Camillo Benucci

1874

Ristretto analitico del dizionario della favola. Volume I

2019
Camillo Benucci, Ristretto analitico del dizionario della favola suddiviso in articoli disposti per ordine alfabetico con notizie, ragguagli ed annotazioni tolte dai piu accreditati scrittori storici, cronisti e poeti antichi e moderni, volume I, Napoli, Stabilimento Tipografico Partenopeo, 1874, in-4, 332 p. PDF : Internet Archive.
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[Avertissement] §

All’ Egregio uomo
COMMENDATORE ANTONIO MORDINI
Prefetto di napoli
Che alla valente operosità della vita politica
Intesa al bene ed alla gloria
Della patria italiana
Tenne compagno lo studio delle dottrine scientifiche
E protesse l’immegliamento delle lettere e delle arti
Questa opera
Storico-scientifica-letteraria
Dedica
Con riconoscente animo
L’autore
Come perenne testimonianza
Di gratitudine e di rispetto

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Ristretto analitico del dizionario della favola per Camillo Benucci §

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Introduzione §

Illuminati dalla fiaccola della verità ; rischiarati dal lume dallo studio ; sorretti dalle autorevoli ed irrecusabili testimonianze della storia ; appoggiati da valide opinioni di chiari scrittori, antichi e moderni, italiani e stranieri, prosatori e poeti, novellieri e cronisti ; noi ci facciamo a completare l’opera nostra, dando in questa Prefazione una spiega, per quanto più potremo concisa e limpida, del modo al quale ci siamo attenuti, onde render chiara ed utile allo studioso questa opera storico-scientifico-letteraria.

Penetrare nei più sconosciuti e remoti fatti dell’antichità ; studiare la religione, i costumi, la vita intellettuale e fisica di uomini, di cose e di nazioni, ora sepolte nella notte profonda dei secoli ; svolgere, con occhio osservatore, le più oscure notizie delle cronache ; raffrontare le tradizioni dei popoli antichi, colle più recenti notizie, scritte e dettate da chiari ingegni ; analizzare i vantaggi indiscutibili che il progresso ha fatto fare all’umanità ; tutto ciò è opera ardua, lunga, faticosa, per raggiungere la quale, abbisogna fermezza di volontà, studio accurato ed indefesso, osservazione profonda e sottile.

Nè ciò diciamo per menar vanto da noi stessi dell’opera nostra ; lunge da noi cosiffatte meschine vanità !.. Noi vogliam solamente che i nostri lettori, e soprattutto la gioventù studiosa e culta, quella che forma la più eletta parte della cittadinanza di una illustre metropoli, quella per la quale noi abbiamo intrapreso e compiuto questo lavoro, si abbia in questa prefazione, un’idea chiara, netta, precisa, dello scopo che ci trasse a spendere più anni di penoso lavoro intorno a quest’opera. Fu questa e non altra, la ragione per la quale noi, dopo aver delucidato in questa Prefazione, alcuni punti (che, per avventura, potevano non esser chiari abb astanza, riguardo alla struttura fisica e materiale del nostro libro) demmo nello Studio Preliminare che segue, una idea generale, una specie d’illustrazione storico-scientifica sulla Mitologia, adoperandoci con accuratezza di studio, onde l’idea che dà vita ai simboli mitologici, risplendesse della maggior luce possibile all’intelligenza di coloro che, per lo studio delle antichità pagane, si faranno a consultare l’opera nostra. Ci adoperammo alacremente onde questa fosse, per quanto era in noi, completa e perfetta. Noi non abbiam nulla omesso, nulla trascurato : lavorammo con assiduità, con calma, con pazienza. La nostra coscienza è tranquilla, la nostra mente è serena. Se l’opinione del pubblico vorrà, come speriamo, coronare di splendido successo l’opera nostra, noi saremo paghi abbastanza, e ci reputeremo largamente ricompensati della strenua fatica.

{p. II}Prima d’andar più oltre, esaminiamo la parte, diremo, materiale dell’opera. Ci è caduto in pensiero di scrivere un’opera per la gioventù studiosa ; dare ad essa una guida, che con mano ferma e secura, avesse potuto accompagnarla a traverso il fitto buio delle antichità pagane, e quindi abbiamo, prima di tutto, posto ogni nostra cura solerte, nell’esser chiari, non solo nelle idee, nella fraseggiatura, nei periodi, ma, come era logico, nella disposizione generale dell’opera, sopratutto nella parte sensibilmente visibile di essa, spiegando ed analizzando le ragioni che ci indussero, dopo lunga riflessione, a preferire questa maniera di esporre, piuttosto che un’altra.

Fisicamente parlando, la facoltà visiva, lo sguardo, la pupilla, l’occhio infine, vuole la sua gran parte nell’osservazione anche morale di un obbietto qualunque ; e l’intelligenza, quest’occhio dell’anima, sarà tanto più facilmente suscettibile di comprendere, di sentire, di persuadersi d’un vero qualunque, sottoposto alla sua osservazione, se il libro, la pagina, il carattere, la bella armonia della disposizione di tutto l’obbietto che si vuol farle studiare e comprendere, sarà in tutte le sue singole parti, completa, armonizzando la fisica disposizione di un’opera qualunque, con la nettezza e precisione dell’idea, che è il principio motore di essa.

La struttura materiale dell’universo riposa principalmente sulla mirabile armonia delle leggi della natura ; il miracolo della riproduzione per mezzo dell’istinto, che porta incessantemente il maschio verso la femmina ; l’insieme perfetto, armonioso, completo, che la natura ha posto nel compimento di tutte le sue opere, dalla vita fisica dell’uomo, fino alla riproduzione del filo d’erba, dallo insetto microscopico, dall’infinitamente grande, all’infinitamente piccolo, tutto ha il suo più solido fondamento, la sua essenza, il suo sviluppo, il suo essere infine, nell’ordine ammirevole, assoluto, perfetto, che regna nella natura.

Da ciò noi vogliamo dedurre che un’opera qualunque, sia materiale o spirituale, di scienza o di arte, di studio o d’ispirazione, deve primieramente aver la sua base e il suo fondamento più solido, nell’ordine col quale viene cominciata e condotta a termine ; nell’armonia con la quale è tessuta ed esposta ; ordine ed armenia che debbono essenzialmente regnare nel modo più completo, fra l’idea, che è l’anima, l’essenza animatrice di ogni opera dell’ingegnu umano ; e la maniera materiale o fisica con la quale essa opera viene eseguita. Infine il concetto, l’idea d’un lavoro qualunque, rappresenta l’anima ; ossia l’essenza impalpabile, ma essenzialmente vitale di esso ; e il modo fisico o materiale, o moglio, il mezzo col quale detta opera viene sviluppata, rappresenta il corpo, ossia il subbietto fisico, materiale, sensibile, col quale l’idea informatrice deve essere assolutamente in relazione con quello stesso ammirevole accordo che passa fra la volontà impalpabile, ossia l’anima, e la materia sensibile, ossia il corpo ; fra il concetto dell’idea e l’attuazione di essa ; fra lo spirito e la materia ; fra il fine ed i mezzi. Seguendo, adunque, questo principio d’ordine che a noi sembra, ed è, essenzialmente necessario nell’attuazione d’una qualunque idea, cominciamo ad esaminare l’opera nostra dal titolo che vi apponemmo.

Ristretto analitico del Dizionario della Favola, suddiviso in articoli posti per ordine alfabetico, con notizie, ragguagli e annotazioni, tolte dai più accreditali scrittori storici, cronisti e poeti, antichi e moderni.

Nell’esposizione di questo titolo, a noi sembra di aver detto abbastanza, e di avere, in poche parole, raccolto il senso morale di tutta la nostra opera. Infatti, un ristretto analitico del Dizionario della Favola, dev’essere una specie di storia dettaglita delle divine ed umane personalità che formavano la Mitologia, ovvero l’idolatra credenza degli antichi, il culto religioso degli Dei falsi e bugiardi ; dev’essere un resoconto dei principali avvenimenti, dei fatti più importanti, {p. III}compiutisi in quel periodo di tempo che tutti gli scrittori si accordano col chiamare tempi eroici o favolosi ; dev’essere una esposizione esatta e circostanziata dei luoghi ove quelle ideate personalità vissero ed agirono ; una nomenclatura, per quanto più si possa, fedele e letterale dei nomi di quei personaggi, di quegli avvenimenti, o di quei luoghi, i quali per la loro individuale importanza, richiedessero una più dettagliata illustrazione.

Facemmo precedere il nostro Ristretto analitico della Favola da uno Studio Preliminare, che segue questa Introduzione, onde dare in esso (come già accennammo) un concetto generale della Mitologia, ed un maggiore sviluppo dell’idea informatrice dell’opera nostra, e completammo questo studio con la giunta di numerose annotazioni, onde i lettori si avessero una guida sicura, e per quanto più potemmo, dettagliata ed esplicita, dalla quale venisse loro additata la vera configurazione del senso, racchiuso sotto il velame dei simboli della Favola.

Abbiamo creduto ben fatto il dividere in articoli tutto il nostro lavoro, e segnare codesti articoli secondo l’ordine alfabetico, numerandoli progressivamente, e ciò solo nell’intento di render più agevoli le ricerche dello studioso, col marcare e distinguere, per mezzo di un segno particolare, ciascuno di essi. A raggiungere questo scopo ci servimmo della stessa configurazione con la quale si stampano le pagine dei dizionarii, cominciando a spiegare la storia della Mitologia da quei vocaboli che ne compongono la nomenclatura, dalla lettera A fino alla Z, apponendo sempre per maggior chiarezza e regolarità, ad ognuno di quei nomi, il numero d’ordine progressivo.

Riguardo alle citazioni dei più rinomati scrittori antichi e moderni, di che noi abbiamo arricchita l’opera, non ci resta altro a dire se non che noi abbiamo personalmente riscontrate quelle citazioni, onde esser certi, fino al convincimento, di non aver commesso il più lieve errore, la più leggiera omissione. Abbiamo sovente riportati interi brani, sia in verso che in prosa, degli autori da noi citati, per mostrare col loro autorevole appoggio, quanto fosse vera e reale l’esposizione di quel singolo avvenimento, nel racconto del quale cadeva in acconcio la citazione del passo da noi riportato.

A questo proposito, e sempre a raggiungere lo scopo della maggior lucidità, diremo brevemente che fra le molte opere classiche da noi citate, ci siamo avvalsi sovente della Divina Commedia di Dante, quantunque a prima vista potesse sembrare affatto estranea al carattere della nostra opera, la più lieve relazione con l’opera eterna dello Alighieri. Ma noi credemmo, forse non a torto, di avvalerci della testimonianza irrecusabilmente classica dello Alighieri, imperocchè la Divina Commedia abbraccia tutte le cognizioni, e quella della Mitologia non vi si trova, per certo meno sviluppata delle altre, essendo anzi in quasi tutti i canti che compongono l’eterno poema, assai di soventi immagini e figure tolte dalla Mitologia. Soprattutto nella prima Cantica dell’ Inferno, si trovano continue allusioni pagane, e spesso l’esatta riproduzione d’una figura mitologica, o tale quale la sognarono i poeti della antichità, ovvero incorporata dall’immortale immaginazione del Cantore dei tre Regni, nell’anima di un dannato o di un demonio.

Tutti i mostruosi accoppiamenti della natura bruta, colla natura umana ; tutte le nefande immagini che lo studio della Mitologia ci rivela innestate nel culto del paganesimo, si trovano tutte nell’ Inferno Dantesco. Il Minotauro, uomo fino alla cintola e toro nelle parti inferiori del corpo ; i Centauri, metà cavalli e metà uomini ; le Arpie, donne fino alla cintura e avvoltoi nelle parti posteriori ; tutte le turpitudini contro natura, che formavano tanta parte delle credenze dei pagani, si rattrovano nelle bolge dantesche, coprendo della loro maschera oscena i demonii relegati nel baratro, a punire, con un’eterna espiazione, le anime dei reprobi.

Questa è stata, per non toccar delle altre, la ragione più convincente che in tutto il corso {p. IV}di questa opera, ci ha fatto di sovente riportare le citazioni dei passi della Divina Commedia ; e in ciò crediamo di aver fatto il meglio.

Da ultimo, seguendo a delucidare la materiale struttura del nostro lavoro, daremo ai lettori la ragione del perchè abbiam fatto precedere questa opera da tanto numero di epigrafi.

In generale tutte le volte che un libro, un’opera, un lavoro qualsiasi, si fa precedere da una epigrafe, altro non si vuol fare che dare in essa un’idea, diremo, preconcetta del lavoro medesimo, il quale viene, in certo modo, compendiato nelle poche parole che compongono l’epigrafe che vi si appone. Questo è almeno il costume generale degli scrittori, tanto an tichi che moderni ; questo, diremo, è quasi il metodo che si è già da lungo tempo adottato da tutti gli scienziati, ed in tutte le opere di recente pubblicate per le stampe, non solo, ma altresi in quelle esistenti, da tempo immemorabile, negli archivii e nelle biblioteche.

Nel nostro caso, a noi parve, che un numero di epigrafi avrebbe dato un, diremo, tacito attestato dell’importanza del nostro lavoro ; e che esse sarebbero state altrettante citazioni di illustri autori, convenienti non ad un singolo articolo dell’opera nostra, non ad un particolar nome, o di cosa o di luogo, ma a tutto il lavoro, considerato nel suo insieme totale. E per maggior mente far comprendere il nostro pensiero, ci servimmo di epigrafi tolte da scrittori antichi e moderni, da opere di scienza, di arte, di letteratura, di filosofia, da tutto infine lo scibile umano, servendoci di scrittori greci, latini, italiani, francesi, inglesi e tedeschi, siccome di altrettante testimonianze illustri ed irrecusabili della importanza storica, scientifica e letteraria dell’opera.

Ciò per la prima parte di questo libro, ossia per lo insieme materiale e fisicame nte visibile di esso. Ora non ci resta che a dimostrare l’utilità dell’opera nostra, e il vantaggio positivo che gli studiosi ne ritrarranno, e questo brevemente faremo.

Oggi non è certamente assoluta penuria di opere nel genere della nostra, chè anzi varie sono belle che parlano delle diverse religioni dei popoli dell’antichità, e tutte le Mitologie ànno avuto i loro storici, i loro cronisti, i loro scrittori, i quali, chi più chi meno, ànno disseminata, con le loro opere antiche e moderne, la conoscenza del culto religioso dei primitivi popoli della terra.

A prima vista parrà, forse, che noi, altro non facemmo se non riportare, restringendo o ampliando, secondo che ci è sembrato necessario, gli avvenimenti più importanti, i punti più salienti della pagana Mitologia. Ma se per poco la mente dei lettori si porti a considerare, con riposata attenzione quest’opera, nel suo concetto, nella sua forma d’assieme, e nel modo limpido e chiaro col quale noi cercammo di metterla alla portata di tutte le intelligenze, si vedrà allora incontrastabilmente l’utilità di essa e l’importanza seria e profonda di questo lavoro.

Certo le allegorie, i fatti, i simboli, che formano il sostrato mitologico, il tutto configurato e misterioso delle credenze dei pagani ; sono quelli e non altri ; e noi, al certo, non potevamo nè inventarne dei nuovi, nè rivestirli di altre immagini, che non fossero quelle trasmesseci dalle cronache mitologiche. Ma appunto questa formava una delle più ardue difficoltà dell’opera nostra. Considerevole è il numero dei dizionarii della Favola ; famosi e chiari scrittori ; ingegni profondi di tutte le nazioni ; rinomati e dotti uomini, italiani e stranieri ; ànno già pubblicate opere simili alla nostra. Ma nessuno ha dato alla luce un Ristretto analitico della Favola, nel quale fosse cosi di sovente riportata una classica citazione, un brano di altre opere, le quali venissero ad appoggiare, con la loro irrecusabile testimonianza, i fatti, gli avvenimenti, i simboli più importanti della Mitologia pagana.

In oltre in questo ristretto analitico del Dizionario della Favola, non si avrà solamente dallo studioso la conoscenza limpida e sfolgorante degli innumeri fatti che ne componevano la storia, {p. V}ma un insieme di quello che i più rinomati scrittori, e sopratutto i classici, ci hanno trasmesso sui fatti medesimi, nei brani delle loro opere da noi riportati. Sarà quindi innegabile, a noi sembra, che la gioventù studiosa avrà in questo ristretto, non solo larghe cognizioni di storia, di mitologia, di astronomia, ecc., ma di letteratura antica e moderna, i cui autori ci hanno dato (con le citazioni da noi riportate) il mezzo di farli rimanere maggiormente impressi nella mente dei giovani.

Infatti un avvenimento qualunque, religioso, storico, o politico che sia, rimarrà tanto più indelebile nella mente, quanto più marcata e sensibile sarà l’esposizione di esso. Questo scopo noi lo abbiamo raggiunto mediante le numerose citazioni da noi riportate nelle quali gli studiosi apprenderanno non solo il fatto nella sua forma primitiva e tradizionale, ma avranno anche agio di internarsi nelle più peregrine bellezze letterarie dei elassici, le quali, alla loro volta, saranno dal fatto stesso, di cui vengono in appoggio, rese più chiare, limpide ed indelebili, nell’animo del lettore.

É, al certo, altamente utile ed importante, anche sotto l’aspetto letterario, quell’opera scientifico-storica che riporti interi brani dell’ Iliade d’ Omero ; dell’ Eneide di Virgilio ; delle Metamorfosi di Ovidio : quella che riunisce citazioni di Eschilo, di Euripide, di Egino, di Cicerone, di Tacito, ecc. ; quella, finalmente, che riporti frammenti della Divina Commedia di Dante ; delle opere del Monti ; di quelle del Metastasio ; e di altri numerosi poeti e scrittori d’ogni epoca, d’ogni nazione, d’ogni favella. Ecco perchè noi abbiamo detta la nostra una opera storico-scientifico-letteraria ; ed abbiamo la convinzione di aver agito con sano discernimento ; imperocchè nel nostro lavoro, la storia della Mitologia viene insegnata dal racconto degli stessi avvenimenti che vi sono narrati ; la scienza si rivela dallo studio delle credenze religiose degli antichi ; e la letterature vi è esposta per mezzo delle citazioni dei classici che noi abbiamo fedelmente riportate, quantunque volte la importanza di un nome o di un avvenimento, ce ne à porto il destro.

Ed ora, conchiudendo, diremo, che parendoci di aver completamente raggiunto la meta luminosa che ci eravamo imposti, noi faremo di pubblica ragione questa opera. Che i nostri concittadini accettino di buon animo la nostra intenzione, che fu quella di esser loro utili con l’eterno insegnamento della storia, e facciano buon viso al nostro lavoro : noi non osiamo nè chiedere, nè sperare di più.

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Studio preliminare Sulla mitologia §

[n.p.] [n.p.]La scienza delle favole o dei Miti, chiamasi Mitologia. Questo vocabolo deriva da due parole greche Mithos e Loghos, che significano, Mithos : miio, enigma, allegoria, simbolo, emblema ; e Loghos : ragionamento.

Mitologia, nel senso primitivo, vale discorso o ragionamento mitico.

Essa altro non è che il complesso delle tra dizioni, degli enigmi, il quale, considerato nel suo insieme, costituisce il linguaggio della credenza religiosa dei popoli dell’antichità, il culto degli idoli che gli antichi adoravano.

Questa e non altra, è l’interpretazione che tutti gli scrittori danno alla Mitologia, ossia alla conoscenza delle credenze religiose degli antichi.

In origine la parola latina Fabula, ebbe un amplo significato, come quella che dinotava la enunciazione del pensiero col mezzo della parola ; un discorso un racconto, che va ripetendosi, che circola, mediante orale tradizione, senza riguardo se il suo contenuto sia vero o falso, reale o immaginario.

I Greci, creatori della parola Mitologia, cominciarono, nel tempo corso tra Pindaro e Platone,

Pindaro. — Il maggior poeta lirico della Grecia, secondo la testimonianza dei più rinomati scrittori.

Nacque nella Beozia, quantunque antiche biografie asseriscono nascesse nel territorio di Tebe, e propriamente nel villaggio di Cinocefale, durante la celebrazione dei giuochi Pizii. Clinton, pone la sua nascita nella LXV Olimpiade (518 anni avanti Gesù Cristoj. Bockh, asserisce che Pindaro fosse nato nella LXIV Olimpiade (522 anni avanti Cristo). Ma nessuna di queste date è certa, quantunque l’ultima sia la più probahite. Verosimilmente Pindaro mori nell’ 80° anno della sua vita, e ammettendo, con Bockh, che fosse nato nel 522 avanti Cristo, la sua morte sarebbe avvenuta nel 442 avanti Cristo. La famiglia di Pindaro era una delle più nobili della città di Tebe.

ad avere il sentimento della cosa.

Più tardi essi congiunsero la nozione del Mito a quella più generale di simbolo o altegoria, e ne fecero una delle forme principali del linguaggio intuitivo e figurato della loro religione ; forma propria dell’alta antichità, e che parve segnatamente acconcia alla tradizione delle verità o degli eventi, proprii dell’ordine religioso.

L’antica civiltà greca fu il prodotto della fusione di due elementi o di due razze ; quella dei Pelasgi2 e quella degli Elleni

Elleni. — Gli Elleni abitarono la Grecia, la quale fu la regione d’Europa, che prima accoise i germi dell’orientale civiltà, e impresse loro un carattere proprio. La sua posizione geografica ; la indipendenza degli antichi reggimenti politici : la comunanza e il vincolo della lingua, che resistette ai conquistatori ed al tempo : il commercio delle idee : la congiuntura di non essere distratta dalle cure minute e materiali della vita, commesse agli schiavi ; l’educazione che riceveva il libero cittadino nello sviluppo armonico delle potenze fisiche e morali : il culto comune delle divinità nazionali ; le istituzioni religiose e politiche ; i giuochi pubblici ed altro gran numero di ragioni, di cause e di effetti, esercitarono sulta civiltà degli Elleni un’efficacia attiva e benefica, e la resero, in quasi tutti i suoi punti, maestra dell’incivilimento delle generazioni avvenire.

La storia degli Elleni dividesi in quattro età marcate e distinte :

Prima età, dalle emigrazioni delle colonie orientali, alla guerra trojana.

Seconda età, dalla prima guerra nazionale, all’ordinamento delle forme repubblicane.

Terza età, dalle legislazioni greche, alla preponderanza macedone.

Quarta età. dalla preponderanza macedone, alla distruzione di Corinto.

I tratti principali e caratteristici della civiltà ellenica, saranno maggiormente limpidi per coloro che si faranno a studiare questo popolo nella religione, la legislazione, lo stato, il commercio, le scienze e le arti.

 ; rappresentanti, i primi un’epoca sacerdotale primitiva ; e i secondi l’epoca eroica cantata da Omero

Omero. — Sette città della Grecia si disputarono l’onore di aver dato i natali ad Omero, e se volessimo numerare tutte quelle che troviamo mentovate in varii passi di antichi scrittori, noteremmo ben dieciotto o dieciannove città che si attribuiscono cotesta gloria ; ma le pretese della più parte, sono così poco avvalorate, e tanto sospette, che cadono facilmente innanzi ad un serio esame.

Tutta l’antichità considerò unanimamente l’Iliade e l’Odissea come le più classiche opere della greca poesia,

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{p. XXI}Che più ? l’erfino negli oscuri ed osceni saturnali di Bacco ; in tutte le feste o cerimonie proprie del culto individuale di ogni deità degli antichi ; anche nelle turpi ed infami lascivie che componevano tutto il culto di Priapo,12 presso i Greci e Romani dell’impero, sempre si scorge visibile e luminosa la verità di quanto asseriamo, quella cioè, che una religione qualunque ha sempre i suoi Mili, e i suoi Simboli, e le sue Allegorie, le quali tutte conservano l’impronta, il carattere, il tipo proprio, della religione da cui hanno anima e vita.

Mosè, l’universale legislatore, si è servito della simbolica allegoria del roveto ardente, per fare che i figli d’Israello si curvassero ossequiosi e reverenti ai dieci comandamenti della Legge, scolpiti su tavole di macigno. Maomello il profeta, adoperò simboli ed emblemi allegorici, attinti nelle stesse credenze che egli voleva imporre ai popoli, onde farsi credere l’unto del Signore. Il popolo disperso d’Israele, oggi ramingo nelle cinque parti del globo, conserva ancora, nell’attenzione del promesso Messia, i simboli proprii delle sue religiose credenze. E così man mano noi potremmo citare cento altri esempii, i quali tutti verrebbero in appoggio delle nostre parole.

Anche a traverso le folte e tristi nebble dell’eresie, che dai più remoti tempi funestarono il mondo cristiano, i simboli proprii delle stesse religiose credenze che quelle cercarono di attaccare e di abbattere, erano visibili in esse ; e sebbene alterati e confusi, pure avevano qualche cosa di particolare e di proprio della religione da cui nascevano. Così fino dall’infanzia del cristianesimo noi vediamo nell’eresie degli Gnostici,13 e dei Simoniani ;14 cosi nelle sette eretiche di Menandro,15 e di Dositeo ;16 cosi nei sofistici Cerentiani,17 e nei Nicoluiti,18 brutalmente osceni e libertini. Nè il secondo secolo dell’ Era Cristiana ci porge, nelle numerose eresie e sette, che ne afflissero il corso, un esempio meno palpabile di questa verità. Tutti gli eretici novatori del detto periodo di tempo, seguirono, o meglio, conservarono uno o più dei diversi miti della religione da essi osteggiata. Così gli Ebionili,19 i Carpocraziani,20 i Cainili,21 nefandi ed infami ; così gli Adamiti,22 scelleratissimi ed impuri ; con tutta la sozza turba dei Peratensi,23 e degli Abelili inverecondi24. Seguendo questa dolorosa nomenclatura, noi potremmo giungere fino alle più recenti eresie, di che fu afflitta la maestà della Chiesa Cattolica, ai nostri giorni ; ma sarebbe opera ovvia, poichè non avremmo se non a ripetere le medesime cose ; se non a ribattere il chiodo di una verità inconcussa, e il raggio del vero scintilla ed illumina di per sè, nè abbisogna di frasi suonanti, o di storiche citazioni, che facciano maggiormente limpida la luce che emana da esso.

Solamente aggiungeremo, a maggior trionfo di verità, che i simboli mitologici hanno sopravvissuto alla quasi completa ed universale sparizione della religione pagana dal mondo, e sebbene abbiano subite profonde e radicali riforme, nella loro essenza vitale, ciò nonpertanto conservarono, nella forma esterna, qualche segno caratteristico della loro origine. Essi si sono in certo modo perpetuati e riprodotti fino ai nostri giorni, e nella nostra religione istessa, per mezzo dei monumenti, i quali resisterono all’opera devastatrice del tempo, e che altra volta furono destinati al culto delle divinità pagane, ed ora lo sono all’adorazione dei santi, delle vergini beatificate, e specialmente delle numerose personificazioni di cui non sapremmo definire, se il vero sentimento religioso cattolico, o la superstizione popolare (di cui, pur troppo, {p. XXII}abbiamo ancora larghe e dolorose vestigie), ha informata l’unica e divina personalità di Maria, Madre di Dio.

A Roma, per esempio, il tempio ove si venerò Vesta, la Dea del Fuoco, oggi è dedicato alla Madonna del Sole. Quello dei gemelli Romolo e Remo, fondatori di Roma, ai due Santi Cosimo e Damiano, gemelli anch’essi. L’altro della Salule, a Santo Vitale. Sulle rive del lago Numicio, e propriamente al luogo ove la tradizione ci ricorda si precipitasse Anna Perenna, sorella della famosa Didone, sorge la cappella di Santa Petronilla. Nel foro Boario, presso l’ Ara Massima, ove i romani pronunziavano il solenne giuramento di dire il vero in giudizio, ora s’innalza la chiesa di Santa Maria, Bocca della Verità. Il Panteon è divenuto la chiesa di Santa Maria della Minerca. La cattedrale di Pisa, era il palazzo di Adriano. Il monte Soracte è oggi la collina di Santo Oreste, e presso l’urna che, si vuole, racchiuda le ossa di Santo Ranieri, sorge una statua di Santo Potito, la quale altro non è che un simulacro pagano del dio Marte, con la lieve variante d’aver sostituito un libro, alla spada che brandiva il Dio della Guerra.

Anche più presso a noi, e propriamente nella città di Messina, a simiglianza della Cerere Sicula, vagante per le campagne della Trinacria in cerca di sua figlia Proserpina, rapita da Plutone, la Madonna nel giorno dell’ Assunzione25 tratta in processione, va per le strade della città in cerca del suo Divino Figliuolo, e quando poi dopo lungo cercare, le mostrano la statua del Redentore, ella trema, impallidisce, piange di gioia, e allora una nidiata di uccelletti irrompe, come per incanto, dal suo seno divino, e s’innalza nell’aria a spandere pel cielo l’esultanza del suo cuore di madre.

L’antichissimo cataclisma del diluvio universale, del quale si legge nella Genesi : VI-17 Ecce ego adducam aquam diluxii super ierram — è similmente raccontato dalle più antiche tradizioni dell’ Oriente, le quali accennano tutte e fan menzione di quel tremendo sovvertimento della natura. Nelle leggende dei sacerdoti caldei, Noè si cangia in Xisustro : trasfigurato per istrani racconti lo si ritrova nelle tradizioni Egiziane. Per gl’indiani quello che si salva nell’ Arca è Satyaxrata — Iao, in Cina, il primo re, dà cominciamento al suo regno con lo scolamento delle acque diluviane, che avean tocca la cima delle più alte montagne.

Se dunque i Miti bugiardi e le false allegorie del paganesimo, in cui tutto era fittizio ed immaginario, si sono, in certo modo, trasfusi nella maggioranza dei simboli della religione del Cristo, è segno evidente che tutti i culti, tutte le credenze, hanno, siccome già accennammo, i loro miti tanto propri e particolari, quanto ereditati da altre credenze e da altri culti.

Lo studio della Mitologia abbraccia tutta la scienza, le credenze, le imprese, i vizii e le virtù d’un’epoca remota, oscura, confusa ; e questo studio è tanto più fecondo d’insegnamenti e di dottrine, per quanto più enigmatici sono i simboli o i miti, che ne compongono il sostrato.

Il paganesimo contava fino a trentamila numi, suddivisi e distinti in quattro ordini o categorie particolari ; sarà dunque agevol cosa il comprendere quale estesa quantità di miti si racchiuda nelle mitologiche tradizioni, emergenti da così alto numero di divinità. Similmente è chiaro che non bisogna cercare, nello studio della Mitologia, nè date cronologiche fisse, nè certe e limpide genealogie. I fatti vi sono aggruppati, detti e sviluppati, secondo leggi ben diverse da quelle della storia, e sovente avviene che intere epoche più recenti, sono trasferite in seno dell’età favolosa, venendo attribuite agli dei ed eroi mitologici, solamente dalle illusioni degli storici e dei cronisti. Vuolsi quindi, nello studio della Mitologia, por mente alle moltiplici agglomerazioni popolari di elementi antichi e nuovi, fittizii e reali, immaginarii e positivi ; nei quali però domina ed impera costantemente il principio simbolico e configurato, al quale si è dato tacitamente, da tutti gli scrittori dell’antichità stessa, la denominazione di Maraviglioso. Codesto vocabolo si addice propriamente a tutta quella sfera di personaggi e di fatti ideali e storici, ad un tempo, il cui periodo fu chiamato Eroico o Favoloso. In esso figurano attori, spesso immaginarii, di azioni vere, in cui i simboli o miti delle numerose deità del paganesimo, balenano ad ogni tratto ; ed in cui tutto è grande, maraviglioso, sovrumano, perchè nella tradizione tutto si mostra traverso il prisma della simbolica allegoria, la quale apparisce più viva in tutto quel lungo elasso di tempo, in cui la superstizione pagana tenne alto e riverito il culto dei suoi numi ; rino a che una credenza più mite, una vera religione di pace, di amore, di fratellanza ; una civiltà più essenzialmente umana ; non venne a redimere, col sangue dell’ Uomo Dio, i funesti errori onde le tenebre pagane aveano coperta la terra. E allora, i simboli o miti atroci ed impuri, proprii di una religione che serviva più alle tristi passioni dell’uomo, che al principio della verità, cedettero il posto ai miti dolci, casti, consolatori, onde la religione del Cristo si rivela all’anima dell’uomo. Allora, il Mi to purissimo della Vergine Madre, spense col fulgore della sua casta luce, col suo significato umanamente divino, l’osceno bagliore dei Saturnali, dei Baccanali, delle sozze cerimonie della Venere Terrestre, la dea meretrice. Allora la forza bruta, simboleggiata nell’Ercole pagano, la cui mano possente soffoca i draghi mandati, per celeste vendetta, a spegnere in culla il neonato fortissimo,26 sparisce e diventa null’altro che un sogno allegorico, ideato dalla fervida immaginazione d’un poeta. Di contro a questo pagano, simbolo della forza, sorge luminoso ed immortale, il mito dell’ancella di Dio, sine labe concepta, che sotto l’usbergo della sua celeste purità, schiaccia col fragile piede, la testa del {p. XXIII}serpe insidiatore, e lo costringe a precipitare nel baratro.

Nello studio della Mitologia non bisogna considerare le favole che la compongono, come altrettanti fatti particolari ed isolati ; ma gioverà nell’insieme osservare il pensiero del simbolo o mito che essa racchiude sotto il velame della enigma e dell’allegoria.

A bene intendere lo scopo intellettuale di quest’opera ; a renderla maggiormente utile agli studiosi ; a farla vieppiù comprendere con facilità, gioverà attentamente riflettere sui tre punti principali, che formano l’anima del nostro lavoro.

Codesta studiosa osservazione dovrà più accuratamente portarsi, dapprima, a spiegare la gran maggioranza dei fatti, avvenimenti e tradizioni de’tempi favolosi ; poscia a dimostrare la intenzione del mito, contenuto nelle cerimonie e feste di quell’epoca ; e finalmente ad esaminare quanto l’antichità ci rivela sui misteri simbolici della religione pagana, cioè il culto visibile e la dottrina segreta, delle differenti deità della favola.

Uno degli istinti insiti alla natura umana, porta l’uomo con grande facilità, ad assimilare sè stesso all’ente che adora ; e quanto questo è meno visibile ai suoi sensi, tanto più volentieri l’uomo gli attribuisce una forma imitativa per riavvicinarlo a sè, portarlo seco, indirizzargli voti e preghiere, sacrificargli offerte ed olocausti.

Nell’osservazione scientifica dei tempi della favola, noi scorgiamo che assai di sovente la divinità non è rappresentata da una figura umana, ma spesso da un animale, o da un obbietto di una qualunque materia ; ma ciò avviene solo perchè la immaginazione dell’uomo, esaltata ed accesa dalla superstizione, e da tutti gli errori di un’età barbara ed inculta, non pone mente alla natura materiale o fisica degli obbietti a cui egli accoppia essenzialmente, l’idea d’una causa suprema. Allora, prono nella polvere, genuflesso in atto umile e dimesso, innanzi alla sognata maestà di quell’obbietto, che egli crede divino e soprannaturale, lo riverisce e lo adora, senza chieder dippiù.

È questa una verità non meno inconcussa e positiva, dell’esistenza dei miti in tutte le religioni.

Migliaia di esempì potremmo citare in appoggio delle nostre parole, ma basterà a convincere, con prove di fatto, i nostri lettori, il ricordar loro nelle sante pagine della Bibbia l’altare di Bethel

L’Altare di Bethel. — Nel XXXV. Cap. della Genesi così è scritto riguardo all’altare innalzato da Giacobbe, per comando di Dio, in Bethel :


2. E Giacobbe, raunata tutta la sua famiglia, disse : gettate via gli dei stranieri che avete tra voi, e mondatevi e cangiate le vostre vesti. 2. Jacob vero convocato omnidomo sua, ait : Abjecite dese alienos, qui in medio vestri sunte, et mundamini ac mutale vestimenta vestra.
3. Venite e andiamo a Bethel per fare ivi un altare a bio, il quale mi esaudi nel giorno di mia tribolazione e mi accompagnò nel mio viaggio. 3. Surgite, et ascendamus in Bethel, ut faciamus ibi altare Deo, qui exaudivit me in die tribulationis meae, et socius fuil itineris mei.
7. E ivi edificò l’altare, e a quel luogo pose il nome di Casa di Dio : perocchè ivi apparve Dio a lui quando fuggiva il fratel suo. 7. Ædificavit quae ibi allare, et appellavil nomen laci illius, Domus Dei : ibi enim apparuil ei Deus, cum fugeret fratrem suum.

Martini La Sacra Bibbia, secondo la volgata

innalzato da Giacobbe ; nella Mitologia pagana, il Dio Termine, adorato fino nelle mura del Campidoglio28 ; nella religione di Maometto il Profeta, la Caaba dei Musulmani29.

I Greci inginocchiandosi reverenti innanzi ad idoli fantastici e rozzi, infusero loro mentalmente vita e bellezza ; ne cantarono le lodi ; ne fecero infine un culto armonioso, inspirato, poetico che fu quello appunto che diffuse tania freschezze d’immagini, in tutte le opere dell’arte greca

Cenno sull’arte Greca. — L’azione dell’umano intelletto sulle moltiplici e svariate produzioni della natura, è ciò che si chiama propriamente Arte.

Le arti si divisero in meccaniche e liberali. I greci le coltivarono tutte, ed in tutte colsero le più nobili palme. Essi furono in certo modo, spinti a questa supremazia incontrastata, nello incivilimeato del mondo antico, dalla loro relazione, e dall’ordinamento politico, che furono tanto quella che questo favorevoli allo strenuo sviluppo dell’arte. Fra i piccoli stati della Grecia surse, assai di buon’ora, una gara di emulazione fra cittá e cittâ, ognuna tentando di vincere la sua vicina nella ricchezza delle arti. Da ciò la formazione di altrettanti centri di protezione, quanti erano gli stati indipendenti, i quali giovarono immensamente allo sviluppo delle arti tutte, cosa che non avrebbe potuto sussistere se tutta la Grecia avesse formato un solo stato, perché allora si sarebbe ridotto ad un solo il centro dell’arte, e la protezione a questa accordata sarebbe riuscita meno proficua esercitando un’azione meno diretta ed immediata. L’arte nata dalla verità, dalla contemplazione delle bellezze del creato, deve tendere al suo vero principio facendosi sostegno della verità : cooperandosi al progresso, perfezionando l’uomo ch’è l’opera più nobile del Creatore, e volgere al bello, al grande, alla virtù l’azione delle intelligenze umane.

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Nè questa raffinatezza d’immagini, nella creazione quotidianamente ripetuta d’idoli e di divinità, si arrestò solamente alla Grecia. Ben presto, e come per forza di contagio, tutta la {p. XXIV}natura si trovò rappresentata in un insieme di divinità simboliche, parenti, amiche, rivali come gli elementi lo sono fra loro. I poeti stessi dell’antichità si attennero, nelle loro opere, a queste contigurazioni d’incarnazione ; dando per tal modo uno sviluppo maggiore alle allegor e religiose, per mezzo delle quali si attribuivano alle divinità del culto pagano, sentimenti e passioni umane. Cosi in Omero31 vediamo Venere ferita da Diomede, pianger disperatamente nel veder scorrere il proprio sangue ; e Marte stesso, piagato dal medesimo eroe, copre, cadendo, sette jugeri di terreno. Nè ciò è tutto : gli dei d’Omero partecipano di tutte le passioni dell’uomo, di tutti gli errori e i capricci della umanità : sono irascibill, ingiusti, invidiosi, vendicativi ; non solo altercano, si provocano, e combattono fra loro, ma scendono sulla terra ad ogni piè sospinto, sono in continuo contatto contro gli altri.

Un esempio palpabile di quanto accenniamo ce lo dà Omero, più marcatamente nel canto XXII della Iliade, allorchè narra l’agguato che Minerva tese ad Eltore.

Da queste simili ardite creazioni, ne venne per esplicita conseguenza, l’innumerevole quantità di racconti, di fatti, di avvenimenti, onde è tessuta la storia delle divinità pagane, le quali non dissimilmente dagli uomini stessi che le avevano ideate, nei sogni sbrigliati d’un’età semibarbara, ebbero odii ed amori ; nozze e figli, convenienti alla loro divina natura ; si mischiarono attivamente alla vita dei mortali, ebbero passioni, affetti e sentimenti, affatto simili nel principio e nella forma, a quelli che agitano, quasi mare in tempesta, la vita dell’uomo.

Da quanto esponemmo fin quì, emerge chiara la conseguenza che i miti sono la forma più saliente che assume la religione di un popolo, e per quanto moltiplici e svariati sono essi miti, altrettanto svariate ed innumeri sono le fonti da cui derivano.

Un’azione valorosa, eroicamente compiuta, ottiene il plauso generale ; e questo cresce a misura che la lontananza o la morte dell’eroe di quel fatto, ne ingrandisce il merito primitivo e reale ; ed ecco che l’uomo valorosamente illustre, diventa un dio, ed a lui si attribuiscono tutte le azioni o i fatti di simil natura.

Da questa scala ascendente di gloriosa rino manza, scaturisce il mito di Ercole che in cullz strangola i draghi, e finisce col famoso — Nec plus ultra, onde le colonne su cui furono scolpite le memorande parole, vennero dette le colonne di Ercole, ossia il punto fisicamente marcato, nel mondo antico, oltre il quale non era creduto possibile l’andare a qualunque essere umano o divino.32

Seguitando sempre a svolgere il concetto simbolico, Saturno, ossia il Tempo, viene raffigurato, nell’età favolosa, in atto di divorare i suoi figli ; allegoria spaventevole, sotto alla quale è nascosta l’idea, non meno terribile, del mito che il Tempo è l’eterno e vorace consumatore di tutte le cose, le quali, avendo avuto un principio, debbono essenzialmente avere una fine.

Osserveremo ancora che siffatte credenze popolari, proprie delle differenti religioni, e sempre da esse emergenti, si risentono caratteristicamente dello stato di civiltà, in cui si trovano gli uomini, al momento in cui le concepiscono. Così noi vediamo gli Dei d’ Omero farsi consiglieri degli eroi. Socrate, il sapientissimo filosofo, credeva sentirsi un demone nel seno. Nella Bibblia, e nelle opere sacre dei più celebri dottori della Chiesa Cattolica, occorrono del continuo, angioli amorosi, genii malefici, pitonesse e larve d’ogni maniera,33 Il Tasso, porgeva ascolto al suo genio {p. XXV}familiare. Sacrobosco34 insegnò le sfere sotto la luna andar popolate di spiriti ; e Cecco d’ Ascoli contemporaneodi Dante35 diffuse nelle sue opere cosiffatta dottrina. Milton36 favella di voci arcane che ragionano fra il cielo e la terra. Al Fato ed ai Genii, prestarono cieca fede Mozari, Byron, Napoleone ed altri infiniti e celebri uomini. Nell’ Irlanda, terra eminentemente cattolica, non v’è famiglia che non abbia la sua Bauskie, specie di genio tutelare, come i Penati e i Lari della Romana e Greca Mitologia. La famiglia dei Lusignuno37 aveva la sua Meleusina, larva che appariva quantunque volte ad alcuno di quell’ illustre casato sovrastava la morte. All’epoca in cui si approssimava la sanguinosa catastrofe della rivoluzione francese, e quando il Mesmerismo38 l’Illuminismo, ed altre cosiffatte credenze, avevano presso i nostri padri piena e cieca fede, sopratutto dopo Voltaire39 e l’enciclopedia, avvenne il fatto della celebre cena di Cazotte, attestato da gravi e serii testimonii.

