitazione, quantunque i detti princìpi per se medesimi gravi sieno, o morali, e bellissimi oltr’ogni stima.

Nel rimanente, ciò che nelle predette nostre chiose abbiam posto, c’è da noi detto in sul saldo, e veracissime le riputiamo. Nelle quali né contro allo scrittor del Dialogo né contro a quel del Goffredo abbiamo inteso di scrivere alcuna cosa, ma difender l’Ariosto con lo stesso rigore col quale altri ha offeso lui morto, e che per se medesimo non può rispondere alla querela. Perciocché noi non sappiamo chi chiamato abbia questo autore a farsi giudice di questa causa, né con quale giuridizione sia il detto Ariosto dal Pellegrino stato chiamato in giudicio, o per dir meglio stato condennato senza chiamarlo. Sì che avendo riguardo a questo, paiagli meno spiacevole se qualche volta, più aspramente che con gli altri non siamo usati, n’abbiam fatto risentimento. Senza che è nostro credere che non pur’ egli, avvegnaché per iscopire il suo ingegno disputato abbia in contrario, ma il Tasso medesimo senta di questa causa lo stesso che noi sentiamo. Il qual Tasso, fuor di questo (a dirne il vero) troppo disegual paragone, commenderemmo altrettanto; quanto questa sola fiata servendo (come si dice) alla causa, parrà a molti che fatto abbiamo il contrario. E qui la giunta termini della presente stacciata.

[Della Replica 193 capo primo910]

Il signor Carrafa ripose la certezza delle cose da venire nel seno d’Iddio; et io, senza esser profeta, dissi che l’Ariosto rimarrebbe primo, etiandio a quanti appresso di lui scrivessero.

Infarinato

Senz’esser profeta sì, ma non senza assai gran d’ardire.

[Replica 193, capo 2]

Et senza contradirmi dissi che foss’egli miglior artefice di quanti prima di lui ordinarono poema, ma soggiunsi «simile al suo» per escludere con Vergilio et Omero anco i moderni che da lui diversamente havessero poetato. S’attaccarono gli Academici alla voce «simile», et conchiusero fuora dell’intentione et del proposito ch’io, forzato dal vero, finalmente dicessi che ‘l poema dell’Ariosto sia più perfetto di quel di Vergilio et di Omero; riputando che per simile altro non potessi intendere che della stessa spetie con la Iliade et con la Eneade. Credettono di haverlo conchiuso, ma si è provato il contrario con ragioni et autorità che i romanzi non vadano per le vie de gli eroici, et però non si numerano tra essi.

[Infarinato]

[Infarinato]: Non l’avete provato né potreste provarlo mai. V’ho ben io, sotto alle vostre repliche dodicesima, ventesima e cinquantatreesima, con argomenti necessari dimostrato tutto ‘l contrario, cioè che romanzo ed eroico sono in tutto la stessa cosa.

[Replica 193, capo 3]

Ritorno a dire che per «simile» intesi poema conforme in tutto a gli andamenti del Furioso.

[Infarinato]

Se gli sarà in tutto conforme, non potrà né vincerlo né esser vinto da lui.

[Replica 193, capo 4]

Et dato che per simile s’intenda della stessa spetie, et conceduto che nel soggetto convengano insieme il Danese, l’Ancroia et tutti altri romanzi con gli epici poemi, non si vede quanto nell’altre parti degenerino quelli da questi? Non meno che degeneri dalle altre generose quella spetie d’aquila che è simile all’avoltoio, et quantunque di gran corpo, per haver poche forze si lascia etiandio battere dal corvo?

[Infarinato]

Chi vi niega che tra i romanzi che nominate e i poemi d’Omero e di Vergilio, e dell’Ariosto e dell’Alamanni e del Pulci e del Boiardo e del Tasso non abbia gran differenza? Basta che ella non è specifica, e che que’ difetti che son ne’ detti romanzi che mentovaste, e tutti gli altri simili a loro, quando vi fossero in cento doppi, a privargli di forma e nome d’eroico non possono esser sufficienti, come nella predetta ventesima mia risposta si manifesta.