Durante il banchetto, a cui prendevano parte le più chiare personalità dell’aristocrazia francese, Cazotte si mantenne solo torbido e taciturno. Interrogato circa la causa della sua mestizia, rispose prevedere con gli occhi della mente, orribili fatti : e siccome il Marchese di Condorcet lo scherniva, egli alzandosi disse : Voi, Condorcet, vi avvelenerete per sottrarvi al carnefice ! E, continuando, predice a Chambord che si taglierebbe la gola ; a Bailly, a Malherbes, a Boucher che morirebbero sul patibolo ; e avendogli la Duchessa di Grammont chiesto se almeno sarebbero risparmiate le donne, egli rispose : Voi, Signora, e molte altre illustri dame con voi, sarete trascinate alla Piazza della Giustizia, con le mani legate dietro il dorso !… Come, riprese la Duchessa, non mi lasciate nemmeno il conforto d’un confessore ? E allora Cazotte, diventando pallidissimo, rispose : L’ultimo condannato che axrà un confessore, sarà il Re di Francia ! I convitati, compresi da terrore si levarono, e la Duchessa di Grammont, sebbene profondamente turbata, dimondò in aria scherzosa : Ea voi, profeta, quale destino riserbano i cieli ?…

L’interrogato piegò la testa, e meditato alquanto, lentamente rispose : Nell’assedio di Gerusalemme, un uomo per sette giorni di seguito, fece il giro delle mura, gridando con voce di terrore : Sventura a Gerusalemme ! Il settimo giorno gridò : Sventura a me ! E al punto stesso un sasso enorme briccolato dalle baliste romane, lo colse e lo stritolò !…

La storia sanguinosa della rivoluzione di Francia, ci ammaestra del come si avverassero alla lettera, le predizioni terribili di Cazotte.

Noi non intendiamo di spiegare quì, il perchè ed il come di questi fatti, che sembrano soprannaturali, ma che pure ànno tuttora la testimonianza d’intere nazioni, di celebri scrittori, e di opere non meno celebri. La citazione di questi singolari avvenimenti viene in appoggio alla lucidità dell’opera nostra, e noi ce ne serviamo senza discutere.

E, a questo proposito, ci viene alla mente un altro fatto, che per essere recentissimo ci da maggiore incoraggiamento a tenerne parola. In un giornale dei Dibattimenti, che vedeva la luce a Berlino nel 1850, dopo aver narrato che una larva bianca compariva nella casa degli Hohenzollern, tutte le volte che stava per succedere qualche sventura a taluno dei componenti di codesta illustre famiglia, assicurava correr voce che, nella notte del 10 aprile 1850, la dama bianca era comparsa al castello di Berlino, e che questo era certamente {p. XXVI}segno di prossima sciagura per la famiglia regnante. Nel mese seguente, e propriamente il 22 maggio 1850, Séféloge traeva una pistolettata a Re Federigo Guglielmo, mentre stava per partire alla volta di Postdam40.

La ragione condanna, forse, simili fantasticherie ; ma, noi lo ripetiamo anche una volta, nella citazione dei fatti, non discutiamo, volendo solo che essi vengano in appoggio di quanto asseriamo, e servano ai nostri lettori come pruove di fatto.

Continuando dunque questo studio preliminare sulla Mitologia, aggiungeremo che, presso i pagani, data una volta ad un ente soprannaturale e fantastico, la forma umana, era logicamente necessario attribuirgli in pari tempo, idee, passioni ed affetti umani. Così Anteo41, simbolo delle sabbie libiche, confinanti con la regione dell’Egitto, sarà figlio di Nettuno, Dio del mare ; e della Terra ; avrà forme gigantesche, come giganti sono le onde di sabbia che il vento del deserto solleva, e che nulla vale ad arrestare, finchè ampi canali costrutti ai piedi della Libica catena, non rendano inutili gli sforzi del figlio della Terra.

La tradizione favolosa, dando da ciò vita ad un altro dei tanti simboli mitologici, onde è rivestita, fece di quel canali le braccia di Ercole che soffoca il gigante, distaccandolo da sua madre.

La maggioranza delle tradizioni mitologiche ha, come i simboli, la sua origine dalla fantasia inculta degli antichi, i quali non giungevano a spiegarsi taluni fatti. Per esempio, nel culto religioso del Dio Api,42 venivano rinchiuse le mummie, in talune casse che avevano la figura di un toro ; e questo fatto semplicissimo originò l’oscena favola del Toro di Pasifae43 la moglie del re di Creta.

Omero stesso, il poeta sovrano, implicando fra gl’incidenti della favola Itiaca, un racconto interamente fantastico, disse che il mondo era sospeso ad una catena d’oro, che Giove s esso aveva fissato nell’Olimpo.

Fino a queste configurazioni, diremo ser plici, anche sotto la forma allegorica, l’in elligenza dei miti della favola, non riesce al erto difficile ; ma vi sono molti altri simboli in cui la forma del mito non è, a prima vista, limpida e staccata. Tale è, per esempio, l’anecdoto di Giunone, sospesa in aria con un’incudine ai piedi.44 Tale quello di Vulcano, precipitato dal ciclo con un calcio da Giove, sucopadre45, e molti altri fatti ricordati dalla tradizione mitologica, e configurati nei suoi miti, che noi non esponiamo per amore di brevità.

Diremo, invece, che tanto nello insieme, quanto partitamente, le simboliche allegorie del pagani, subirono positive modificazioni, nell’assimilitudine delle cose appartenenti all’ordine celeste, con quelle proprie dell’ordine terrestre, venendo alle diverse deità attribuiti i caratteri del clima, della indole, del governo proprio, e perfino delle abitudini e dei costumi tradizionali e particolari alle molteplici contrade, che formavano il mondo conosciuto dagli antichi. Da ciò vediamo nell Mitologia Scandinava, i numi di quel culto, dimorare in palagi di ghiaccio : quelli dell’Indiana, riposare al rezzo delle piante, e bagnarsi nelle fresche acque dei laghi : la corte celeste dei Persiani ordinata in modo atfatto simile a quella del re Ciro, il famoso monarca46. L’olimpo stesso della Mitologia Greca e Romana, altro non era se non un senato ove, sotto la presidenza di Giove, il re dei numi, si deliberava sui divini ed umani destini : e dal quale ciascan Dio aveva assegnato il proprio governo, il proprio stato, le proprie attribuzioni.

Nettuno era il Dio del mare ; Plutone si ebbe il governo dei regni della morte ; Cibete fu dea dell’agricoltura ; Venere degli amori, Ebe dell’ eterna giovanezza ; Mercurio fu il messaggiero degli dei ; e Vulcano, il dio fabbro ferraio, fabbricò i fulmini per la destra vendicatrice di Giove !

{p. XXVII}Maggiormente si accresce, nella religione pagana, il numero dei miti con l’innesto di quelli fisici coi morali. Cosi noi vediamo il principio morale di una leggenda eroica, immedesimato in un fenomeno astronomico ; l’eclittica d’un pianeta, diventa il viaggio d’un eroe ; l’arco baleno altro non è che il ponte aereo sul quale Iride, la divina messaggiera, discende dal cielo alla terra ; un precetto morale, si personifica in una allegoria individualizzata ; il sole diventa Ercole, e le dodici costellazioni principali della fascia zodiacale, additano le dodici fatiche del Dio-Atleta, il quale, alla sua volta, diventa pei Greci un avventuriero, pei Fenici un fondator di colonie, per gli Sciti un trionfatore, per tutti, un mito divinizzato dall’apoteosi della sua invincibile forza.

I Miti dunque, o simboli della Mitologia, racchiudono il fondamento di tutte le nozioni che ebbero le società primitive. In essi si trovano principì di astronomia, di geografia, di metafisica ; ricordi e tracce di grandi sovvertimenti naturali ; inspirazioni di concetti d’arte e di scienza. Vi si ritrovano le orme dei misteriosi soggetti delle prime meditazioni della mente dell’uomo, e sebbene codeste orme vi sieno confuse, intralciate, senza ordine, e senza disposizione, pure esse sono ravvolte tutte in una tinta forte e spiccata, alla quale ciascuna generazione, traversando l’umanità, ha lasciato impresso qualche tratto della sua particolare fisonomia.

Giovan Battisia Vico47 l’illustre italiano, ha lasciato scritto che la « Mitologia è la più ricca forma della tradizione dell’umanità, e che essa contiene in due grandi diramazioni gli avvenimenti antichi, e le antiche credenze, rimanendo come una reliquia del mondo antico a continuare le religioni, e a dar principio alla storia ».

Egli è dunque un fatto riconosciuto, constatato, innegabile che i miti religiosi appartengono alle più remote età del mondo, e che lo studio della Mitologia, ossia del ragionamento dei miti, è lo studio sintetico di un popolo, di un età, di una generazione, considerata sotto il suo più caratteristico aspetio morale e fisico, ossia traverso il velo della sua religione.

Codesti cenni debbono, a parer nostro, esser largamente sufficienti onde si riconosca quanto difficile ed ardua impresa, sia quella di dettare una storia analitica della Mitologia.

È invero faticosa opera il dimostrare, e classificare il numero e la natura dei varî sistemi d’interpetrazione che valgono a render conto delle antiche tradizioni, e dell’oscuro significato dei miti della Favola ; tanto più che lo esame accurato, e lo studio paziente e minuto dei tempi favolosi, ci dimostra con tutta evidenza come nell’età primitive, la Mitologia confondevasi con la Poesia, e conteneva l’insieme di tutte le cognizioni umane intorno alla Divinità, alla Natura, ed alla Storia.

Sempre nell’intento di render maggiormente netto ed esplicito il concetto informatore della nostra opera, noi chiameremo, da ultimo, l’attenzione dei lettori a considerare la relazione che passa tra la Forma del simbolo mitologico, ed il Fondo di esso, nel quale l’allegoria è chiusa e raccolta.

Il Fondo di un mito può essere un’idea, una credenza, un sentimento, ed anche un concetto della mente : può essere un fatto, un fenomeno del mondo fisico o del morale, un avvenimento naturale o storico.

In così svariata moltiplicità di elementi informatori dei miti, la sola Forma rimane invariabilmente la stessa, e questa Forma è il racconto, i soggetti del quale sono gli attori, le figure staccate e visibili, anche nell’immaginazione, le persone che animano i miti dí senso vitale. Imperocchè la personificazione è la legge fondadamentale della Mitologia ; è il sostrato vitale, animatore, onde i personaggi mitici si sviluppano nella loro essenza, con tutti i singoli caratteri proprî dell’umanità ; ond’è che essi parlano, operano, sentono e pensano, in modo affatto simile all’uomo mortale.

Ciò avviene perchè sotto l’impero della forma mitica, nè il mondo delle idee, nè quello dei fatti, sono concepiti l’uno dall’altro in modo distinto e spiccato.

Nella Mitologia l’idea si personifica alternativamente, poscia, per generale che essa sia, si individualizza, unificandosi, e quindi il fatto, l’avvenimento, o la vera e reale personalità, assume il carattere di un tipo generale, e allora la forma del mito si eleva a governare le menti. Allora l’immaginazione, questa regina dell’impero mitologico, si fa mediatrice fra l’anima e il corpo, fra lo spirito e la materia, e dà vita a figure sensibili e ad elementi intellettuali, innalzando fino all’idea, le realtà positive e corporee.

È dunque irrecusabilmente chiaro che nel mito il Fondo s’incorpora nella Forma, come la vaghezza dell’idea nella realtà del fatto compiuto, qualunque sia la realtà di questo fatto che si presenta alla mente.

{p. XXVIII}Un altro particolare carattere del mito o simbolo mitologico è la Spontaneità, la quale similmente non si ritrova nell’allegoria, in cui la cognizione dell’essere proprio, suppone una più matura riflessione. L’allegoria nel fatto esprime una cosa, mentre nell’idea che l’informa ne chiude una dissimile ; il mito per contrario, rappresenta ciò che è, e come è : esprime la Forma immedesimata al Fondo, l’idea col fatto, senza avvertire codesta distinzione. In una parola, il mito altro non è che un simbolo attuato nell’istesso tempo dal pensiero e dal fatto, ed è tanto più prossimo al simbolo, quanto più è antico. All’incontro tanto più esso si accosta all’allegoria, quanto più appartiene ad un epoca recente.

Finalmente, ponendo termine a questo Studio preliminare, noteremo brevemente che nella Mitologia, ciò che colpisce a prima vista è la forma enigmatica delle favole che la raccontano, e dei monumenti che la rappresentano.

Infatti se gli avvenimenti assurdi, atroci, immorali, onde è tessuta quasi tutta la storia della Mitologia pagana, non fossero stati ravvolti sotto la brillante vesta dell’enigma, come mai avrebbero potuto gli uomini, sebbene nello stato di un completo arretramento civile, riconoscere in quegli avvenimenti la celeste volontà degli Dei ? Perchè l’anima dell’uomo si elevi fino alla divinità, ha bisogno di appoggiarsi a prattiche esterne e sensibili che colpiscano i suoi sensi, e sieno ín relazione con questi. Gli antichi non si rappresentarono il mondo come una macchina portentosa, moderata dall’attrazione e dalla repulsione, ma ne fecero un tutto vivente, animato, sensibile, e quanto più meravigliosi apparvero loro gli astri, i planeti e gli elementi, tanto più facilmente essi li adorarono. E tanto ciò è vero che il culto degli astri, detto con vocabolo proprio Sabeismo48 è il più universale, come ci dimostrano le religioni dei Fenici, degli Egiziani, dei Babilonesi e di Zoroastro49 i cui principali Dei furono appunto il Sole, la Luna, e gli altri corpi celesti.

Similmente dall’astronomia deriva la maggior parte delle feste e cerimonie onde gli antichi onoravano il culto dei loro Numi.

Così in primavera noi vediamo le Baccanti, scapigliate e frementi celebrare le feste di Bacco sotto il nome di Dionisio,

Dionisio. — Soprannome dato dal Greci a Bacco. per alludere che egli era stato loro padre. ed anche perchè era stato allevato sul monte Nisa. La maggior parte però dei mitologi sostiene essere la voce Dionisio composta da Dios che vuol dire Giove, Nysso, ío ferisco ; perchè Giove si feri facendosi un’incisione nella coscia per salvare il bambino Bacco di cui Semele era incinta.

Villarosa. — Dizionario mitologico ecc. vol. 1.

Dio del Sole : i riti Eleusini compiersi in onore della Luna ; come vediamo quasi tutti gli dei italici essere planetarî a simiglianza di quelli del Tibet, della Cina, e dell’Arabia.

Ogni cosa, presso la religione degli antichi, veniva riguardata sotto il suo aspetto simbolico, e questo simbolo da principio ruvido e grossolano, veniva man mano raffinandosi a misura che l’arte metteva una più armonica relazione fra il concetto dell’idea simbolica, e l’obbietto materiale che la rappresenta. La giovenca, per esempio, per la sua fecondità raffigurava simbolicamente la Terra ; il capro generatore è la vittima immolata dal pastore per la espiazione del gregge ; il cavallo ed il bue che, aggiogati all’aratro, fecondano col lavoro il seno della terra, diventano gli animali del sacrifizio.

Poi ne vengono i simbolici segni dello zodiaco ; le cento braccia di Briareo, il gigante centimano51 Cibele, che come dea dell’agricoltura, ha il seno coperto di moltiplici e ricolme mammelle52 ; Giano bifronte che intima la guerra e proclama la pace

Giano. — Dio supremo degli Etruschi, veniva considerato come personilicaz one delle píu alte filosoliche astrazioni, come Dio — Sole, e come eroe umano.

Villarosa. — Dizionario mitologico-storico ecc. vol. I.

 ; le Danaidi condannate a riempire una secchia senza fondo,54 e finalmente le Parche fatali che tessono il filo della vita umana.

Parche. — Nome delle tre divinità che presiedevano alla vita e alla morte. Erano tre sorelle Gloto. Lachesi e Atropo. Gloto. là più giovane, teneva la conocchia, ossia presiedeva al punto nel quale veniamo al mondo. Lachesi filava gli avvenimenti della vita : e Atropo, la più vecchia, tagliava, colle forbici, il filo, e cosi dava fine alla vita dell’uomo.

Villarosa. — Dizionario mitologico-storico ecc. vol. II.

 

Da quanto noi abbiamo detto fin qui, dando in questo Studio Preliminare un cenno storico, per quanto più potemmo ristretto e conciso della Mitologia, a noi sembra che l’idea informatrice di tutta la nostra opera, debba mostrarsi lucidamente ai lettori, e che questi non possono avere la più lieve incertezza o la minima oscurità su quanto noi abbiam cercato di delucidare, adoperando anche nella fraseggiatura dei periodi, una elocuzione limpida e distrigata da qualunque vano e superfluo ornamento di stile.

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Ristretto analitito del Dizionnario della favola §

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Epigrafi §

Pure non solo i poeti, ma legislatori e statisti ammisero i miti come utili, attesa la natura dell’uomo. Anche persone mature, dal veder figurate alcune scene mitologiche, o da racconti e rappresentazioni di oggetti che non si vedon mai, apprendono e si persuadono che gli dei minacciano, spaventano, castigano. Ora ciò non va senza il meraviglioso e il mito.

Strarone — Nelle Opere

Da principio le immagini degli dei non crano che segni simbolici d’una idea o d’una forza invisibile, ma in progresso di tempo quel concetto si smarrì nella coscienza di tutti i popoli, e cominciarono ad adorare gli stessi simulacri. I soli sacerdoti ne custodirono il senso recondito e misterioso, ma invece di comunicarlo al popolo, lo invilupparono in dottrine arcane, servandolo come proprio retaggio. Inventarono inoltre una quantità di leggende e favole religiose, vestendole di forme poetiche, e fondarono così la mitologia, nella quale sono esposte le vicende degli dei, le loro attinenze cogli uomini, il tutto sotto un velame di misteri, di allegorie e di metafore. Quanto più un popolo è dotato d’immaginativa e di fervore religioso, tanto più ricca è la sua mitologia.

Weber — Compendio di Storia Universale.

Gli scritti d’Orfeo e di Esiodo hanno due sensi, il Letterale e l’Allegorico ; il vulgo si ferma al primo, i filosofi ammirano sempre l’altro.

Clemente Alessandrino

…. qui audiunt, exempla ex vetere memoria et monumentis ac litteris, plena dignitatis plena antiquitatis — Haec enim plurimum solent et auctoritatis habere ad probandum et iucunditalis ad audiendium.

M. T. Cicerone — Oraliones.

….aspettano gli ascoltanti che egli adduca esempii antichi e gravi, ripieni di dignità ed autorità antica — Questi sogliono aver molta efficacia in approvare ed apportar molto diletto in ascoltare.

M. T. Cicerone — Nelle Orazioni.

{p. 4}….L’uomo è cosa che passa, sopra cosa che passa. Forse raffigurando le generazioni umane in un uomo solo, e il mondo nave sopra la quale egli si fosse imbarcato per arrivare traverso il fiume del tempo al mare magno della eternità — Ci hanno di parecchi tra noi a cui immagini siffatte fastidiscono, ma ci vuole pazienza — Ogni popolo possiede un garbo proprio per concepire e per dichiarare il concetto.

Guerrazzi F. D. — Pasquale Paoli — Cap.° 3.

Être un reste, ceci échappe a la langue humaine. Ne plus exister, et persister ; être dans le gouffre et dehors ; reparaître au-dessus de la mort, comme insubmersible, il y a une certaine quantité d’impossible melée à de telles réalités.

V. Hugo. — L’homme qui rit — Vol. 1.

E così che il tempo passa e lavora, nè si stanca mai, è la sua mano che muta e travolge, che solleva e rovescia, che distrugge e rinnova le cose di questa terra. È il tempo, o piuttosto è Dio !…

Carcano G. — Novella III.
Un desolato
Vuoto la stessa eternità saria
Se Icòva non fosse, e l’uomo e il tempo
Per l’uom creato, periranno insieme
Nell’onda struggitrice, in cui fra poco
Sarà quest’orbe giovanil sommerso.
Byron — Cielo e terra(trad. di A. Maffei)

In nessun luogo il politeismo vesti forme così leggiadre come presso i Greci, le cui favole intorno agli dei (miti, quindi mitologia) furono nella massima parte adottate dai Romani e innestate nelle antiche religioni d’Italia… … … . Questo mondo di dei, dotati di libertà e bellezza, è rappresentato ne’lavori stupendi dell’arte e della poesia greca.

Weber — Compendio di Storia Universale.

… .eos eriim qui dii appellantur, rerum naturas esse, non figuras deorum.

Cicer. De natura deorum. Lib. 3° Cap. 24.

… .veramente quei che Iddii vengon chiamati altro non dinotano se non effetti fisici della natura, non già persone divine.

Cicer. Della Natura degli Dei. Lib. 3° Cap. 24.
Ut quondam Creta fertur labyrinthus in alta
Parietibus textum caecis iter, ancipitemque
Mille viis Labuisse dolum, qua signa Seguendi
Fallciet indeprensus et irremabilis error.
VirgilioÆneide Lib.° V. v. 588.
{p. 5}
……….in quante si discorre
Per le molte intricate e cieche strade
Del labirinto che si dice in Creta
Esser costrutto.
Virgilio id. Traduz. di A. Caro.
Dunque il nostro intelletto ha la potenza
Di comprendere il tempo, e lo misura
Dalle cose che vede allegre e triste,
Picciole e grandi. Immense opre mirai
D’immensa intelligenza, estinti soli
Han quest’occhi veduto, e contemplando
L’eternità parea che in me trasfusa
Fosse una stilla della sua grandezza.
Byron — Caino Atto 3°(Traduz. di A. Maffei)
In questo tempo i giganti erano sulla terra e furono anche da poi… … . .
Genesi. Cap. VI.
Una religione, qualunque essa sia, fa che un popolo sia civile.
Introduz. al Giornale — La Società.

….tant qu’il y aura sur la terre ignorance et misère, des livres de la nature de celui-ci pourront ne pas être inutiles.

V.Hugo — Préface aux Misérables.

I magi d’Oriente e i sofi della Grecia insegnarono, che Dio favella in lingua di bellezza. L’età ghiacciata tiene codeste dottrine in conto di sogni, piovuti dal cielo in compagnia delle rose dell’aurora : lo so. Serbi l’età ghiacciata i suoi calcoli, a noi lasci le nostre immagini ; serbi il suo argomentare, che distrugge, a me talenta il palpito che crea. I pellegrini intelletti illuminano di un tratto di luce i tempi avvenire ; per essi i fati non tengono i pugni chiusi ; sull’oceano dell’infinito appuntando gli occhi della mente, scorgono i secoli lontani come l’alacre pilota segnala il naviglio laggiù in fondo, dove il mare si smarrisce col firmamento.

Guerrazzi F. D. — Dall’Introduzione della Beatrice Cenci
Benchè più non alberghi
Nelle sue grotte Apollo, e tu soggiorno
Già delle Muse, or non sii lor che tomba ;
Pur questi ermi recessi anco penètra
Qualche spirto gentile, e le aure pure
Gode spirar : silenzioso in questi
Antri vocali posa, e coll’ignudo
Piede la sacra armonic’onda tenta.
Byron — Pellegrinaggio di Aroldo — Canto I. Vol. I.

{p. 6}… .or non sai tu che per una cattiva usanza quelle cose sogliono essere estimate non vere, le quali o sono insolite a udirsi. o difficili a vedere, o trapassano le deboli forze della nostra estimazione.

Firenzuola — L’asino d’oro d’Apulejo — lib. I.

Par la gymnastique du corps et par celle de l’esprit, tout citoyen doit obtenir l’apogée de sa beauté, atteindre la hauteur héroïque, ressembler de trés-près aux dieux — D’une incessante activitè, par les combats, où les disputes de la plâce et de l’ecôle, par le théâtre, par les fêtes qui sont des jeux et des combats, l’homme évoque de sa nature tout ce qu’elle à de beau, de fort ; se sculpte infaticablement a l’image d’Apollon, d’Hercule, emprunte l’énergie du second, la svelte élégance de l’autre ; la haute harmonie, ou les puissances méditatives de la Minerve d’Athènes.

Michelet — La femme — Chap. XI.

I secoli trapassano come i vetri dipinti dalla lanterna magica ; il mondo è la parete dove si riflettono le immagini loro, e nel continuo passaggio le cose più strane si succedono senza dar tempo a compire un pianto o un riso. Noi fabbrichiamo sopra i sepolcri dei nostri padri, le generazioni future s’impazientano di fabbricare su quelli di noi. Cenere sopra cenere ; e l’universo si allarga e si feconda per questi incessanti alluvioni della morte. Dove gli umani sollazzavansi un giorno, oggi pregano ; forse vi decapiteranno domani, domani l’altro danzeranno. La fortuna, gittata via la benda, all’antica follia aggiunse l’ebrezza nuova ; e, fatta Menade, percuote orribilmente un suo crotalo infernale, eccitando al ballo tondo Grazie, Furie, Satiri e Muse. Marte balla anch’egli ; Nemesi coi flagelli di vipere batte la misura. E l’uomo presume mettere il chiodo a questa ruota, che affatica il cielo e la terra ? Ah ! ella è pretensione codesta da far morire di riso lo stesso Dio del Riso, il vecchio Momo.

F. D. Guerrazzi — Beatrice Cenci — cap.° VII.

Comechè la terra sappia che il sole tornerà domane a portarie luce e calore, pure ella conosce egualmente che i giorni dalla mano del tempo cadono irrevocabili nello abisso della eternità. Molto certamente hanno vissuto insieme prima che l’uomo nascesse, e molto vivranno ancora dopo che la nostra razza sarà scomparsa ; passeranno secoli e secoli, avanti che si rompano sfasciati a rovinare in corsa disordinata per le miriadi di mondi superstiti ; ma ogni secolo come ogni minuto si avvicinano al punto, dove il creatore per ogni cosa creata ha seritto : Basta.

F. D. Guerrazzi — Beatrice Cenci.

Il faut une réligion — Elle seule unit toutes les classes de la société, et garentit à chacun la sûreté de sa personne et de ses propriétés.

Pigault Lebrun — Œuvres Tome III.

De la faiblesse et de l’orgueil humain sont nées toutes les réligions, qui toutes ont leurs miracles, et qui toutes se tournent en ridicule, quand l’esprit de parti n’éveille pas les passions, et n’ensanglante point la terre — Les viellies réligions ne sont plus à craindre — Elles ont perdu la ressource du merveilleux, qui exite l’enthousiasme, et une réligion sans enthousiasme se reduit a bien peu de chose.

Pigault Lebrun — Œuvres — Tome I.
{p. 7}
Così sul romoroso
Telaio del tempo, di mia man contesta
È di Dio la visibile
Inconsumabil vesta.
Goethe — Fausto Parte I. a Trad. di G. Scalvini.

…..car toute génération qui surgit n’est que le corallaire de celle qui expire et le prélude d’une autre qui va naître — La vie est séminaire de la mort : la mort est la nourrice de la vie.

Frèdol — Le monde de la mer.

Ma le scienze ci fanno sapere che infiniti sono i mondi che popolano lo spazio, che il nostro globo, sebbene considerevole, si agglomera ad un sistema infinito di piante e di mondi.

Gualtieri — I piombi di Venezia (Parte 1.° Cap.° 6.° pag.a 115)

… migliorare lo spirito su questa terra è aprire all’anima cammini incogniti e più vasti nell’infinito, e vale la pena di spendere la vita di un uomo…

Gualtieri — Il Nazareno. Vol. 2.° pag. 128

… .J’enterrogerai les monuments anciens sur la sagesse des temps passés.

Volney — Les ruines — Cap.° IV. pag.° 22.
Segui sempre il sentimento anima d’ogni arte.
Pope — Nei saggi morali.
… … .prece ed amore
V’hanno indiviso e avvicendato il regno.
Byron — Pellegrinaggio d’Aroldo — Canto I.
Les réligions sont la poésie de l’âme.
Lamartine — Des destinées de la poésie.

La mitologia è la più ricca forma della tradizione dell’umanità : essa contiene in due grandi diramazioni gli avvenimenti antichi e le antiche credenze, rimanendo come una reliquia del mondo antico a continuare le religioni e a dar principio alla storia.

Giovambattista Vico. Opere.
[n.p.] [n.p.]

A §

1. Aba, o Abas. — Città della Focide così nominata da Abas, figlio di Linceo e d’Ipernestra.

2. Abadil o Betile. — Così fu denominata la pietra che Rea, moglie di Saturno, dette al marito onde la divorasse invece di Giove, quando ella lo partorì. Secondo il mito gli antichi vollero idealizzare in Saturno il Tempo che divora tutto, anche i suoi figli.

3. Abans. — Nome dato ad Apollo da un tempio nel quale egli era adorato ad Aba.

4. Abantiadi. — Nome patronimico dato a Perseo, nipote di Abas, re degli Argivi ; da cui anche i re d’Argo furono detti Abantiadi. Essendovi nell’antichità dei tempi favolosi molti eroi e guerrieri famosi col nome di Aba, i figli e discendenti di essi furono dai poeti e storici designati sotto il nome collettivo di Abantiadi.

5. Abante. — Nome patronimico di Danae e di Atalanta, entrambe nipoti di Abas re degli Argivi.

6. Abarbarea. — Una delle Najadi, che Bucolione, primogenito di Laumedonte sposò, e da cui ebbe due figli Esepo, e Pevaso.

Che al buon Bucolïone un di produsse
La Najade gentile Abarbarea,
Bucolïon del re Laomedonte
Primogenito figlio, ma di nozze
Furtive acquisto, conducea la greggia
Quando alla Ninfa in amoroso amplesso
Mischiossi, e di costor madre la feo.
(Omero — Iliade libro 6° Trad. V. Monti).

7. Abaride. — Era uno scito, che per aver cantato il viaggio d’Apollo, fu nominato Gran sacerdote di questo Dio, e ricevette da lui, oltre allo spirito di divinazione, una freccia sulla quale egli traversava l’aria. Si racconta che avendo fabbricato un flauto per Minerva, con le ossa dei Pelopidi, egli lo rendesse ai Trojani, i quali credettero alle sue parole che confermavano esser quello istrumento disceso dal cielo per opera sua.

Si dice esser questo flauto che poi fu celebre sotto il nome di Palladio. Ma questa è una semplice diceria che non ha nemmeno la forza di una tradizione. Vi sono stati altri due famosi sotto il nome di Abaride. Uno fu ucciso da Perseo, l’altro da Eurialo.

8. Abas. — Figlio di Metanira e d’Ippotone, altri vogliono di Celo. Cerere avendo un giorno dimandata ospitalità alla madre di lui, stanca e trafelata dal lungo cammino, bevè avidamente ad una tazza che le fu offerta. Egli derise la Dea, e questa per punirlo della sua oltracotanza lo cangiò in lucertola. Si crede da molti storici che egli fosse anche conosciuto sotto il nome di Alas-Stellio ; forse perchè vi è una specie di lucertola detta Stellia.

Enea ebbe un compagno molto a lui affezionato che chiamavasi anche Abas, come pure vi fu un Centauro dello stesso nome.

Vi fu anche un altro Abas, da non confondersi col re degli Argivi, e che fu del paro figlio di Linceo e d’Ipernestra, altri dicono di Belo. Egli fu padre di Proteo e di Acrire, e avo di Perseo. Amò passionatamente la guerra.

Abas era finalmente il nome d’uno dei principali greci che furono uccisi nella memorabile notte della presa di Troja.

9. Abaster. — Nome d’uno dei destrieri di Plutone.

10. Abatos o Abato. — Era il nome di una altissima roccia separata dall’isola di Phile dal Nilo e dove Osiride aveva un tempio.

11. Abbondanza. — Divinità allegorica che si rappresenta sotto le forme di una donna giovane e bellissima, circondata di tutti i beni {p. 10}della terra dall’eterno sorriso e dalle tinte vive dei più ricchi colori : tiene nelle mani un corno rovesciato da cui escono a profusione i fiori e le frutta più belle. Essa si salvò con Saturno allorchè questi fu scacciato dal cielo da Giove.

12. Abdera. — Città della Tracia, che Abdera, sorella di Diomede fece fabbricare. Altri vogliono che Ercole edificasse questa città in onore del suo amico Abdereo, che fu miseramente divorato dai cavalli di Diomede. Gli Abdereniani sono comunemente tenuti dagli antichi in assai vil conto, reputandoli d’una indole affatto stupida : ma questa cattiva opinione non va punto d’accordo con la passione che gli Abdereniani han sempre dimostrato per la poesia, per la musica, e per la declamazione delle opere teatrali, soprattutto della tragedia. Essi furono costretti di abbandonare la loro città a causa d’una quantità prodigiosa di rane e di topi, che si moltiplicarono in modo spaventevole nel loro paese, e si ritirarono nella Mandonia.

13. Abdereo. — Giovane greco che fu divorato dai cavalli di Diomede, che Ercole aveva affidati alla sua custodia, dopo averti derubati a quel re della Tracia.

14. Abellion o Abellione. — Antica divinità dei Galli. È credenza di molti chiari scrittori che sia lo stesso che Apollo o il Sole, che i Cretesi chiamavano anche Abelios.

15. Abeone e Adeone. — Divinità che presiedevano ai viaggi. La prima alla partenza, la seconda all’arrivo.

16. Aberide. — Figlia di Celeo e di Vesta.

17. Abia. — Figlia di Ercole sorella e nutrice di Ileo. Aveva un tempio famoso in Messenia. Essa si ritirò nella città d’Ira alla quale dette il suo nome. Questa città fu una delle sette che Agamennone promise ad Achille, onde calmarne l’ira funesta che infiniti addusse tutti agit Achei.

Sette città. Caritamila ed Enope.
Le liete di hei prati Ira ed Antèst.
L’inclita Fere, Epea la bella, e Pédaso
D’alme viti feconda……….
(Omero — Iliade Libro IX tradotto da Monti).

18. Abido. — Città dell’Asia sull’ Ellesponto. Anche in Egitto vi era una città di questo nome in cui sorgeva un famoso tempio dedicato ad Osiride.

19. Abieni. — Popolo della Scizia, nelle circostanze della Tracia. Mal si apposero quegli scrittori che confusero questi Sciti con gli Ipomolgami. Questi ultimi detti anche Galadefagi facevano del latte di giovenca la loro principal nutrizione. Fra gli Abieni molti viveano in un assoluto celibato, mentre molti altri aveano ad onore la poligamia.

20. Aborigeni. — Popoli che Saturno condusse dall’ Egitto in Italia, dove essi presero stanza. È credenza generalizzata fra molti scrittori, che gli Aborigeni fossero venuti dall’ Arcadia, guidati da Oenotrus (Onotrio) e che appunto perciò Virgilio li denominasse Oenotrii viri. La etimologia del nome di questi popoli è di una profonda incertezza.

Non c’è storico o accreditato scrittore che possa dare sugli Aborigeni delle nette e precise notizie, o fissare a loro riguardo una data qualunque. Tutto ciò che ha riguardo alla vera origine di questi popoli, si perde nella folta tenebra dei tempi.

21. Abracadabra. — Nome superstizioso di una figura triangolare alla quale si attribuiva la virtù di prevenire le malattie, e di guarirle. Affinchè l’incantesimo avesse forza d’agire, le lettere di questa strana paroia dovevano essere segnate come appresso.

 

ABRACADABRA

ABRACADABR

ABRACADAB

ABRACADA

ABRACAD

ABRACA

ABRAC

ABRA

ABR

AB

A.

 

Questa figura essendo principalmente composta dalle lettere del nome Abraca lo stesso che Abracox o Abraxas che si credeva essere il più antico degli Dei, veniva ritenuta come un amleto divino e soprannaturale, ed adorata anche essa come una divinità.

22. Abracax o Abraxas. — Divinità singolare che alcnni scrittori vogliono sia la Mithia dei Persiani.

Si avea una grande venerazione sul suo nome, le cui lettere in carattere greco, presa ognuna per la sua cifra, formano in totale il N.° 365 che è quello dei giorni dell’anno. (V. Abracadabra la figura dell’art. precedente).

23. Abrezia. — Ninfa che dette il suo nome alla Misia, città in cui Giove era adorato, ragione per la quale questo Dio, fra i tanti suoi nomi, ba avuto quello di Abretano.

{p. 11}24. Abseo. — Gigante figlio della terra e del Tartaro.

25. Absirto. — Fratello di Medea. Questa terribile maga lo uccise e quindi ne lasciò

le spoglie palpitanti inciampo al padre !

che la perseguitava, quando ella cieca d’amore, fuggì con Giasone. Il flume della Colchide sulle cui rive avvenne l’orrenda tragedia, fu da quel giorno chiamato Absirto.

26. Abyla. — Montagna dell’ Affrica. Questa ed un’altra montagna a cui si dà comunemente il nome di Calpè posta in Ispagna sullo stretto di Gibilterra, erano i due monti che formavano le così dette Colonne d’Ercole. Secondo la favola questo Dio vagabondo trovando riunite le indicate montagne, le separò, e mise così in comunicazione le acque dell’ Oceano col Mediterraneo.

27. Acacalide. — Ninfa sposata da Apollo. Era anche conosciuta sotto lo stesso nome una figlia di Minos.

28. Acacesio. — Era questo uno dei nomi di Mercurio dal suo padre putativo Acaco, figlio di Licaone.

29. Acadina. — Fontana celebre in Sicilia. Essa era consacrata ai fratelli Palichei, numi particolarmente venerati in quell’isola. Si attribuiva a questa fontana la meravigliosa proprietà di far conoscere la sincerità dei giuramenti. Si scriveva la formola del giuramento su di una tavoletta, quindi la si gettava in quella fontana : se il pezzo di legno non ritornava a galla, si ritornava lo scritto come spergiuro.

30. Acalo. — Detto anche Perdix, nipote di Dedalo. Egli fu l’inventore della lega e del compasso. Dedalo, suo zio, ne fu così geloso che lo precipitò dall’alto di una torre. Minerva però mossa a compassione lo cangiò in Pernice.

31. Acamao. — Figlio di Teseo e di Fedra. All’assedio di Troja fu uno dei deputati che accompagnarono Diomede onde ridimandare Elena. Durante questa ambasceria, le cui pratiche riuscirono inutili, Laodice ; figlia di Priamo ebbe da Acamao un figlio, che fu allevato, da Ethra ava paterna di Acamao, la quale Paride avea condotto con Elena. Allorchè i Greci si resero padroni di Troja, Acamao, (che Virgilio chiama Athamas o Athamao) fu uno di quei guerrieri che vennero rinchiusi nel famoso Cavallo di legno. Al momento che ardea più accanita la carneficina, questo principe ebbe la ventura di riconoscere Ethra col figlio suo, e riuscì a salvar tutti e due dalle mani dei nemici.

32. Acamarchide — Ninfa figlia dell’ Oceano.

33. Acanto o Acantho. — La teologia pagana ammetteva cinque differenti soli, e dava Acanto per madreal quarto di essi. Un traduttore dell’opera De Natura deorum si è stranamente ingannato facendo dire a Cicerone che il quarto sole nacque da un padre chiamato Acanto (Ved. Tom. 3° pag. 121).

34. Acarnania. — Provincia dell’ Epiro. Anche in Egitto v’era una regione conosciuta sotto tale denominazione. Più famosa però fu la città di questo nome in Sicilia, nelle circostanze di Siracusa, in cui Giove Olimpico avea un antico tempio, dedicato al suo culto.

35. Acarnao e Amphoterens. — Questi due fratelli erano figli di Alaneone e di Calliope. La loro madre ottenne da Giove che essi appena fanciulli di pochi anni, fossero divenuti adulti in un giorno, per vendicare la morte del padre loro, ucciso a tradimento, dai fratelli di Phelibeo.

36. Acasis. — Figlia di Minos. Apollo la sposò e ne ebbe due figli.

37. Acasto. — Famoso cacciatore, figlio di Pelia re di Tessaglia. Creteisa sua moglie, detta anche Ippolita, s’innamorò perdutamente di Peleo, e gli offrì il suo amore, ma questi resistè alle prave voglie della inverecon la. Crudelmente offesa dal rifiuto, Creteisa, accusò Peleo al marito per aver voluto attentare al suo onore. Acasto dissimulando il suo dolore condusse Peleo in una partita di caccia, e nel più folto di un bosco, lo abbandonò ai Centauri, ed alle belve. Ma il famoso Centauro Chirone (che fu maestro di Achille) liberò dai mostri questo virtuoso principe il quale coi soccorso degli Argonauti, si vendicò della crudeìtà di Acasto, e delle calunnie dell’impudica moglie di lui.

Acasto era anche il nome di una ninfa figlia dell’ Oceano e di Teti.

38. Acca. — Sorella e compagna di Camilla, regina dei Volsci. Di questa, Dante nel suo Inferno Canto primo, dice :

Di quell’untile Italia sia salute.
Per cui mori la vergine Camilla

39. Acca Laurentia. — Altra sorella della regina Camilla. Vi fu anche un’altra Acca Laurentia moglie del pastore Faustolo che allevò Romolo e Remo, al quale per questo motivo i Romani decretarono gli onori divini.

40. Aceleo. — Uno dei figli di Ercole che dette il suo nome ad una città di Licya.

41. Acersecome. — I Greci davano questo soprannome ad Apollo, che i Latini {p. 12}chiamavano con lo stesso significato Irtonsus, vale a dire che non si sapea tagliare i capelli. In effetti questo Iddio veniva effigiato con una lunghissima capigliatura e senza barba. Però in Giovenale questo vocabolo lo troviamo adoperato come una designazione qualunque, senza alcun rapporto, ad Apollo.

42. Acesio o Alexesio. — Si chiamava così Apollo come dio della medicina. Dalla significazione di questa parola che libera dalle malaitie si dava anche a Teleforo il soprannome di Acesio.

43. Aceste. — Re di Sicilia, e figlio del fiume Triniso. Egli ricevette onorevolmente Enca, e fece seppellire Anchise, padre di quest’eroe, su d’una montagna.

44. Acete. — Capitano d’un vascello Tirio. Essendo un giorno sbarcato coi suoi compagni sulle rive di un fiume, questi incontrarono, senza conoscerlo il dio Bacco, e volevano a viva forza portarlo a bordo del vascello di Acete, allor che questi si oppose vivamente, ed obbligò i compagni a lasciar libero lo sconosciuto. Bacco allora si fece subito riconoscere, e per punire i ribaldi compagni di Acete li cangiò in delfini, e fece suo gran sagrificatore Acete per ricompensarlo della sua buona azione.

Vi fu anche un altro Acete, figlio del Sole e di Persa. Egli dette una delle sue figlie in consorte a Pirro.

Evandro re d’Italia, ebbe anche uno scudiero per nome Acete.

45. Achaja. — Contrada della Grecia posta al mezzogiorno della Macedonia, ma più particolarmente provincia del Peloponneso, al quale si dà alcuna volta, compreso nella sua totale estensione, il nome di Achaja. Di qua n’è venuta la denominazione assai usata dai poeti e scrittori di Achei, Achivi, ec : per denotare i Greci o cosa a loro concernente. Così noi troviamo al principio dell’Iliade questi versi :

Cantami, o diva, del Pelide Achille
L’Ira funesta, che infiniti addusse
Lutti agli Achei ec.
(Omero Il C. 1°)

46. Achamanto. — Una delle figlie di Danae.

47. Achaya. — Amico e compagno fedelissimo di Enea.

48. Achea. — Soprannome dato a Cerere ed a Pallade.

49. Acheloia. — Detta anche Callirhoe, figlia di Acheolo.

50. Acheloidi. — Nome sotto il quale venivano sovente denominate le sirene, da Acheolo loro padre.

51. Achemone o Achmon. — Fratello di Bofalos o Poffalvos, entrambi Ciclopi. Essi erano così arditi che attaccavan briga ed insultavano tutti coloro che incontravano per via. Sènnone loro madre, li avvisò di evitare Melampigo, vale a dire l’uomo delle reni nere. Un giorno essi s’abbatterono in Ercole che dormiva all’ombra di un albero, e lo insultarono : Ercole li legò per i piedi alla sua clava, con la testa in giù, e alzatili sulle spalle s’incamminò per portarli altrove, forse gettarli in un fiume. In questa posizione poco comoda essi sclamarono : Ecco Melampigo che noi dovevamo evitare : Ercole ascoltandoli si mise a ridere, e li lasciò liberi.

52. Acheo. — Detto per soprannome Calicone greco che si rese famoso per la sua stupidità. Si racconta di lui che avendo una volta pieno un vaso di fiori per servirsene da origliere lo avesse riempiuto di paglia onde farlo più morbido e dormire più comodamente.

53. Acheolo. — Figlio dell’ Oceano e di Teti. Secondo altri del Sole e della Terra. Avendo amato Dejanira, e sapendo che essa doveva sposare un gran conquistatore, combattè contro Ercole, ma fu vinto. Allora assunta la forma di serpente, attaccò nuovamente il suo rivale, ma ne fu nuovamente vinto ; in seguito sotto le forme di toro, ma non ebbe più felice la sorte, poichè, Ercole afferratolo per le corna gliene strappò una, lo atterrò, e lo getto nel fiume Toa, detto da quel tempo Acheolo. Il vinto allora, per riavere il corno che Ercole gli aveva strappato, gli dette in cambio uno di quelli della capra Amantea, che aveva nutrito Giove. Altri scrittori dicono gli avesse dato il corno dell’ Abbondanza.

54. Acheroc. — Nome che Omero dà al pioppo bianco (detto Gattice, vedi Diz. delia Crusca) come consacrato agli Dei infernali, e perchè era generale credenza che quest’albero nascesse sulle rive del flume Acheronte.

56. Acheronte. — Figlio del Sole e della Terra. Egli fu precipitato nell’inferno, e cangiato in fiume per aver fornito l’acqua ai Titani, quando questi dettero la scalata al cielo. Le sue acque divennero fangose ed amare ed è uno di quei fiumi che le ombre dei morti passavano senza ritorno. Vi sono diversi fiumi di questo nome uno nell’ Epiro, un altro in Elide, ed un terzo in Italia.

57. Acherusa. — Caverna sulle rive del Ponte-Eusino. Era generale credenza che essa avesse una sotterranea comunicazione con l’inferno, {p. 13}e gli abitanti delle vicinanze, sostenevano che da quella caverna fosse stato tirato il cane Cerbero, di cui l’Alighieri canta :

Cerbero, fiera crudele e diversa,
Con tre gole caninamente latra
Sopra la gente che quivi è sommersa,
Gli occhi ha vermigli, e la barba unta ed atra,
E il ventre largo, e unghiate le mani ;
Graffia gli spirti, gli seuoia, ed isquatra.
(Inferno. — Canto VI.)

57. Acherusia o Acherontea. — Palude presso Eliopoli in Egitto. Era questo il luogo destinato alla sepoltura dei morti di quella città, per modo che bisognava traversare la palude Acherusio per entrare in Eliopoli. Come gli onori funebri non venivano accordati che a quelli che aveano vissuto onoratamente, non era permesso al battelliero, che in lingua Egiziana si chiama Caronte, di ricevere nella sua barca le anime dei perduti. Di là la favola di Caronte battelliero dell’inferno.

Caron, dimonio con gli occhi di bragia,
Loro accennando tutte le raccoglie,
Batte col remo qualunque s’adagia.
(Dante — Inf. Cant. III)

Si dette ancora il nome di Acherusia ad un altra palude esistente vicino alla città di Capua.

58. Acherusiade. — Era questo il nome di una penisola presso Eraclea del Ponte : si credeva comunemente che da quel sito fosse passato Ercole per discendere all’inferno. Senofonte riporta che ai suoi tempi si vedevano ancora le vestigie di tale discesa.

59. Achille. — Figlio di Peleo e di Teti. Sua madre, essendo egli in tenerissima età, lo immerse tutto nelle acque del fiume Stige, per renderlo invulnerabile, ed egli infatto lo fu, meno che al tallone sinistro, pel quale la madre sua lo tenne al momento dell’immersione.

Bambino ancora, Achille fu dato come discepolo al centauro Chirone, che lo nudrì di midolla di leoni, di tigri, e di orsi. Sua madre avendo saputo dall’indovino Calcante, che Achille perirebbe sotto Troja, e che senza di lui quella città, non si sarebbe mai presa, lo inviò alla corte di Scio in abito da donna, e sotto il nome di Pirra, per tenerlo a tutti celato.

Essendo così travestito egli si fece conoscere a Deidamia, figlia di Licomede. La sposò segretamente e ne ebbe un figlio per nome Pirro. Quando i Greci risolvettero di cinger d’assedio Troja, Calcante indicò loro il luogo ove si era celato Achille. Allora i capi dell’esercito greco mandarono a lui in deputazione Ulisse, perchè lo persuadesse a ritornare. Ulisse, camuffatosi da mercatante, presentò alle dame della corte di Licomede alcuni ricchi gioielli, e delle armi bellissime : l’astuto greco riuscì completamente nel suo disegno, poichè Achille, quantunque vestito da donna, appena vide le armi, non guardò nemmeno i ricchi gioielli. Allora Ulisse lo condusse fuori la reggia, e di là innanzi alle mura di Troja.

Achille mostrò prestamente il suo immenso valore, e divenne il terrore de’ nemici.

Durante l’assedio, Agamennone gli tolse una bella e giovane schiava detto Ippodamia, o anche più comunemente Briseide, dal padre Briseo.

Achillealtamente sdegnato, dal procedere del Revillano, si rinchiuse nella sua tenda ; e giurò che non avrebbe più combattuto.

……..Il solo
Premio vi manca che mi diè l’Atride,
E re villano mel ritolse ei poscia.
Torna adunque all’ ingrato, e gli riporta
Tutto che dico e a tutti in faccia, ond’anco
Negli altri Achei si svegli una giusta ira
E un avvisato diffidar dell’arti,
Di quel franco impudente, che pur tale
Non ardirebbe di mirarmi in fronte.
(OmeroIliade libro IX) (trad. di V. Monti)

Finchè Achille tenne la sua parola ; i Trojani furono sempre vincitori nei diversi combattimenti, e più volte respinsero i Greci fin sulle loro navi, ma avendo in un ultimo scontro Ettore, duce dei Trojani, ucciso Patroclo, amico fedelissimo di Achille, questi ritornò alle armi e per vendicare il caduto amico, fece legare Ettore al suo carro, e guidando egli stesso i suoi focosi destrieri, fece tre volte il giro delle mura della città ; cedendo il cadavere sfigurato dell’eroe Trojano alle lagrime di Priamo padre di lui.

Sedutosi di fronte a Priamo, disse :
Buon vecchio, il tuo figliuol, siecome hai chiesto,
È in tuo potere, e nel ferétro ei giace :
Potrai dell’alba all’apparir vederio,
E via portarlo.
(OmeroIliade — Canto XXIV trad. V. Monti).

Avendo in seguito concepito un ardente amore per Polissena, figlia di Priamo, e perciò sorella del morto Ettore, la dimandò in matrimonio, e quando s’incamminava all’altare nuziale, Paride gli tirò una freccia al tallone. Achille morì di questa ferita. I Greci gli innalzarono una tomba sul promontorio Sigeo, e Pirro suo figlio gl’immolò Polissena.

Si racconta ancora di Achille che Teti sua {p. 14}madre, gli avesse proposto di vivere lunghissimi anni senza far nulla per la gloria, ovvero, morir giovine ricco della fama di prode, e che egli si fosse decisamente attenuto a quest’ultima scelta.

Sarà buono osservare a proposito di questo famoso eroe della Grecia, che l’opinione della sua invulnerabilità al tallone, non era accettata ai tempi di Omero, e che la opinione del Poeta sovrano è assolutamente contraria a questa credenza.

Plutarco nella vita di Alessandro, racconta, che essendo stato dimandato a questo re, se avesse voluto vedere la lira di Paride, conservata in Ilione, rispose aver sempre cercato la lira di Achille, con la quale quel grand’eroe cantava le lodi e le imprese degli uomini valorosi.

60. Achillea. — Isola del Ponte-Eusino così detta dal nome di Achille, al quale vi si tributavano onori divini.

Era anche Achillea il nome di una fontana vicino Mileto, detta così perchè l’eroe vi si era bagnato.

61. Achillenidi. — Fe te celebrate nella Laconia in onore di Achille.

62. Achiroe. — Nipote di Marte.

63. Achlys. — Detta anche Achelaa, dea dell’oscurità e delle tenebre. Esiodo ne fa un ritratto spaventevole.

64. Achmenide uno de’ compagni di Ulisse. Egli sfuggì al gigante Polifemo che voleva ucciderlo, e fu salvato da Enea che lo accolse sulle sue navi.

65. Achmeno figlio di Egeo ; dette il suo nome ad una parte della Persia.

66. Achmon. V. Achemone

67. Acidaila. — Soprannome dato a Venere per esser quella Dea che cagionava dell’ansie e delle inquietudini. Si pretende da altri essere questo il nome di una fontana, ove le Grazie andavano a bagnarsi.

68. Acilio, Acitio o Acisio. — Fiume della Sicilia. Gli fu dato questo nome da Acisio giovane siculo ucciso da Polifemo, e che Nettuno per compiacere Galatea, che lo aveva amato, cangiò in fiume.

69. Acisio V. Acilio.

70. Aciso. — Figlio della Ninfa Simoettris e di un fauno. La sua bellezza gli valse l’amore di Galatea, amata dal gigante Polifemo. Questo ciclope avendolo un giorno sorpreso fra le braccia di Galatea, lo schiacciò sotto una rupe : ma la ninfa madre dell’infelice, cangiò il suo sangue in un fiume detto Aciso.

71. AcitioV.Acilio.

72. Acli. — Al dire di molti autori Greci era questo il nome di una divinità esistente prima del caos, e dalla quale tutti gli altri numi avevano avuto origine e principio.

73. Acmena. — Ninfa del seguito di Venere.

74. Acmone. — Figlio della Terra, e padre di Cœlus. Il suo culto era celebre nell’isola di Creta.

75. Acmonide. — Uno dei Ciclopi. Si dà anche questo nome a Saturno, nonchè a Cœlus come figlio di Acmone.

76. Acœto V. Acoto.

77. Aconte. — Uno dei figli di Liacone.

78. Acor. — Dio delle mosche. Gli abitanti di Cirene, racconta Plinio, offerivano a questo Dio ricchi sacrifizii per essere liberati da quegl’insetti, che col loro moltiplicarsi erano sovente cagione di contagiose malattie.

79. Acoto o Acœte. — Nome di un povero pescatore. Egli non viene ricordato nell’antichichità, che per la bellissima descrizione che fa Ovidio della sua povertà estrema.

Mio nome è Acete, e del popol Tirreno
A Meonia mi dier bassi parenti,
Ch’oro non mi lasciar, nè men terreno,
Nè lanigeri greggi, o grossi armenti.
Quando il mio pover padre venne meno,
Ch’andò a trovar le trapassate genti,
Altro non mi potè del suo lasciare,
Ch’un amo ed una canna da pescare.
(Ovidio. — Metamorfosi libro III trad. di Dall’Anquillara)

80. Acqua. — Di questo elemento fecero i pagani una delle più antiche deità del loro culto. Talete di Mileto, e con lui i più antichi filosofi riguardarono l’acqua come il principio di tutte le cose. I Greci ereditarono dagli Egizii tale opinione che, per questi ultimi, era una conseguenza della fertilità della loro terra cagionata dalle annuali inondazioni del Nilo. Daciò la grande ed antica venerazione che gli Egizii ebbero per l’acqua, e che al dire di S. Atanagio anch’egli Egiziano, avea spinto quel popolo a farne una delle sue principali divinità. Non minore era la venerazione che gli antichi Persiani avevano per l’acqua, i quali, secondo Erodoto, spingevano la loro superstizione fino a non servirsi dell’acqua nè per lavare il corpo nè per estinguere il fuoco. I Greci e i Romani accettando coteste superstizioni ebbero anch’essi un culto per l’acqua, a cui consacrarono altari e offerirono sacrifizii ; credettero che le acque del mare e dei flumi avessero la virtù di cancellare tutti i peccati. Sofocle nella sua tragedia Edipo nell’atto V fa dire ad uno dei suoi personaggi queste parole che traduciamo alla lettera :

« Nè io credo già che tutte le acque del {p. 15}Danubio e del Fasi lavar possano gli errori della deplorabile casa di Labdaco.

Dal culto che generalmente i Pagani ebbero per l’acqua, discesero a venerare i fiumi e le fontane che furono divinizzate.

81. Acqua lustrale. — Davano i Pagani codesto nome all’acqua comune dopo che in essa fosse stato spento un tizzone ardente tratto dall’ara dei sacrifizii.

Alla porta o nel vestibolo dei templi si teneva un recipiente di bronzo pieno d’acqua lustrale nella quale si lavavano come per purificarsi tutti coloro che entravano per pregare. Nelle case ove era un morto, si poneva in sull’uscio un vaso coll’acqua lustrale e non si poteva penetrare nella casa di duolo, senza essersi aspersi d’acqua lustrale, la quale veniva anche adoperata per lavare il cadavere.

82. Acquario. — Secondo la tradizione mitologica sotto questo undecimo segno zodiacale, veniva rappresentato Ganimede rapito da Giove.

83. Acrato. — Questa parola significa vino puro. Gli Ateniesi ne aveano fatto una divinità.

84. Acratoforo. — Al dire di Varrone era questo il soprannome di Bacco, col quale egli veniva principalmente venerato in una città dell’ Arcadia conosciuta sotto il nome di Figalia. Questo soprannome deriva dalla parola greca αϰσατον che significa vino puro senza alcuna mescolanza.

85. Acratopote. — Soprannome dato a Bacco : dal significato che beve il vino puro e lo resiste.

86. Acrea. — Fu il nome di una delle nutrici di Giunone. La favola racconta che fu figliuola del fiume Asterione e del paese Argo. In questa parola è compreso il significato che codesta balia soggiornava sulle rive di quel fiume.

Si dava il soprannome di Acrea a diverse Dee, e più particolarmente a quelle che avevano dei tempî dedicati al loro culto sulle montagne, dalla parola greca αϰρος che significa luogo elevato.

87. Acrephius. — Soprannome dato ad Apollo.

88. Acrise. — Re d’Argo. Avendo consultato l’oracolo seppe che uno dei suoi nipoti un giorno l’avrebbe ucciso. Per prevenire questa disgrazia egli rinchiuse in una torre dî bronzo la sua unica figliuola Danae. Ma Giove che n’era innamorato, cangiatosi in pioggia d’oro penetrò nella torre. Acrise avvertito che Danae era incinta, la fece legare in una piccola barca e l’abbandonò in preda alle onde. Politetto, re di Serifo (una delle isole Cicladi) dove la barca approdò, trattò cortesemente Danae e fece educare suo figlio Perseo, il quale divenuto adulto si mise a correre il mondo a modo degli eroi favolosi, in cerca di avventure onde segnalare il suo coraggio. Passando per Lariffa egli incontrò in questa città Acrise suo avo, e lo riconobbe. Si preparava a lasciare questa città con lui per ritornare ad Argo, quando in una partita di piacero volendo far prova della sua destrezza nel lanciare il disco, che egli aveva inventato, il disco ricadde sventuratamente sul capo di Acrise con tanta violenza che questi ne morì.

89. Acrisionade. — Soprannome dato a Perseo nipote d’Acrise.

90. Acrisione — Figlia d’Actifo.

91. Acroncio. — Giovane di straordinaria bellezza. Essendosi recato a Delo per un sacrifizio, s’innamorò perdutamente di una giovine a nome Cedippe, la quale non volle ascoltare le sue parole : allora avendo perduta ogni speranza di sposarla, incise su d’una pietra queste parole : Io giuro per Diana di non esser giammai che d’ Acroncio. Cedippe, ai piedi della quale egli aveva lasciato cadere quella pietra nel tempio di Diana, nel quale ogni giuramento era sacro, lesse quelle parole senza porvi attenzione e s’impromise ad altro giovane.

Però tutte le volte ch’ella voleva maritarsi, veniva attaccata da una febbre violenta. Credendo allora che questa fosse una punizione degli Dei ella sposò Acroncio.

92. Acteone. — Fglio d’Aristeo e nipote di Cadmo : fu educato dal centauro Chirone e divenne un famoso cacciatore. Avendo un giorno sorpresa Diana in un bagno, la Dea ne fu così irritata che lo cangiò in cervo e lo fece divorare dai suoi cani.

Uno dei cavalli del Sole si chiamava anche Acteone.

93. Actor. — Padre di Menozio e Avo di Patroclo, il quale per questo veniva anche chiamato Actoride.

Vi fu anche un Actor padre di due figli ricordati del paro nella favola sotto il nome di Actoridi. Ognuno di essi avea due teste, quattro mani e quattro piedi. Ercole non li potè vincere che adoperando l’astuzia.

Vi furono diversi altri col nome di Actor : un seguace di Ercole ; un figlio di Nettuno, ed un fratello di Cephalo.

94. Adad, Adargatide o Atergatide. — Divinità degli Afri, si crede che Adad sia il sole, e Adargatide la terra.

95. Adamantea. — Nutrice di Giove. È generalizzata credenza degli scrittori più rinomati della favola che sia la stessa Amaltea. Vedi Amaltea.

{p. 16}96. Adarcate o Atergate fu moglie di Adad re della Scizia. Dopo la morte fu col marito deificata. È comune credenza di molti mitologi che ella sia la Dergeto dei Babilonesi e la Venere dei Greci.

97. Adargatide. V. Adad.

98. Adephagia o Adephacia. — In latino Voracitas Dea della gola. In Sicilia le rendevano gli onori divini. Il suo nome è composto dalle due parole greche Phago mangiare e Adden voluttà.

99. Adefago (insaziabile) soprannome dato ad Ercole. Egli fece un giorno una scommessa con certo Depreo, figlio di Nettuno, a chi avesse mangiato un intero bue. A ciascuno fu servito il suo, e l’uno e l’altro riuscirono nell’intento prefissosi, solamente Ercole fece più presto di Depreo, onde la vittoria fu a lui devoluta. Come essi aveano bevuto in proporzione di ciò che aveano mangiato, vennero a contese fra loro, si dissero delle ingiurie che terminarono con una lotta nella quale Ercole atterrò il suo antagonista. Questa prodezza valse ad Ercole il soprannome d’insaziabile di cui sembra che gli eroi favolosi si tenessero altamente onorati. Ulisse, con tutta la sua reputazione di saggio, sembra averlo grandemente desiderato, e Omero dà a questo eroe un carattere di ghiottoneria di cui lo scrittore Atenco parla con molta severità.

100. Adea. — Nome d’una delle Nereidi.

101. Adeo. — Antico Re dell’ Attica.

Era anche il soprannome dato ad Apollo. V. Adiaco.

102. Adeone V. Abeone.

103. Adephacia V. Adephagia.

104. Ades. — Così veniva denominato Plutone come re dei morti dalla parola greca αιδδης o αδἠς oscuro invisibile ; composta dall’ α privativa e da αδω io vedo. Davasi del pari cotesto nome di ades al luogo sotterraneo ove passavano le anime dei morti.

105. Adia. — Vale a dire Ateniese soprannome dato ad Oritia.

106. Adiache. — Era questo il nome di alcune feste pubbliche istituite da Augusto Imperatore, per solennizzare la vittoria da lui avuta sopra Antonio, nelle vicinanze di Azio.

107. Adiaco, Adio e Adeo. — Soprannomi dati ad Apollo dal promontorio d’Azio a lui consacrato.

108. Adio. V. Adiaco.

109. Admeta. — Fu figliuola di Euristeo. In vaghitasi della cintura della regina delle Amazzoni, suggerì al padre di persuadere Ercole a rendersene padrone onde portargliela. Ateneo racconta di questa principessa una strana avventura. Dotata di uno spirito irrequieto ed avventuriero fuggì di notte dalla città di Argo, ed approdò felicemente a Samo, ove credendosi debitrice a Giunone del felice viaggio, si addossò spontanea l’obbligo di custodire il tempio di lei. Intanto gli abitanti di Argo sdegnati di un abbandono che nulla giustificava, promisero ad alcuni corsari una forte somma di danaro onde far rapire la statua di Giunone dal tempio che Admeta custodiva, sperando così che i Samii avessero fatto vendetta di Admeta. I corsari rubarono infatti la statua di Giunone e la trasportarono sulla loro nave, e misero alla vela, ma tutt’i loro sforzi riuscirono vani, dappoichè il vascello non potè far cammino. Persuasi che quella fosse una punizione del cielo, discesero nuovamente la statua della Dea, e, offertole un sacrifizio ritornarono a bordo della loro nave che questa volta salpò felicemente. Admeta sul far del giorno accortasi della mancanza del simulacro dette l’ailarme, e ben presto una gran folla di popolo mosse alla ricerca di quello, e finalmente ritrovò la statua sulia spiaggia del mare. Admeta persuase ai Samii che la Dea per punirli voleva abbandonare il loro paese e recarsi nella Caria, onde essi ad impedire una novella fuga la legarono con alcuni rami d’albero. Poco di poi Admeta purgò con un sacrifizio il supposto delitto dei Samii, e slegata la statua la rimise nel santuario. Da quel tempo a commemorazione di tale prodigio fu stabilita in Samo una festa annuaria, a cui gli abitanti dettero il nome di Tenea, volendo ricordare che essi avean teso intorno al simulacro di Giunone alcuni rami d’albero.

Vi fu anche una sacerdotessa di Giunone così chiamata ; ed una ninfa ricordata nella favola sotto il nome di Admeta.

110. Admeto. — Figlio di Phereo, Re di una contrada di Tessaglia di cui Phra era la Capitale. Fu uno dei principi greci che si riunirono per dare la caccia al cignale di Calydone. Prese anche parte alla spedizione degli Argonauti. Fu presso questo re che Apollo fu costretto a custodire gli armenti, quando Giove lo espulse dal cielo. Admeto invaghitosi di Alceste figlia di Pelio non potè ottenerla in isposa che a condizione che avrebbe regalato a Pelio un carro tirato da un leone e da un cignale. Apollo riconoscente alla bontà che Admeto avea avuto per lui, gl’insegnò il modo di aggiogare sotto lo stesso giogo le due belve.

Apollo ottenne anche dalle Parche che quando Admeto sarebbe vicino alla sua ultima ora, avesse potuto evitare la morte, quante volte però avesse trovato un altro uomo tanto generoso per morire in sua vece.

{p. 17}Admeto attaccato d’una malattia mortale era presso a morire, e nessuno si offriva per lui : quando Alceste lo fece generosamente : Admeto ne fu tanto dolente che Proserpina, commossa dalle lagrime di lui, volle rendergli sua moglie, ma Plutone vi si oppose. Allora Ercole discese all’inferno, e ricondusse Alceste nelle braccia di suo marito. Non vì fu principe la cui vita avesse sofferte tante controversie, quante ne soffrì Admeto, ma gli Dei lo protessero sempre a causa delle sue grandi virtù.

111. Adod. — Era il Giove dei Fenici.

112. Adone. — Giovane di maravigliosa bellezza nacque dagli amori incestuosi di Ciniro Re di Cipro con Mirra sua figlia.

Si sapea ben per Cipro il folle incesto,
Che già commesso Mirra avea col padre :
Ovidio, Metamorfosi Libro X trad. di Dell’Anguillara.

Egli era un famoso cacciatore : Venere l’amò passionatamente e preferi, al dire d’Ovidio, la conquista di lui a quella degli Dei stessi. Abbandonò per lui il soggiorno di Citera, d’Amatunta e di Pafo, e lo seguì innamorata e dolente nelle foreste del monte Libano. Marte geloso di tal preferenza avventò contro di Adone uno smisurato cignale che lo ridusse in brani. Venere allora lo cangiò in anemone.

Adone dopo la morte fu deificato, ed il suo culto ebbe cominciamento nella Fenicia, ov’egli regnò dopo la morte del re Biblo, di cui avea sposata la figlia, e ben presto si sparse nei paesi vicini, in Egitto e persino nella Siria. Di quì passò in Persia, nell’isola di Cipro e finalmente in tutta Grecia, ove le feste in onore di lui duravano otto giorni. Codeste cerimonie di commemorazione avevano principio con tutti i contrassegni del lutto. Coloro che vi prendevano parte portavano il bruno, e venivano accompagnati da tutt’i contrassegni di pubblica afflizione. Le donne ministre di questo culto piangendo correvano per le strade col capo raso, battendosi il petto. In Alessandria la regina, ovvero la dama più nobile della città portava ella stessa una piccola statua di Adone, seguita da tutte le dame più rinomate per illustri natali, le quali portavano in giro dei piccoli canestri pieni di fiori, di ramoscel li d’alberi, di frutta e di profumi. Il corteggio veniva chiuso da un gran numero di altre dame, le quali portavano due ricchi tappeti sovra uno di questi era ricamato in argento il letto di Adone, e sull’altro quello di Venere. Nella città di Atene ad ogni anniversario della morte di Adone venivano nei diversi rioni della città appese alle mura alcune immagini rappresentanti un giovane di bellissime forme, morto sul flore degli anui. Nel corso delle cerimonie le donne vestite a bruno andavano a toglierle per celebrare i funerali del morto, piangendo e cantando. Il popolo riteneva questi giorni come nefasti, e si ritenne come un malvagio augurio la partenza della flotta Ateniese per la Sicilia, avvenuta nel periodo di queste lugubri cerimonie, come l’entrata nella città d’Antiochia dell’ Imperatore Giuliano. Nell’ultimo giorno della festa la mestizia cangiavasi in gioia, volendo alludere così all’apoteosi d’Adone.

Adone era anche il nome di un fiume presso la città di Biblo nella Fenicia. La favola racconta che Adone lavasse nelle acque di questo fiume le ferite che lo fecero morire, e siccome quelle onde, in una certa stagione dell’anno, diventavano rossastre a cagione della sabbia del monte Libano, che il vento vi faceva cadere, fu ritenuto generalmente che il sangue d’Adone avesse cangiato il colore delle acque di quel fiume, che poi prese il suo nome.

113. Adoneo. — Era questo un soprannome dato a diverse divinità e particolarmente a Giove, a Bacco ed a Plutone.

114. Adonie. — Feste in onore d’Adone. I giorni che duravano queste cerimonie si passavano nel lutto e nella tristezza. Le donne vestite a bruno piangevano per delle ore intere. V. Adone.

115. Adorea. — Divinità che si crede essere la stessa che la Vittoria.

Si chiamava anche Adorea una festa in onore delle principali divinità nella quale si offrivano agli Dei delle focacce dette Ador.

116. Adporina o Aporrina o Asporena. — Soprannome dato a Cibele, da un tempio che ella aveva in Asporena, città dell’Asia minore vicino Pergamo. Veniva anche detta Montana, ciò che vale lo stesso.

117. Adramech Anamelech. — Idolo degli Afri. Aveva un culto truce e disumano perchè si lasciavano bruciare sulle sue are dei fanciulli.

118. Adrameo o Adraneo. — Divinità il culto della quale era celebre o speciale in tutta l’isola di Sicilia.

119. Adramo. — Secondo Plutarco era il Dio particolare della Sicilia, forse perchè in quell’isola v’era una città che portava lo stesso nome, oggi è la città di Adernò. Il culto di questo Dio era disseminato in tutta l’isola.

120. Adraneo. V. Adrameo.

121. Adrasta. — Ninfa figlia dell’oceano : fu una delle nutrici di Giove.

122. Adrastea — Nome della Dea Nemesi. Essa era figlia di Giove e della fatalità, che {p. 18}altrimenti chiamasi anche essa Nemesi. Secondo Plutarco era l’unica furia ministra della vendetta degli Dei. Il suo nome, che viene dall’α privativa e da δραω, δαδρασϰω io sono, dinota una divinità a cui nulla impedisce di agire : specie di fatalità sempre vegliante a punizione dei colpevoii. Gli Egizii mettevano Adrastea al disopra della Luna. È opinione di molti scrittori che presso i Greci, Adrastea non fosse che un soprannome di Nemesi.

Adrastea era anche il nome di una Ninfa, e di una ancella di Elena.

123. Adrasto. — Re d’Argo, fu obbligato a cercar rifugio presso Polibio, suo avo paterno, per sottrarsi alle persecuzioni dell’usurpatore che si era impadronito dei suoi stati. Egli levò contro i Tebani un formidabile esercito comandato da Polinice, Tideo, Capaneo, Ippomedone, Anflareo e Paride e si mise egli stesso alla testa di quell’esercito.

È questa spedizione che viene ricordata nella storia sotto il nome d’Impresa dei sette prodi che assediarono Tebe, sotto le cui mura perirorono quasi tutti. Poco dopo Adrasto persuase i figli dei suoi caduti compagni, a vendicarne la morte gloriosa, e levò con essi un’armata simile alla prima, alla quale fu dato il nome di Armata degli Epigoni, secondo che narra Pindaro e Euripide.

Adrasto era anche il nome di un Re dei Dori, che Telemaco uccise a causa della sua perfidia.

Adraste craint d’être surpris, fait semblant de retourner sur ses pas, et veut renverser les Crétois qui se presentent à son passage, mais tout à coup Télémaque, prompt, comme la foudre que la main du pére des dieux lance du haut de l’Olympe sur les têtes coupables, vient fondre sur son ennemi : il le saisit d’une main victorieuse, il le renverse comme le cruel aquilon ahat les tendres moissons qui dorent la campagne. Il ne l’écoute plus quoique l’impie ose encore une fois essayer d’abuser de la bonté de son cœur ; il enfonce son glaive, et le précipite dans les flammes du noir Tartare, digne chàiment de ses crimes,
Fénélon Télémaque.

Vi fu un altro Adrasto figlio del Re Mida, il quale per inavvertenza uccise Atiso figlio di Creso, e ne fu tanto addolorato, che sebbene il padre del morto lo avesse perdonato, egli non potendo reggere al suo rimorso, si trafisse sulla tomba dell’estinto amico.

124. Adreo. — Dio che presiedeva alla maturità delle spiche.

125. Adulto. — Sotto questo nome veniva invocato Giove nella celebrazione dei matrimoni, mentre si dava a Giunone quello di Adulta.

126. Aegocero. — Essendo il Dio Pane posto come divinità fra gli astri, si trasformò da sè medesimo in capra ; da ciò il soprannome di Aegocero da due parole greche αις capra ϰερας corno.

127. Aelo. — Secondo Esiodo era una delle Arpie figlia di Tauma e di Elettra.

128. Aeree. — Feste che gli agricoltori celebravano in onore di Bacco e di Cerere.

129. Aeta. — Re della Colchide. Egli ebbe una figliuola a nome Calciope, che dette in moglie ad uno straniero per nome Frisso, il quale dopo qualche anno per avidità di ricchezze, fece assassinare il suocero e s’impadronì dei suoi tesori. Ma non gioì a lungo del frutto del sangue, imperocchè Giasone, a capo degli Argonauti, venne a farsi render conto del male acquistato retaggio, e se ne rese egli stesso padrone. Da questo fatto la tradizione mitologica trae argomento ad un responso dell’oracolo che avrebbe detto ad Aeta che uno straniero gli toglierebbe il regno e la vita ; e che perciò egli avesse adottato il barbaro costume di far sagrificare agli Dei tutti gli stranieri che approdavano nei suoi stati.

130. Aetherea. V. Atherea.

131. Aetlio. — Fu uno dei figliuoli di Eolo : sposò una giovanetta per nome Calice che lo rese padre di Endimione. In Grecia fu venerato come un eroe.

132. Aetone. — Uno dei quattro cavalli del sole, che al dire di Ovidio, fu principale cagione della caduta di Fetonte. Il cronista Claudiano attribuisce lo stesso nome ad uno dei cavalli di Plutone, facendo derivare il nome di Aetone dalla voce greca αιδως nero mentre codesto nome significa l’ardente per esprimere il sole nel suo meriggio, essendo stata appunto l’ardente luce di esso la vera causa della morte di Fetonte. L’etimologia greca ci avvalora maggiormente in questa opinione, dappoichè αιδω significa ardo abbrucio.

133. Aex. — Una delle nutrici di Giove. Dopo la morte ella venne collocata fra gli astri.

134. Afacitae. — Nella Fenicia in un luogo chiamato Afaca fra le città di Biblo e di Eliopoli, Venere aveva un tempio ed un oracolo con questo soprannome. Essendovi in quelle circostanze un piccolo lago simile ad una cisterna, tutti coloro che venivano a consultare l’oracolo Afaciteo, gittavano in quelle acque le loro offerte, senza por mente alla ricchezza o al valore di esse. Se erano accette alla Dea, restavano al fondo, se venivan respinte, ritornavano a galla, oro o argento che fossero. Nelle cronache mitologiche di Zosimo è detto che l’oracolo di Afacita fu consultato dai Palmireni quando essi si ribellarono allo imperatore Aureliano e che di tutt’i doni da essi gettati nelle acque, {p. 19}nessuno rimase al fondo. Infatti l’anno seguente essi furono interamente distrutti dalle armi vincitrici dell’imperatore.

135. Afaco o Afanio. — Soprannome di Marte.

136. Afanio (V. l’art. precedente).

137. Afareo — Padre di Lynceo che Ovidio chiama Aphareja proles.

138. Afea. — Denominazione di Diana. Nella città di Egina si adorava il Dio Britomarte sotto una tale denominazione.

139. Afesi. — Sotto questo nome venivano di sovente additati Castore e Polluce, i quali si credeva presiedessero alla partenza dallo steccato di coloro che prendevano parte ai giuochi olimpici.

140. Afeteriani. — Castore e Polluce venivano così detti perchè avevano un tempio consagrato al loro culto nel recinto da cui partivano coloro che si disputavano il premio della corsa.

141. Afetore. — Denominazione data ad Apollo dagli oracoli che egli rendeva in Delfo, e dal sacerdote che li ripeteva al popolo.

142. Afneo. — Altro soprannome di Marte.

143. Afonide. V. Afonis.

144. Afonio. V. Afonis.

145. Afonis, Afonio o Afonide. — Soprannome dato a Giasone da suo padre Efone.

146. Afra (sorelle) — Ossia sorelle Africane. Erano così dette le Esperidi.

147. Africo. — Nome d’uno dei principali venti.

148. Afodrisie. — Feste in onore di Venere. Nell’isola di Cipro e in molte altre città della Grecia si dava una moneta d’argento a Venere onde prender parte a queste feste volendo così dimostrare che la Dea era tenuta generalmente come femmina da conio. Gli offerenti ricevevano da lei regali degni di essa.

149. Afrodite. — Parola greca che significa schiuma. Con questo nome veniva denotata Venere perchè i poeti dicono ch’ella nascesse dalla schiuma del mare.

150. Agamede e Trofonio figli d’Ergino, altri dicono di Apollo e di Epicaste. Furono famosj architetti, e d’una furfanteria matricolata. Essi dettero una luminosa prova del loro duplice ingegno nella città di Delto, sia per la meravigliosa costruzione del famoso tempio ; sia perchè aveano trovato il modo di rubare giornalmente i tesori di quel re.

Come era impossibile di scoprire o sorprendere i ladri, fu loro teso un agguato nel quale cadde Agamede, e da cui non valse a tirarsi, per modo che suo fratello Trofonio non seppe trovare altro scampo per se stesso, che quello di tagliare la testa al fratello.

Qualche tempo dopo la terra improvvisamente si spalancò sotto i piedi di Trofonio e lo inghiotti vivo. Dopo la sua morte la credulità popolare ne fece un dio, e gli si dette fino un Oracolo.

151. Agamennone. — Re d’Argo e di Micene figlio di Plistene, e nipote d’Atreo. Egli fu il capo dell’armata Greca che dopo 10 anni d’assedio espugnò e distrusse Troja. È anche conosciuto sotto il nome di Re dei Re, perchè aveva il comando supremo di quell’esercito ove combattevano altri sei re sotto i suoi ordini.

…. Ad alta impresa
Te non scegliea la Grecia a caso duce ;
Ma in cortesia, valor, giustizia, fede.
Re ti estimava d’ogni re maggiore.
(Alfieri — Agamennone Tragedia Atto III)
…. A voi degg’io
Rammentar che dal Greci ebbi il supremo
Scettro fino a quel di che vegga sciolte
Dal suol Sigeo le vincitrici navi ?
Cessi il mio regno, a me non cale, io voglio
Solo i mici dritti sostener, quand’altri
Cieco gl’impugna.
Niccolini — Polissena, Tragedia Atto II.

Durante l’assedio di Troja, egli ebbe una forte contesa con Achille, a causa d’una schiava per nome Briseide, figlia del sacerdote Brise, la quale Agamennone volle fosse tolta alla parte del bottino di guerra, spettante ad Achille.

Essendo finalmente caduta Troja, Agamennone si accingeva a ritornare in patria, allorchè Cassandra, figlia di Priamo gli predisse che egli sarebbe stato assassinato in Argo, ma Agamennone non prestò fede alle parole della indovina, e ritornò in patria, ove in effetti fu ucciso da sua moglie Clitennestra, divenuta la druda dell’usurpatore Egisto.

…. Agamennon qui cadde
Svenato………….
…… Oggi ha due lustri appunto.
Era la orribil notte sanguinosa,
In cui mio padre a tradimento ucciso
Fea rintronar di dolorose grida
Tutta intorno la reggia.
Alfieri — Oreste Tragedia Atto II.

152. Agamennonidi. — Discendenti di Agamennone.

153. Aganice o Aglaonice. — Donna che avendo conosciuta la causa e il tempo degli ecclissi lunari., ne prese occasione onde farsi credere una maga, ciò che fu alla disgraziata causa d’infinite sciagure.

154. Aganapidi. — Con questo nome venivano designate le nove muse, dalla fontana Aganippe a loro consacrata.

{p. 20}155. Aganippa. — Figlia di un fiume che scende dal monte Elicona. Ella fu cangiata in fontana, le cui acque aveano il dono d’inspirare i poeti, e perciò questa fonte fu consagrata alle Muse, le quali furono anche conosciute sotto il nome di Aganipidi.

156. Agapenore. — Figlio di Anceo fu uno dei principi che avrebbero voluto sposare Elena. Egli andò per questo all’assedio di Troia, e fece forte la flotta greca di 60 vascelli che conduceva con se. Dopo la caduta di Troja, una tempesta lo spinse nell’isola di Cipro ove egli edificò la città di Pafo.

157. Agastene. — Re degli Elleni, e padre di Polissene. Egli fu uno dei principi che si recarono allo assedio di Troja.

158. Agastrofo. — Nome di un troiano che fu ucciso da Diomede.

159. Agathirno o Agatirno. — Figlio di Eolo : dette il suo nome ad una città che fece fabbricare in Sicilia.

160. Agathirso. — Figliuolo di Ercole. Fu padre di un popolo sanguinario e crudele che da lui fu detto Agathirsio.

161. Agathodomeni. — Ossia genii benefici. I pagani davano questo nome ai dragoni e agli altri serpenti alati che essi adoravano come divinità.

162. Agathone. — Uno dei figli di Priamo re di Troja.

163. Agatirno. V. Agathirno.

164. Agave. — Fu una delle figliuole di Cadmo e di Armenia. Ancor giovanetta sposò certo Echione da cui ebbe un bambino che fu chiamato Penteo. La favola racconta di Agave un truce fatto ; imperocchè invasa da un entusiastico furore pel culto di Bacco, persuase le baccanti a fare in brani il proprio figliuolo Penteo, nella ricorrenza delle feste di quel Dio. Dopo la sua morte Agave, fu, ronostante la sua efferatezza innalzata agli onori divini sia perchè aveva curata l’educazione del Dio Bacco, sia, come vogliono altri scrittori, pel suo preteso zelo al culto di quello.

Vi furono ancora una figlia di Danao, una Nereide, ed uua Amazzone conosciute sotto il nome di Agave.

165. Agavo. — Altro figlio di Priamo.

166. Agdelfo, Agdifio o Agdisto. — Mostro metà uomo e metà donna che la favola fa nascere dal commercio di Giove e della pietra detta Agdo. Egli fu il terrore degli uomini e degli Dei, i quali lo cangiarono in mandorlo che produceva un bellissimo frutto. La favola racconta che una figliuola del fiume Sangaro, avendo nascosto nel suo seno alcune di quelle mandorle, queste scomparvero e dopo qualche tempo la ninfa si trovò incinta e partori un fanciullo al quale fu imposto il nome di Ati. Giunto all’età virile, Ati di cui Agdisto erasi perdutamente invaghito, fu dalla ninfa sua madre inviato alla Corte del re di Pessinunte per sposare una figliuola di lui.

Già le cerimonie nuziali volgevano al loro termine, allorquando Agdisto, spinto da gelosia, ispirò nell’animo di Ati tale sentimento di furore che da stesso si rese eunuco e lo stesso fece il re di Pessinunte. Colpito Agdisto dal male che aveva fatto, ottenne da Giove che anche dopo la morte di Ati qualcuna delle sue membra non sarebbe andata soggetta alla corruzione. Questa favola che è una delle più stravaganti della mitologia pagana, era sufficiente pel meraviglioso ch’essa racchiude ad appagare il popolo e Pausania ce la riferisce come una tradizione propria degli abitanti di Pessinunte.

167. Agdiflo. Vedi l’articolo precedente.

168. Agdisto. Vedi come sopra.

169. Agdo. — Pietra di una grandezza straordinaria dalla quale è credenza generale che Deucalione e Pirra prendessero le altre pietre che gettarono dietro le loro spalle per ripopolare il mondo. Giove innamorato di questa pietra la cangiò in donna e n’ebbe un figlio che fu detto Agdelfo.