[Replica 193, capo 5]

Ma ch’io insino a qui non habbia mai fatto altro che biasimar l’Ariosto, et che non mi habbia proposto altro fine, si può vedere così nel dialogo come in questa replica con quanto riguardo ho ragionato di lui; dove non ho potuto lodarlo, come epico, richiedendo così il preso ragionamento, et con quanta sua gloria ne ragioni poi, come poeta di romanzo et anche d’altre spetie di poesia, dovendoseli molta lode nello epigramma, et somma nella satira et nella comedia.

[Infarinato]

Questi son tutti pannicei caldi.

[Replica 193, capo 6]

La cagione che mi mosse a scrivere il dialogo, sì come dissi nel principio, altra non fu che l’obligo ch’io haveva di servire al signor Marcantonio Carrafa. Et il mio fine non fu altro che sodisfare a quel signore et non già di biasimar l’Ariosto; sì come non in biasimo di lui ma in difesa dell’honor mio sono stato quasi violentato a scriver questa replica. Et insino a qui sieno ribattute le particolari risposte de’ signori Academici della Crusca con quel metodo (dal rigore et dallo scherno in fuori) con che essi hanno proceduto.

[Infarinato]

Ribattute nella maniera che fa la palla che si rinnalza. Ma che nella vostra replica abbiate lo scherno aggiunto di più e ‘l rigore, come da voi medesimo si confessa, niente sene crucciano né sene turbano gli Accademici. Ma è loro assai l’aver sostenuta la verità.

[Replica 193, capo 7]

Hora rispondendo al rimanente: che i signori Academici quasi in guisa d’un conto a parte soggiungono a pro de’ semplici leggitori, et a fine che ‘l rigor dialettico usato contro di me non ritornasse in pregiudicio di quelli—

[Infarinato]

S’è detto già mille volte che di questo soggiugnimento e conto a parte degli Accademici, avendone essi prima fatto il protesto e mutato persona e nomi, in faccendolo e trasportatolo fuor del processo, non potete in questo piato far capitale. E voi pur sempre tornate cento fiate a ridir le cose medesime, come se noi e quei che ci ascoltano non avessimo altra faccenda. Quinci faccia ragione il lettore che qualità di causa vi paia avere alle mani, se voi che siete sì poderoso, senza l’aiuto degli Accademici, non istimiate d’avere alcuna forza da sostenerlo.

[Replica 193, capo 8]

—a me basta che e’ dicano che quando il soggetto della Gierusalem liberata fusse favola nel fatto dell’unità, alla favola del Furioso dovrebbe riporsi davanti—

[Infarinato]

Nol dicono, non l’avendo detto in giudicio; e posto, senza concederlo, che ‘l dicessero o l’avesser detto che sarebbe, quando il soggetto della Gerusalem liberata fosse più semplice nell’unità che la favola dell’Ariosto, la qual nell’unità è cotanto semplice, quanto è bastevole a perfetto poema eroico. E nell’altre bontà, così del suggetto come del resto, supera d’infinito spazio il libro del Tasso.

[Replica 193, capo 9]

—percioché secondo loro stessi, non vietando a detto soggetto l’esser favola, altro che perché vien tolto da istoria nota—

[Infarinato]

Secondo loro stessi? Questo no. Dite pure: per l’aver copiata una storia che si legge scritta distesamente e solo ridottala in versi d’ottava rima.

[Replica 193, capo 10]

—essendo questo impedimento di poco, anzi di niun valore, come s’è provato con ragioni et autorità nella replica quinta, cinquantesima seconda et cinquantesima ottava

[Infarinato]

Non solo non è picciolo lo ‘mpedimento ma è non dico grandissimo, ma distruttivo. Né voi l’avete in alcuna di vostre repliche fatto minore apparire, come per le risposte fatte da me a esse rilegger potrete ne’ luoghi propri.

[Replica 193, capo 11]

—ne segue che ‘l soggetto della Gierusalem, tutto che tolto da istoria nota, riempiuto com’egli è di mezi favolosi, sia favola; et per l’unità debba riporsi davanti a quella del Furioso.

[Infarinat