170. Agelao. Vedi l’articolo seguente.

171. Agelaso Agelasto o Agelao. — Figlio di Damastore : fu uno di coloro che vollero sposare Penelope durante l’assenza di Ulisse.

172. Agelasto V. l’articolo precedente.

173. Agelia. — Soprannome dato a Minerva, e forse a lei imposto dalla Città di Ageliana dove essa era singolarmente venerata.

E questa però una opinione assai vaga ed incerta. Noi la riportiamo senza attestazione di certezza.

174. Agenore. — Figlio di Nettuno e di Livia. Egli sposò Telephassa detta anche Agriope dalla quale ebbe Europa, Cadmo, Fenicio e Cilicio. Giove avendo rapito Europa, il padre Agenore ordinò ai suoi figli di andarne in cerca con espressa proibizione di ritornare senza di lei.

Agenore era anche il nome di un re di Argo, e di uno dei figli di Antenore.

175. Agenoria o Agerone. — Dea dell’industria detta anche Strenuà.

176. Agenoridi. — Discendenti di Agenore.

177. Ageroco. — Figlio di Nelea e di Cloro.

178. Agerone. V. Agenoria.

179. Ageronia. V. Angeronia.

180. Agesilao. — Soprannome dato a Plutone perchè attirava i morti e li facea condurre all’inferno da Mercurio.

181. Agete. — Figlio di Apollo e di Cirene e fratello di Aristea.

{p. 21}182. Agirti. — Con questo nome s’indicavano i Galli sacerdoti di Cibele. Questa parola significa ancora giuocatori di mano, esperti nella sparizione degli oggetti.

183. Aglaja. — Era questo il nome di una delle Grazie.

184. Aglao. — Nome del più povero degli Arcadi, che Apollo giudicò più felice di Gige perchè viveva contento dei legumi del suo piccolo orticello.

185. Aglaonice. V. Aganice.

186. Aglaope. — Nome dato ad una Sirena.

I Lacedemoni chiamavano così Esculapio, Dio della medicina.

187. Aglaopheme. — Una delle Sirene.

188. Aglauro o Agraulo. — Fu una delle figliuole di Cecrope, la quale attirò su di sè lo sdegno di Minerva a causa di una indiscreta curiosità. La Dea avea dato ad Aglauro un canestro chiuso vietandole di aprirlo. Ma la principessa non seppe vincere la curiosità, propria della donna e infranse l’ordine di Minerva, ed aprì il canestro nel quale era rinchiuso un mostro

Diè la cesta a tre vergini in deposto,
Ma che non la scoprisser loro impose
…………….
Ma ben ch’Aglauro avea rotto il contratto,
Nè sol per sè quel cesto avea scoperto.
(Ovidio — Metamorfosi. Libro 2. trad. di Dall’Anguillara).

Minerva allora per punire Aglauro la rese pazzamente gelosa di sua sorella Erse, amata da Mercurio. Un giorno che questo Dio voleva entrare nelle stanze di Erse, Aglauro gliene contrastò vivamente l’accesso, sicchè Mercurio con un colpo di caduceo la cangiò in una rupe. Dopo la morte, fu ad Aglauro innalzato un tempio, e nella città di Salamina fu stabilito il crudele sacrifizio di offerirle ogni anno una vittima umana alla quale si faceva fare per tre volte il giro del tempio, e poi il Flamine sacrificatore immergevale una lancia nel petto, e quindi la vittima era posta sul rogo. Ai tempi di Seleuco, Defilo, re di Cipro, abolì l’orribile usanza facendo che invece d’una vittima umana fosse sagrificato un bue.

189. Aglibolo. — Era uno degli Dei dei Palmiri. Negli antichi monumenti si trova sempre in compagnia d’un’altra Divinità detta Malachbelo. È generale credenza che sotto il nome del primo si adorasse il sole, e sotto il nome del secondo la luna.

190. Agniteo. V. Agnito.

191. Agnito o Agniteo. — Soprannome dato ad Esculapio.

192. Agno o Hagno. — Fu questo il nome Ristret. Anal. del Diz. della Fav. di una delle Ninfe nutrici di Giove. Ella dette il suo nome ad una fontana celebre per favolose meraviglie.

193. Agonali. — Festa che i Romani celebravano in onore di Giano, agli 11 gennaio, 21 maggio, e 13 dicembre. I Sacerdoti di Marte erano anche conosciuti sotto questa denominazione.

194. Agoni. — Si designavano con questo soprannome i sacerdoti che colpivano la vittima sulle are della Divinità.

195. Agoniani. — Con questa parola che deriva dal verbo latino Ago, venivano designate quelle divinità, che s’invocavano prima d’intraprendere qualche cosa d’importante.

196. Agonio. — Dio che presiedeva alle intraprese.

Mercurio era anche chiamato Agonio perchè presedeva agli spettacoli. In Greco la parola Agon vale giuochi solenni. Giano, nelle feste Agonali, veniva designato col nome di Agonio.

197. Agoreo. — Soprannome dato a Giove e Mercurio dai diversi templi che essi avevano sulle pubbliche piazze delle varie città, dalla parola greca αγορα, che significa piazza. Per la stessa ragione Minerva viene di sovente denominata Agorea.

198. Agranie Agranie, e Agrionie. — Feste che si celebravano in onore di Bacco.

199. Agrao o Agray. — Uno dei Titani che dettero la scalata al cielo.

200. Agraulie. — Dagli Agrauli, popoli della tribù Ereteide nell’Attica, furono così dette alcune feste da essi celebrate in onore di Minerva.

Una delle Grazie avea anche questo nome ; Erectheo re di Atene ebbe una figlia pure così chiamata, la quale Mercurio cangiò in roccia.

201. Agraulo. V. Aglauro.

202. Agray. V. Agrao.

203. Agresto. — Che vale anche campestre, soprannome dato al Dio Pane.

204. Agriani. — Si dava questo nome ai Titani in generale.

205. Agrianie. V. Agranie.

206. Agrio. — Figlio di Parthaone e padre di Tersite. Vi furono anche due altri Agrio, uno dei quali fu figlio d’Ulisse e della maga Circe.

Agrio è anche il nome di uno dei Titani che dettero la scalata al cielo e che morì ucciso dalle Parche.

207. Agriodo. — Vale a dire dente feroce : era il nome di uno dei cani d’Atteone.

208. Agrionie. V. Agranie.

209. Agriope. — Euridice, moglie d’Orfeo, viene di sovente designata con questo nome. Vol. I.

{p. 22}Vi fu anche un’altra Agriope, che fu moglie di Agenore V. Agenore.

210. Agro. — Figlio d’Apollo e di Cirene, fu padre di Aristea.

211. Agroletera o Agrotera. — Soprannome dato a Diana, a causa d’un tempio ch’ella aveva in Agra, città dell’Attica.

212. Agrota. — Divinità dei Fenici.

213. Agrotera. V. Agroletera.

214. Agyeo. — Soprannome di Apollo derivante da una parola greca che significa strada, cammino ; perchè le strade erano sotto la protezione di lui.

Gli Ateniesi avevano ancora dei numi detti Agyei ai quali essi sacrificavano per allontanare le sventure, allorchè si credevano minacciati da straordinari prodigi.

215. Agytel. — Sacerdoti di Cibele, o piuttosto indovini che dicevano la buona ventura nelle pubbliche strade, e agli spettacoli del circo : essi si servivano perciò dei versi d’Omero, di Virgilio, e di altri poeti.

216. Aidone. — Detta anche Aedone, figlia del re Zeteus, fratello d’Anfione. Questa sventurata donna concepì una invidia mortale contro la moglie d’Anfione, perchè era madre di sei principi, mentre ella non aveva che un solo figlio. Spinta dalla sua cieca passione, ella uccise una notte il suo proprio figliuolo Itilo, che l’oscurità le impedi di riconoscere, e ch’ella scambiò per uno dei suoi nipoti a nome Amaneo.

L’infelice Aidone, riconoscendo il suo terribile errore, pianse tanto la morte del suo unico figlio, che gli Dei, mossi a compassione della colpevole madre, la cangiarono in uccello.

La favola fa menzione anche di un’altra donna a nome Aedone, figlia di Pandareo Efeso, la quale fu tolta in moglie da un artigiano della città di Colofone a nome Polirechno. I due conjugi vissero lungamente felici e contenti, fino a che, superbi delle dolcezze della loro unione, ardirono darsi il vanto di amarsi più perfettamente di Giove e Giunone. Gli Dei allora irritati mandarono loro uno spirito di discordia, che fu per essi la sorgente d’infinite sventure.

217. Almena o Emena. — Era questo il nome di una giovanetta di Troja, alla quale si resero in Grecia gli onori divini.

218. Aine o Aloe — Conosciuto più comunemente sotto il nome di Aloo. Fu uno dei giganti più ricordati dalle cronache mitologiche, il quale sposò una donna per nome Ifimedia. La favola racconta, che, essendogli sua moglie stata infedele, essa fe’credere ad Aloo suo marito, che i due figliuoli ai quali dette la luce e che furono chiamati Aloidi dal nome di lui, fossero infatti suoi figliuoli, mentre lo erano di Nettuno, Dio al quale Ifimedia avea consentito la sua persona.

219. Aixa, isola del mare Egeo, seminata di roccie scoscese, e che presenta da lunge la figura d’una capra, che i Greci chiamavano Aix. Aixa era anche il nome di una delle ninfe nutrici di Giove.

220. Ajace. — I mitologi antichi e moderni convengono nell’asserire esservi stati due Ajaci, ma sono tutti discordi circa alla storia ed alla discendenza dei medesimi, ed ai fatti che vengono loro attribuiti. Noi citeremo in questo articolo i fatti che sono menzionati da quelli scrittori che godono più credito.

Oileo, re dei Locresi, ebbe un figlio a nome Ajace. Fu uno dei principi Greci che combatterono all’assedio di Troja. Egli era di una agilità sorprendente, e nessuno lo superava in tutti gli esercizii del corpo. Però violento e brutale, e di una indole crudele, egli violo Cassandra, sacerdotessa di Pallade, nel tempio stesso dedicato alla Dea, nel quale la vergine s’era nascosta, sperando di sottrarsi alle brutalità del suo persecutore. Minerva, fortemente sdegnata, risolvè di punirlo e fece da Nettuno suscitare una furiosa tempesta, non appena Ajace con la sua flotta era uscito dal porto per ritornare in patria. Dopo avere sfuggito ad una infinità di pericoli, lottando disperatamente con le onde furiose, gli riusci di afferrarsi ad una roccia, ove rivolto al cielo imprecava gli Dei dicendo che si sarebbe salvato loro malgrado. L’orribile bestemmia irritò così fortemente Nettuno, che con un colpo di tridente spaccò la roccia, sprofondando l’empio nei cupi abissi del mare. Virgilio attribuisce la morte di Ajace alla sola Minerva, senza lasciarvi intervenire Nettuno.

Ajace fu anche il nome di un figlio di Telamone e di Esione ; non meno dell’altro impetuoso, empio e crudele.

Di quel fier Telamone io sono erede,
Da cui fu vinto già Laomedonte :
Ei d’Eaco usci, che giudice risiede
Nel formidabil regno di Acheronte,
Eaco dal re ch’ha in ciel la maggior sede,
Trasse il sembiante dell’umana fronte :
Ed io, s’il re dell’universa mole
Non mente, or son di lui la terza prole,
(Ovidio. — Metamorfosi, Libro XIII. Trad. di Dell’Anguillara).
…… Chi quell’altro sia
Che ha membra di gigante, e va sovrano
Degli omeri e del capo agli altri tutti ?
Il grande Aiace, rispondea racchiusa
Nel fluente suo vel la dia Lacena,
Alace, rocca degli Achei……
(Omero Iliade. — Libro III trad. di V. Monti).

{p. 23}Egli era invulnerabile come Achille, e dopo di lui il più valoroso guerriero della Grecia.

Egli era vulnerabile in una sola parte del petto, nota però a lui solamente.

All’assedio di Troja si coprì di gloria battendosi un giorno intero con Ettore.

Ecco come Omero racconta questo passo :

Di splendid’armi frettoloso intanto
Aiace si vestiva : e poichè tutte
L’ebbe assunte d’intorno alla persona,
Concitato avviossi, e camminava
Quale incede il gran Marte allorchè scende
Tra fiere genti stimulate all’armi
Dallo sdegno di Giove, e dall’insana
Roditrice dell’aime empia contesa.
Tale si mosse degli Achei trinciera
Lo smisurato Aiace, sorridendo
Con terribile piglio e misurava
A vasti passi il suol, l’asta crollando
Che lunga sul terren l’ombra spandea.
(Omero Iliade lib. VII. Trad. di V. Monti).

Entrambi giusti apprezzatori del loro personale valore, cessarono dal combattere e si scambiarono dei ricchi doni, che per altro furono loro funesti ; poichè il calteo, o budriere che Ajace donò ad Ettore fu lo stesso col quale questo eroe venne legato pei piedi al carro di Achille, quando ucciso da questi in combattimento fu trascinato per tre volte intorno alle mura di Troja.

In seguito essendo stato ucciso Achille, surse una disputa fra Ulisse ed Ajace, a causa delle armi del morto eroe. Ulisse però ebbe il di sopra, e Ajace durante la notte, furioso fino al delirio si gettò con la spada alla mano in mezzo ad una gregge e ne fece una carneficina, credendo nel suo furore di uccidere Ulisse.

….. e delle prede
Sul misto ancora ed indiviso armento
La sua furia devolsi, ond’egli in mezzo
Vi si gettando, e trucidando a cerco,
Ampio ne fea macello, ed or credea
Ambo svenar di propria man gli Atridi,
Or l’un duce, ed or l’altro. In cotal rete
Io quel furente di delira febbre,
Sospinsi, avvolsi. Ei dalla strage alfine
Poi che cessò, bovi ed agnelli insieme,
Quanti ancor vivi rimanean, legati
Alla sua tenda strascinò, non bruti
Li credendo, ma Greci : e così avvinti
Or colà li flagelia……..
(Sofocle. Aiace. Tragedia traduzione di Felice Bellotti).

Appena tornato in ragione rivolse contro se stesso la spada che gli avea donata Ettore, e si uccise. Il suo sangue fu cangiato nel flore conosciuto sotto il nome di giacinto. È credenza di molti mitologi che perfi ore, di giacinto bisogna sottintendere il piede della lodoletta in cui si crede scorgere le due lettere A. I. che formano il principio della parola Ajace, e il suono esclamativo col quale si esprime il dolore nel ricevere una ferita. Questa osservazione che potrebbe forse taluno credere ovvia, è pure necessaria per intendere uno dei più bei passi di Ovidio

Come ha cosi parlato, alza la mano,
E poi la lira a sè con ogni forza :
E quel petto ferisce, al quale in vano
Ogni altro tentò pria forar la scorza,
Lascia l’alma sdegnata il corpo umano.
E di cader le membra esangui sforza ;
E del sangue che in copia ivi si sparse.
Un fior purpureo in un momento apparse.
Quel fior leggiadro, in cui cangiossi il figlio
Già d’Amiciante, di quel sangue uscio
E dal colore in fuor simile al giglio,
Le vaghe foglie in un momento aprio.
Formarsi ancor nel bel vermiglio
Le note che v’impresse il biondo Dio :
E mostrò il novo fior descritto (come
L’altro) il duol di Giacinto, e il costui nome.
(Ovidio Metamorfosi Libro XIII traduzione di Dell’Anguillara).

221. Ajacee. — Feste in onore di Ajace.

222. Ajdoneo. — Re dei Molossi. Egli imprigionò Teseo, perchè d’accordo con Pirotoo, avea voluto rapire sua figlia Proserpina. Plutone era anch’egli soprannominato Ajdoneo, e da questa somiglianza di nomi ne è venuta la favola della discesa di Teseo all’inferno per rapire la moglie a Plutone.

223. Ajo Locutio. — Di tutte le Divinità della favola non ve n’è alcuna, la cui origine sia così nettamente precisa come questa.

L’anno di Roma 364, un uomo del popolo a nome Ceditio, andò a rivelare ai Tribuai che, nel traversare di notte la strada nuova, aveva inteso una voce più forte di quella d’un uomo, la quale gli aveva imposto di andare ad avvertire i magistrati che i Galli si avvicinavano. Come Ceditio era un uomo da nulla, ed i Galli una nazione lontanissima da Roma, e perciò sconosciuta ai Romani, non si fece alcuna attenzione dell’avviso del popolano. Però l’anno seguente i Galli s’impadronirono di Roma, i quali per altro furono ben presto ricacciati dalla città, ed allora Camillo, per espiare la negligenza dei magistrati nel non aver voluto prestar fede alla voce notturna, ordinò che si fosse inalzato un tempio in onore del Dio Ajo Locutio, nell’istesso luogo della strada nuova, nel quale Ceditio diceva avere ascoltato il misterioso consiglio. A proposito di questo Dio ecco quanto dice Cicerone « Quand’egli non era conosciuto da alcuno, parlava e si faceva sentire, e perciò si è chiamato Ajo Locutio. Ma dal momento ch’è {p. 24}divenuto celebre, e che gli si è innalzato un altare ed un tempio, egli ha preso il partito di tacere, ed è diventato muto ».

224. Alabanda, figlio di Calliroe che fu divinizzato. Il suo culto fu celebre in Alabanda, città della Caria. Questo nome gli viene dall’aver guadagnato il premio di una corsa, chiamandosi nella Caria Ala il cavallo e Banda la vittoria.

225. Alahgaba, lo stesso che Eliogabalo V. Eliogabalo.

226. Alala soprannome dato a Bellona.

227. Alalcomede. — Nome del precettore di Minerva, al quale dopo la morte furono in considerazione della Dea innalzati varii monumenti ed egli stesso assunto agli onori eroici.

228. Alalcomena soprannome dato a Minerva per la ragione esposta nell’articolo precedente.

229. Alalcomane. — Fu il nome di un celebre scultore, il quale dopo di aver fatto una statua di Minerva, stabilì il culto di questa Dea in una città, ch’egli edifico in Beozia e che da lui prese nome.

230. Alastore uno dei Cavalli di Plutone. Fu anche il nome del fratello di Neleo, figlio di Nestore ; e quello d’uno dei compagni di Sarpedone che fu ucciso da Ulisse all’assedio di Troja, venivano anche denominati Alastori alcuni genii malefici.

231. Alba. — Città dell’Azio : fu fabricata da Ascanio, figlio di Enea.

232. Albania, contrada dell’Asia sulle coste del mare Caspio, così chiamata perchè i suoi abitanti erano originarii del territorio d’Alba in Italia, ch’essi abbandonarono sotto la condotta di Ercole dopo la disfatta di Gerione.

233. Albione e Borgione famosi giganti figli di Nettuno. Essi incontrarono un giorno Ercole disarmato ed osarono attaccarlo, ma Giove li schiaccò sotto una grandine di pietre.

234. Albunea, famosa Sibilla che rendeva i suoi oracoli in una foresta vicina alla città di Tybur, che dal suo nome era anche detta Albunea e che era a lei consagrata. Questa Sibilla si chiamava anche Albuna e si crede essere la stessa, conosciuta sotto i nomi di Lecotea e di Matuta. Essa era riverita come una Dea.

235. Alburneo. — Dio riverito su di una montagna, che aveva lo stesso nome nella Lucania.

236. Alcatee erano così dette le feste in onore di Alcatoo.

237. Alcatoo figlio di Pelope. Essendo stato incolpato d’aver preso parte alla morte di Crisippo suo fratello, egli si rifugiò in Megara, dove uccise un leone che aveva divorato Eurippo, figlio del re di quella contrada.

Alcatoo sposò poi la figlia del re e alla morte di questo gli successe nel governo.

Vi fu anche un Trojano così chiamato, il quale sposò Ippodamia, figlia di Anchise. Egli fu ucciso da Idomeneo all’assedio di Troja.

238. Alceo figlio di Perseo e marito d’Ipponomea. Egli fu padre di Anfitrione e avo di Ercole al quale per questa ragione si da tanto comunemente il nome di Alcide.

Vi fu un altro Alceo figlio di Ercole che fu il primo degli Eraclidi, così chiamati dal nome di Ercole.

239. Alceste figlia di Pelea, e moglie di Admeto re di Tessaglia. Questo principe essendo pericolosamente infermo, sua moglie consultò l’oracolo, il quale rispose che Admeto morrebbe, se altri non si fosse offerto in sua vece. Nessuno essendosi presentato all’appello fatto per salvare il morente. Alceste si offri pel marito. Ercole giunse in Tessaglia l’istesso giorno in cui Alceste si era sacrificata. Admeto malgrado il suo dolore gli fece onorevole accoglienza, e non trascurò a riguardo di lui i doveri dell’ospitalità. Ercole allora per testimoniargli la sua riconoscenza intraprese di combattere la morte, discese agl’inferni da cui ritirò Alceste e la rese al marito. Omero dà ad Alceste il soprannome di Divina perchè ella amò suo marito fino al punto di sagrificargli la vita. Euripide prende a soggetto di una sua tragedia la tradizione mitologica di Alceste, trattando però diversamente l’argomento.

…. Admeto, indarno, iva tentando
E i vari amici, e il proprio padre, e carca
D’anni la madre, se al morir propensi
Fossero in vece sua : solu ei trovava
Presta a lasciare in eterno la luce
Del di per esso, la sua moglie Alceste.
Euripide, Alceste Tragedie Atto I, Scena 1.

240. Alchmeone figlio di Anfiareo. Per ordine di suo padre uccise la madre Erifile, perchè questa aveva scoperto il luogo dove Anfiareo si era nascosto per non andar alla guerra di Tebe. Alchmeone tormentato dai più crudeli rimorsi e perseguitato dalle Furie, a causa del delitto che avea commesso, si rifugiò in Arcadia per sottoporsi a dolorose espiazioni ond’essere liberato dalle Furie. Posto in esecuzione il suo disegno fu aiutato da Fegeo, il quale gli fece sposare sua figlia Arfinoe, a cui Alchmeone fece dono di una magnifica collana che Polinice aveva regalata alla morta Erifile per sapere da lei il luogo ove Anfiaroe erasi celato. Vedendo intanto che le prime espiazioni alle quali egli erasi sottoposto non andarono coronate di successo. Alchmeone andò a praticarne delle altre presso {p. 25}Acheolo padre di Calliroe, la quale in seguito egli sposò dimenticando i legami che lo stringevano ad Arfinoe, e spingendo l’audacia fino al punto di farsi da questa restituire la collana per farne presente alla nuova sua sposa, Fegeo ed Arfinoe furono fortemente sdegnati del grave affronto, ma Temeno e Axione, fratelli di Arfinoe vendicarono l’oltraggio uccidendo Alchmeone. Allora Calliroe avendo saputo il fatto supplicò Giove, e ottenne che i suoi due figli Acarnasso ed Anfotero, ancora bambini, divenissero in un momento uomini maturi per vendicare la morte del loro padre : ciò che essi fecero uccidendo non solo Temeno e Axione, ma anche Fegeo e Arfinoe, e consacrarono la fatale collana ad Apollo.

Properzio dice invece che Arfinoe stessa per vendicare suo marito uccidesse i suoi due fratelli.

Indi il figliuol dell’inghiottito mago,
Nominato Almeon, quand’avrà scorto
Dalla terrena e subita vorago
Restare il padre suo sepolto e morto ;
Ucciderà della vendetta vago.
Per vendicare un torto con un torto
La madre, e sarà in un pieloso e rio
Nella madre crudel, nel padre pio
Ovidio — Metamorfosi. Libro IX traduzione di Dell’Anguillara.

241. Alci. — I Macedoni con questo soprannome onoravano Minerva.

242. Alcide. — Nome di Ercole dall’avo Alceo. Minerva era anche soprannominata Alcea dalla parola Alce che significa forza. Vi erano delle divinità alle quali si dava complessivamente il nome di Dei Alcidi. V. Ercole.

243. Alcimede. — Moglie di Esone e madre di Giasone.

244. Alcimedone. — Celebre scultore. Vi fu anche un altro Alcmedone annoverato fra gli Dei della Grecia.

245. Alcinoe. — Moglie di Anfiloco. Essendosi ritenuta per se la mercede dovuta ad una povera operaia ne fu punita da Diana, la quale le accese nel core una violenta passione per un uomo chiamato Hanto.

Perdutamente innamorata di lui, abbandonò per seguirlo il marito ed i figli, ma poi divenne così furiosamente gelosa del suo amante che disperata si precipitò nel mare.

246. Alcinoo. — Figlio di Nafito o Nafitoo re dell’isola di Corcira. Il suo nome divenne celebre per la bellezza dei giardini da lui coltivati, o piuttosto per le meraviglie che ne racconta Omero, narrando il naufragio che Ulisse fece sulle rive di quell’isola, ove Alcinoo lo accolse con regale amorevolezza.

…. Ameni e vaghi
Tanto non fur del redivivo Adone
Immaginati un di gli orti famosi,
O quei d’Alcinoo, albergator cortese,
Del figlio di Laerte.
Milton — Paradiso Perduto. Lib. IX trad. L., papi.

Gli abitanti di Corcira, oggi Corfù, erano il popolo più voluttuoso di quel tempo, poichè arricchitisi col commercio vivevano nell’abbondanza e nel lusso. Nella loro città era un continuo alternarsi di feste e baccanali di ogni maniera ove si contavano le più luride canzoni, di cui la più celebre è quella che Fennio cantò alla presenza di Ulisse, sull’adulterio di Marte e Venere.

247. Alcio. — Una delle divinità dei Germani. Si crede comunemente che sotto questo nome fossero venerati Castore e Polluce.

248. Alcione. — Gigante, fratello di Porfirione. Egli uccise in un combattimento quattro dei seguaci di Ercole, e voleva uccidere Ercole stesso, il quale parò il colpo con la sua clava, lo fini a colpi di freccia.

Le sette figliuole del morto, giovanette di una rara bellezza furono così dolenti per la morte del padre che si precipitano nel mare, dove vennero cangiate nell’uccello conosciuto sotto il nome di Alcione.

Alcione era anche una delle figliuole d’Eolo, re dei venti della stirpe di Deucalione. Amò con tanta passione il suo sposo Ceix, re di Traflina, che morì di dolore quand’egli naufragò. È generale opinione fra i Mitologi che ella si precipitasse nel mare disperata della morte di suo marito, e che gli Dei mossi a compassione cangiarono essa e lo sposo in quell’uccello conosciuto sotto il nome di Alcione, che presso gli antichi era simbolo dell’amor coniugale. Varì scrittori dell’antichità fra cui Ovidio riportano il fatto in modo che ha qualche analogia con le tradizioni della favola. La verità non è quindi nota abbastanza sul personaggio a cui si attribuisce la metamoriosi in Alcione.

Secondo Omero, Alcione era pure il soprannome dato a Cleopatra, moglie di Meleagro e figliuola d’Ida e di Marpesa.

Similmente veniva così chiamata una delle sette Atlantidi figliuole di Atlante. Esse formavano la costellazione delle Pleiadi.

Finalmente un uccello marino consacrato a Teti fu chiamato anche Alcione.

249. Alcioneo. — Famoso gigante che soccorse gli Dei in una disputa che questi ebbero contro Giove. Minerva lo gettò fuori il globo {p. 26}della luna, nella quale egli erasi rifugiato. Alcioneo aveva il potere di risuscitare, ma poi fu finalmente schiacciato da Ercole.

250. Alciope. — Figlia di Aglauro e di Marte. Fu una delle mogli di Nettuno.

251. Alcippe. — Figlia di Marte, fu rapita da Allyrotio che Marte uccise per vendicare l’oltraggio. Per questa vendetta egli venne citato in giudizio innanzi ad un tribunale composto di dodici Numi.

Vi furono anche diverse altre donne conosciute sotto questo nome ; una, figlia di Oenomao ; un’altra figlia del gigante Alcioue ; ed una terza pastorella, di cui parla Teocrito e Virgilio.

252. Alcithoe. — Una delle figlie di Minea o Mina. Burlandosi del culto con cui veniva onorato Bacco lavorò, e fece lavorare le sue sorelle e le schiave alla tessitura della lana, durante il periodo dei giorni sacri in cui si celebravano le orgie in onore di quel Dio ; il quale per punirla la cangiò in pipistrello.

253. Alemena. — Figlia d’Elettrione re di Micene e di Lisidicia. Ella sposò Anfitrione col patto che vendicherebbe la morte di suo fratello, che i Telebani avevano ucciso. Mentre che Anfitrione era al campo, Giove innamorato d’Alcmena, prese le forme di lui per ingannaria ; Giunone moglie di Giove, allorchè Alcmena fu prossima a partorire, le rese per gelosia il parto crudelmente doloroso, e cercò di far morire il fanciullo che dovea nascere, sapendo che Giove avea promesso uno splendido destino del neonato che sarebbe stato Ercole. Giunone che avea giurato di perseguitare della sua gelosa vendetta i frutti dell’adultero amore di suo marito, fece che Alcmena incinta di due gemelli, partorisse prima il fanciullo che fu chiamato Euristeo, e poi l’altro che fu detto Ercole, per fare che il primo avesse avuto predominio ed impero sul secondo. Ma Galantea, ancella di Alcmena, ingannò con molta astuzia di Giunone allorchè nacque Ercole. Alcmena dopo la morte di suo marito Anfitrione sposò Radamento.

Ed io che avea nel sen si raro pegno.
Con immenso dolor premea le piume.
E ben vedeasi al ventre ampio e ripieno
Che Giove era l’autor di tanto seno
…………….
Quel che verrà nel tal tempo alla luce
Sarà dell’alma Grecia il maggior duce.
(Ovidio — Metamorfosi L. IX trad. dell’Anguillara).

254. Alcomeno. — Soprannome dato ad Ulisse dal nome di Alcomena, città dell’isola d’Itaca, di cui egli era re.

255. Alcone. — Figlio di Eriteo, re di Atene. Vi furono diversi altri conosciuti sotto questo nome : uno figlio di Marte, uno figlio di Amycus, ed un terzo figlio d’Ippocone.

256. Alea. — Soprannome dato a Minerva da una città d’Arcadia, conosciuta sotto questo nome e nella quale la Dea aveva un tempio ed un culto particolare.

257. Alectone o Aletto. — Una delle tre Furie infernali dette anche Eumenidi.

258. Alectore. — Fu uno dei capi Argivi che assediarono Tebe.

259. Ale-Deo. — Dio alato, soprannome dato a Mercurio perchè si dipinge colle ali ai piedi.

260. Alee. — Feste in onore di Minerva V. Alea.

261. Aleissiare. — Ebe, dea della giovanezza, ebbe da Ercole una figliuola a cui fu imposto un tal nome.

262. Alemanno eroe degli antichi Germani che essi deificarono ed adorarono.

263. Alemona Dea tutelare dei fanciulli prima della loro nascita.

264. Alemonide Miscelo figlio d’Alemone era anche così detto dal nome del padre.

265. Aleo. — Re d’Arcadia. Si rese celebre pel considerevole numero di templi che fece fabbricare.

266. Aleppo V. Alope.

267. Aleso. — Uno dei figliuoli d’Agamennone. Temendo che Egisto e Clitennestra, dopo aver dato morte al padre suo, non gli serbassero la stessa sorte fuggì dalla Grecia e venne in compagnia di alcuni familiari in Italia ove fabbricò la città di Falischi.

268. Alessandra la stessa che Cassandra, indovina che fu figlia di Priamo re di Troia.

269. Alessandro figlio di Priamo. I pastori che l’allevarono lo chiamarono Paride V. Paride.

Vi fu anche un altro Alessandro figlio di Eristea.

270. Alete figlio di Egisto, il quale avendo usurpato il regno di Micene fu ucciso da Oreste.

271. Aletide. — Feste in onore di Erigone detta anche Aleti.

272. Aetryomanzia. — Formola di uno scongiuro che si faceva per mezzo di un gallo.

273. Aletrione. — Giovane soldato, confidente e favorito di Marte. Essendo un giorno in sentinella alla tenda di questo Dio mentre egli era con Venere, Aletrione si addormentò, e lasciò sorprendere i due amanti da Vulcano, marito di Venere. — Marte per punire Aletrione lo cangiò in gallo.

274. Aletto V. Alectone.

275. Alexesio V. Acesio.

276. Alexia. — Città nella Celtica edificata da Ercole.

277. Alexiroe. — Ninfa che fu una delle mogli di Priamo.

{p. 27}278. Alfeo. — Famoso cacciatore il quale invaghitosi di Aretusa, ninfa del seguito di Diana la perseguitò lungo tempo finchè Diana cangiò lui in flume e la ninfa in fontana. V. Acetusa.

279. Alfesibea o Arfinoe. — La stessa figlia di Fegeo che sposò Alchmeone ricevendone in dono la fatale collana V. Achmeone.

280. Alfiassa. — Diana viene conosciuta sotto questo nome da un tempio che essa aveva sulle rive del fiume Alfeo.

281. Alfitomansia. — Dalla parola greca αγφιτον che significa farina, davasi questo nome ad una divinazione in cui si adoperava il fiore di frumento.

282. Alia. — Era una delle cinquanta Nereidi. Il suo nome le viene dall’elemento che essa abitava poichè in greco la parola αλς significa mare.

283. Aliatto V. Alyato.

284. Aliee. — Sotto questo nome, tanto in Atene quanto nell’isola di Rodi venivano celebrate in onore di Apollo, ossia il sole, pubbliche feste e cerimonie. L’etimologia di questa parola Aliee viene dal greco αλιος che significa sole.

285. Alilat. — Una delle divinità degli Arabi, i quali sotto questo nome adoravano la materia di tutte le cose, vale a dire la natura.

286. Alimede. — Dal greco αλς mare e αλς μειδις cura veniva così chiamata un’altra delle cinquanta Nereidi, quasi avesse cura del mare e facesse di questo elemento sua delizia ed amore.

287. Aliteo o Aliterio. — Giove fu così soprannominato, come Cerere fu detta Aliteria perchè in tempo di carestia avevano impedito ad alcuni mugnai di rubare il frumento.

288. Aliterio. —  V. l’articolo precedente.

289. Alixotoe. — Ninfa che fu madre d’Esaco. Il re Priamo da cui ella ebbe questo figlio l’amò con passione.

290. Allegrezza. — Dal latino hilaritas. Non v’è tradizione particolare che faccia menzione avere i Romani deificata l’allegrezza ; ma esiste bensì gran numero di medaglie su cui vedesi scolpita. Viene rappresentata con le sembianze di una donna giovane e bella, con un corno dell’abbondanza nella mano sinistra, e affiancata da due fanciulli, uno dei quali porta un ramo di palma.

291. Allodola. — Soprannome dato a Scilla figlia di Niso, re di Megara. Teneramente ininnamorata di Minos re di Creta nemico dichiarato dei Megaresi ; essa tagliò a suo padre un capello a cui érano legati i destini della patria, la quale cadde per questo coi suoi abitanti in potere di Minos. Niso allora si dette a perseguitare la figlia con intenzione di ucciderla, ma fu cangiato in isparviero ed essa in quell’uccello detto lodoletta o allodola vedi Scilla.

292. Alloprophallos. — Vale a dire incostante : soprannome dato a Marte, il quale come Dio della guerra veniva egualmente invocato dalle armate nemiche.

293. Allirozio o Allyrotio. — Fu uno dei figliuoli di Nettuno.

La tradizione mitologica ci racconta di lui, che per vendicare suo padre, il quale in una contesa con Minerva, era stato vinto da quella Dea, avesse tagliato tutti gli alberi di ulivo che crescevano nelle circostanze di Atene, onde recare oltraggio a Minerva, cui quegli alberi erano consacrati. La dea però sdegnata contro il colpevole gli fece cader dalle mani la scure che lo ferì così sconciamente che Allirozio rimase ucciso. Le opinioni degli scrittori e dei cronisti della favola discordano generalmente sulla morte di Allirozio, raccontandola tutti in modo diverso.

294. Almone. — Dio di un piccolo fiume di questo nome nel territorio di Roma. Fu padre della ninfa Lara.

295. Almopo. — Fu uno dei giganti che dettero la scalata al cielo.

296. Aloe V. Aine.

297. Aloeo o Aloo. — Gigante figlio di Titano e della terra. Egli sposò Ifimedia, la quale ingannata da Nettuno, partorì Oto ed Efialto. Aloeo li allevò come suoi proprii figliuoli. Vedendo che ogni mese essi crescevano di nove pollici, e non potendo a causa della sua estrema vecchiezza, andare egli stesso alla guerra, vi mandò i due giovanetti, i quali furono uccisi da Apollo e Diana a colpi di freccia.

298. Aloidi. — Nome di due fra i più formidabili e famosi giganti che imponendo montagne sopra montagne dettero la scalata al cielo. Omero li distingue fra loro chiamando il primo il divino Oto e il secondo il celebre Efialto. All’età di nove anni avevano già nove cubiti di grossezza e trentasei di altezza. Fieri della loro indomabile forza fisica osarono di portar la guerra fin nelle nuvole, e come dicemmo, vollero detronizzar Giove, e osarono perfino di pretendere fossero date loro Diana e Giunone. Giove allora mandò lo stesso Marte, Dio della guerra, a combatterli, ma essi lo fecero prigioniero e lo tennero per lo spazio di tredici mesi ricchiuso in una gabbia di ferro, da cui andò poi Mercurio a liberarlo. Diana allora, vedendo che perfino la forza celeste era impotente contro sì formidabili nemici, ricorse all’astuzia femminea e cangiatasi in biscia s’intromise fra loro, mentre essi stavano su di un carro. Allora i giganti volendo uccideria si ferirono l’un l’altro {p. 28}con le loro frecce e morirono entrambi : dopo poco furono da Giove precipitati nel fondo del Tartaro.

Sotto codesta allegoria della favola mitologica si rinchiude la verità più palpabile che sotto qualunque altro simbolo della favola. Infatti gli Aloidi figli di Nettuno re del mare potrebbero essere due famosi corsari a nome Oto ed Efialto, temuti ed invincibili. Marte fatto da essi prigioniero è tenuto schiavo per tredici mesi, potrebbe non essere altro che un famoso generale, che mosso contro i corsari fosse stato da essi debellato e fatto prigione. Mercurio dio del commercio che libera Marte altro non raffigura che un abile trafficante, il quale tratta coi vincitori il riscatto del prigioniero. L’astuzia di cui Diana si serve strisciando fra loro in sembianza di biscia altro non è se non la configurazione allegorica della discordia che armò la mano dei due invincibili e li spinse a distruggersi fra loro.

Omero racconta che prima che gli Aloidi avessero raggiunto l’età della prima giovinezza, Apollo li avesse precipitati all’inferno.

Gli Aloidi furono i primi che sul monte Licone sagrificarono alle nove muse e consacrarono loro quella montagna.

299. Aloo. V. Aloeo.

300. Alopo o Aleppo. — Una delle Arpie. Vi fu anche un’altra Alope figlia di Cercione, la quale avendo prestato orecchio alle seduzioni di Nettuno, ne ebbe un figlio Ippotono. Però il padre della sedotta la uccise per lavare col sangue l’onta riversata sul suo nome. Nettuno la cangiò in fontana.

301. Alpheja. — Soprannome di Aretusa. V. Alfeo.

302. Alrune. — Nome che i Germani davano ai loro Dei Penati.

303. Altea. — Figlia di Testio e moglie di Oeneo re di Calidone. Avendo un giorno questo principe dimenticato Diana nei suoi sacrificii, la dea per vendicarsi di quest’oltraggio gli spinse contro un cignale che devastò le terre di Calidone. Gli altri principi della contrada si riunirono per isterminare il mostro, e organizzarono una caccia alla quale intervenne Atalanta figlia del re d’Arcadia. La principessa fu la prima a ferire il cignale, le cui spoglie le vennero offerte da Meleagro figlio di Oeneo, ma i fratelli d’Altea, punti dal veder fatti tutti gli onori della caccia ad una giovanetta, involarono ad Atalanta il corpo della belva. Meleageo che amava Atalanta non seppe frenare il suo sdegno, e trasportato dal suo furore uccise i suoi zii. Allora, Altea per vendicare la morte dei suoi fratelli, gettò nel fuoco il fatale tizzone a cui le Parche avevano legato i destini di questo principe. A misura che il tizzo bruciava, Meleagro si consumava visibilmente fino a che morì, e Altea si uccise per disperazione.

304. Altepo. — Figlio di Nettuno, fu uno dei rè di Egitto.

305. Altio. — Soprannome di Giove. Gli veniva dal culto col quale era adorato nel recinto di un bosco sacro detto Altio, vicino alla città di Olimpia.

306. Alumra vale a dire nutrice. Soprannome dato a Cererc come Dea dell’Agricoltura che fecondando la terra nutrisce gli uomini.

307. Alyato o Allatto. — Fu padre di Creso e re di Lidia.

308. Alysio soprannome comune di Giove e di Bacco.

309. Amadriade. — Fu moglie e sorella di Ossilo. Ateneo, nelle sue opere, dice che essa fu madre di otto figliuole note comunemente sotto il nome di ninfe Amadriadi. Ognuna di esse però aveva il suo nome particolare che comunemente era quello di un albero.

310. Amadriadi. — Sebbene vi sia una completa analogia fra queste ninfe e quelle di cui è menzione nell’articolo precedente, pure formavano nelle credenze del paganesimo due specie di deità differenti. Dalle ninfe Amadriadi dipendeva il destino di alcuni alberi coi quali esse nascevano e morivano. L’arcano legame che le univa in particolar modo alla quercia fa loro dare codesto nome di Amadriadi dalle parole greche αμα insieme ; ed αρυς una quercia. Le Amadriadi non erano del tutto inseparabili dall’albero col quale avevano comune l’alito della vita. Ma potevano abbandonario per un dato tempo per far ritorno nel tronco di quello. Così Omero nel suo inno a Venere.

Non mortal non divina è la lor sorte ;
Ciascuna come dea di ambrosia vive
E tardi vede l’ora della morte ;
Intreccia con gli dei danze festive,
E con Mercurio e coi Sileni mesce
Negli antri e ne’ruscei nozze furtive.
Quando alcuna di loro alla vita esce,
Con lei nasce un abeto, un pino, un faggio,
Che verso il cielo alteramente cresce :
E si domanda il bel loco selvaggio
Bosco sacro agli dei, nè giammai porta
O mano o ferro a quelle plante oltraggio.
Poscia che l’ora destinata è sorta.
In che debbe lor vita venir meno.
L’arbore, ch’era verde, si fa smorta,
Ed ogni spoglia sua rende al terreno :
Le ninfe della selva abitatrici
Abbandonan così l’aer sereno.
(Trad. di Dionigi Strocchi

Queste ninfe testimoniarono sovente la loro riconoscenza a coloro che aveano risparmiato le {p. 29}piante nelle quali esse abitavano ; come facevano sentire il peso della loro vendetta a que’crudeli che avessero respinte le loro suppliche, e a malgrado di queste, avessero sagrificato l’albero abitato da un’amadriade. Così, al dire d’Ovidio, l’amadriade che abitava il tronco di un’antica quercia, la quale innalzava orgogliosa i suoi rami su tutte le altre, fu un giorno uccisa dal fiero Eresitone, il quale non si lasciò intenerire dal lamento dell’abitatrice della pianta, e seguitò ad abbatteria non curando la vista del sangue che ai primi colpi spruzzò dal tronco della quercia.

Al dire di Esiodo, di Plutarco e di Ausonio, le amadriadi avevano una lunghissima vita, ma pure finalmente, lungi dall’essere immortali, morivano con la pianta in cui avevano vissuto.

311. Amaltea. — Fu la capra che nutri del suo latte Giove, il quale in segno di riconoscenza la trasportò nel cielo, e dette una delle sue corna alle ninfe che avean curata la sue infanzia, con la virtù di produrre tutto quanto esse avrebbero desiderato. È questo il corno dell’abbondanza.

È opinione generalizzata presso varii scrittori, che Amaltea fosse una giovanetta figlia di Melisso, re di Creta, che avesse preso cura di Giove, facendolo nutrire con latte di capra.

Amaltea si chiamava anche la sibilla di Cuma.

312. Amanio. V. Amano.

313. Amano o Amanio. — Divinità dei Persiani. È credenza generalizzata che fosse il sole.

314. Amaraco. — Fu questo il nome di un ufficiale della casa di Ciniro re di Cipro. Egli aveva l’incarico di conservare e mantenere i profumi di cui si serviva abitualmente il re, e la sua famiglia. Avendo un giorno rotto un recipiente che conteneva un profumo preziosissimo, ne fu così addolorato che ne morì. Ma gli Dei mossi a compassione lo cangiarono in quell’erba conosciuta sotto il nome di Maggiorana, detta dai botanici Amaraco.

315. Amarusia o Amarynthia. — Soprannomi dati a Diana da un borgo nell’isola d’Eubea in cui era particolarmente venerata : altri scrittori dicono nella Tessaglia.

316. Amarynthia. V. Amarusia.

317. Amata. — Moglie del re Latino, fu madre di Lavinia. Ella si strangolò per disperazione vedendo che non avea potuto impedire le nozze di sua figlia con Enea.

318. Amathontia o Amathusa. — Venere era così chiamata dalla città di Amatunta.

Amathusia fu anche il nome della madre di Ciniro re di Cipro.

319. Amathusa. — Vedi l’articolo precedente.

320. Amatunta. — Città dell’isola di Cipro consacrata a Venere. Gli abitanti le aveano innalzato un tempio superbo in cui la veneravano insieme ad Adone.

321. Amatus. — Fu figlio d’Ercole e fondatore della città che dal suo nome fu detto Amatunta.

322. Amazonto. — Soprannome dato ad Apollo, per aver posto fine alla guerra fra le Amazzoni ed i Greci.

323. Amazzoni. — Femmine della Scizia e propriamente della Cappadocia sulle rive del flume Termidone. Attendevano alla guerra e abitavano senza uomini. Furono dette Amazzoni, che vuol dire senza una mammella, perchè bruciavano alle bambine, appena nate, la mammella sinistra, onde non avessero nel trar d’arco alcun fisico impedimento. Esse non ricevevano uomini che una volta l’anno ; lasciavano morire i loro figli maschi ed educavano con gran cura le femmine. Uccidevano tutti gli stranieri che approdavano sulle loro sponde, percui canta l’Ariosto :

…Che quella riva
Tutta letteau le femmine omieide.
Di cui l’antigua legge ognua che arriva
In perpetuo lien servo o che l’uccide.
Artosto — Orl. Fur. 1..XIX.

Finalmente le Amazzoni furono distrutte da Ercole che fece prigioniera la loro regina. Al dire di Cesarotti nelle Dissertazioni, vi sono state varie classi di Amazzoni ed in varie regioni.

324. Ambarvale. — Sacrifizio in onore di Cerere. Il popolo seguiva in processione le vittime che si doveano sacrificare, facendo il giro delle biade prima della mietitura. I sacerdoti che presiedevano a questi sacrifizi, erano al numero di dodici e si chiamano Arvali. Vedi Arvale.

325. Ambizione. — Gli antichi ne aveano fatta una divinità speciale. I Romani le aveano innalzati dei templi a cui sagrificavano con maggior frequenza che alle are degli altri numi. Dipingevano questa Divinità con le ali sugli omeri, per alludere alla prontezza con cui mette in esecuzione i più arditi disegni.

326. Ambrosia. — Questa parola in greco significa immortate. Nulla è più confuso e oscuro presso gli scrittori e i poeti mitologici, quanto la significazione delle parole Ambrosia e Nettare. Secondo i poeti l’ambrosia era una sostanza destinata al nutrimento degli Dei, ed è opinione sufficientemente generalizzata, che gommasse da una delle corna della capra Amaltea ; mentre dall’altra stillasse il Nettare, ossia la bevanda divina che dava l’immortalità a tutti coloro che ne bevevano. Virgilio, nell’Eneide {p. 30}dice che alla fragranza dell’Ambrosia, si riconoscevano le Dee.

É divino spirar d’ambrosia odore

Virg. — Entide Lib. 1. — trad. di A. Caro.

Omero nell’Iliade, ripete che il corpo di Ettore, trascinato da Achille per ben tre volte intorno alle mura di Troja, conservavasi illeso perchè Venere lo avea cosparso d’ambrosia.

…………
Che notte e di sollerita la figlia
Di Giove, Cilerea, gli allontanava
E il cadavere ungea d’una celeste
Rosata essenza che impedia del corpo
Strascinato l’offesa.
Omero. — Iliade Lib. XXIII. — trad. di V. Monti.

Il certo si è che la favola non poteva inventare cosa più divinamente poetica, dell’ambrosia e del nettare. Questo delizioso nutrimento, questo liquore balsamico inebriava l’anima e i sensi ; rendeva la vita perfettamente felice, e conservava allo spirito e al corpo una giovanezza eterna e ridente.

Il poeta Ibico citato da Ateneo, ne ha fatto la materia di una comparazione per mezzo della quale ha voluto dare un’idea della natura e del gusto dell’ambrosia. Ecco le sue parole testualmente tradotte : « L’Ambrosia è nove volte più dolce del miele : mangiando del miele si prova la nona parte del piacere che si proverebbe mangiando dell’ambrosia ».

Finalmente venivano dette Ambrosie alcune feste in onore di Bacco.

327. Ambuibio. — Nome dato ad alcune pubbliche preghiere che si facevano in forma di processione, in qualche disastrosa congiuntura.

328. Ambulio. — Soprannome di Giove e di Minerva detta Ambulia : come Castore e Polluce venjan chiamati Ambulii, perchè tutti questi numi aveano degli altari vicino ad un vasto portico, dove i lacedemoni andavano a passeggio.

329. Amburbale Vedi Ambarvale.

330. Amente. — La stessa significazione che i Greci davano alla parola Ades, cioè luogo sotterraneo, intendevasi presso gli Egizii con la parola Amente, ovvero il centro delle viscere della terra, dove tutte le anime dovevano raccogliersi. Gli Egiziani, popolo che ritiene tuttavia in gran parte la metempsicosi come un fatto positivo ed indiscutibile, credevano che quella voragine a cui davano il nome di Amente, accogliesse tutte le anime dei morti, e che di là dopo qualche tempo andassero ad abitar nuovi corpi.

331. Amentheo. — Soprannome dato a Plutone perchè amò una ninfa a nome Menthea, la quale gli fu tolta dalla moglie Proserpina. La parola Amentheo significa privo di Menthea.

332. Amica. — Soprannome dato a Venere col quale gli Ateniesi l’adoravano con particolari cerimonie.

333. Amicizia. — Presso i Greci ed i Romani era una divinità figlia della notte e dell’Erebo. Le opinioni degli scrittori così prosatori che poeti, sono su tale proposito altrettanto numerose, quanto vaghe ed indeterminate. Il solo Lilio Geraldi parlando dell’Amicizia deificata dai Romani, ci ripete che essi la rappresentavano come una bella e giovane donna, vestita di ruvida stoffa, con la testa scoperta e avente sulla parte inferiore della veste scritte queste parole : La morte e la vita — e sulla fronte queste altre : La state e l’inverno — Aveva scoperto il lato destro del petto fino al livello del cuore, indicando col dito le seguenti parole : Da lunge e du vicino — Tutto ciò altro non era che la raffigurazione del simbolo che l’amicizia non invecchia mai, che rimane salda, uniforme e costante in tutt’i tempi, da vicino e da lontano ; in vita ed in morte, e che tutto si sagrifica a questo santissimo affetto.

334. Amicica. — Città della Laconia, patria di Elena. Vi fu anche un’altra città di questo nome, di cui la tradizione favolosa narra che gli abitanti furono distrutti da una spaventevole invasione di serpenti.

335. Amicleo. — Si dava questo soprannome ad Apollo perchè al dire di Polibio, aveva nella città di Amiclea il più ricco e famoso tempio di tutto il Peloponneso.

Pausania asserisce che Amicleo era anche il nome di un dio particolare della Grecia, ove avea tempii ed altari.

336. Amico. — Uno dei compagni di Enea che fu ucciso da Turno re dei Rutoli.

……………
Amico, un cacciator ch’era iu campagna
Gran distruttor di fere, e gran maestro
D’armar di tosco le saette e ’l ferro
Virg. Eneid. lib. IX trad. di A. Caru.

Vi fu un altro conoscinto sotto il nome di Amico, che fu figlio di Nettuno e di Bisinide. Visse vita da masnadiere uccidendo e depredando i viandanti. Un giorno tese un insidia a Polluce senza conoscerlo e questi l’uccise.

337. Amida. — Una delle figlie di Niobe. Era anche così detta una delle principali divinità dei Giapponesi.

338. Amisodar. — Re della Licia. La tradizione favolosa dice che egli fu marito d’una donna a nome Chimera, la quale aveva due {p. 31}fratelli noti sotto il nome di Leone e Dragone, i quali erano strettamente uniti con la loro sorella. Da ciò la favola che dà al mostro detto chimera il volto di donna, il corpo di leonessa e le ali di drago. Vedi Chimera.

339. Amithaone. — Padre di Melampo e fratello di Esone.

340. Amimome. — Nettuno, innamorato di questa giovanetta, figliuola di Danao, le usò violenza e poi abbandonolla. Intanto un giorno essendo Amimome andata ad attinger acqua per un sacrifizio, un satiro volle violentarla. La principessa fuggendo spaventata, chiamò in suo aiuto Nettuno, il quale la liberò dal satiro, ma le fece egli stesso l’insulto che il satiro volea farle.

341. Ammone o Hammon. — È lo stesso che Giove, il quale veniva sotto questo nome particolarmente venerato a Tebe, capitale dell’alto Egitto. I cronisti più accreditati raccontano che Bacco, smarrito in un deserto, e vicino a morire per sete ardentissima, implorò il soccorso di Giove, il quale gli apparve sotto la forma di un montone e battendo col piede la terra ne fe scaturire una sorgente d’acqua. Bacco in riconoscenza e rendimento di grazie, fece innalzare in quel luogo un tempio, che fu detto Ammone cioè Arenario, per essere collocato in mezzo all’arena del deserto e nel quale Giove era adorato sotto la figura di un montone.

Ammone fu similmente il nome di un figlio di Cinira che sposò Mirra e ne ebbe un figliuolo per nome Adone, famoso per la sua bellezza. Essendosi un giorno Cinira addormentato in una sconcia positura, per effetto di ubbriachezza, la nuora lo vide e lo derise. Destatosi Cinira dal sonno fu dal figliuolo Ammone informato di quante avea detto Mirra, e sdegnato la maledisse e la cacciò dalla sua casa insieme al figlio ed al marito. Mirra col piccolo Adone si ritrasse nell’Arabia, ed Ammone prese stanza nell’Egitto, ove morì poco tempo dopo. Fra i poeti e i cronisti dell’antichità, molti sono discordi nella ripetizione di questo fatto. Il solo fra i mitologi che ripete la cosa all’istesso modo è Furnuto.

Questa tradizione mitologica ei porge il destro di richiamare l’attenzione dei nostri lettori, su quanto noi dicemmo nello Studio preliminare sulla mitologia. Cinira addormentato in una sconcia positura, e deriso dalla nuora che egli poi maledice e discaccia dal tetto paterno, non è egli forse un fatto completamente simile a quanto ci vien rivelato nelle sacre pagine della Bibbia, sull’ubbriachezza di Noè ? È dunque un fatto indiscutibile, in appoggio del quale vengono infiniti esempi, che tutte le religioni hanno simboli ed allegorie proprie non solo, ma anche ereditate da altre credenze e da altri culti.

Finalmente Ammone era anche il nome di un re della Libia, il quale per questa ragione viene spesso erroneamente confuso con Bacco.

342. Ammonia. — Soprannome dato a Giunone come moglie di Giove Ammone.

343. Amniasiadi o Amnisidi. — Ninfe così dette dal fiume Amniso nell’isola di Creta.

344. Amnisidi. — Vedi l’art. prec.

345. Amoca. — Una delle nutrici di Diana. Fu anche un soprannome dato a Cibele e a Cerere.

346. Amontea. — Ninfa figlia di Nereo e di Dori.

347. Amore. — Il più bello degl’immortali. Fu fino dai primi giorni della creazione con la terra e col caos.

……. non mica un Dio
Selvaggio, o della plehe degli Dei ;
Ma tra’grandi celesti il più possente
Che fa spesso cader di mano a Marte
La sanguinosa spada, ed a Nettuno
Scotitor della terra il gran tridente.
E le folgori elerne al sommo Giove
Tasso. Aminto.

Secondo Aristofane quell’amore che ebbe principio col caos fu l’amore benefico, e da questa unione vennero gli uomini e gli animali. Non esisteva alcuna Deità prima che Amore avesse unite fra loro le cose, e non fu che da questa comunanza fatta da lui, che furono generati i cieli, gli dei immortali e la terra.

Platone asserisce essere l’Amore figlio del Dio delle ricchezze e della Dea della povertà, e gli dà il nome di Poro. Amore insieme a sua madre Venere, dea della bellezza, ha avuto un culto estesissimo in tutte le parti del mondo conosciuto dagli antichi.

348. Ampelo. — Figlio di un satiro e di una Ninfa, fu amico di Bacco, il quale ebbe anche uno dei sacerdoti del suo culto conosciuto sotto l’istesso nome.

Questa parola Ampelo significa vigna e viene dal greco αμπελσς e fu il nome di un promontorio dell’isola di Samo, di una città di Creta, e d’un’altra della Macedonia.

349. Ampelusia. — Promontorio dell’Africa nella Mauritania. Vi era una caverna consacrata ad Ercole.

350. Amphiaro. — Vedi Ampiareo.

351. Ampleide. — Soprannome di Mopso, da suo padre Ampix.

352. Ampico. — Detto anche Ampix, figlio di Clori, e padre di Mopso, di cui nell’articolo precedente.

Uno dei figli di Pelia viene anche ricordato sotto questo nome.

{p. 32}353. Amulio. — Fu fratello di Numitore. Entrato per caso nella prigione della vestale Rea Silvia, la rese madre di Romolo e Remo. In seguito i Romani fecero di Amulio il loro Dio Marte.

354. Amycla. — Una delle figlie di Niobe, la quale fu insieme a sua sorella Melibea, risparmiata da Latona, quando questa uccise i fratelli e le sorelle di lei. Vedi Niore.

355. Amyclao. — Apollo era così soprannominato da un magnifico tempio ch’egli avea in Amyclea, città della Laconia. Si dava la stessa denominazione a Polluce.

356. Amyeo. — Figlio di Nettuno e re dei Bebrici. Vi fu anche uno dei più famosi centauri compagno di Enea, che ebbe questo nome ; ed un fratello d’Ippolita, regina delle Amazzoni, che fu uccisa da Ercole.

357. Amynta. — Nome di pastorella assai generalmente usato dai poeti Arcadici.

358. Amyntoridi. — Discendenti di Fenicio, figlio di Amintore.

359. Amyone. — Una delle cinquanta Danaldi, sposò Encelado che ella uccise la prima notte delle nozze, per ubbidire al comando di suo padre. Straziata dai rimorsi, ella si nascose in un bosco, dove volendo tirare con una freccia su di una biscia, ferì invece un satiro che la violò, malgrado che ella avesse implorato Nettuno, il quale qualche tempo dopo la cangiò in fontana.

Amyone fu anche il nome di una figlia di Belo.

360. Anacee. — Feste in onore degli Dei Dioscuri i quali venivano anche detti Anaci dalla parola greca Λναξ che significa protettore.

361. Anachiso. — Uno dei quattro Dei Lari o Penati adorati dagli Egiziani. Gli altri tre erano Dymone, Tychiso e Heroso.

362. Anaclesa. — Era il nome di una pietra sulla quale credevano i Greci, che si fosse riposata Cerere, dopo la lunga corsa ch’ella fece per ritrovare sua figlia Proserpina, rapita da Plutone. Le donne di Megara avevano una grande venerazione per questa pietra, la quale veniva custodita ad Atene, secondo asserisce Pausania.

363. Anadyomene. — Così al d re di Plinio veniva soprannominata Venere. Cesare Augusto le consacrò sotto questo nome un quadro dipinto da Apelle, nel quale la Dea veniva rappresentata al momento della sua nascita uscendo dalla spuma del mare.

364. Anagogie. — Feste in onore di Venere assente per pregarla di far ritorno. In greco αναγογη significa ritorno.

365. Anaidia. — Che significa impudenza. Secondo Cicerone e Pausania, gli Ateniesi ne avevano fatta una divinità.

366. Anaitide o Anetide. — Era la Diana dei Persiani.

367. Anamelech. — V. Adramelecco.

368. Anapo o Anapi. — Nome del fiume nel quale la ninfa Ciane cangiata in lago andò a congiungere le sue acque. Sbocca nel porto di Siracusa.

369. Anassagora. — Filosofo della Grecia che negava l’esistenza degli Dei. Luciano, nelle opere racconta che avendo Giove scagliato il fulmine contro Anassagora per punirlo della sua miscredenza, Pericle lo avesse salvato facendo che la folgore cadesse invece sul tempio di Castore e Polluce, che fu ridotto in cenere.

370. Anatole. — Nome di una delle ore.

371. Anaue. — I Persi e gli Armeni adoravano Venere sotto questa denominazione.

372. Anauro. — Fiume della Troàde, sulle rive del quale Paride custodiva gli armenti di Priamo.

373. Anax. — Figlio del Cielo e della Terra. Il suo nome che significa padrone, signore, veniva, secondo asseriscono Plutarco e Cicerone, ritenuto come sacro per modo che non si dava che ai semidei, agli eroi od ai re in atto di grande onoranza.

374. Anaxabia. — Ninfa che disparvé nel tempio di Diana dove si era rifuggita per sottrarsi alle persecuzioni di Apollo.

375. Anaxandra. — Nome di una eroina, che fu poi adorata in Laconia come una Dea.

376. Anaxarete. — Principessa della stirpe reale di Teutero. Un giovane di bassi natali l’amò passionatamente e non potendo resistere alla cieca passione che essa gli avea ispirato, ardi svelarle l’amor suo, ma la fiera giovanetta lo respinse crudelmente cacciandolo dalla sua presenza. Dopo pochi giorni Iffi morì di dolore, e Anaxarete spinse la sua crudeltà, fino a voler vedere la pompa funebre del disgraziato amatore ; ma appena gittò lo sguardo sul cadavere di quell’iufelice, il sangue se le agghiaccio nelle vene e tutto il suo corpo si coprì di mortale pallidezza. Di qua la favola che Venere sdegnata della crudeltà di Anaxarete, l’avesse cangiata in roccia.

377. Anasel. — Uno dei figliuoli di Castore e di Febea. Nel tempio fabbricato a Corinto e dedicato al culto di Castore, vi era una statua di Anasci come figliuoli di quel dio.

378. Anaxiso. — Figlio di Castore e d’Ilacida.

379. Anaxithea. — Fu una delle Danaidi amata da Giove.

380. Anaxo. — Figlio di Augeo. Alcuni scrittori mitologici dicono che fosse la stessa che fu madre di Alcmena ; ma questa è un’assai {p. 33}dubbia supposizione, non essendo nella tradizione favolosa, alcun dato certo, dal quale dedurre positivamente tale notizia.

381. Ancarla. — Dea che veniva invocata nell’escursione dei nemicl.

382. Ancarlo. — vedi Anchialo.

383. Anceo. — Re d’Arcadia, che fece parte della spedizione degli Argonauti. Un giorno una delle sue schiave gli predisse ch’egli non avrebbe mai più bevuto il vino della sua vigna. Anceo derise la predizione e per provare col fatto la falsità di quella, ordinò che gli fosse incontanente portata una coppa piena di vino. All’istesso momento ch’egli portava la tazza alle labbra, gli fu annunciato da uno dei suoi ufficiali, che il cignale di Calidone devastava la sua vigna. Anceo allora gittò a terra la sua coppa, alla quale non aveva ancora bevuto e corse per combattere il mostro, ma rimase da questo uccise.

Un tale avvenimento dette origine al proverbio di Catone : mullum interesi inter os eto ossam cioè : motto cammino v’è tra la tazza e il labbro.

384. Anchialo o Ancario. — I Pagani credevano che così fosse nominato il dio dei Giudei.

Vi fu anche un greco, figlio di Menteo che avea questo nome.

385. Anchisladi. — Furono così denominati i discendenti di Anchise.

386. Anchise. — Principe Troiano della famiglia di Priamo : fu figlio di Capi e, secondo altri, di Assaraco e di una ninfa. Egli fondò Troia, e dai suoi amori con Venere, che si era perdutamente innamorata di lui, ebbe un figliuolo che fu poi il famoso Enea. Avendo osato vantarsi di tanto favore, ne fu punito da Giove, il quale lo fulminò senza però ucciderlo. Egli visse lunghissimi anni, e alla presa di Troia era così vecchio, che non potendo camminare fu da suo figlio Enea portato in braccio fino alle navi Greche, sulle quali essi trasportarono ancora i loro Penati, e quanto avevano di più prezioso. Finalmente Anchise morì in Sicilia, dove Enea gl’innalzò una magnifica tomba.

…… Caro mio padre, adunque.
Soggiunsi io, com’è d’uopo, in su le spalle
A me ti reca, e mi t’adatta al collo
Acconciamente ; ch’io robusto e forte
Sono a tal peso ; e sia poscia che vuole.
……………..
…… e tu con le tue mani
Sosterrai, padre mio, de’santi arredi
E de’patrii Penati il sacro incarco.
……………
Ciò detto, con la veste e con la pelle
D’un villoso leon m’adeguo il tergo :
E’l caro peso a gli omeri m’impongo.
Virgilio — Eneide. Libro II traduz da A. Caro.

387. Anchuro. — Figlio di Mida. La tradizione favolosa racconta di lui un fatto perfettamente simile a quello di Curzio Romano. Narra Plutarco, che essendosi in Celene, città della Frigia, spalancata una voragine. Anchuro per il bene pubblico vi si precipitò col suo cavallo, e la voragine si rinchiuse immantinenti. Mida fece innalzare sull’istesso luogo un altare sacro a Giove.

388. Ancile. — Veniva così chiamato un piccolo scudo di forma rotonda, che Numa Pompilio disse esser caduto dal cielo, e dipendere dalla conservazione di esso il destino di Roma. Tito Livio racconta che Numa temendo non venisse involato un oggetto così prezioso, comandò se ne fabbricassero altri undici perfettamente simili al primo ; e ne affidò la custodia a dodici sacerdoti, espressamente istituiti ai quali fu dato il nome di Salii. Quando si portavano i dodici ancilii in una festa che durava tre giorni al principio del mese di marzo, era proibito il celebrar nezze, o intraprendere alcuna cosa importante.

389. Anculo e Ancula. — Erano, al dire di Festo le deità tutelari dei servi e delle serve. Venivano così denominate dalla pardla Anculari che significa servire. Per la stessa ragione si dava alle serve il nome di Ancille o Ancelle.

390. Andate o Andrastea. — I popoli della Brettagna adoravano sotto questo nome la Dea della vittoria, con un culto particolare.

391. Andiomena. — Con questo soprannome veniva adorata Venere marina, di cui la favola racconta che uscì dal mare, nascendo dalla spuma delle onde. Andiomena significa che esce dal mare.

392. Andirina. — Soprannome della madre degli Dei. Le veniva dalla città di Andira, nella quale essa aveva un tempio.

393. Andrastea. — Vedi Andate.

394. Andremone. — Padre di Toaso, fu uno dei capi Greci che assediarono Troia.

Vi fu anche un altro Andremone che fu genero di Oeneo.

395. Androclea. — Una delle figlie di Antipono, che si sagrificarono per la salute di Tebe. L’oracolo avea sentenziato che la città non sarebbe mai libera dai suoi nemici, se non si fosse trovato fra le più illustri famiglie, taluno che avesse voluto immolarsi al bene comune. A tale risposte tutte le figliuole di Antipono si tolsero spontaneamente la vita.

396. Androfona. — Parola che significa omicida. La tradizione favolosa racconta che tal soprannome era dato a Venere per aver fatto morire gran numero di Tessali per punirli {p. 34}della morte di un giovane a nome Laiso da essi ucciso a colpi d’ago, in un tempio a lei dedicato.

397. Androgenie. — Feste in onore di Androgeo.

398. Androgeo. — Figlio di Minos re di Creta. Stando in Atene alla festa delle Panatee, ne riportò tutt’i premii, ciò che gli valse la stima generale e l’amicizia di Pallante, fratello del re Egeo. Questi, temendo che Androgeo, forte di tutte le simpatie che si era guadagnate, non avesse voluto detronizzarlo, lo fece uccidere a tradimento in una delle più deserte vie di Atene. Minos, volendo vendicare la morte del figlio, portò la guerra contro gli Ateniesi, li vinse ed a placare l’ombra del morto li costrinse a mandare ogni anno in Creta sette giovanetti e sette fanciulle, ond’essere divorati dal mostro Minotauro.

399. Androgini. — Popoli dell’Africa, che al dire di Plinio erano ermafroditi. Questa credenza è maggiormente avvalorata dalla etimologia della parola, poichè in greco αςρεγ vale maschio e γονη femmina.

400. Andromaca. — Figlia d’Etione re di Tebe e moglie di Ettore, il più famoso eroe Troiano da cui ebbe un figlio che fu detto Astianatte. Dopo la presa di Troia, ella nella divisione del bottino di guerra, cadde in sorte a Pirro figlio di Achille, il quale la condusse in Epiro e la sposò. Alla morte di Pirro, Andromaca sposò Eleno, altro figliuolo di Priamo. Ella amò così teneramente il suo primo marito Ettore, che parlava continuamente di lui, e non potendo dimenticarlo, sebbene moglie di altri, fece innalzare in Epiro una magnifica tomba al defunto eroe.

401. Andromeda. — Figlia di Cefeo re d’Etiopia, e di Cassiopea, la quale ebbe la temerità di proclamarsi più bella di Giunone. Nettuno per vendicare la Dea, fece dalle Nereidi legare Andromeda ad uno scoglio e la condannò ad essere divorata da un mostro marino. La misera stava già per essere ingolata dal mostro, allorchè Perseo montato sul cavallo Pegaso, pietrificò il terribile animale, mostrandogli la testa di Medusa, e liberò Andromeda, rendendola al padre, il quale in riconoscenza dell’eroico atto, gliela dette in moglie.

Perseo legata Andromeda ancor vede :
V’accorre, in fretta, e subito la scioglie.
E poi con l’onestà, che si richiede,
Saluta allegro la salvata moglie.
(Ovidio Metamorfosi Libro II trad. di Dell’Anguillara).

402. Androso o Andruso. — Figlio d’Eurimaco che dette il suo nome all’isola d’Andros.

Uno dei figli di Anio veniva anche così denominato.

403. Anello di Minos. — Teseo essendo stato un giorno rimproverato da Minos, il quale negava a lui d’esser figlio di Nettuno, disse che avrebbe accettata qualunque prova fosse piaciuta a Minos d’imporgli, onde provargli la verità. Allora Minos gettò nel mare un anello, dicendo a Teseo che se era veramente figlio del mare, non doveva avere alcun ritegno di gettarsi nell’acqua e riportargli l’anello. Infatti Teseo si gettò nel mare, ove alcuni delfini, mandati da Nettuno, lo portarono sul dorso fino al palazzo d’Anfitrite, da cui riebbe l’anello di Minos.

404. Anetide. Vedi Anaitide.

405. Anfanto. — Detto dagii antichi Anfanctus, lago profondo nel territorio Irpino in Italia, circondato di precipizii e di foreste. Ne esalava un così pestilenziale vapore che credevasi assai comunemente esser quello uno spiraglio dell’Inferno.

406. Anfiaree. — Feste in onore di Anfiareo.

407. Anfiareidi. — Discendenti di Anfiareo.

408. Anfiareo o Anfiaro. — Figlio d’Apollo e d’Ipermestra. Erifile, sua moglie, palesò a Polinice per il dono di una collana d’oro, il luogo dove s’era nascosto Anfiareo, per non andare alle guerra di Tebe, ov’egli sarebbe morto. Un giorno essendo Anfiareo a mensa coi capi dell’armata, i quali Polinice lo aveva obbligato a raggiungere, un’aquila si posò sulla lancia, e poscia avendo con quella ripreso il volo, la lascio cadere in un luogo appartato ove la lancia si cangiò in lauro. Anfiareo ritenne quel fatto come un cattivo augurio, ed in effetti l’indomani la terra si spalancò sotto i suoi piedi inabissandolo coi suoi cavalli.

Plinio ed Ovidio, riferiscono che i poeti dell’antichità confondono Anfiareo con Alcmeone suo figlio.

409. Anfidamo. — Figlio di Busiride che fu ucciso da Ercole.

410. Anfidione. — Figlio di Deucalione e di Pirra. Vi fu un altro Anfidione il quale fu figlio di Eleno e fondatore del famoso tribunale che dal nome di suo padre fu detto Helenus, i cui decreti si ritenevano come altrettanti oracoli.

411. Anfiloco. — Uno dei figli di Anfiareo. Ritornato dall’assedio di Troia, edificò una città a cui dette il proprio nome, e nella quale, dopo la morte, fu onorato come un dio.

412. Anfimaco. Fu questo il nome di due famosi capitani Greci che assediarono Troia.

413. Anfimedone. — Figlio di Melanto, che fu ucciso da Telemaco. Fu uno di coloro che volevano sposare Penelope. La favola fa anche {p. 35}menzione di un centauro conosciuto sotto questo nome.

414. Anfinoma. — Una delle cinquanta Nereide.

415. Anfinomea. — Fu madre di Giasone, capo degli Argonauti. Credendo che il figlio fosse morto nella spedizione per la conquista del vello d’oro, si uccise trapassandosi il seno con un pugnale.

416. Anfinomo. — Un altro dei pretendenti alla mano di Penelope. Telemaco lo uccise.

…… da tergo
Tra le spalle il feri con la pungente
Lancia, che fuor gli riusci dal petto.
Quell’infelice rimbombò caduto
E con tutta la fronte il suol percosse :
Ma il garzon soltraeasi, abbandonando
La lancia entro d’Anfinomo.
OmeroOdissea Canto XXII trad. d’I. Pinnehonte.

417. Anfione. — Figlio di’ Giove e di Antiope, regina di Tebe. Al suono della sua lira fabbricò le mura di quella città. — La favola racconta che le pietre, sensibili alla dolcissima melodia, si collocavano di per se stesse al loro posto. A lui ed a Zeto suo fratello, si attribuiva dagli antichi l’invenzione della musica.

So che Anfione agli nomini salvatici
Colla lira insegnò l’umanità.
Salvatore Rosa — Satira 1.
Dictus el Auphion. Thebanae conditor areis
Sara mocere suno testudinis et prece blanda
Ducere quo rellet.
Orazio — De arte Poetica Epistola III.

Anfione era anche il nome d’uno degli Argonauti, ed un re d’Orcomeno, che fu padre di Cloro.

418. Anfioro. — Una delle ninfe dell’Oceano.

419. Anfipyro. — Soprannome dato a Diana. Questa parola significa — Avendo una lorcia nella mano.

420. Anfitoe. — Una delle cinquanta Nereidi, figlia di Nereo e di Dori.

421. Anfitride. — Figlia di Nereo e moglie di Nettuno. Per sottrarsi alle richieste di questo dio, ella si nascose nelle profondità del mare ; ma Nettuno la mandò a cercare da due delfini, i quali gliela portarono in una conchiglia di madreperla e finalmente Anfitride consentì alle nozze.

422. Anfitrione. — Marito di Alcmena e padre di Ercole, il quale da lui fu detto Anfitrionide. Egli mosse guerra ai Telebani, e li sconfisse con l’aiuto di Cometo figlio Pterelao loro re, al quale la figlia taglio un capello d’oro da cui dipendevano i destini di questo principe Fu durante il periodo di questa guerra che Giove prendendo le sembianze di Anfitrione ingannò Alcmena moglie di lui. Questo principe invase gli stati di Pterelao, divenne formidabile a tutt’i suoi nemici e punì Cometo del suo tradimento.

Gli scrittori delle cronache mitologiche, concordano nella gran maggioranza, sulla probabilità che dette vita a questa favola, dal vedere i primi effetti dello straordinario valore di Ercole a cui fu d’uopo dare un dio per padre. Seneca nelle sue opere ricorda che Ercole rispose ad un tale che gli addebitava di non essere figlio di Giove, queste orgogliose parole : Se non sono figlio di un Dio, ho merito abbastanza per esserio.

423. Anfitrionidi. — Furono così detti tutt’i discendenti di Anfitrione.

424. Anfriso. — Fiume della Tessaglia sulle cui rive Apollo custodì per lungo tempo gli armenti del re Admeto. Fu del paro sulle rive di questo fiume che egli uccise il satiro Marfiaso e che amò Evadnea, Licoride e Hacinta la quale egli poi uccise per inavvertenza giuocando alla palla.

La Sibilla di Cuma, detta anche Anfrisia trasse il suo soprannome da que to fiume.

425. Angelia. — Figlia di Mereurio. Era così chiamata dal soprannome di Angelus, Angelo, in greco αγγελος messaggiero, perchè Mercurio era il messaggiere degli dei.

426. Angelio. — Figliuola di Giove e di Giunone. La favola racconta che essendo molto amica di Europa, rebò alla madre Giunone la biacca che ella adoperava dopo il bagno e de fece presente Europa, la quale divenne d’una estrema bianchezza.

427. Angelo. — Fu il nome di uno dei figli di Nettuno.

428. Angeronale. — Nel giorno 21 dicembre di ogni anno, si celebravano nella Grecia in onore di Angerona, Dea del silenzio, alcune feste a cui si dava il nome di Angeronale.

429. Angeronia o Ageronia. — Dea alla quale si ricorreva contro la schinozia o malattia della gola. Era anche ritenuta come la dea del silenzio.

Tempo e omai ch’Angerona apra la bocca

Saly. Rosa — Satira 2.

430. Anquipede. — Mostro la cui tortuosa maniera di strisciare, somigliava a quella dei serpenti. Ovidio dà questo nome ai giganti che vollero detronizzar Giove.

431. Anguitia o Angitia. — Figlia di Eteo sorella di Medea.

{p. 36}432. Angitia. —  V. Anguitia.

433. Anieno. — Dio del fiume Anio. Lo stesso che oggi chiamasi Teverone.

434. Anigero. — Fiume della Tessaglia. La favola racconta che fu nelle sue acque che i centauri, sconfitti da Ercole, andarono a lavare le loro ferite.

435. Anigridi. — Ninfe abitatrici del fiume Nigro. Veniva loro attribuito il potere di dare alle acque di questo fiume una virtù contraria alla loro qualità naturale.

436. Anima. — I Greci chiamavano Psiche la farfalla che è il simbolo dell’anima. Presso quel popolo, la cui mitologia è ricca della più poetica fecondità d’immagini, Cupido, come dio dell’amore, veniva raffigurato come un fanciullo in atto di tormentare una farfalla che ha nelle mani, esprimendo così il tormento dell’anima di coloro cui l’amore signoreggia e governa. V. Psiche.

437. Animali. — Divinità così chiamate perchè erano le anime di coloro che dopo la morte venivano deificati. Gli antichi li dinotavano sotto il nome di animales dii.

438. Anio. — Re dell’isola di Delo e gran sacerdote di Apollo.

A Feho era ministro accorlo e fido.
Agli uomini era re giusto e leale
Anio pieu di bontade, e pieu di fede,
Ch’allora ivi tenea la regia sede.
Ovidio. — Metamorf. Libro XIII trad. di Dell’Anguillara.

Fu padre di tre giovanette le quali avevano ricevuto da Bacco il dono di cangiare tutto ciò che toccavano una in vino, l’altra in biada e la terza in olio. Agamennone, prima di andare allo assedio di Troia volle costringere le tre figlie di Anio a seguirlo alla guerra, contando che col loro aiuto, l’armata dei Greci non avrebbe mai patito difetto di provvigioni ; ma Bacco, da esse implorato le cangiò in colombe.

439. Anitide. — Al dire di Plutarco, nella città di Ecbatana, veniva adorata la Dea Diana sotto questo nome.

440. Anna. — Sorella di Pigmalione e di Didone, la quale ella seguì in Africa. Dopo la morte di Didone, Anna si ritirò a Malta, ma avendo Pigmalione tentata di rapirla ella si rifugiò in Italia ove Enea l’accolse cortesemente. Lavinia, moglie di Enea accesa di violenta gelosia contro di lei, risolvette di farla morire. Però Didone apparve in sogno alla sorella, e l’avvisò di quanto si tramava contro la sua vita. Anna, durante la notte, prese la fuga e andò a gittarsi nel fiume Numicio ove fu cangiata in ninfa.

441. Anna Perenna. — Dea che presiedeva all’anno e alla quale durante il mese di marzo, si facevano in Roma dei grandi sacrificii.

Discorde è l’opinione dei mitologi su questa divinità : gli uni vogliono che sia la stessa che la luna ; altri asseriscono essere Temi ; altri finalmente la ninfa lo, la quale viene anche scambiata di sovente con una delle Atlantidi, che nudrirono Giove. La credenza più generalizzata è che ella fosse una ninfa del fiume Numicio, forse la stessa Anna sorella di Didone, di Didone, di cui nell’articolo precedente.

442. Anneddoti. — Erano gli angeli buoni e cattivi della religione Caldea. Esiste fra queste divinità pagane e gli angeli, Cherubini, etc. della Sacra Scrittura, una completa analogia.

443. Annemotisa. — Soprannome di Pallade, significa che calma i venti.

444. Annona. — Dea dell’abbondanza e delle provvigioni da bocca.

445. Anoaretha. — Ninfa che fu una delle mogli di Saturno, che la rese madre di Ieodo.

446. Anogone. — Figlio di Castore e d’Ilaria.

447. Anosia. — Vocabolo che significa senza pietà. Venere veniva cosi denominata per la stessa ragione percui le si dava il nome di Androfona V. Androfona.

448. Anphoterens. — V. Acarnao.

449. Anquigeul. — Ovidio così denomina i Tebani perchè la favola li fa nascere da un dente di drago.

450. Ansur o Assur. — Giove raffigurato sotto la sembianza di un giovane senza barba, veniva onorato con questo nome. Altri scrittori dicono che questo nome di Assur fosse dato a Giove, da una città del Lazio chiamata Ansur ove era particolarmente venerato.

451. Antandro. — Città della Frigia. Nel porto di essa, conosciuto sotto lo stesso nome, s’imbarcò Enea.

452. Antea. — Altrimenti detta Stenobea. Fu moglie di Preto, re d’Argo : ella arse d’impudica fiamma per Bellorofonte, ma avendo questi respinte le lascive voglie di lei, ella lo accusò al marito.

…… d’Argo l’espulse
Per cagione d’Autea, sposa al tiranno,
Furiosa costei ne disiava
Segretamente l’amoroso amplesso.
Ma non valse a crollar del saggio e casto
Bellorofonte la virtù.
Omero — Iliade Libro VI. trad. di V. Monti.

453. Antelio o Anthelio. — Uno degli dei di Atene. Vi erano dei genii che si veneravano sotto la denominazione di Antelii demones.

{p. 37}455. Antenore. — Principe Troiano a cui principalmente si addebita la taccia di traditore, designandolo come colui che avesse nascosto nella sua casa Ulisse, guerriero greco che assediava Troia. Dopo la caduta di questa città, Antenore andò a fondare la città di Padova. È questa peraltro una credenza assai vaga. Antenore ebbe molti figliuoli, fra cui i più noti sono Achiloco, Alamanto, Laodoco, Acheolo e Anteo.

456. Antenoridi. — Discendenti di Antenore.

457. Anteo. — Famoso gigante figlio di Nettuno e della Terra. Egli erasi stabilito in un deserto della Libia, o secondo altri della Mauritania, dove massacrava tutt’i viandanti per compiere un voto che avea fatto a Nettuno, di erigergli un tempio di cranii umani. Ercole combattè il gigante e tre volte lo atterrò senza poterlo uccidere, perchè la Terra, madre di quello, gli raddoppiava le forze ogni qual volta Anteo toccava il suolo. Ercole allora lo tenne sospeso in aria e lo strangolò.

458. Antero. — Veniva venerato sutto questo nome un dio che si adorava come l’opposto di Cupido. Lo si credeva figlio di Venere e di Marte. Vedendo che Cupido col passare degli anni non diventava mai adulto, ne chiese la ragione a Temi, la quale gli rispose che ciò avveniva perchè quegli non aveva un compagno di infanzia ; e convinta ella stessa di tale ragione fece che Antero e Cupido vivessero insieme : dopo qualche tempo Cupido cominciò a crescere. I due immortali fanciulli venivano rappresentati in atto di baloccarsi con una palma, e con le ali agli omeri. Antero deriva da αντ contro e ερως amore.

459. Antevorta. — Dea che presiedeva alla commemorazione delle cose passate.

460. Anthello. — V. Antelio.

461. Anteo. — Uno dei figli di Antenore. vedi Antenore. Fu ucciso da Paride per isbaglio.

Si chiamava anche con tal nome uno dei capitani di Enea.

462. Antesforle. — Feste in onore di Proserpina celebrate in Sicilia. Questo vocabolo deriva da άνθος fiore e Φερω portare.

463. Anthia. — Soprannome dato alla fortuna dalla città di Antrim nel Lazio, in cui ella aveva un tempio assai celebre.

464. Anthio. — Da Anthius che vuol dire fiorente. Era questo uno dei soprannomi di Bacco.

465. Anthione. — Era questo il nome di un pozzo, presso il quale la favola racconta che Cerere, sotto la figura di una vecchia, si fosse riposata dalla fatica di correre in traccia di sua figlia, a’lorchè Plutone gliela rapì. Le figlie di Celo avendola trovata in quel luogo la condussero presso la loro madre.

466. Anthiope. — La più famosa delle regine delle Amazzoni. Ercole avendole fatta prigioniera ne fece presente a Teseo.

Vi fu anche un’altra Anthiope figlia di Nitteo, la quale ebbe da Giove due figli : il padre di lei volle farla morire, ma ella si salvò con la fuga e si tenne celata fino alla morte del padre. Allora, credendosi in sicurtà, volle ritornare nella sua patria, ma Sico, suo zio paterno, la perseguito, e la dette in custodia a sua moglie Darcea, dalla quale Anthiope ebbe a soffrire ogni peggior trattamento.

467. Anthoro o Antoreo. — Fu questo il nome di uno dei compagni più fidi di Ercole e poi di Evandro — Egli era nativo di Argo.

468. Antia. — Sorella di Priamo che i Greci fecero prigioniera quando s’impadronirono di Troia.

Vi fu anche un’altra per nome Antia moglie di Preto.

469. Anticlea — Figlia di Diocleo e madre di Ulisse. La favola racconta che al momento in cui Laerte stava per impalmaria, Sisifo figlio di Eolo la violò, e che quindi egli e non Laerte fosse il vero padre di Ulisse.

470. Anticyra. — Isola nel golfo di Corinto celebrata dai poeti per l’abbondanza dell’elleboro che vi cresceva in modo maraviglioso.

471. Anti-Dei. — Genii malefici che ingannavano gli uomini per mezzo delle più seducenti illusioni.

472. Antifo. — Uno dei figli di Priamo. Agamennone l’uccise insieme a suo fratello Iso, sotto le mura di Troia.

Due di Priàmo figliuoli, Ieso ed Antifo
L’un frutto d’imeneo, l’altro d’amore,
……………
Ed or l’Atride Agamennòn coll’asta
Spalanca ad Iso tra le mamme il petto.
Fiede di brando Antifo nella tempia
E lo spiomba dal cocchio………
Omero Iliade — Libro XI trad. di Vinc. Monti

Si rammentano dalle favole altri due Antifo : uno compagno e fedele amico di Ulisse, l’altro nipote di Ercole.

473. Antigone. — Figlia di Edipo e di Giocasta. Volendo rendere gli ultimi onori a suo fratello Polinice, in opposizione agli ordini di Creonte, ella fu condannata da questo crudele principe a morire di fame in una prigione, onde essa non potendo resistere all’orrore della {p. 38}morte spietata, si strangolò. Emone, suo fidanzato, si uccise sul corpo di lei.

…..Ah tu, se rimirar potessi
Con men superbo ed offuscato sguardo
Suo nobil cor, l’alto pensar. sue rare
Sublimi doti. ammirator tu padre.
Sì, ne saresti al par di me ; tu stesso,
Più assai di me, chi, sotto il crudo impero
D’ Eteocle, mostrarsi amico in Tebe
Di Polinice ardi ? L’ardia sol ella.Il padre cieco, da tutti diserto,
In chi trovò, se non in lei, pietade ?
Giocasta infin. già tua sorella, e cara.
Dicevi allor : qual ebbe, afflitta madre.
Altro conforto al suo dolore Immenso ?
Qual compagna nel piangere ? qual figlia
Altra, che Antigon’ebbe ? Ella è d’ Edippo
Prole. di tu ? ma, sua virtude è ammenda
Ampia del non suo fallo —
Alfieri — Antigone Trag. Atto III

Le cronache favolose ricordano di un’altra Antigone figlia di Laomedone. Avendo un giorno detto ad alta voce che essa era assai più bella di Giunone, la dea sdegnata la cangiò in cicogna.

474. Antigonie. — Feste in onore di un Greco per nome Antigonio, ora poco ricordato dagli scrittori mitologici.

475. Antilogo. — Figlio di Nestore e di Euridice. Seguì suo padre all’assedio di Troia e vi fu ucciso da Mennone figlio dell’ Aurora.

476. Antinoo. — Uno di coloro che volevano sposare Penelope. Ulisse, marito di questa, lo uccise in una festa.

L’imperatore Adriano ebbe anche un suo carissimo amico a nome Antinoo, giovane di maravigliosa bellezza. L’imperatore lo ebbe così caro che dopo la sua morte lo fece annoverare fra gli dei.

477. Antipate. — Re dei Lestrigoni. V. Lestrigoni.

478. Antistene. — Principe della setta cinica discepolo di Socrate. Per assistere alle lezioni del suo maestro, egli ogni giorno traversava una distanza di cinque miglia italiane.

479. Antoreo. — Vedi Anthora.

480. Antron Corace. — Secondo gli scritti di Plutarco, sulla facciata di tutt’i tempii di Diana, vi erano delle corna di cervo. Solamente sulla porta del tempio ch’essa aveva sul monte Aventino, vi erano delle corna di bue ; e ciò, sempre seguendo il citato autore, a memoria di un fatto avvenuto sotto il regno di Servio Tullio.

Un abitante della Sabina per nome Antron orace, aveva una vacca bellissima che formava tutta la sua ricchezza. Un indovino predisse a Corace, che colui il quale avesse sul monte Aventino sagrificata a Diana quella vacca, procurerebbe alla sua città natale l’ impero su tutta l’ Italia. Corace, spinto d’amor patrio, recossi a Roma per sagrificare a Diana la sua vacca ; ma un ufficiale del re informo Servio Tullio della profezia, e allora il re d’accordo col pontefice, fecero sapere a Corace, onde trarlo in inganno, che prima di consumare il sacrifizio avesse dovuto lavarsi nelle acque del Tebro. Corace obbedì, e, mentre egli bagnavasi, il re fece rapire la vacca, la svenò sull’altare di Diana, ne affisse le corna alle porte del tempio, ed ebbe così tutto l’onore del sacrifizio.

481. Anubi.  — Re degli Egizii che lo adoravano sotto la forma di un cane. Discorde è la opinione dei più rinomati scrittori mitologici su tale personaggio. Alcuni vogliono che fosse figlio di Osiride ; altri di Mercurio ; altri finalmente che fosse Mercurio stesso.

482. Anxuro. — Anxuyro e Axuro, parole che significano senza barba ; qualificazione sotto la quale Giove fanciullo veniva adorato nella Campania e soprattutto nella ciltà di Anxuro.

483. Anxuyro. — Vedi Anxuro.

484. Anzio. — In questa città della penisola italiana, erano gelosamente custodite alcune statue della fortuna, le quali, secondo la tradizione, si movevano e rispondevano a coloro che si recavano a consultarle.

485. Aone. — Figlio di Nettuno. Essendo stato obbligato di fuggire dalla sua patria, per ragioni che la favola non ripete, egli si stabili su di una montagna della Beozia, che da lui prese il suo nome. Coll’andare del tempo tutta la catena di montagne fu consacrata alle muse, e il gruppo intero fu detto Monti Aonidi. Ausonio le chiama Beolia Numina. Dalla Beozia in cui stavano queste montagne, fu poi detta Aonia tutta quella contrada.

486. Aonidi. — Soprannome dato alle muse da alcune montagne della Beozia. Vedi l’articolo precedente.

487. Aonio Dio. — Denominazione di Bacco perchè egli era della Beozia, chiamata anche Aonia. Veniva così detto anche Ercole per la stessa ragione.

488. Aorasia. — Voce greca significa invisibile, composta dall’α privativa e dal verbo αραω io vedo. Presso i pagani era generale credenza che allorquando gli Dei discendevano sulla terra non mostrassero mai agli uomini il loro volto, ma si facessero conoscer solo alle spalle nel momento di partire. Così in Virgilio allorchè Venere si presenta ad Enea, suo figlio, in {p. 39}sembianza di cacciatrice, l’erce non la riconosce che quando essa nel partire gli volge le spalle.

…… nel partir la neve e l’oro,
E le rose del collo e de le chiome,
Come l’aura movea, divina luce
E divino spirar d’ambrosia odore ;
E la veste, che dianzi era succinta,
Con tanta maestà le si distese
Infino a’ piè, che a l’andar anco, e Dea.
Veracemente e Venere mostrossi.
Virgilio. Eneide Lib. I. trad. di A. Caro.

Similmente Omero dopo d’aver fatto parlar Nettuno coi due Ajaci, sotto la figura dell’indovino Calcante, lo fa riconoscere da uno di essi.

……….. Agevolmente.
Si riconosce un nume, ed io da tergo
Lui conobbi all’incesso appunto in quella
Che si partiva, e me l’avvisa il core
Che di battaglia più che mai bramoso
Mi ferve in petto si che mani e piedi
Brillar mi sento del disio la pugna
Omero — Iliade. Cant. 13. trad. di V. Monti.

A proposito di questo articolo, richiameremo l’attenzione dei nostri lettori su quanto dicemmo nello Studio preliminare sulla mitologia, che precede questo risiretto. Il senso rinchiuso nella parola Aorasia (invisibile) adoperata dai pagani ad esprimere, come vedemmo dalle citazioni dei classici, la maniera con la quale gli Dei si palesavano talvolta agli uomini, è uno di quei simboli che nello studio preliminare di sopra accennato, noi abbiam detto essere, più che proprii del paganesimo, fusi in esso da simboli e da allegorie individuali di altre religioni. Infatti, nelle sacre pagine della Bibbia, noi troviamo che quando Iddio si rivela a Mosè gli dice : Tu mi vedrai per di dietro, ma tu non puoi veder la mia faccia.

489. Apatuarie. — L’istituzione di queste feste ha origine dal fatto seguente. A cagione di un territorio, i popoli della Beozia dichiararono la guerra agli Ateniesi, e Xanto, re di quelli, dichiarò a Timete re di Atene, che ad evitare spargimento di sangue voleva avesse accettato un particolare duello, ma Timete respinse la proposta, e allora gli Ateniesi proclamarono re un loro concittadino a nome Melanto, che accettò la sfida del re dei Beozii. Melanto trionfò con un’astuzia del suo nemico, poichè nel momento di affrontarlo, fingendo di vederlo accompagnato, gli gridò non esser azione da valoroso l’andarsi a battere seguito dai suoi. Alle inattese parole, Xanto rivolse il capo per vedere chi lo seguisse, e Melanto allora gli immerse il brando nella nuca. Da questo fatto l’istituzione delle feste dette Apatuarie dalla parole greca απαη che significa inganno.

Il periodo delle feste Apatuarie durava tre giorni ; nel primo di essi si celebrava il festino ; nel secondo si offeriva il sacrifizio agli Dei ; nel terzo si classificavano tutte le giovani persone che dalla propria tribù venivano ad Atene per essere ricevute alla festa, le quali non potevano essere accolte a far parte della cerimonia Apatuaria se non quando il padre rispettivo di ognuna di esse, non avesse proclamato con giuramento, che il novello ascritto era suo figlio. Sino al compimento di codesta formola i nuovi ascritti venivan riguarda ti come privi di padre. Da ciò, secondo altri scrittori, il nome di Apatuarie a queste feste, forse dalla parola greca απατορες che significa senza padre.

Senofonte dà un’origine diversa a questa festa, e Strabono parla d’un tempio consacrato a Venere Apatuaria.

490. Apefanzio. — Soprannome di Giove a lui dato dalla montagna Apefae nella Nemea, che gli era consacrata.

491. Api. V. Apis.

492. Apis. V. Apiso.

493. Apiso o Apis. — Figlio di Niobe. Essendosi impadronito dell’ Egitto, governò quel popolo con tale dolcezza che fu ritenuto come nn Dio. Veniva adorato sotto la figura di un bue, credendosi generalmente ch’egli avesse preso quella forma allorchè tutti gli Dei furono vinti da Giove. Si chiamava anche Osiride e Serapide. Gli Egiziani riguardavano il Dio Apis come Osiride stesso.

Il bue sotto la cui figura veniva Apis venerato in tutto l’ Egitto, doveva essere di color nero, con un segno bianco di forma quadrata sulla fronte ; i peli della coda doppii e corti, ed un segno bianco sul lato destro, in figura di luna crescente.

Allorquando i sacerdoti consacrati al culto del dio Api, scoprivano un toro che aveva se non tutti, almeno buon numero dei requisiti voluti per rappresentare il dio Apis, prima di condurlo a Memfi veniva, per lo spazio di 40 giorni, segretamente nutrito da alcune donne a cui solo era permesso di avvicinare il dio, e che lo accostavano sempre quasi nude e con atti sconc ed indecenti. Terminati i 40 giorni il fortunato animale veniva posto in una barca dorata, e condotto traversando il Nilo nella città di Memfi. Quiva veniva guidato nel tempio d’ Osiride ove erano fabbricate due ricchissime e superbe stalle ; in una delle quali rimaneva sempre rinchiuso non facendolo uscire che molto di rado, lasciandolo allora per poche ore in un prato attiguo al tempio ove dimorava il dio Apis, e permettendo in {p. 40}questi rari periodi la sua vista ai forestieri. Nelle feste e solennità proprie degli Egiziani, il sacro animale veniva nel suo giro per la città scortato da tutti gli ufficiali e dignitari del regno, e preceduto da un numeroso coro di fanciulle, che cantavano inni in sua lode.

Ma l’occasione in cui si addimostrava più palesemente il culto superstizioso che gli Egizii avevano per il dio Apis, era quando il bue che lo rappresentava doveva morire, essendo la sua vita limitata ad un dato numero di anni, secondo i libri sacri dell’antico Egitto. Giunto il fine del periodo degli anni che il bue dovea vivere, i sacerdoti consacrati al suo culto in gran pompa e con tutte le cerimonie che la superstizione imponeva, lo guidavano sulle rive del Nilo, e quivi dopo averlo annegato, lo imbalsamavano seguendo alla lettera i numerosi articoli di un loro sacro cerimoniale ; poscia faceanglisi magnifici e solenni esequie per le quali veniva profusa una larghissima somma di danaro.

L’ Egitto intero era in lutto come se fosse morto lo stesso Osiride, e tutte le città Egiziane, rimanevano nella più profonda mestizia finchè fosse comparso il novello successore. Allora la gioia rinasceva come se fosse risorto il morto dio, e la festa durava sette giorni. Gli Egiziani consultavano l’oracolo di Apis e ritenevano come segno di favorevole risposta quando il bue mangiava ciò che essi gli presentavano, prima d’interrogare il suo oracolo. Nelle opere di Plinio troviamo che il bue Apis, non volle mangiare le offerte del principe Germanico, e che questi morì pochi giorni dopo. Finalmente coloro che si recavano a consultarlo, avvicinavano le orecchie alla bocca del dio, e uscivano poi dal tempio tenendole accuratamente otturate, fino all’uscita del tempio, e quivi nella prima cosa che veniva lor fatta di udire trovavano la risposta di Apis.

494. Apobomie. — Feste nelle quali i sacrificii non venivano consumati sugli altari ma sul suolo. Il vocabolo deriva dal Greco απο sotto, disotto, lontano e βωμος allare.

495. Apollo. — Figlio di Giove e di Latona e fratello di Diana. Egli guidava il carro del sole tirato da quattro cavalli bianchi e allora si denominava Febo, e Apollo quando abitava la terra.

Era il dio della Poesia, della Musica e delle Arti. Capo delle nove muse, abitava con esse il monte Parnaso, l’ Elicona e le rive del fiume Ippocreno, ove pasceva il cavallo Pegaso, o Pegaseo, che gli serviva di montura. Giove avendo fulminato Esculapio che aveva risuscitato Ippolito, Apollo uccise i Ciclopi che avevano fabqricato i fulmini al padre degli Dei, il quale sdegnato contro di lui lo scacciò dal cielo. Durante questo esilio, egli si ritirò presso Admeto, re di Tessaglia, e visse custodendo gli armenti di quel re, finchè Mercurio glieli rubò. Allora si unì a Nettuno nella fabbricazione dei mattoni di cui si serviva Laomedone, per riedificare Troia, e dopo aver lungamente lavorato non fu retribuito d’alcuna ricompensa.

Allorchè le acque del diluvio di Deucalione si furono ritirate, Apollo uccise il serpente Pitone, che nato dal fango che esse aveano lasciato, devastava le circostanti campagne. La pelle del mostro servì ad Apollo per ricoprire il tripode sul quale la Pitonessa rendeva gli oracoli. Il famoso tempio di Delfo, il più ricco e rinomato fra tutti, e che era una delle sette maraviglie del mondo, era consacrato a questo nume come dio delle Arti. Apollo ebbe molte amanti, fra le quali le più ricordate furono Leucotea, Dafne e Clitia. Lo sparviero, il gallo e l’olivo erano consacrati al Apollo, perchè fra i mortali uomini e donne che ebbero contatto con lui, molti furono cangiati in albero d’olivo, ed altri in gallo o sparviero. Apollo viene rappresentato avendo in una mano una lira, circondato di varii strumenti d’arte e su di un carro tirato da quattro cavalli.  — Ecco in qual modo Virgilio descrive la maestà di questo Dio.

Qual se ne va da Licia, e da le rive
Di Xanto, ove soggiorna il freddo inverno,
A la materna Delo il biondo Apollo,
Allor che festeggiando accolti o misti
Infra gii altari i Driopi, i Cretesi.
E i dipinti Agatirsi in varie tresche
Gli s’aggiran d’intorno, o quando spazia
Per le piagge di Cento a l’aura sparsi
I bel crin d’oro, e de l’amata fronde
Le tempie avvolto, e di feretra armato.
Virgilio — Eneide — libro IV trad. di A. Caro.

496. Apollonie. — Feste in onore di Apollo.

497. Apomio. — Soprannome di Giove che gli veniva dal potere a lui attribuito sulle mosche e sugli altri insetti.

498. Apona. — Fontana in Italia presso la città di Padova. Si attribuiva alle sue acque il potere della divinazione.

499. Aporrina. — V. Adporina.

500. Apostrophia. — S’invocava Venere sotto questo nome, allorchè le si domandava la grazia di essere liberati da una passione d’amore.

501. Aposteosi. — Nome della cerimonia colla quale i Romani annoveravano fra gli Dei i loro imperadori dopo la morte.

502. Apostropheni. — Si chiamavano così gli Dei Egiziani, a cui si domandava la grazia di stornare una calamità.

{p. 41}503. Apparizione degli Dei. — V. Aorosia e Teopsia.

504. Appiadi. — Dice Cicerone esser questo il soprannome di Minerva e di Venere, perchè esse avevano un tempio presso le acque Appie in Roma.

505. Aquila. — La tradizione mitologica narra che avendo un’aquila portato a Giove l’ambrosia durante la sua infanzia, il padre degli Dei avesse collocato fra gli astri quest’uccello in segno della sua riconoscenza. L’aquila era una delle insegne particolari di Giove, ed era esclusivamente a lui consacrata.

506. Aquilone. — Vento estremamente freddo ed impetuoso. La favola lo fa figlio di Eolo e di Aurora, e lo dipinge con la coda di serpente e i capelli lunghissimi e bianchi.

507. Arabo. — Figlio di Apollo che alcuni scrittori riguardano come inventore della medicina. È questa una credenza assai vaga.

508. Aracinta. — Montagna della Beozia consacrata a Minerva.

509. Aracne. — Figlia di Idmone e nativa della Lidia. Ella fu un’abilissima ricamatrice, e osò un giorno sfidare Minerva a chi avrebbe meglio ricamato una ricchissima tela. La Dea accettò la disfida, ma vedendo che il lavoro della sua rivale, sarebbe riuscito migliore del suo, sdegnatasi ruppe il telaio. Aracne fu così afflitta di ciò, che per disperazione appiccossi, e Minerva la cangiò in ragno.

O folle Aracne si vedea lo te
Già mezza ragna, trista in su gli stracci
Dell’opera che mal per te si fè.
Dante. — Purg. C. XII.
…… Un nuovo corpo informa, e prendi,
E vivi venenosa, e tessi e pendi.
Appena quel velen sopra le sparse,
Che tolse al corpo il grande, il duro e’ l greve :
Con picciol capo, e ventre a un tratto apparse
Un animal lanuginoso e breve :
Un sottil piè venne ogni dito a farse,
Che pende al retto resuplno, e leve ;
Dal picciol corpo il lin rende e lo stame,
Ed incatena ancor l’antiche trame.
Ovidio. — Metamorfosi. — Libro VI. trad. di Dell’ Anguillara.

510. Aratee. — Feste in onore di Arabo, il quale, secondo Plutarco, fu un eroe greco che dopo la morte venne annoverato fra gli Dei per le gloriose imprese compiute durante la vita.

511. Arbitratore o Arbitro. — Soprannome di Giove ritenuto come arbitro del destino degli uomini.

512. Arbitro. — V. Arbitratore.

513. Arbori. — Presso i Pagani erano ritenuti come sacri diversi arbori, perchè venivano in special modo consacrati ad una divinità ; così, per esempio, il mirto ed il lauro a Venere ed Apollo ; l’ulivo a Minerva ; l’adianto (comunemente detto Capelvenere) a Proserpina ; il cipresso a Plutarco ; la vite e il pampino a Bacco ; il pioppo ad Ercole ; il platano ai Genii ; il frassino e la gramigna a Marte ; la palma alle Muse ; l’olmo a Narciso ; il ginepro all’ Eumenidi etc.

514. Arcade. — Figlio di Giove e di Calisto. Dette il suo nome all’ Arcadia che è la contrada più rinomata di tutta la Grecia per le favole a cui dette vita. Il dio Pane vi era venerato con culto particolare, perchè generalmente si credeva che egli non abbandonasse mai il recinto di quella città. Arcade essendo divenuto adulto fu da alcuni cacciatori presentato a suo avolo Licaone, il quale lo ricevette molto benevolmente, ma poi fece uccidere Arcade e in un banchetto in onore di Giove fece apprestare in una vivanda le membra di lui. Giove sdegnato di così orrendo misfatto, cangiò Licaone in lupo e Arcade in orso, collocando quest’ultimo in cielo presso la madre, ove forma tuttora la costellazione conosciuta sotto il nome di orsa maggiore.

Evandro ebbe anche un figlio chiamato Arcade. Con tale denominazione veniva del paro designato Mercurio, perchè fu allevato sulla montagna di Cillene in Arcadia. Plinio chiama similmeute con tal nome un figliuolo di Licurgo conosciuto più comunemente sotto il nome di Anceo.

515. Arcadia. — Parte del Peloponneso i cui abitanti si resero celebri per il loro amore alla poesia ed alla musica.

516. Arcesilao. — Uno dei capi della Beozia che assediarono Troia.

517. Arcesio. — Figlio di Giove e padre di Laerte.

518. Archegete. — Parola che significa principe. E soprannome dato ad Apollo e ad Ercole. Si dava anche quello di Archegesia a Minerva.

519. Archemore. — Figlio di Licurgo, re di Nemea. Quand’era bambino la sua nutrice lo lasciò addormentato sopra una pianta di prezzemolo, mentre essa si recò a mostrare una fontana ai principi che traversavano quella città, per recarsi all’assedio di Tebe. Il piccolo Archemore morì della morsicatura di un serpente che trovandolo assopito fra l’erba ne succhiò il sangue. Licurgo volle punire di morte la negligente nutrice, ma gli Argivi la tolsero sotto la loro protezione. In memoria di questo doloroso avvenimento furono istituiti i giuochi Nemei, i quali si celebravano di tre in tre anni {p. 42}I vincitori vestivano il bruno e si coronavano la fronte di prezzemolo.

520. Archigallo. — Veniva così denominato il primo sacerdote di Cibele il quale era scelto fra le più cospicue ed illustri famiglie. L’archigallo vestiva come una donna, con una tonaca ed un mantello che gli scendevano sino ai piedi : portava il capo coperto da un berretto frigio, e al collo un vezzo a cui erano attaccate medaglie rappresentanti la testa di Ati senza barba.

521. Archiloco. — Poeta greco a cui si attribuisce l’invenzione dei versi dette jambici o giambici.

Archilocum proprio rabies armavit jambo.

Orazio — Arte Poetica Ep. 3.

Archiloco dovea sposare Neobula figlia di Licambo, ma questi non curando la data promessa, concesse sua figlia in moglie ad un altro. Allora Archiloco scrisse dei versi contro il padre della sua amata, così satiricamente mordaci che Licambo si appiccò per disperazione. Qualche tempo dopo Archiloco fu ucciso. Si credè generalmente che l’oracolo di Delfo avesse altamente biasimati gli uccisori del poeta per la stima che tutti facevano del suo genio. Egli nacque nell’isola di Paro.

522. Archita. — Nome sotto il quale gli Afri adoravano Venere.

523. Arciteneno. — Nome col quale i poeti denotavano talvolta Apollo. Più comunemente si dava questo nome al centauro Chirone, rappresentato nei segni dello Zodiaco, sotto la figura del sagettario.

524. Arctura. — Quantunque sia questo il nome proprio di una stella, pure gli scrittori del Paganesimo se ne servono per dinotare la castellazione dell’ Orsa.

525. Arculo. — Dalle parole latine arx e arca, i Romani davano questo nome al dio destinato nel loro culto a presiedere alle piccole città ed agli armadi.

526. Ardalidi. — Soprannome dato alle Muse da Ardalo figlio di Vulcano, a cui si attribuisce l’invenzione del flauto.

527. Ardea. — Città del Lazio edificata da Danao. Ovidio dice che essa fu consumata dalle flamme e cangiata in quell’uccello chiamato Airone che in latino si dice Ardea.

528. Ardenna. — Soprannome di Diana che le veniva da una foresta delle Gallie chiamata anche oggi Ardenna e che era a lei consacrata.

529. Areo. — I poeti dell’antichità danno questo nome a tutt’i famosi guerrieri ritenendoli come figliuoli di Marte.

530. Areopago. — Famoso tribunale d’Atene. Questa parola deriva dalla voce Ares, che era un soprannome di Marte, perchè la favola racconta che fu appunto in quel luogo, che Marte essendo stato citato in giudizio innanzi a dodici numi fu rimandato assoluto del delitto di omicidio di cui era accusato. Vedi Allirozio.

È opinione di alcuni scrittori che la prima sentenza dell’ Areopago, fosse contro Cefalo, per avere ucciso sua moglie. Temistocle, accusato di adulterio, fu giudicato dall’ Areopago.

Finalmente è credenza assai generalizzata fra gli scrittori della favola, che l’ Areopago sorgesse nel posto ove era il campo delle Amazzoni quando esse mossero guerra a Teseo.

531. Areotopoto. — Che significa gran bevitore di vino. Ateneo, nelle sue cronache mitologiche, rapporta che nella città di Munichia si dava questo nome ad un eroe.

532. Areso. — Nome che i Greci davano a Marte perchè in quella lingua significa ferita.

533. Arestoridi. — Argo e tutt’i discendenti di Aristoro, venivano designati con questo nome.

534. Areta. — Moglie di Alcinoo re dei Proci.

535. Aretusa. — Figlia di Nereo e di Dori e compagna di Diana, che questa Dea cangiò in fontana allorchè Alfeo la perseguitava del suo amore impudico : però Alfeo avendola riconosciuta riprese la sua figura di flume e confuse le sue acque con quelle della fontana Aretusa.

Ei cerca e non si parte, perchè vede
Che più lunge il mio piè stampa non forma,
Ed io fra la fatica che mi diede
Il formar si veloce in terra l’orma ;
E fra il timor che mi tormenta e fiede,
Veggio che in umor freddo si trasforma
La carne, il sangue e l’ossa e l’auree chiome,
E non mi resta salvo altro che il nome.
Come son le mie membra in acqua sparse
Conosce l’onde amate il caldo Dio ;
E la forma che avea quando m’apparse
Dell’uom pensa cangiar nel proprio rio,
Per poter meco alcun diletto darse,
E mescer l’acque sue nel fonte mio :
E secondo il pensier si cangia e fonde
Novella noia alle mie vergin’onde
OvidioMetamorfosi L. V. trad. Dell’ Anguillara.

Vi fu un’altra Aretusa, fontana posta nell’isola d’Ortigia, che chiudeva il palagio degli antichi re di Siracusa. Cicerone dice che se questa fontana non fosse circondata da una triplice trinciera di pietre, sarebbe affatto coperta dai flutti del mare. Molti altri scrittori e Plinio fra questi, ritenevano che il fiume Alfeo nell’ Arcadia, seguendo il suo corso sottomarino venisse a spuntare sulle rive della Sicilia, ed asserivano che tutto ciò che si gettava nell’ Alfeo si ritrovava dopo qualche tempo nelle tranquille onde della {p. 43}fontana Aretusa. Ad avvalorare questa falsa credenza che Strabono combatte e nega nelle sue opere ; lo stesso Plinio racconta che le acque dell’ Aretusa esalavano un odore di letame nel tempo in cui in Grecia si celebravano i giuochi olimpici, e che ciò avveniva appunto perchè il fiume Alfeo, traversando nel suo corso la Grecia raccoglieva nelle sue acque, prima di giungere in Sicilia e per conseguenza prima di gettarsi nell’ Aretusa, il letame dei cavalli e delle vittime preparate per la celebrazione di quei giuochi.

536. Areuso. — Parola che significa guerriero. Era il soprannome dato a Giove, come si dava quello di Areusa a Minerva.

537. Arfinoe. — Vedi Alfesibea.

538. Arga. — Vedi Argea.

539. Argantona. — Moglie di un guerriero che fu ucciso all’assedio di Troia. Essa nel ricevere l’infausta nuova morì di dolore.

540. Arge. — Figlia di Giove e di Giunone e sorella di Ebe e di Vulcano. Fu il frutto degli amori che Giove ebbe con la propria moglie Giunone, quando per averne gli amplessi, che ella gli negava mossa da gelosia, si trasformò in cuculo.

541. Argea o Arga. — Ninfa che il sole cangiò in biscia. Era anche così chiamata una delle figliuole di Giove.

La tradizione mitologica racconta che il nome di Argea veniva similmente dato ad una festa celebrata dalle Vestali ogni anno negli idi di maggio. Quelle sacerdotesse in una cerimonia di quella festa, gittavano nel Tebro alcune figure di uomini, fatte di giunchi. Al dire di Plutarco, i primi abitatori delle rive di quel fiume, annegavano in esso tutt’i viaggiatori greci che cadevano in loro mano ; ma che poi Ercole persuadesse loro di smettere la barbara usanza e gittare delle figure di uomini. Ovidio nei suoi Fasti, attribuisee ad un’altra origine la istituzione della festa Argea. Esso racconta che Evandro d’ Arcadia, nemico degli Argiani, in commemorazione del suo odio contro di essi, quando venne a stabilirsi in Italia, ordinò ai suoi seguaci di gittare nel Tebro dei fantocci fatti di giunco e abbigliati alla maniera degli Argiani.

542. Argel. — Venivano così detti alcuni luoghi della città di Roma che Numa Pompilio avea consacrati ai Numi.

Argei erano del paro dette alcune figure di uomo fatte di giunchi che le Vestali gettavano nel Tevere alla celebrazione di alcune sacre cerimonie. Vedi Argea.

543. Argentino. — Dio delle monete d’argento. Era figlio di Esculano e della dea Pecunia. Vedi Es.

544. Argeo. — Figlio di Pelopo. Ve ne fu anche un altro seguace ed amico di Ercole che egli ebbe carissimo.

545. Argesio. — Fu il nome di uno dei ciclopi fabbricante dei fulmini di Giove.

546. Argia. — Figlia di Adrasto e moglie di Polinice.

…….. Io son d’ Adrasto
Figlia : sposa son io di Polinice :
Argia ………….
Alfieri. Tragedia Antigone Atto 2.

Quando suo marito morì, essa insieme alla sorella Antigone, prese il cadavere per rendergli gli ultimi onori, questo irritò siffattamente Creonte, che, cieco di furore, le uccise tutt’e due. Argia fu cangiata in fontana, nota sotto l’istesso nome.

547. Argianna o Argolica. — Soprannome di Giunone, da un tempio che ella aveva nella città di Argo.

548. Argifonte. — Soprannome dato a Mercurio come uccisore di Argo.

549. Argilete. — Allor che Evandro si stabili in Italia, vi fu cortesemente ospitato da certo Argo, il quale ben presto concepì l’infame disegno di ucciderlo, per usurpare il potere. I seguaci di Evandro, consci dell’iniquo progetto, uccisero Argo all’insaputa di Evandro, il quale per rispetto ai sacri doveri dell’ospitalità fece fare i funerali allo scellerato, e gli fece elevare una tomba, che da lui fu detta Argilete.

550. Arginide. — Il re Agamennone fece fabbricare un tempio a Venere, sotto il nome di Venere Arginide, e da allora questo soprannome rimase alla Dea degli amori.

551. Arginno. — Nome di un giovane greco, che si annegò bagnandosi. Narra Properzio che il Re Agamennone, che lo aveva assai caro, fece fabbricare un tempio in suo onore, e lo consacrò a Venere Arginna.

552. Argiope. — Nome di una ninfa seguace di Diana.

553. Argira. — Ninfa di Tessaglia, fu moglie di Seleno, il quale ella amò teneramente, in ricambio dell’affetto con cui questo l’aveva cara. Essendo Argira vicino a morire, Seleno ne fu così afflitto, che fu prossimo anch’egli a perdere la vita pel gran dolore. Venere, mossa a pietà, cangiò uno in fiume, e l’altra in fontana. Però Seleno dimenticò Argira, e da quel tempo le acque di quel fiume ebbero la virtù di dare l’obblio delle passioni d’amore a coloro che vi si bagnavano o che ne bevevano.

554. Argiva. — Soprannome di Giunone dal culto che ella aveva nella città di Arga.

555. Argo. — Naviglio degli Argonauti sul quale Giasone con gli altri principi greci, mosse {p. 44}alla conquista del vello d’oro. Si crede generalmente che fosse questo il primo vascello che avesse solcato le onde. Questo nome gli viene dal suo costruttore che lo inventò e lo costruì con gli alberi della foresta di Dodona, ciò che gli faceva anche attribuire la favolosa virtù di parlare e di rendere gli oracoli. Peraltro è questa un’opinione assai poco generalizzata fra gli scrittori.

Argo si chiamava del paro una città dell’ Acaja, celebre per il culto di Giunone e per gli eroi di cui fu patria. Dal nome di questa città è venuto non solamente ai suoi abitanti in particolare, ma a tutt’i greci in generale il nome di Argivi o Argolici col quale Virgilio e molti altri poeti li dinotano sovente.

Vi fu anche un altro Argo, figliuolo di Arestore. La tradizione favolosa attribuisce a cotesto personaggio la strana facoltà di avere cento occhi, dei quali cinquanta erano sempre aperti, e gli altri cinquanta chiusi dal sonno. Giunone gli aflidò la custodia della ninfa lo, che Giove avea cangiata in giovenca. Ma Mercurio col suono dolcissimo del suo flauto, addormentò il guardiano e l’uccise. Giunone allora lo cangiò in paone.

Argo avea nome il lucido pastore.
Che le cose vedea per cento porte.
Gli occhi in giro dormian le debite ore,
E due per volta avean le luci morte :
Gli altri, spargendo il lor chiaro splendore,
Tra lor divisi fean diverse scorte :
Ovidio — Metamorf, Libro I. trad. di Dell’ Anguillara.

Un altro Argo fu famoso architetto figlio di Polibio ; generalmente è lo stesso che inventò il naviglio che prese il suo nome.

Finalmente la tradizione mitologica fa menzione di un Argo, figlio di Giove, e di Niobe, che fu re della contrada chiamata col suo nome, ed il primo che coltivò le terre della Grecia.

556. Argolea. — Soprannome dato ad Alcmena per essere nativa di Argo.

557. Argolica. Vedi Argianna.

558. Argonauti. — Furono così detti quei principi greci che sotto il comando di Giasone andarono alla conquista del vello d’oro, sulla nave chiamata Argo. I più famosi furono : Castore, Polluce, Telamone, Orfeo, Ercole, Teseo, Euridamo, Tifiso, Zeto etc.

Gli Argonauti s’imbarcarono nella Tessaglia al capo di Magnesia, e dopo aver toccato l’isola di Lemnos per la Samotracia, entrarono nell’ Ellesponto e dopo aver costeggiata l’ Asia Minore, traversato il Ponto Eusino, entrarono pel distretto delle Simplegadi in Aea, capitale della Colchide. La spedizione degli Argonauti avvenne 35 anni prima della caduta di Troia.

559. Argone. — Figlio di Alceo : fu uno degli Eraclidi discendenti di Ercole.

560. Argoreo. — Dal latino Argoreus, che significa Dio della mercatura, fu dato questo soprannome a Mercurio. In Acaia nella città di Tare, vi era, al dire di Pausania, una statua di Mercurio Argoreo, la quale dava responsi come un oracolo. Essa era in marmo, di media grandezza e senza piedestallo.

561. Aria. — Gli antichi ne avevano fatto una divinità ch’essi adoravano secondo differenti rapporti sotto i nomi di Giunone, Giove, Minerva etc.

Presso gli Arabi e gli Assiri era la Venere celeste.

562. Ariadne. — V. Arianna.

563. Ariadnee. — V. Ariannee.

564. Arianna o Ariadne. — Figlia di Minos re di Creta. Ella fu così commossa dalla bellezza e gioventù di Teseo, il quale dovea combattere il Minotauro, nel famoso laberinto di quella città, che gli dette un gomitolo di filo per mezzo del quale l’eroe potè ritrovare l’inestricabile uscita del labirinto, dopo avere ucciso il mostro. Arianna fuggì allora con Teseo, ma questi l’abbandonò su d’una roccia nell’isola di Naxos, dove la sventurata dopo aver pianto amaramente la sua disgrazia, si fece sacerdotessa di Bacco il quale, secondo che narrano Properzio ed Ovidio, la tolse in moglie e collocò fra le costellazioni la corona di questa principessa.

Dello Dio sempre giovane s’accende.
E dell’amor si scorda di Tesèo.
La sposa Bacco, e ascoso il maggior lume.
Felici fa di lei le proprie piume.
Per contentarla più Bacco poi volse
Far sempre il nome suo splender nel cielo,
E l’aurea sua corona al bel crin tolse ;
Ed a farla immortal rivoltò il zelo :
Al ciel ver quella parte il braccio sciolse
Onde settentrion n’apporta il gelo ;
Prese al ciel la corona il volo, e corse
Ver dove Arturo fa la guardia all’ Orse.
L’aurea corona al ciel più ognor si spinge
E di lume maggior sè stessa informa ;
E giunta presso a quel che ’l serpe stringe ;
Ogni sua gemma in foco si trasforma
Un fregio pien di stelle or la dipinge,
E di corona ancor ritien la forma :
Laddove quando il sol la notte appanna,
La vede il mondo e chiama d’ Arianna.
(Ovidio. — Metamorfosi. — Libro VIII trad. di Dell’ Anguillara)

565. Ariannee o Ariadnee. — Feste in onore di Arianna.

566. Aricia. — Figlia di Pallante ; principessa del regio sangue di Atene.

{p. 45}567. Arieina. — Soprannome di Diana che le veniva dal culto con cui era venerata nelle foreste di Aricia presso Roma.

568. Ariete. — Il primo fra i dodici segni dello zodiaco. Questo animale era consacrato a Mercurio ed a Cibele.

569. Arimane. — Dio adorato dai Persiani. Si crede generalmente che come Plutone fosse il dio delle Tenebre.

570. Arimomanzia. — Vedi Axinomanzia.

571. Ario. — Fu il nome di uno dei più famosi centauri che combatterono i Lapidi.

572. Arione. — Celebre musico Greco. Stando nn giorno su di un vascello i marinai vollero ucciderlo per derubarlo, e già lo avevano legato per farlo morire ; quand’egli chiese in grazia di suonare un’ultima volta il liuto. I marinai aderirono alla sua richiesta e al suono dolcissimo un gran numero di delfini si riunì intorno alla nave ; allora Arione d’un salto si gettò in mare e fu salvato da quegli animali che sul loro dorso lo portarono a terra. Arione fu ospitato da Periandro il quale fece poi morire quasi tutt’i persecutori di lui come racconta Erodoto — Virgilio dice :

Orpheus in sylvis inter Delphinos Arion.

(Virgilio. — Ecl. V. — r. 56.)

Arione fu pure il nome del cavallo che Nettuno fece sorgere dalla terra con un colpo del suo tridente, allorchè sostenne con Minerva la disputa a chi di loro due avesse fatto il più ricco presente agli uomini.

573. Aristene. — Secondo Pausania così eb be nome quel pastore che trovò Esculapio fanciullo allorchè la madre Coronide lo aveva abbandonato su di una montagna presso la città di Epidauro.

574. Aristeo. — Figlio di Apollo e di Cirene. Egli amò perdutamente Euridice, la quale nel sottrarsi con la fuga alle persecuzioni di lui, fu morsicata da un serpente e morì nell’istesso giorno in che dovea diventar moglie d’ Orfeo. Le ninfe allora sdegnate contro Aristeo per la sventura di cui era causa, uccisero tutte le sue Api. La madre di Aristeo consigliò il fi gliuolo di consultare Proteo da cui seppe che avrebbe dovuto placare l’ombra di Euridice facendo un sacrifizio di quattro giovenche e quattro tori. Egli segui il consiglio di Proteo e dalle viscere delle vittime, narra la favola che uscisse una quantità di Api. Ricorda Virgilio che Aristeo dopo la sua morte fu messo nel numero degli Dei e particolarmente venerato dai pastori.

575. Aristobula. — Uno dei soprannomi di Diana.

576. Aristone. — Nome di un citaredo Ateniese che vinse sei volte nei giuochi Pitii secondo, raccontano Plutarco e Strabone, nelle loro opere.

577. Aristore. — Padre di Argo e figlio di Crotopo.

578. Armata Venere. — Sotto questa denominazione i Lacedemoni adoravano Venere in memoria della vittoria che le loro donne avevano riportata sopra i Messeni.

579. Armifera Dea. — Cioè che porta le armi. Era così detta Minerva perchè la favola racconta che uscisse armata dal cervello di Giove.

580. Armilustre o Armilustria. — Presso i Romani al 19 di ottobre al campo di Marte, si celebrava una festa militare nella quale si offeriva un sacrifizio agli Dei, per la prosperità delle armi Romane. Durante la cerimonia coloro che vi prendevano parte, giravano armati intorno alla piazza al suono degli strumenti.

581. Armilustria. — V. Armilustre.

582. Armi-potente. — S’invocava Pallade con questo nome allorchè la si considerava come Dea della guerra.

583. Arna. — V. Arnea.

584. Arnea o Arna. — Giovane Ateniese la quale fu cangiata in civetta per aver voluto tradire la sua patria in favore di Ninos per avidità di danaro. Il simbolo racchiuso sotto l’allegoria mitologica è l’attrazione che questo uccello ha per l’argento.

585. Arno. — Fu il nome di un celebre indovino il quale fu ucciso nella città di Naupata, da un nipote di Ercole per nome Ippote, che lo avea creduto una spia dei nemici. Appena morto Arno un’orribile pestilenza distrusse gran parte del campo degli Eraclidi.

Consultato l’oracolo se ne ebbe in risposta esser quella la vendetta di Apollo, il quale facea per tal modo espiare la morte del suo indovino ; e che il flagello non sarebbe cessato se non quando si mandasse in esilio l’uccisore di Arno, e fossero stabiliti dei giuochi funebri in memoria di lui. Gli Eraclidi si affrettarono ad eseguire quanto imponeva l’oracolo, e la pestilenza cessò. Coll’andare del tempo le cerimonie funebri in onore di Arno divennero celebri nella città di Lacedemone, ove si celebrarono con gran pompa.

586. Arpa. — Istrumento musicale e sacro ad Apollo come dio della musica e della poesia.

587. Arpalice. — Nativa di Argo e figlia di Climeneo. Era ritenuta come la più bella giovanetta della sua città. La tradizione mitologica racconta di lei un truce fatto. La sua fatale bellezzà ispirò un incestuoso amore al padre, {p. 46}il quale ricusò ostinatamente di maritarla, ma finalmente acconsentendo alle preghiere di lei la lasciò partire col novello sposo. Però ben presto pentito della sua generosità, raggiunse gli sposi, uccise il genero e ricondusse in Argo sua figlia per esserne assoluto e solo padrone. Arpalice disperata non appena giunta in Argo uccise il suo minor fratello e lo apprestò in orribile pasto a Climeneo ; ma non potendo dopo la sua terribile vendetta sopportare l’infame passione che avea ispirato a suo padre, supplicò giorno e notte gli Dei che l’avessero tolta dal mondo, e i numi mossi a compassione la cangiarono in uccello. Climeneo allora non potendo sopravvivere alla perdita della sola donna che avesse amata, si tolse di propria mano la vita.

Arpalice era anche il nome di una figliuola d’ Arpalico re della Tracia, la quale secondo Igino fu fin dalla prima infanzia educata come un uomo al maneggio delle armi e a tutti gli esercizii del corpo. In un giorno di battaglia essa liberò il padre dalle mani dei suoi nemici, ponendo in fuga un drappello di quelli alla cui testa era Neoptolemo figliuolo di Achille. Poco tempo dopo essendosi ribellati i sudditi di Arpalico, questo re fu detronizzato, e mentre cercava uno scampo nella fuga, a cui aveva unica compagna la figlia, fu miseramente trucidato, e allora Arpalice si ritrasse nei boschi a viver vita da masnadiere.

I cronisti della mitologia raccontano che essa era così veloce al corso che nessuno potè raggiungerla mai se pure montato su d’un buon corridore. Finalmente dopo essere stata per lungo tempo il terrore delle campagne circostanti fu presa ed uccisa. Virgilio canta che Venere presentossi ad Enea suo figlio in sembianza di cacciatrice all’istesso modo come veniva rappresentata la celebre Arpalice inforcando un cavallo che correva più rapido delle onde dell’ Ebro.

In mezzo della selva una donzella,
Ch’era sua madre, si com’era avanti
Che madre fosse, incontro gli si fece.
Donzella all’armi, a l’abito, al sembiante
Parea di Sparta, o quale in Tracia Arpalice
Leggiera e sciolta il dorso affaticando
Di fugace destrier l’ Ebro varcava.
Virg. Eneide L. 1 trad. A.. Caro.

Finalmente vi fu un’altra Arpalice che mori di dolore nel vedersi disprezzata da Ifielo, che fu uno degli argonauti da lei passionatamente amato. Di questa Arpalice si tiene memoria come inventrice di un certo cantico a cui si dava lo stesso suo nome.

588. Arpedoforo. — Dalle due parole greche αρπε un furbo e φερω io porlo si dava codesto soprannome a Mercurio, forse in memoria della astuzia di cui si servì per uccidere Argo.

589. Arpie. — Giammai la vendetta degli Dei pensò, secondo la favola, più orrendi mostri di questi spaventevoli uccelli. Essi al dire di Virgilio, avevano volto umano, ma pallido come per famelica rabbia ; le mani armate di formidabili artigli, ed erano ingordi, insaziabili e succidi. Al dire d’ Esiodo, le Arpie furono figliuole di Taumaso e di Elettra ; altri scrittori dell’antichità danno loro per padre Nettuno e per madre la terra. Le Arpie erano in gran numero, sebbene il nome di sole sei o sette sia più comunemente conosciuto. Che le Arpie vivessero in frotta ce lo asserisce Virgilio ripetendo nell’ Eneide che esse si avventarono sulle navi Troiane e divorarono i viveri. L’ Alighieri ci ripete una bellissima descrizione delle Arpie, dicendo che esse predissero ai Troiani il triste fato della loro città.

Quivi le brutte Arpie lor nido fanno,
Che cacciar delle Strofade i Troiani
Con tristo anuunzio di futuro danno
Ale hanno late, e colli e visi umani,
Piè con artigli e pennoruto il gran ventre ;
Fanno lamenti in su gli alberi strani.
Dante Inf. C. XIII.

Le più famose Arpie furono Celeno nominata da Virgilio, Iside, Aejo ed Ocipete, e finalmente Alope più comunemente conosciuta sotto il nome di Achelope.

Presso i Pagani le Arpie erano riguardate come un flagello di cui Giove e Giunone si servivano per punire le colpe degli uomini o per vendicarsi d’alcuno di essi.

Fineo, re di Tracia, fu lungamente perseguitato dalle Arpie ; e gli Argonauti a cui egli era stato largo di cortesi accoglienze si offrirorono a liberarlo da quei mostri, ed infatti Zeto e Calaide, due degli Argonauti, i quali per esser figliuoli del vento Borea avevano le ali, diedero la caccia alle arpie e le perseguitarono fino nelle isole Strofadi, loro abitual residenza.

590. Arpocrate. — Divinità degli Egiziani presso i quali è ritenuto come figliuolo d’ Osiride e d’ Iside e Dio del silenzio, ond’è che la sua statua viene rappresentata con un dito alla bocca come insegnando di tacere.

Il simulacro di Arpocrate si ritrovava sulla soglia di tutt’i tempii pagani, volendo cosi indicare che col silenzio si doveano primamente onorare gli Dei. Gli antichi facevano comunemente incidere sui loro suggelli una figurina di {p. 47}Arpocrate, volendo così denotare esser sacro ed inviolabile il segreto delle lettere. Era consacrato ad Arpocrate il papavero come segno di fecondità, volendo così indicare essere il silenzio assai spesso fonte di bene ; come pure il persico era l’albero a lui sacro e vi sono non poche statue di Arpocrate che hanno un ramo di persico fra le mani. Plutarco ci dà una logica spiegazione di ciò, dicendo che le foglie del persico hanno la figura d’una lingua, ed il frutto quella di un cuore, volendo con ciò dimostrare l’allegoria racchiusa sotto il simbolo mitologico che, cioè, deve esservi tra il cuore e la lingua una perfetta armonia.

591. Arrichione. — Nome di un celebre Atleta.

592. Arripe. — Fu una delle ninfe seguaci di Diana, di cui la favola racconta che avendo un giorno incontrato in una foresta Imolo re di Lidia, questi restasse talmente preso dalla straordinaria bellezza di lei che la inseguì per lungo tempo e non la raggiunse che nel tempio stesso di Diana, ov’ella si rifuggì sperando di sottrarsi alle impudiche voglie del re. Ma la santità del luogo non fu scudo alla disgraziata giovanetta, poichè Imolo avendola raggiunta, la violentò ai piedi dell’ara. Arripe non seppe sopravvivere a così vergognoso oltraggio e si uccise. La favola racconta che Diana non lasciò impunita la morte della sua bellissima ninfa, e che a vendicarla facesse trasportare in aria da un toro il re Imolo, il quale precipitando da una sterminata altezza su di alcuni pali dalla punta acutissima mori fra i più atroci tormenti.

593. Arsace. — Re dei Parti, Ammiano Marcellino narra, nelle sue cronache, che dopo la sua morte fosse annoverato fra gli astri.

594. Arsinoe. — Figlia di Niocrone re di Cipro. Essa fu perdutamente amata da Arceofonte il quale morì di dolore non essendo riuscito a farsi amare da lei. Quando si fecero i funerali di Arceofonte, la spietata giovanetta assistette alla cerimonia funebre con una gelida indifferenza, del che sdegnata Venere la cangiò in pietra.

Arsinoe fu anche il nome di una figliuola di Tolomeo Lago, la quale sposò Tolomeo Filadelfo fratello del padre. Essa mori nel fiore della sua giovanezza, e il marito per eternarne nella posterità la memoria le fece innalzare un tempio. L’architetto Dinocrete erasi determinato ad edificare quel monumento in pietre di calamita onde le statue d’Arsinoe, che erano in ferro dorato, rimanessero sospese in aria. Plinio racconta che lo splendido disegno di Dinocrete, rimase incompiuto per la morte di lui e che solo la facciata del tempio fosse fabbricata con pietre di calamita.

Arsinoe fu similmente il nome di una città Egiziana posta sulle rive del lago Meris, i cui abitanti avevano un culto particolare pei coccodrilli, questi animali venivano nutriti con cura deligente e continua, e dopo la morte venivano imbalsamati e sepolti nei sotterranei del labirinto.

595. Arte. — Gli antichi ne avevano fatta una divinità. Ariano ci rapporta che i Gadarii avevano lo stesso culto per le arti e per la povertà, la quale veniva del paro deificata da essi riguardandola come madre delle invenzioni e delle arti.

596. Artemisia. — Nome della Sibilla Delfica, detta similmente Dafne.

Era anche uno dei soprannomi di Diana da alcune feste dette Artemisie istituite in onore di lei.

597. Arteride. — Una delle più strane tradizioni della mitologia Egiziana racconta che Arteride fosse figlia d’Iside e di Osiride, e che il suo concepimento avvenisse in modo affatto particolare e incredibile ; imperocchè il padre e la madre di lei, i quali erano stati concetti nello istesso alvo e nell’istesso momento si erano di già maritati nell’utero materno per modo che Iside nascendo era già gravida d’ Arteride.

598. Artimpasa. — Gli Sciti sotto questo nome adoravano Venere.

599. Artipoo. — Che significa piede leggiero. Omero così chiama Marte dio della guerra, forse per indicare la sveltezza di quel dio nella corsa e in tutti gli esercizi del corpo.

600. Arunticeo. — Avendo disprezzato le feste di Bacco, questo dio per punirlo lo costrinse a bere una così sproporzionata quantità di vino, sicchè egli in un accesso di follia stuprò sua figlia Medulina, dalla quale fu ucciso.

601. Aruspici. — Venivano così chiamati coloro che dall’esame delle viscere delle vittime immolate nei sacrificii predicevano l’avvenire.

602. Arvali. — Si dava cotesto nome a quei sacerdoti che facevano i sacrifizi detti Ambarvali. Questi sacerdoti erano al numero di dodici, venivano scelti fra le più illustri e cospicue famiglie di Roma, e venivano collettivamente denotati col nome di fratelli Arvali, la cui istituzione si deve a Romolo, il quale segnossi tra i primi a farre parte. Plinio li chiama arvirum sacerdotes, e narra nel modo seguente l’origine di questa istituzione. La nutrice di Romolo per nome Acca Laurenzia avea l’abito di offerire ogni anno nei campi un sacrifizio agli Dei facendosi accompagnare dai suoi dodici figliuoli. Qualche tempo dopo la fondazione di Roma, essendo morto uno dei figliuoli di Acca Laurenzia, Romolo per attestare il suo {p. 48}affetto alla sua nutrice si offrì ad occupare il posto del morto rimanendo per tal modo sempre a dodici il numero dei seguaci di Acca nell’offerta del sacrificio agli Dei.

603. Ascalafo. — La favola lo fa essere figlio del fiume Acheronte, e della notte. Fu lui che dichiarò aver Proserpina mangiato sette acini di una melograna nell’ Inferno ; ciò che fu causa che Proserpina non potette essere restituita a sua madre, quando questa andò a cercarla nei regni della morte, poichè Giove avea promesso a Cerere, che avrebbe avuto la figlia a condizione di non aver essa nulla mangiato nell’inferno. Cerere fu così indegnata contro Ascalafo, per la sua rivelazione, che gli gettò sul volto dell’acqua del fiume Flegetonte, e lo cangiò in gufo, uccello che poi Minerva prese sotto la sua protezione perchè Ascalafo l’avvertisse col suo grido di tutto ciò che avveniva la notte.

Fece del molle labbro un duro rostro.
Curvo, e d’augel che viva della caccia :
Fa che fra gli altri augei rassembra mostro
La grande, altera e stupefatta faccia
Non move (avvezzo nell’infernal chiostro)
Di giorno a volo mai l’inerti braccia,
Si fece un gufo, e ancor suo grido è tale,
Ch’ovunque il fa sentir, predice male.
OvidioMetamorfosi libro V trad. Dell’ Anguillara.

Vi fu anche un altro Ascalafo, figlio di Marte che fu uno dei più rinomati guerrieri Greci, che assediarono Troia.

604. Ascalapo. — Uno dei capitani Greci che assediarono Troia, nativo d’ Orcomene nella Beozia. Egli rese famoso il suo nome per aver condotto seco più di trenta navi.

Dell’ Orcomèno Minïco gli eletti,
Misti a quei d’ Aspledone, hanno a lor duci
Ascalopo e Jalmeno, ambo di Marte
Egregia prole …….
…… Eran di questi
Trenta le navi che schierarsi al lido.
Omero Iliade — Libro II trad. di Vinc. Monti

605. Ascanio. — Detto anche Julio fu l’unico figlio di Enea e di Creusa. Suo padre quand’egli era ancora bambino lo condusse con sè nel Lazio, ove egli divenuto adulto fondò, secondo Virgilio la città di Alba.

….. Ascanio, allor ch’eresse
Alba la lunga ….
Virg. — Eneide Lib. V. — trad. di A. caro.

606. Asclepiade. — È questo il nome di un Greco assai versato in medicina. Secondo che riferisce Apuleio nel IV libro dei suoi Fiori, e Plinio nelle sue storie, veniva attribuita ad Asclepiade la scoperta di medicare col vino.

Salvator Rosa nelle satire dice :

So che Asclepiade con un suo trombone I sordi medicava.

Sal. Rosa. La Musica sat. 1.

607. Asclepiadi. — Così erano dette alcune feste che in tutta la Grecia venivano celebrate in onore di Bacco e particolarmente in Epidauro, ove furono istituite le grandi Asclepiadi.

608. Asclepie. — Feste in onore di Esculapio.

609. Asclepio. — Uno dei soprannomi di Esculapio : da ciò le feste di cui nell’articolo precedente.

610. Ascolie. — Feste in onore di Bacco : si celebravano saltando con un piede in aria sulla pelle di un becco gonfiata e unta d’olio. La parola Ascolie deriva dal Greco ασϰος che significa un otro.

611. Ascra. — Città fabbricata ai piedi del monte Elicona da Ecalo nipote di Nettuno. Nell’antica letteratura si dà di sovente il nome di Ascreo al poeta Esiodo, perchè nativo di quella città. La favola racconta che il poeta fosse stato rapito dalle muse mentre custodiva un armento sul monte Elicona. Si dicevano invasi da furore Ascreo coloro che improvvisavano dei versi.

Che da furor Ascreo spinti, e commossi

S’odono ognor tanti poeti, e tanti…

Salv. Rosa La poesia Satira 2.

612. Asera. — Detto anche Aseroth idolo dei Cananei.

613. Asfalaja. — V. Sicurezza.

614. Asfalione. — Detto anche Asfalio, cioè tutelare, soprannome che veniva dato a Nettuno.

615. Asia. — Ninfa figlia dell’ Oceano e di Teti e moglie di Giapeto. Da lei prese il nome una delle quattro parti del mondo.

616. Asima. — Divinità adorata nella città di Emath.

617. Asino. — Presso i Pagani era l’animale consacrato a Priapo, avuto riguardo alla molta utilità di esso nei lavori di giardinaggio, essendo i giardini sacri a quel dio.

Abbia il vero, o Priapo, il luogo suo,
Se gli asini a te sol son dedicati,
Bisogna dir che il mondo d’oggi è tuo.
Salvator. Rosa. La musica Satira 1.

Presso gli Egiziani l’asino era sacro a Tifone. Gli abitanti di Abidos, di Licopoli e di Busiride avevano in grande dispregio il suono della {p. 49}tromba trovando in esso qualche analogia con la voce dell’asino.

618. Asio. — Soprannome di Giove che gli veniva da una città di questo nome nell’isola di Creta dove era particolarmente venerato. Asio si chiamava anche uno dei fratelli di Ecuba.

619. Asopo. — Figlio dell’ Oceano e di Teti. Avendo Giove abusato di Egina figlia di Asopo, questi volle vendicarsene e muover guerra a Giove, il quale lo cangiò in fiume.

Era anche così nominato un altro fiume nella città di Acaia, egualmente detto Asopo da un figlio di Nettuno che aveva l’istesso nome.

620. Asporina. — V. Adporina.

621. Assabino. — Nome che gli Etiopi davano e Giove.

622. Assaraco. — Figlio di Troso ed avo di Anchise.

623. Assinomanzia. — V. Axinomanzia.

624. Assur. — V. Ansur.

625. Astaroth. — Divinità dei Sidonii. Veniva onorato sotto la forma di una giovenca o di un’agnella.

626. Asteria. — Figlia di Ceso. Essa fu cangiata in quaglia quando fuggiva le persecuzioni di Giove. In greco ορτυξ significa quaglia.

Vi fu anche un’altra Asteria da cui Bellerofonte ebbe un figlio.

627. Asterio. — Re di Creta e padre di Minos. Egli era soprannominato Tauro e rapì una giovinetta a nome Europa figlia del re di Fenicia. Di qui la favola che Giove trasformato in toro rapisse Europa.

628. Asterione. — Uno dei più rinomati Arganauti. Asterione fu anche il nome di un fiume nella città di Argo, a cui la favola attribuisce due figliuole a nome Porcinna ed Arcona, che furono tra le nutrici di Giunone. Nelle acque di questo fiume cresceva un’erba similmente detta Asterione, della quale s’inghirlandavano le statue della Giunone di Argo.

629. Asterodia. — Moglie di Endimione a cui dette gran numero di figli. Vi fu anche una ninfa conosciuta sotto questo nome.

630. Asterope. — Una delle Pleiadi.

631. Asteropeo. — Giovane guerriero che essendo venuto in soccorso dei Troiani fu ucciso da Achille quando questi riprese le armi per vendicare la morte di Patroclo.

…..Dal fianco allora
Trasse Achille la spada, e furibondo
Assalse Asteropèo che invan dall’alta
Sponda si studia di sferrar d’ Achille
Il frassino : tre volte egli lo scosse
Colla robusta mano, e lui tre volte
La forza abbandonò. Mentre s’accinge
Ad incurvarlo colla quarta prova
E spezzarlo, d’ Achille il folgorante
Brando il prevenne arrecator di morte.
Lo percosse nell’epa all’ombelico ;
N’andàr per terra gl’intestini ; in negra
Caligine ravvolti ei chiuse i lumi,
E spirò….
Omero — Iliade Libro XXI, trad. di V.Monti.

632. Astiale. — Troiano che fu ucciso da Neaptolemo.

633. Astianasse. — Ancella di Elena, la quale fu non meno della sua padrona famosa per la corruzione dei suoi costumi.

634. Astianatte. — Unico figlio di Ettore e di Andromaca.

…..il pargoletto
Unico figlio dell’eroe Troiano,
Bambin leggiadro come stella. Il padre
Scamandrio lo nomava, il vulgo tutto
Astianatte, perchè il padre el solo
Era dell’alta Troia il difensore.
Omero — Iliade L. VI. trad. di V. Monti.

Questo giovane principe dopo la presa di Troia, dette gravemente a pensare di sè ai Greci, i quali vedevano in lui un giusto vendicatore dell’antica fortezza dei Troiani. Calcante indovino greco consigliò la morte di Astianatte col farlo precipitare da una torre. Per seguire il consiglio crudele ma utile, Ulisse cercò da per ogni dove l’illustre rampollo dei re Troiani, onde farlo morire ; ma le ricerche riuscirono vane, poichè Andromaca lo sottrasse con la fuga al pericolo, ricoverandosi col figlio in Epiro.

635. Astidamia. — Una delle mogli di Ercole.

636. Astilo. — Uno dei centauri che consigliò ai suoi compagni a non intraprendere la guerra contro i Lapidi. Il suo saggio consiglio non fu seguito e i centauri furono quasi distrutti.

637. Astimeda. — Seconda moglie di Edipo la quale calunniò presso il marito i figli della prima sua moglie, onde metterli in malo aspetto del padre.

638. Astioche. — Fu una delle figliuole di Ettore la quale non potendo opporre resistenza al dio Marte che ne era innamorato, fu da lui resa madre di un figliuolo che sotto il nome di Ialmeno si distinse poi all’assedio di Troia come uno dei più famosi generali dell’armata Greca.

Vi fu anche un’altra Astioche figliuola di Filanto, la quale essendo caduta in potere di Ercole quando egli espugnò la città di Efina in Elide fu da lui amata e ne ebbe un figlio che fu poi noto sotto il nome Tlepolemo.

Finalmente la favola ricorda di un’altra Astioche che fu una delle figliuole di Niobe. V. Niobe.

639. Astioco. — Fu uno dei figliuoli di Eolo {p. 50}Dio dei venti, il quale dopo del padre regnò nelle isole Lipari, nome che egli in memoria del padre cangiò in quello di isole Eoliane o Eolie.

640. Astione. — Era questo il nome proprio della bella figliuola del sacerdote di Apollo Crise che dal padre viene comunemente conosciuta sotto il nome di Criseide. V. Crise.

641. Astiosea. — Moglie di Telefo. Si chiama anche così una donna da cui Ercole ebbe diversi figli.

642. Astipaleo. — Nel gruppo delle Cicladi vi era un’isola chiamata Astipalea in cui Apollo aveva un tempio. Da ciò il nome di Astipaleo dato ad Apollo.

643. Astirea. — Soprannome di Minerva dal culto che le si rendeva in Astira città della Fenicia.

644. Astirena o Astrena. — Soprannome di Diana da varii luoghi in cui veniva adorata con culto particolare.

645. Astomi. — Dalla parola Greca οτομα bocca Plinio dà questo nome ad alcuni popoli delle Indie che non avevano bocca. La verità di questa credenza è che presso quei popoli era ritenuta come cosa vergognosa il mostrare la bocca, e che perciò essi la coprivano accuratamente.

646. Astrea. — Figlia di Giove e di Temi e Dea della giustizia. Durante l’età dell’oro essa lasciò il cielo per venire ad abitare la terra, ma i delitti degli uomini la costrinsero ben presto a ritornare alla sua luminosa dimora, ed ella andò a collocarsi in quella parte dello Zodiaco che si chiama la costellazione della Vergine.

647. Astrei. — Venivano così denotati i figli di Astreo e di Eribea. La favola li dipinge come dei Titani che avessero voluto dare la scalata al cielo, ma poscia si divisero fra loro, e alcuni presero le parti di Giove contro i propri fratelli. Quelli che persisterono nell’empio disegno furono tutti fulminati dalla celeste vendetta.

648. Astrena. — V. Astirena.

649. Astreo. — Uno di Titani padre degli Astri e dei venti ; Vedendo che i suoi fratelli avean dichiarato la guerra a Giove egli scatenò anche i venti suoi figli contro di lui ; ma Giove li precipitò sotto le acque e cangiò Astreo in Astro. L’opinione degli scrittori mitologici è assai discorde sull’essere i venti figli di Astreo ; molti fra i più accreditati fanno Eolo loro padre e re.

650. Astri. — I Pagani credevano che gli Astri fossero animati ed immortali ; che avessero influenza benefica o malefica sopra gli uomini e chè col loro apparire e col loro corso predicessero la volontà degli Dei. Da ciò la ragione del culto degli astri generale a tutt’i popoli dell’antichità. Questo culto degli astri veniva con particolare vocabolo chiamato Sabeismo vedi lo Studio preliminare che precede questo ristretto.

651. Astrabaco. — Eroe Greco, che si rese celebre nel Peloponneso. Dopo la sua morte gli vennero innalzati varii monumenti.

652. Astrofa. — Una delle Pleiadi.

653. Ata. — V. Atea.

654. Atabirio. — Giove era così denominato nell’isola di Rodi, da un tempio ch’egli aveva sul monte Atabiro.

655. Atalanta. — Figlia di Iasio re di Arcadia e di Climene. Atalanta sposò Meleagro da cui ebbe Partenopea. Essa amò con passione la caccia e fu la prima a ferire il cignale di Calidone le cui spoglie ella ricevette dalle mani di Meleagro sebbene non fosse ancora divenuta sua moglie.

Vi fu anche un’altra Atalanta figlia di Scheneo. Essa fu richiesta in matrimonio da molti giovani principi, ma suo padre non volle concederla che a colui che avesse vinto il premio della corsa. Ippomene ebbe col soccorso di Venere il premio, avendo seguito il consiglio della dea di gettare cioè lungo il cammino dei pomi di oro che Atalante si fermò a raccogliere invece di seguitare la corsa. Essendo un giorno insieme in un tempio dedicato a Cibele, essi accecati dalla passione che li dominava, dimenticarono il luogo dov’erano e il rispetto verso la Dea, la quale sdegnata cangiò l’uno in leone e l’altra in leonessa.

656. Atamante. — Leucotea detta anche Ino, veniva in tal modo denotata perchè moglie di Atamaso. Ovidio dà questo nome a quella parte del mare Ionio in cui la stessa Ino o Leucotea si precipitò.

657. Atamanti. — Venivano così detti i figli di Atamaso cioè Prisso, Melicerte e Learco.

658. Atamaso. — Figlio di Eulo e padre di Elle che egli ebbe da Nefila sua prima moglie. sposò in seconde nozze Leucotea detta anche Ino (V. Atamante) la quale pei cattivi trattamenti costrinse Prisso ed Elle suoi figliastri a fuggire dalla casa paterna.

659. Atea o Ata. — Dea malefica che spingeva gli uomini nelle sventure turbando loro la ragione.

660. Atella. — Così veniva denominato un grande Anfiteatro nella Campania ove venivano rappresentate alcune commedie dette perciò Atellane.

661. Atena. — Soprannome che i Greci davano a Minerva.

662. Atenea. — Cecrope re d’ Atene ebbe una figliuola così nomata, la quale essendo {p. 51}profondamenta culta nelle lettere e nel mestiere delle armi fu riguardata come la Divinità che presiede alle une e alle altre. Infine essa è la Minerva dei Greci. Gli antichi dissero che ella uscisse dal cerebro del padre, imperciocchè il suo nome significa saggezza. Fu dessa che dette il nome di Atene alla città che prima si chiamava Posidonia, che aveva prima ricevuto da Nettuno.

La favola racconta che a proposito del nome da conservarsi o cangiarsi a questa città capitale della Grecia sorgesse un grave alterco fra Nettuno e Minerva. Allora gli Dei per por termine alla contesa stabilirono un tribunale composto di dodici mortali, il quale decise che la città si sarebbe chiamata secondo il volere di Nettuno ovvero di Minerva quante volte essi avessero saputo produrre ognuno del canto suo la cose più utile agli uomini. Nettuno allora con un colpo di tridente battè la terra, e ne uscì un cavallo ; mentre Minerva fece uscire dalla terra un albero d’ulivo. Allora il tribunale aggiudicò la vittoria a Minerva che dette il nome di Atene alla capitale Greca.

663. Atenee. — Feste in onore di Minerva.

664. Atergate. — Una delle Divinità del popolo Sirio presso il quale era tenuta come madre della famosa Semiramide. Al dire di Luciano essa aveva la testa di donna e il rimanente di pesce. Vossio nelle sue opere dice che la parola Atergate significa senza pesce perchè coloro che l’adoravano dovevano astenersi dal mangiarne.

665. Atergatide. — V. Adad.

666. Atherea o Aetherea. — Soprannome di Pallade e di altre divinità aeree preso dall’origine favolosa del Palladio V. Palladio.

667. Ati. — Fu uno dei sacerdoti di Cibele e il più famoso fra gli amanti di quella Dea, la quale per altro egli pose in obblio essendosi perdutamente innammorato di Sangaride figlia del fiume Sango. Cibele per punire Ati del suo tradimento fece morire Sangaride ; e allora Ati disperato si lasciò traspotare dalla sua passione fino a recidersi le parti virili e si sarebbe ucciso se Cibele non lo avesse cangiato in pino.

Presso altri scrittori Ati viene ricordato come un giovane pastore della Frigia del quale Cibele sebbene già vecchia fosse pazzamente invaghita ed a cui ella facesse fare la dolorosa amputazione per averlo sorpreso fra le braccia di una giovane rivale, e che dopo di ciò lo avesse ricevuto nel numero dei suoi sacerdoti. Tutto ciò che evvi di vero sotto codesta favola, è forse la barbara costumanza che imponeva ai sacerdoti di Cibele lo stesso supplizio, da essa imposto all’infido amatore.

Nelle feste di Cibele i sacerdoti del culto di lei gemevano e gridavano dolorosamente, forse per ricordare le crudeli sofferenze di Ati V. Cibele e Sangaride.

668. Atie — Feste in onore di Cibele.

669. Atisio. — Figliuolo di Ercole e di Onfale.

Vi fu anche un altro Atisio ucciso da Tideo, mentre conduceva all’altare Ismene.

670. Atlante. — Gigante che fu figlio di Giove e di Climene. La favola finse che suo padre l’avesse incaricato di reggere il mondo sulle sue spalle. Essendo stato un giorno avvertito dallo oracolo di tenersi in guardia contro un altro figlio di Giove egli ne fu così afflitto che non volle più vedere alcuno. Perseo si condusse da lui, ma non ebbe miglior trattamento degli altri, del perchè sdegnato Perseo gli mostrò la testa di Medusa e cangiò Atlante in montagna V. Alcione.

671. Atlantidi. — Così furono dette le quindici figlie di Atlante e di Pleione. Comunemente si chiamano anche Esperidi o Pleiadi.

672. Atoso. — Più comunemente Athos : montagna fra la Macedonia e la Tracia sulla quale Giove era particolarmente adorato, onde è che gli veniva il soprannome di Athuso..

673. Atreo. — Figlio di Pelopo e d’ Ippodamia. Per vendicarsi della vergognosa tresca che Eropa sua moglie aveva con suo fratello Tieste lo invitò ad un banchetto e gli fece mangiare i suoi propri figliuoli. La tradizione favolosa racconta che il sole inorridito dall’orribile scena avesse retrocesso dal suo corso quotidiano. È questo uno degli episodi più truci che ci ricordi la storia dei tempi favolosi.

674. Atridi. — Così furono detti Agamennone Menelao e tutt’i discendenti di Atreo.

675. Atropo. — Una delle Parche. Propriamente quella che tagliava il filo della vita umana.

676. Attea. — Fu una delle cinquanta Nereidi.

677. Atteone. — Secondo le cronache del mitologo Fulgenzio, così si chiamava uno dei cavali che tiravano il carro del sole quando avvenne la caduta di Fetonte. La parola Atteone viene dal Greco αϰτιν-ινος che significa raggio di sole, risplendente luminosa.

Atteone era anche il nome di un figliuolo di Autonoe figlia di Cadmo e del celebre Aristeo. Essendo un giorno alla caccia sorprese Diana e le ninfe che si bagnavano e si mise a spiarle ; di che sdegnata fortemente la Dea lo cangiò in cervo

Vede intanto l’irata cacciatrice.
Ch’a venir la vendetta non soggiorna,
Ch’a lui già crescon sopra la cervice
Di cervo a poco a poco un par di corna ;
{p. 52}
Il naso entra nel viso, e la narice
Resta aperta più sotto, e ’l mento torna
Dentro in se stesso, e in modo vi si serra,
Che la bocca vien muso, e guarda in terra.
Ovidio. — Metamorf. Libro III trad. di Dell’ Anguillara.

e lo fece divorare dai propri cani. Euripide narra che Atteone fosse divorato dai cani di Diana per essersi vantato più esperto di quella Dea nell’arte della caccia. Diodoro asserisce che Atteone fosse considerato come un empio per aver dispregiato il culto di Diana fino al segno di mangiare della carne che era preparata per un sacrifizio a quella Dea. Dopo la morte Atteone fu riconosciuta dagli Orcomeni come un eroe : e gli vennero innalzati dei monumenti.

678. Auge. — V. Augea.

679. Augea o Auge. — Detta anche Auga, figlia d’ Aleo. Avendo dimorato qualche tempo con Ercole essa ne restò incinta ed andò a partorire in un bosco ove dette alla luce Telefo. Questo principe divenuto adulto divenne assai caro a Tetraso, re di Misia presso il quale Augea si era del pari ritirata per sotirarsi allo sdegno del padre suo. Telefo senza riconoscere sua madre ottenne da Tetraso di sposarla ; ma Augea non volendo divenir la moglie di un ignoto avventuriero stava per ucciderlo, allorchè spaventata dalla vista d’un serpente, essa si arrestò e fu questa occasione al loro riconoscimento.

680. Augia. — Re d’ Elide. Egli stabili con Ercole che gli avrebbe ceduto la decima parte dei suoi bestiami, quando lo avesse aiutato a netture le sue stalle dalla gran quantità di letame che infettava l’aria nel suo regno. Ercole per riuscire nello scopo prefisso deviò dal loro corso le acque del fiume Alfeo. Però avendo Augia mancato ai patti Ercole sdegnato l’uccise e dette i suoi stati a Fileo suo figlio.

681. Augurio. — Specie di sortilegio che si compiva coll’osservazione del volo degli uccelli del loro canto e della maniera di cibarsi. Presso i Pagani si diceva ab avium ispectione dalla ispezione degli uccelli come aurispizio dall’ispezione degl’intestini.

I sacerdoti che presedevono a tali cerimonie venivano chiamati auguri.

682. Aulide. — Piccolo paese della Beozia la cui capitale fu Aulisia. Servio dice che era questa una piccola isola con un porto capace di contenere 50 vascelli.

Fu in qnesto porto che si riunirono le navi Greche all’epoea della spedizione di Troia.

683. Aulisea. — Soprannome di Minerva che a lei veniva da una parola Greca che significa flauto attribuendosi da taluno a quella Dea la invenzione di questo istrumento.

684. Aulone. — Figlio di Tlesimene. I Greci lo avevano in molta venerazione come un eroe.

685. Aurigeno. — Soprannome dato a Perseo in commemorazione della pioggia d’oro in cui si cangiò Giove suo padre per giungere fino a Danae, della quale poi nacque Perseo.

686. Aurora. — Figlia di Titano e della Terra. Presiedeva alla nascita del giorno e si rappresentava su di un carro di metallo scintillante. Aurora amò teneramente Titone figlio di Laomedone, giovane principe celebre per la sua bellezza. Ella lo rapì, lo sposò e ne ebbe un figlio chiamato Mennone. La passione di Aurora per lui fu così grande che gli propose di domandarle un pegno della sua tenerezza e ne ottenne una longevità senza eguale, tanto che Titone giunse ad una estrema vecchiezza e allora fu cangiato in cicala. Dopo di lui Aurora amò Cefalo che rapì alla moglie Procride e per farsi amare da lui fece nascere la discordia fra i due sposi : essi però dopo qualche tempo si pacificarono, e un giorno Cefalo andando a caccia con Procride la uccise per inavvertenza. Allora Aurora lo condusse in Siria ove lo sposò e ne ebbe un figlio.

Ben presto però disgustata di lui lo abbandonò per amore di Orione che alla sua volta fu da lei abbandonato per altri.

687. Ausone. — Figlio di Ulisse e di Calipso. Egli andò a stabilirsi in Italia, e da lui questa contrada fu detta Ausonia.

688. Auspicii. — Cerimonie con le quali si pretendeva scoprire la volontà dei Dei. Gli auspicii erano sacerdoti o indovini detti anche auguri. V. Augurio.

689. Austero. — Vento estremamente caldo figlio di Astreo e di Eribea. Altri scrittori lo fanno figliuolo di Eolo e di Aurora.

690. Autenome. — Fu un’altra delle cinquanta Nereidi.

691. Autoleone. — Generale dei Crotoniati. Combattendo un giorno contro i Locri, i quali lasciavano sempre nel mezzo della loro armata un posto d’onore per Aiace loro famoso eroe come se fosse ancora in vita, egli piombò improvvisamente su quel posto e ricevette al petto una mortale ferita dall’ombra di Aiace. Autoleone placò lo spettro del guerriero con sacrifizii ed offerte e così potè vivere dopo una dolorosa malattia.

692. Autolico. — Figlio di Mercurio e di Chione. Egli apprese da suo padre il mestiere di ladro col potere di prendere diverse forme. Sisifo lo scoprì e lo ingannò come faceva a tutti, ma Autolico restò suo amico perchè era innamorato della figlia Anticlea.

{p. 53}693. Automatia. — Nome sotto il quale veniva adorata la fortuna come dea del caso.

694. Automedone. — Conosciuto più comunemente sotto il nome di Automedonte. Cosi si chiamava il cocchiere di Achille, dopo la morte del quale passò ai servigi di Pirro, in qualità di scudiero.

695. Autona. — V. Autonea.

696. Autonea o Autona. — Fu figlia di Cadmo e madre di Acteone.

697. Autopsia. — Coloro che erano in una stretta intelligenza con gli Dei, erano presso i Pagani ritenuti come per essere in quello stato d’illimitato potere, a cui essi davano il nome Autopsia V. Teurgia.

698. Autunno. — Gli antichi rappresentavano questa stagione sotto la figura d’un bel giovane, avente in mano un canestro di frutta e con ai piedi un cane.

699. Auxo. — Una delle Grazie. Gli Ateniesi non ne riconoscevano che dua sole. Una Auxo, l’altra Egmona.

700. Aventino. — Uno dei figli di Ercole e della sacerdotessa Rea. Egli combattè contro Enea nella guerra di Turno.

….Aventino, de l’invitto Alcide
Leggiadro figlio. Questi col suo carro
Di palme adorno, e co’ vittorïosi
Suoi corridori, in campo appresentossi.
Avea nel suo cimiero e nel suo scudo
In memoria del padre, un’idra, cinta
Da cento serpi. D’ Ercole e di Rea
Sacerdotessa, ascosamente nato
Nel bosco d’Aventino era costui.
Virg. Eneid. lib. VII trad. diA. Caro.

701. Averno. — Palude nella Campania, consacrata a Plutone perchè i miasmi che ne esalavano erano talmente pestilenziali ed infetti, che quel luogo era ritenuto come la bocca dell’inferno. Gli uccelli che passavano a volo sulla voragine, cadevano all’istante in quella, morti d’asfissia.

702. Averunei, Avverunei o Averungani. — Dei che i Romani adoravano particolarmente in tempo di calamità, credendo che fossero potentissimi ad allontanare una pubblica sventura o a mettervi termine.

703. Averungani. — V. Averunci.

704. Avoltoio. — Quest’uccello era consacrato a Giunone ed a Marte, e gli auguri ne osservavano con particolare attenzione le grida ed il volo.

705. Avverunei. — V. Averunci.

706. Axinomanzia, Assinomanzia o Animomanzia. — Specie di magìa nella quale si adoperava una pietra chiamata Gagale.

707. Axione. — Figlio di Fegeo e fratello di Arfinoe. V. Alcmeone.

708. Axuro. — V. Anxuro.

709. Azano. — Montagna d’ Arcadia consacrata a Cibele, così chiamata da Afan figlio di Arcaso, il primo la cui morte fosse onorata di funebri giuochi.

710. Azesia. — Soprannome di Proserpina.

711. Aziache. — Nel promontorio di Azio in Epiro, sorgeva un ricco tempio dedicato ad Apollo, ove ogni tre anni si celebravano delle feste in suo onore, alle quali si dava il nome di feste Aziache. Cesare Augusto, dopo di avere sconfitto Marc’ Antonio alla battaglia di Azio, in ringraziamento ad Apollo rinnovò queste feste, trasportandone a Roma stessa la celebrazione ogni quinquennio.

712. Azio. — Soprannome dato ad Apollo. — (vedi l’articolo precedente).

713. Azizio. — Soprannome di Marte.

714. Azoni. — Si chiamavano così quegli Dei che i Pagani credevano comuni a tutti i popoli.

B §

[n.p.]715. Baal. — Divinità dei Caldei, dei Babilonesi e dei Sidonii. Per breve tempo venne anche adorata dal popolo d’ Israele nel tempio di Samaria. Baal in lingua ebraica vuol dire Signore, e come quel popolo adorava come principale divinità il sole, così è generale opinione dei mitologi che sotto il nome di Baal si venerasse il sole. Alcuni lo han fatto figlio di Nettuno e della regina Lidia, che regnò nell’ Assiria verso l’anno 2700 dopo la creazione del mondo.

Al dio Baal si attribuisce assai comunemente dagli scrittori dell’antichità, l’invenzione di schierare le truppe con quell’ordine che oggi si direbbe di attacco. Da ciò forse la voce latina bellum, che significa guerra. Abbiamo da Erodoto una descrizione bellissima del tempio di Baal in Babilonia, monumento famoso per la sua estrema ricchezza e magnificenza.

716. Baal-Berit. — Dio innanzi al quale i Fenici ed i Cartaginesi davano il giuramento della loro alleanza : Berith o Beruth significa alleanza.

717. Baal-Fegor, Bellegor o Belfegob. — Divinità dei Moabiti. La fornicazione, al dire della Bibbia, era consacrata a Baal-Fegor che è riguardato come il dio Priapo della mitologia Greca e Romana. Più comunemente veniva chiamato Belfegor.

718. Baal-Gad. — V. Baal-Gall.

719. Baal-Gall o Baal-Gad. — Dio della felicità, particolarmente adorato dagli Assiri e dai Fenici, nella cui lingua gad significa felicità.

720. Baal-Peor. — Dio venerato dagli Arabi con culto particolare, sulla montagna di Peor. Si crede generalmente dagli scrittori che Baal-Peor fosse il Priapo degli Arabi.

721. Baal-semen. — I Fenici lo ritenevano come il più grande dei loro Dei. Nella lingua di quei popoli Baal-Semen significa signore del cielo.

722. Baal-Tsefon. — Dio sentinella. I magi di Egitto posero quest’idolo nel deserto, per impedire la fuga agli Ebrei.

Da ciò il nome che porta.

723. Baaltide. — Divinità dei Fenicii, adorata particolarmente nella città di Biblo. Era ritenuta come moglie di Saturno da cui non ebbe che delle figliuole È la luna, ossia la Diana dei Greci.

724. Babelle. — È opinione di non pochi scrittori dell’antichità, che la famosa Torre di Babelle o di Babilonia ; (la quale potevasi in effetti considerare come una intrapresa contro il cielo), abbia dato origine alla favola dei giganti o Titani, che imponendo montagne sopra montagne, avessero tentata la scalata all’ Olimpo.

Di divolte montagne arman le destre
E fan con rupi e scogli la battaglia,
Odonsi cigolar sotto l’alpestre
Peso, le membra e ognun fatica e scaglia :
Tre volte all’arduo ciel diero la scossa
Sopra Pelio imponendo Olimpo ed Ossa.
V. Monti. — Musogonia.

725. Babia. — Dea venerata nella Siria e particolarmente nella città di Damaso, ove veniva adorata come dea della gioventù ; forse perchè generalmente si dava il nome di Babia ai fanciulli.

726. Babilonia. — Antica e grandissima città della Caldea, così chiamata per la sua ampiezza e pel tumulto continuo che l’immenso numero de’ suoi abitanti facevano nelle sue mura ; le quali ebbero duecento piedi d’altezza e cinquanta di larghezza.

Non meno celebri si resero gli abitatori di Babilonia, per la loro sfrenata libidine, che {p. 55}arrivò al suo maggior punto di corruttela, sotto la famosa regina Semiramide.

Son di Circe, o Babel, gl’incaut tuoi :
Quella diede agli eroi forma di porci,
Ed a’ porci tu dai forme d’eroi.
Le leggi del dover profani, e torci,
Montre a gradi sublimi, e trionfali
Chiami i genii più vili, e più spilorci.
Salvator Rosa. — Satira quinta.
La prima di color, di cui novelle
Tu vuoi saper, mi disse quegli allotta,
Fu imperadrice di molte favelle.
A vizio di lussuria fu si rotta,
Che libito fè lecito in sua legge,
Per torre il biasmo in che era condotta.
Ell’è Semiramis, di cui si legge
Che succedette a Nino, e fu sua sposa,
Tenne la terra che’ I Soldan corregge.
Dante Inf. Canto V.

Tutta la città si estendeva per un circuito di sessanta miglia, ed ebbe cento porte. Ciro, re dei Persiani, la distrusse dopo averla messa a sacco.

Cambise, altro re dei Persiani, edificò in Egitto una città, alla quale dette similmente il nome di Babilonia.

727. Babiso. — Fratello di Marfiaso. Apollo, volendo trattarlo come il fratello, gli fece grazia alla preghiera di Pallade.

728. Baccanali. — Feste o misteri che si celebravano in onore di Bacco, nei quali si commettevano ogni sorta di dissolutezze e di bestiale libidine. I Greci chiamavano anche queste cerimonie Dionisiache da Dionisio, che era uno dei soprannomi di Bacco.

In Atene la ricorrenza e celebrazione di questi misteri bacchici, era tenuta in così grande considerazione, che si numeravano persino gli anni dai baccanali e dalle dionisiache ; e fu creato un magistrato speciale per regolare la forma, l’ordinanza e la celebrazione di tali feste.

In Italia da principio i baccanali si celebravano tre volte l’anno, ma poi furono moltiplicati fino ad una volta il mese. In Roma furono introdotte la prima volta da un greco, di cui la storia non conserva altro ricordo. Oscuro di nascita, fu pessimo di costumi, ed il suo nome andò perduto nella notte dei tempi. Nel principio che in Grecia furono stabiliti i baccanali, vi prendevano parte solamente le donne ; in seguito poi vi furono ammessi gli uomini, e le adunanze si tenevano nel bosco sacro alla dea Simula o Stimula : però la unione dei due sessi fu cagione di gravi disordini, onde il Senato Romano annullò nell’anno di Roma 568, la celebrazione di questi sconci e sanguinosi misteri, e da quell’epoca non furono più celebrati i baccanali nè in Roma nè in alcuna parte d’ Italia.

729. Baccanti. — Si chiamavano così quelle donne, specie di seguaci del culto di Bacco, le quali lo seguirono alla conquista delle Indie. Esse facevano sul loro cammino risuonare le più clamorose grida, cantando le vittorie del loro dio. Durante la celebrazione dei baccanali, esse, appena coperte d’una pelle di tigre, tutte scapigliate, con in mano delle torce accese, facevano rintronar l’aria di grida assordanti, e poi si abbandonavano alle più turpi dissolutezze.

730. Bacchemone. — Figlio di Perseo e di Andromeda.

731. Baccheo-Toro o Bagi-Toro. — Così veniva chiamato un toro, che nelle principali città dell’ Egitto, era consacrato al sole e adorato con particolare venerazione. Il pelo di questo animale cresceva ricadendo in senso contrario a quello degli altri animali.

732. Bacchiade. — Famiglia Corintia, così detta da Bacchia, figlia di Bacco, dalla quale essa pretendeva discendere. Questa famiglia essendo stata esiliata da Corinto, andò a stabilirsi in Sicilia.

733. Bacchiadi. — Denominazione che si dava agli antichi re di Corinto, i quali per lo spazio di 230 anni, ebbero il governo di quella città. Veniva loro dato cosiffatto nome di Bacchiadi, perchè un’antica tradizione della loro famiglia, li faceva discendere da una figlia di Bacco. (Vedi l’articolo precedente).

734. Bacco. — Figlio di Giove e di Semele. Discorde è l’opinione degli scrittori dell’antichità, sul conto di questo dio, volendosi da diversi che fosse figliuolo di Proserpina. Cicerone conta fino a cinque dii di questo nome ; ed è perciò che la grande generalità degli autori non si accorda sulla favolosa tradizione di lui. Però l’opinione più comunemente accettata è la seguente.

Giunone, sempre gelosa e sdegnata contro le concubine di Giove, per vendicarsi di Semele, le consigliò, mentre questa era incinta, di chiedere al divino suo amante di mostrarsi a lei in tutto lo splendore della sua gloria immortale ; ciò che ella ottenne da lui, dopo replicate repulse. Ma i raggi di cui era circondato il dio, e il folgorante bagliore di quelli, incendiò la dimora di Semele, ed ella stessa mori, ravvolta nelle fiamme. Giove allora, prima che Semele fosse del tutto spirata, per salvare la vita del figlio, di cui la disgraziata era incinta, estrasse il piccolo Bacco dalle viscere materne, e lo {p. 56}rinchiuse nella sua coscia diritta, ove lo tenne fino al termine dei nove mesi.

L’infante che nel corpo era imperfetto
Dell’infelice donna che s’accese.
Che dal seme di Giove avea concetto,
Del ventre ch’aprir fece, il padre prese :
E se creder vogliam quel che vien detto.
Con tanta industria a quel fanciul s’attese,
Ch’unito un tempo all’utero del padre,
Fini quei mesi, onde mancò la madre.
Quando fu poi perfetta è ben matura
La degna prole ch’in due ventri crebbe.
Giove da sè spiccolla, e ne die cura
Ad Ino, una sua zia, che cura n’ebbe,
La qual, sebben di Gluno avea paura.
Non mancò al nipotin di quel che debbe :
Alle ninfe Niselde il diè di notte,
Ch’ascoso il nutrir poi nelle lor grotte.
Ovidio. — Metamorfosi. Libro III trad. di Dell’ Anguillara.

Quando il tempo della sua nascita fu giunto, Bacco fu segretamente consegnato ad Ino, sua zia, la quale ne prese cura in compagnia delle ninfe e delle ore. Divenuto adulto, Bacco conquistò le Indie ; poi ando in Egitto, ove insegnò agli uomini l’agricoltura, piantò per il primo una vigna e fu adorato come Dio del vino. Egli punì severamente Penteo, per essersi opposto alle solenni oscenità dei suoi riti ; trionfò di tutt’i suoi nemici, ed uscì sempre vincitore dai mortali pericoli a cui lo esponeva del continuo l’implacabile odio di Giunone ; dappoichè questa Dea non si limitava solamente a vendicarsi delle concubine di suo marito, ma faceva ricadere le sue terribili vendette sui figli che nascevano da quelle. Quando i giganti dettero la scalata al cielo, Bacco, trasformato in leone, combattè coraggiosamente al fianco di suo padre e fu ritenuto dopo Giove come il più possente degli Dei. Bacco veniva rappresentato sotto diversi aspetti : talvolta con due corna sulla fronte, perchè nei suoi viaggi rivestiva sempre la pelle d’un becco, animale che a lui si sagrificava ; talvolta a cavalcioni d’una botte con una coppa nelle mani e inghirlandolo di pampini ; talvolta su di un carro tirato da tigri o da pantere ; e spesso finalmente circondato di amori, di baccanti e di satiri, e con un tirso nelle mani, in atto di far scaturire del vino da una fontana.

Questo fu il padre Bacco, e l’inventore
Del miglior culto alla feconda vite,
Che la dolce uva, e quel divin liquore
Porge a sostegno delle nostre vite.
Ovidio. — Metamorfosi Lib. III trad. di dell’ Anguillara.

Fra i molti animali che si sacrificavano a Bacco, quelli che più generalmente venivano immolati nei suoi sacrifizii, erano l’irco, perchè distrugge i germogli delle viti ; e la gazza per dinotare che il vino fa parlare indiscretamente.

A maggiore delucidaziene di questo personaggio della cronaca mitologica, noi metteremo sotto gli occhi dei nostri lettori un parallelo storico, che, secondo le opinioni di alcuni fra i più rinomati scrittori della Favola, come il Vossio, il P. Tomasino e Mons. Huet, emerge dalla simiglianza di Bacco, divinità pagana, e la sacra e biblica figura di Mosè, il legislatore d’ Israello.

Questo parallelo, che noi, seguendo le opinioni dei suddetti scrittori, presentiamo ora all’attenzione dei nostri lettor, gioverà allo strenuo sviluppo di una delle idee informatrici di questo lavoro ; quella cioè, della esistenza non solo dei miti allegorici in tutte le religioni, miti che noi dicemmo propri ed individuali di esse, ma della trasmissione, o direm quasi della eredità, che la fusione delle religioni e credenze primitive, ha lasciato nelle religioni tuttavia persistenti.

BACCO nativo d’ Egitto ebbe a madre Semele, e seguendo la tradizione favolosa. Giove stesso gli fece da madre. Fu ritrovato esposto nell’isola di Nasso, e questa congiuntura di essere salvato dalle acque gli fece dare. Il nome di Misas che vuol dire appunto, salvato dalle onde.

Bacco passò il Mar Rosso seguito, più che da un’armala, da un popolo intero di uomini, di donne, di fanciulli, di animali, ecc : e mosse alla conquista delle Indie.

La favola dipinge questo dio con le corna e lo raffigura con un tirso fra le mani.

Bacco fu allevato su di una montagna chiamata Nisa.

MOSÈ nativo anch’egli d’ Egitto, ebbe similmente due madri, una che lo partori l’altra che lo adottò. Abbandonato nelle acque del Nilo, anch’egli fu salvato dalle onde, e da ciò gli viene il nome di Moisè perchè nella lingua Egiziana mo vuol dire acqua e yses preserrato.

Mosè traverso anch’egli il Mar Rosso e l’Arabia, percondurre il popolo degli Ebrei, che lo seguiva, alla Terra Promessa.

A Mosè splendono sulla fronte due raggi di luce e ha fra le mani la verga miracolosa, che opera prodigii soprannaturali.

Mosè passò quaranta giorni sul monte Sinai, di cui la parola Nisa è in qualche modo l’anagramma.

735. Baciso. — Famoso indovino che poi detta il suo nome a tutti coloro che predicevano l’avvenire.

736. Bagi-Toro. — V. Baccheo-Toro.

737. Bagoe. — Ninfa che insegnò agli Etrurii l’arte di predire il futuro, dallo strisciare delle folgori e delle saette. È opinione diffusa presso molti scrittori dell’antichità, che Bagoe fosse la stessa che la sibilla Eritrea.

738. Balana. — Figlia di una ninfa Amadriade e di Ossilo, il quale ebbe otto figliuole femmine.

739. Bali. — Cotitto, dea del libertinaggio, aveva dei sacerdoti conosciuti sotto il nome di Bali, i quali si resero celebri per le loro infami dissolutezze e brutalità. Giovenale racconta che la {p. 57}loro turpe lussuria e gli esecrandi eccessi ai quali si abbandonavano, attirò loro la vendetta della stessa dea Cotitto.

740. Ballo. — Nome di uno dei cavalli di Achille. Omero dice che erano immortali e figli di Zeffìro.

741. Bapto. — Uno dei sacerdoti Bali della dea Cotitto, di cui si celebravano le cerimonie durante la notte, con le più luride oscenità. — V. Bali.

742. Baraico, detto anche Buroico. Era questo uno dei soprannomi d’ Ercole, che gli veniva da una città d’ Acaia, nota sotto l’istesso nome, e nella quale l’eroe avea un oracolo, celebre per la maniera affatto particolare, con la quale rendeva i responsi. Coloro che venivano a consultare l’oracolo, dopo aver pregato nel tempio, gittavano la sorte con quattro dadi, sopra dei quali erano incise alcune figure e geroglifici, e poi consultavano un quadro, ove erano spiegati quei segni allegorici, ritenendo come risposta dell’oracolo, l’interpetrazione corrispondente al segno ottenuto dal getto dei dadi.

743. Barbata. — Soprannome dato a Venere, che, sebbene di rado, veniva rappresentata con la barba, per dinotare che le erano attribuiti tanto il sesso maschile quanto il femminile.

744. Bardi. — Poeti e ministri della religione presso i Celti e i Galli. Essi celebravano in versi le azioni immortali degli eroi, e le cantavano al suono degli strumenti, e soprattutto della lira. In lingua celtica bardo significa cantore. Il popolo aveva in grande venerazione i bardi, i quali erano solamente sottomessi ai Druidi.

745. Basilea. — Figliuola di Urano e di Titea e sorella dei Titani. Si crede che sia la stessa che Cibele o Giunone, forse perchè Basilea in Greco vuol dir regina.

La tradizione mitologica racconta che Basilea sposò Iperione, suo fratello, che essa avea più caro degli altri, e ne ebbe due figli, un maschio ed una femmina.

Ma gli altri Titani, gelosi della preferenza ottenuta da Iperione, uccisero i figli di Basilea, la quale impazzì pel dolore e con le chiome disciolte, ballando e gridando, corse per le vie empiendo di compassione quanti la videro. Taluno si azzardò a trattenerla, ma nell’istesso momento si rovesciò dal cielo una gran pioggia, accompagnata da baleni e tuoni orrendi, e Basilea disparve. Il popolo allora cangiò il suo dolore in venerazione, innalzò degli altari alla sua regina, e le offerì sacrificii allo strepito di tamburi e di timballi, in memoria di quanto era avvenuto.

746. Basillisa. — I Tarantini onoravano Venere sotto questa denominazione.

747. Bassareo. — Soprannome dato a Bacco, dal perchè si pretende che questa parola fosse il grido che si ripeteva nei baccanali. Però l’opinione più accreditata e più logica è che questo soprannome fosse dato a Bacco perchè significa vendemmialore.

748. Bassaridi. — Si chiamavano così le sacerdotesse di Bacco, più comunemente Baccanti.

749. Batea. — Figlia di Teceuro e moglie di Dardano.

750. Batone. — Fu il cocchiere di Anfiareo, a cui dopo la morte furono resi gli onori divini.

751. Batto. — Così avea nome quel pastore che fu testimonio del furto degli armenti che Mercurio rubò ad Apollo. In premio del suo silenzio, Mercurio gli dette la più bella delle vacche derubate ; ma poi, non fidandosi a lui, Mercurio sott’altra forma, e parlando con una voce diversa, si presentò a Batto e gli offrì un bue ed una vacca se avesse voluto indicargli il luogo ove era stato nascosto il bestiame involato. Il pover uomo si lasciò tentare, palesò il tutto, e Mercurio allora lo cangiò in pietra di paragone, la stessa che si adoperava per provare l’oro, e della quale si credeva generalmente che fossero fatti i simulacri egiziani.

Vi fu anche un altro Batto, che la tradizione mitologica ci ricorda come fondatore della città di Cirene, nella quale, dopo la morte, fu adorato come un dio.

752. Baubo. — Detta anche Becubo. Così avea nome quella donna che ospitò Cerere, quando essa cercava la figlia Proserpina, rapita da Plutone.

….la cortese vecchia, benchè lenta.
Mossa dalla pietà, dal santo aspetto.
Cercò farla restar di sè contenta :
E del vin, che nel suo povero tetto
Teneva, e d’una rustica polenta,
Ch’avea per uso suo fatta pur dianzi,
Con fede e con amor le pose innanzi.
Ovidio. — Metamorfosi. Libro V. Trad. di Dell’ Anguillara.

753. Bauci. — Era una povera e vecchissima donna, la quale col marito Filemone, vecchio quanto lei, viveva in una capanna. Giove, accompagnato da Mercurio, avendo voluto, sotto umano sembiante, traversare la Frigia, fu villanamente scacciato da tutti gli abitanti della contrada in cui dimoravano Bauci e suo marito, che furono i soli che li ospitarono. Per ricompensarli, Giove ordinò loro di seguirlo su di una montagna, e di là mostrò loro tutti gli abitanti della borgata, sommersi con le case dalle acque d’uno spaventevole diluvio, che aveva allagato ogni cosa, meno la piccola {p. 58}panna, la quale era divenuta un tempio. Giove promise di conceder loro tutto che avessero dimandato ; ed essi altro non chiesero che di essere i ministri di quel tempio, e di non morire l’uno senza dell’altra. I loro voti furono esauditi. Pervenuti ad un’estrema vecchiezza, essi furono nel medesimo istante cangiati in alberi ; Filemone in quercia, e Bauci in tiglio.

Stando ambo innanzi alle gran porte, a piede
Dei gradi ove sta un pian fra’l tempio e l’onde,
La donna far del suo marito vede
I canuti capei silvestri fronde ;
E mentre il guarda e la cagion ne chiede,
L’arbor vede ei che la sua donna asconde :
E più ch’un mira e attende al fin che n’esce.
Più vede che la selva abbonda e cresce.
Vuol tosto questa e quel mover le piante
Per far l’offizio altrui che si conviene,
E trova, mentre pensa andare avante,
Che l’ascosa radice il piè ritiene.
Accorti del lor fin, con voci sante
Rendon grazie alle parti alte e serene :
L’un dice all’altro : Vale ; e non s’arresta :
Mentre il comporta lor la nova vesta.
Ovidio. — Metamorfosi. — Libro VIII trad. di Dell’Anguillara.

754. Bebrici, — Popoli che sortirono dalla Tracia, per andarsi a stabilire nella Bitinia. Sotto pretesto di dare dei pubblici giuochi, essi, al dire di Lucano, attiravano nelle foreste gran quantità di spettatori e poi ne facevano un orrendo massacro. Racconta Strabone che Amico, loro re, fu ucciso da Polluce, al quale in compagnia degli altri Argonanti, esso voleva tendere l’infame tranello.

755. Beechi. — Gli abitanti della città di Mendes nell’Egitto, avevano in grande venerazione questi animali. In generale gli Egiziani non gli immolavano mai nei loro sacrifizii poichè rappresentavano il loro dio Pane con la faccia e le gambe di becco, sotto il cui simbolo essi adoravano in lui il principio fecondatore della natura. Al dire di Pausania il becco era la cavalcatura ordinaria di Venere, poichè secondo il citato scrittore, la Venere popolare veniva rappresentata a cavallo d’un becco terrestre, e la Venere del mare su di un becco marino.

756. Beelfegob. — V. Baal-Fegor.

757. Bel. — Il Giove dei Caldei, il quale, secondo la tradizione mitologica di quei popoli, aveva un tempio ove tutto era tenebre ed acqua, e che conteneva mostruosi animali. I Caldei credevano che Bel, dopo aver formato il cielo e la terra, avesse ricomposto il caos primitivo dando ordine e metodo all’universo, ma che, vedendo la terra deserta ed inabitata, avesse imposto ad uno degli Dei minori di tagliare la propria testa, di mischiare il suo sangue con la terra, e formarne gli uomini e gli animali.

Questa tradizione della favola Caldea, altro non è che una sfigurate ripetizione della creazione del mondo, la quale, presso tutt’i popoli dell’antichità, conserva sempre qualche cosa di egualmente costante nella similitudine dell’idea informatrice, variante solo nei differenti episodii che l’accompagnano.

758. Belatucadua o Belertucadi. — Gli abitatori delle isole Britanniche adoravano sotto questo nome il sole, come loro principale divinità.

759. Belbuc e Zeomeeuc. — Presso i Vandali venivano così denominati il buono ed il cattivo genio ; Belbuc con la significazione di dio bianco e Zeomeeuc con quella di dio nero.

760. Beleno. — Gli abitanti della città d’Aquileia avevano una loro particolare divinità adorata sotto questo nome, siccome ne fanno fede le varie iscrizioni che sono state dissotterrate nelle circostanze di quell’antica città. Grutero fu il primo a pubblicare una raccolta preziosissima di queste iscrizioni, le quali inseguito vennero particolarmente illustrate da M. della Torre, nella sua opera delle Antichità d’Anzio, e poro di poi dal canonico Bartoli, nelle Antichità di Aquilea.

Beleno presso i Galli era il nome col quale essi onoravano Apollo, attribuendogli la guarigione delle malattie.

761. Belertucadi. — V. Belatucadua.

762. Belidi. — Così avean nome le figliuole di Danao, conosciute comunemente sotto il nome di Danaidi. Veniva loro dato talvolta il nome di Belidi da Belo loro zio paterno. Belide era anche chiamato Palamede, per essere pronipote dello stesso Belo.

763. Belifama o Belizama. — Nome che significa regina del cielo e che i Galli davano indistintamente a Giunone, a Minerva, a Venere ed alla luna.

764. Belizama. — V. Belifama.

765. Bellegor. — V. Baal-Fegor.

766. Bellero. — Detto più comunemente Pireno. Fu fratello di Bellerofonte.

767. Bellino. — Soprannome che gli antichi Galli dell’Alvernia davano al dio Beleno, ed a cui facevano i più grandi sacrifizii e le più sontuose feste.

768. Bellona. — Sorella di Marte e dea della guerra. Al dire di Virgilio, era essa che allestiva il carro e i cavalli di Marte, quando questi moveva alla battaglia. Secondo il citato autore, Bellona veniva rappresentata avente in una {p. 59}mano una verga grondante sangue, coi capelli sparsi e con gli occhi truci.

769. Bellonarii. — Sacerdoti di Bellona. Essi celebravano i riti e le feste di questa dea, pungendosi il corpo con le spade, e offerendole il sangue che grondava dalle loro ferite. Il popolo aveva i Bellonarii in grande considerazione.

770. Bellorofonte. — Figlio di Glauco re di Epiro. Un giorno essendo alla caccia uccise inavvedutamente suo fratello Pireno, e per sottrarsi all’ira del padre, ando a rifugirsi presso Preto, re d’Argo, la moglie del quale, a nome Antea, detta anche Stenobea, gli fece delle proposizioni alle quali fu insensibile. Antea punta da questa indifferenza, per vendicarsi lo accusò al marito come aver egli voluto attentare al suo onore. Preto, per non violare il diritto delle genti, non puni di sua mano Bellorofonte, ma lo mandò in Licia con una lettera diretta a Lobate, padre di Antea, rimettendo a quest’ultimo la cura di far morire il presentatore. Bellorofonte, giunto nella Licia, avvertito di quanto si tremava contro di lui, montò il cavallo Pegaseo, ed uccise la Chimera, mostro che Lobate gli avea ordinato combattere nell’intenzione di farlo morire. Gli furono inoltre suscitati contro una infinità di nemici dei quali egli trionfò sempre, rimanendo, per valore e destrezza, vincitore di tutt’i pericoli ai quali lo si esponeva per vendetta. Finalmente provatasi la sua innocenza, Bellorofonte sposò Filonea figlia di Lobate, la quale questi gli concesse in premio delle sue eroiche azioni e della immeritata persecuzione.

771. Belo. — Figlio di Nettuno e di Libia, e re degli Assiri. Si rendevano gli onori divini alla sua statua, che venne poi adorata anche dai Caldei sotto il nome di Baal.

Vi fu anche un altro Belo che fu padre di Danao re d’Egitto.

Belo fu similmente il nome di un re di Tiro e della Fenicia, che fu padre di Pigmalione e d’Elissa, soprannominata Didone.

Belo era del paro la più grande divinità dei Bibilonesi, i quali le innalzarono un tempio che fu il più ricco, sontuoso e magnifico di tutti i tempi del Paganesimo. La tradizione favolosa ricorda che la famosa Torre di Babele non avendo potuto servire al disegno di coloro che l’intrapresero, fu convertita nel tempio di Belo. I re di Babilonia tutti l’abbellirono e l’arricchirono successivamente d’immensi tesori. Serse, al ritorno della funesta guerra di Grecia, lo demoli interamente senza rimanerne vestigie. Erodoto, nel primo libro delle sue opere, ne fa una bellissima descrizione.

772. Belzebù. — Una delle principali divinità dei Sirii. Nella sacra Bibbia, si dà questo nome al principe dei demoni. Presso gli Accaroniti era ritenuto il dio delle mosche, perchè il suo tempio era esente da questi insetti. Non pochi scrittori dell’antichità dicono che una tale denominazione fosse data a questo dio perchè la sua statua, sempre sanguinosa, era coperta di mosche.

773. Bendide. — Divinità dei Tracii. Era la stessa che la Diana dei Greci e dei Romani.

774. Bendidie. — Feste in onore di Diana Bendide, le quali avevano molta somiglianza coi baccanali. Venivano celebrate nella città Pirea, presso Atene.

775. Benilucio. — Soprannome di Giove da un luogo presso Flavigni nella Borgogna, dove fu ritrovata una statua di questo dio, rappresentato sotto la figura d’un giovane senza barba.

776. Bergino. — Divinità particolare a diversi popoli dell’Italia. Si suppone da taluni che fosse qualche eroe dell’antica Roma.

777. Bergioso. — Uno dei figli di Nettuno che fu ucciso da Ercole.

778. Berecinta o Berecintia. — Nome che fu dato a Cibele, perchè sopra d’una montagna della Frigia, che portava l’istesso nome, aveva un tempio a lei consacrato.

779. Berecintia V. Berecinta.

780. Berecinto Eroe. — Veniva così denotato Mida, re della Frigia, forse perchè in quella contrada vi era un monte chiamato Berecinto.

781. Berenice. — Moglie di Tolomeo Evergete, la quale aveva una magnifica capellatura, che ella recise ed offrì agli dei, per la prosperità delle armi di suo marito.

Tolomeo fu profondamente commosso da questa prova di attaccamento, per modo che, qualche giorno dopo, non vedendo nel tempio al posto usuale, le recise chiome della consorte, montò in gran furore contro i sacerdoti, che non le avevano più solertemente custodite : ma un astronomo, chiamato Conone o Conon, prese da ciò occasione per insinuarsi nelle buone grazie di Tolomeo e di Berenice, sostenendo che i capelli di lei fossero stati trasportati in cielo. Tutti prestarono fede a quanto asseriva Conone, e da quel tempo si dette il nome di chioma di Berenice alle sette stelle, che formano la costellazione nota anche oggidì sotto l’istessa denominazione.

Quel Conon vide fra’celesti raggi.
Me del Berenicèo vertice chioma
Chiaro fulgente…….
Catullo. — La chioma di Berenice. trad. di Ugo Foscolo

782. Beroe. — Vecchia donna d’Epidauro, di {p. 60}cui Giunone prese la figura per ingannare Semele, della quale Beroe era stata nutrice.

…..Qui dunque Egioco insilila,
Qui sotto il raggio della casta luce,
Al nuzial mio letto ? In queste mura
Una figlia del tempo, una mortale,
Un atomo di polve osa rapirmi
Dalle braccia il Tonante ? Incatenarlo
Nel poter de’suoi vezzi ?…..
……………
……… or di terrene
Sembianze, o mia divinità, ti cela.
Schiller. — Semele Traged. trad. di A. Maffei.
Non pria da se la dea la nube sgombra.
Che di forma senil tutta si veste :
Fa bianco il crin, di color morto adombra
Il volto, e crespe fa le guance meste :
Al volto antico quell’arca e quell’ombra.
Quel velo al capo, al dosso quella veste
Dà, ch’una vecchia balia oggi usa ed ave,
Che tien del cor di Semele la chiave.
Ovidio. — Metamorf. libro III. trad. di Dell’Anquillara.

Vi fu un’altra Beroe figlia dell’Oceano e sorella di Elio.

783. Besa. — Divinità Egiziana, particolarmente venerata in una città dell’alto Egitto, che portava lo stesso nome.

784. Betannoni. — Soprannome dei Coribanti, sacerdoti che presero cura dell’infanzia di Giove.

785. Bettille. — Così venivano nominate alcune pietre, che si credevano animate e dotate della facoltà di dare degli oracoli. Erano rotonde e di media grandezza.

In Grecia era generale credenza che la pietra detta Abadir, divorata da Saturno, fosse una di queste. Boccart, nelle sue opere, trae l’origine delle Bettille dalla pietra misteriosa di Giacobbe sulla quale mentre egli riposava, ebbe una visione. È questo il famoso altare di Betel di cui facemmo menzione nello studio preliminare che precede questo ristretto.

786. Beza. — Nella città di Abide posta all’estrema punta della Tebaide, vi era un oracolo di questa divinità, che rispondeva per mezzo di alcuni biglietti suggellati. La tradizione racconta che furono spediti all’imperatore Costanzo, alcuni di questi biglietti, trovati nel tempio del dio Beza, e che l’imperatore, dopo averne fatto fare un minuto ed accurato esame, facesse incarcerare buon numero di persone. Forse in quei biglietti era rivelato un qualche importante segreto di stato, e le fila di una cospirazione.

787. Bianor. — Detto anche Oeno, figlio di Tiberisa e di Manto : egli fondò la città di Mantova, alla quale dette questo nome in memoria di quello del padre suo. Vi fu anche un principe Troiano, così chiamato, che fu ucciso da Agamennone.

788. Bibesia ed Edesia. — Dee dei banchetti : una presiedeva al vino, l’altra alla gozzoviglia. La loro denominazione deriva dal latino bibere che significa bere, ed edere, mangiare.

789. Bibli. — Figlia di Mileto e della Ninfa Ciane. Innamoratasi perdutamente di Cauno, suo fratello, nè avendo potuto piegarlo alle sue voglie, pianse tanto che fu cangiata in fontana.

V.Cauno.

Qual dalla scorza incisa esce la pece.
Qual dalla terra gravida il bitume,
Qual l’onda che già neve il verno fece,
L’Austro col caldo sol fonde e consume :
Tal la misera Bibli si disfece,
E ’l pianto col sudor cangiolla in fiume.
Ritien la fonte il nome, e quelle valli
Con puri irriga e liquidi cristalli.
OvidioMetamorfosi libro IX trad. di Dell’Anguillara.

790. Biblosa o Bibio. — Città della Fenicia, ove Venere aveva un tempio : da ciò il soprannome di Biblosa a quella dea, e più comunemente quello di Biblia.

791. Bibratte. — Antica città degli Edueni, che oggi di si crede essere la stessa conosciuta sotto il nome di Autim. È generale credenza che un tal nome fosse dato a quella città, per essersi ritrovato nel suo ricinto una iscrizione che diceva, Deœ Bibracli, cioè : alla Dea Bibratte.

792. Bicornide, Bicornigero e Bucorno. Cioè che ha due corna : soprannome che si dà a Bacco per la sua sfrontatezza. La luna veniva anch’essa detta bicornide.

793. Bicornigero. — V. l’articolo precedente.

794. Bidentali. — Sacerdoti dei Romani, essi presiedevano alle cerimonie espiatorie, quando il fulmine era caduto in qualche luogo.

795. Bidentalo. — Così veniva chiamato il luogo in cui era caduta la folgore. Vi si sagrificava un agnella ; ed il luogo divenuto sacro, veniva recinto di una palizzata, per impedire che vi si caminasse.

796. Bieunio. — Uno dei sacerdoti Coribanti o Cureti, che presero cura di Giove. Da questo Bieunio si dà talvolta questo soprannome a Giove stesso.

797. Biforme. — Vale a dire che la due forme o nature. Soprannome che veniva dato a Bacco, perchè il vino rende gli uomini o gai, o furiosi.

798. Bilancia. — Il settimo segno dello {p. 61}Zodiaco, contrassegnato da una bilancia, che la tradizione favolosa dice esser quella di Astrea, dea della giustizia, la quale al cominciare del secolo di ferro abbandonò la terra.

799. Bimatere. — Ossia che ha due madri : soprannome di Bacco a cui Giove fece da madre dopo la morte di Semele. — V. Bacco.

800. Bipennifero. — Così veniva soprannominato Licurgo re della Tracia. Alcuni scrittori dicono che tal nome gli venisse dalla scure di cui egli si servì per recidersi le gambe. È questa una opinione poco accreditata.

801. Bisalpisa. — Figlia di Bisalto ; fu una delle mogli di Nettuno. Più comunemente è conosciuta sotto il nome di Teofane.

802. Biscia. — Rettile consacrato a Diana. Agamennone stando alla caccia ne uccise una che apparteneva particolarmente a quella dea, la quale per vendicarsi suscitò nel campo di lui una terribile pestilenza e ottenne da Eolo la sospensione dei venti, onde impedire ai Greci di andare a Troia. Tutte queste sventure durarono finchè Agamennone, per placare la dea non sagrificò la propria figliuola Ifigenia, la quale, si dice, Diana salvasse.

I Troiani anch’essi uccisero una biscia di Diana, e ciò fu causa della disastrosa guerra che essi dovettero sostenere contro i Rutuli.

803. Bistone. — Figlio di Marte e di Calliroe. Edificò una città della Tracia, a cui dette il suo nome.

804. Bistonidi. — Donne della Tracia e probabilmente della stessa città di cui è menzione nell’articolo precedente. Orazio dice essere le stesse che le baccanti.

805. Bistonio. — Diomede, tiranno e re della Tracia cra dinotato con questo soprannome.

806. Bisultore. — Soprannome di Marte, che significa due volle vendicatore.

807. Bitia. — Troiano, fratello di Pandaro e seguace di Enea.

808. Bittone. — Fratello di Cleobe. Entrambi si resero celebri per la pietà verso la loro madre e tanto che meritarono dopo la morte gli onori eroici. Erodoto racconta che dovendo la madre loro recarsi al tempio di Giunone su di un carro tirato da buoi, questi animali tardarono ad essere condotti al giogo ; onde i due fratelli, per non fare aspettare la madre tirarono essi stessi il carro per uno spazio di 45 stadii di terreno. Giunti al tempio, tutti gli astanti felicitarono quella madre per aver dei figliuoli così affettuosi, ed ella stessa, dolcemente commossa, supplicò la Dea a voler concedere ai suoi figli tutta quella maggiore felicità che un uomo possa conseguire sulla terra. Terminata la preghiera essi si addormentarono e non si svegliarono più, poichè la Dea avea loro nel sonno mandata la morte come il sommo dei beni a cui l’uomo possa agognare. Gli abitanti di Argos, ove accadde l’evento eressero a Bittone e Cleobe due statue, che posero nel tempio di Delfo.

809. Bizeno. — Figlio di Nettuno. Egli si rese celebre per la estrema franchezza con la quale diceva ciò che pensava.

810. Boedromie. — Feste che gli Ateniesi celebravano in commemorazione d’una vittoria, nel mese di agosto, a cui nella lingua d’Atene si dava il nome di βονδρομιον. Queste feste prendevano il nome da βοῡ, grido, e δρόμω, io corro.

811. Boedromio. — Nome col quale in Atene veniva dinotato Apollo.

812. Bolatheno. — Soprannome dato a Saturno.

813. Bolina. — Ninfa che per sottrarsi alle persecuzioni di Apollo si precipitò in mare. Il nume, mosso a compassione, la salvò e la rese immortale.

814. Bolomancia. — Specie di divinazione che si eseguiva con delle frecce. Ezechiello ne fa menzione parlando di Nabuccodonosor.

815. Boopide. — Dal greco Βους, bove, ed ωφδος, occhio, era così denominata Giunone a causa dei suoi grandi occhi.

816. Boote. — Costellazione vicina a quella dell’orsa maggiore presso il polo artico. Si crede che sia lo stesso che Icaro. Altri scrittori vogliono che sia Arcaso, cangiato in orso e posto fra le costellazioni.

817. Borea. — Vento del settentrione : la favola lo fa essere figlio di Astrea e di Eribeo. La tradizione mitologica racconta che appena divenuto adulto rapì Oritia, figlia di Oricteo, dalla quale ebbe due figli Calaide e Zeto.

Subito scuote l’ali, ed alza il grido,
Trema per tutto il mare, e s’apre e mugge,
E rende polveroso il cielo e ’l lido,
E le biade e le piante atterra e strugge ;
E vede in Grecia appresso il regio nido
Lei, che dal suo furor con molte fugge :
La toglie in grembo, e volta a’Greci il tergo.
E torna con la preda al patrio albergo.
Ovidio. — Metamorfosi. — Libro VI. trad. di Dell’Anguillara.

Gli abitanti di Megalopoli lo avevano in grande venerazione e gli rendevano onori divini. Egli si trasformò in cavallo e per mezzo di questa metamorfosi procurò a Dardano 12 poledri, i quali correvano con tanta velocità che sorpassavano un campo di spighe senza curvarle, e {p. 62}traversavano la superficie delle acque senz’affondare.

Di Dardano fu nato il re d’ogni altro
Più opulente Erittonio. A lui tre mila
Di teneri puledri allegre madri
Le convalli pascean. Innamorossi
Borea di loro, e di destrier morello
Presa la forma, alquante ne compresse
Che sei puledre e sei gli partoriro.
Queste talor ruzzando alla campagna,
Correan sul capo delle bionde ariste
Senza pur sgretoiarle : o se co’salti
Prendean sul dorso a lascivir del mare,
Su le spume volavano de’flutti
Senza toccarli………
Omero Iliade — Libro XX trad. di Vinc. Monti

I Poeti dipingono Borea con le ali ai piedi ed alle spalle per mostrare, la sua leggerezza e con la figura di un uomo giovane avvolto in un mantello.

818. Boreadi. — Nome patronimico dei figli di Borea.

819. Boschi sacri. — I pagani avevano in grande venerazione le foreste : non v’era tempio di qualche importanza che non avesse un bosco consacrato alla divinità che vi si adorava. Presso i primitivi popoli dell’antichità era ritenuto come un enorme sacrilegio il tagliare i boschi sacri : il solo caso in cui era permesso il recidere qualche albero era quando abbisognava dare più luce in qualche punto ove la troppo foltezza delle piante rendeva le tenebre troppo fitte. Eliano racconta che il dio Esculapio avesse severamente proibito che nel bosco sacro, a lui consacrato presso Epidauro, fosse nato o morto alcuno. Da ciò vedesi nettamente l’idea dello scopo principale dela medicina ch’è quello d’impedire la morte degli uomini, per quanto sia in potere della scienza. Era quindi logico che il dio della medicina proibisse che in un luogo a lui consacrato morisse alcuno ; ma non è egualmente logico che lo stesso Iddio proibisse per sempre la nascita di un uomo in uno dei suoi sacri recinti.

Lo stesso autore fa similmente menzione di un bosco sacro dedicato ad Apollo nell’isola di Claro ; ove non fu mai ritrovato un animale velenoso e dove i cervi, inseguiti dai cacciatori andavano a ricoverarsi senz’aver nulla a tenere dai cani che li perseguistavano, poichè lo stesso Apollo, non appena i cervi erano enirati nel recinto del bosco consacrato respingeva gli assalitori mentre i cervi pascevano tranquillamente l’erbe del bosco.

820. Branchide. — Soprannome di Apollo che a lui veniva da un tempio che egli fece innalzare in onore di un giovanetto per nome Branco, che quel nume ebbe estremamente caro durante la vita : i sacerdoti di quel tempio furono detti Branchidi.

821. Braurona. — Città dell’Attica, ove Ifigenia trasportò da Tauride la statua di Diana, la quale venne deposta in un tempio fabbricato da Oreste. Ifigenia fu la più celebrata fra le sacerdotesse di questo tempio, ove dopo la sua morte, le furono resi gli onori divini.

822. Brauronia. — Soprannome di Diana che le veniva da un tempio ch’ella aveva nella città di Braurona. V. l’articolo precedente.

823. Briareo. — Detto con altro nome Egeone. Gigante, figlio del cielo e della terra ; prese parte nella guerra che i giganti mossero a Giove. La favola dice che aveva cento braccia e cinquanta teste : da ciò il soprannome di centimano. Di questo favoloso gigante dice il Monti :

Un’ altra furia di più acerba faccia
Che in Flegra già del cielo assalse il muro
E armò di Briareo le cento braccia.
Monti — Bascilliana C. II.

e Omero :

….. all’alto Olimpo
Prestamente chiamando il gran Centimano
Che dagli Dei nomato é Briaréo.
Da’mortali Egèone, e di fortezza
Lo stesso genitor vincea d’assai.
Omero — Iliade L. I. trad. di V. Monti.

La verità nascota sotto questo simbolo favoloso, è che Briareo era un principe Titano, formidabile guerriero, che comandava un numeroso corpo di truppe.

824. Brimo. — Divinità infernale, comunemente ritenuta la stessa che Ecate.

825. Brise. — Sacerdote di Giove e padre di Briseide.

826. Briseide. — Nome patronimico d’Ippodomia, figlia di Brise, sacerdote di Giove, di cui nell’articolo precedente. Durante l’assedio di Troia, Achille avendo espugnata la città di Litnessa, ebbe da Agamennone fra le altre prede del bottino di guerra, la giovinetta Briseide ; ma poi Agamennone stesso la ritolse ad Achille, volendo ritenerla per sè.

….. e mi pensai dal punto
Che dalla tenda dell’irato Achille
Via menasti, o gran re, la giovinetta
Briseide, sprezzato il nostro avviso,
Ben io, lo sai, con molti e caldi preghi
Ti sconfortai dall’opra : ma tu, spinto
Dall’altero tuo cor, onta facesti
Al fortissimo eroe, dagl’Immortali
Stessi onorato, e il premio gli rapisti
De’suoi sudori, e ancor lo ti ritieni.
Omero — Iliade Libro IX. trad. di V. Monti.

{p. 63}Achille allora, altamente sdegnato, non volle più combattere nelle file dei Greci contro i Troiani, ma poi la morte di Patroclo, suo intimo e carissimo amico, indusse Achille a prendere nuovamente le armi, e a vendicare con la morte di Ettore (il cui cadavere egli trascinò legato al suo carro per tre volte intorno alle mura di Troia) quella dell’amico suo.

827. Briseo. — Soprannome di Bacco a lui dato dall’invenzione che gli si attribuisce di schiacciar l’uva per estrarne il vino.

828. Brisida o Brasida. — Uno dei più valorosi capitani dei Lacedemoni. Dopo la sua morte gli fu innalzata dagli abitanti di Anfipoli una ricchissima tomba e furono celebrate in suo onore delle feste dette Brisidee o Brasidee.

829. Britomarte o Britormati. — Figliuola di Giove, la quale, per sottrarsi alle persecuzioni di Minos, si precipitò in mare e fu alla preghiera di Diana messa nel numero delle immortali.

830. Britormati. — V. Britomarte.

831. Brizo. — Dea che presiedeva a sogni.

832. Bromio. — Altro soprannome di Bacco.

833. Bromuso. — Uno dei centauri ucciso da Ceneo.

834. Bronte. — Famoso ciclopo, figlio del cielo e della terra. Egli insieme ad altri due compagni a nome Sterope e Piracmone, fabbricavano i fulmini per Giove.

…. Stavan ne l’antro allora
Sterope e Bronte e Piracmone ignudi
A rinfrescar l’aspre saette a Giove.

 

Virgilio — Eneide — libro VIII trad. di A. Caro

835. Bronteo. — Dalla parola greca Βριντη, che significa tuono. Veniva dato codesto soprannome a Giove, come padrone dei fulmini e dei tuoni.

836. Broteo. — Figlio di Vulcano e di Minerva. La Favola racconta che, non potendo sopportare gl’insulti e le derisioni, di cui si vedeva fatto continuo bersaglio, a causa della sua estrema bruttezza, si gettò nel monte Etna.

837. Brumali. — Feste in onore di Bacco. Si celebravano il 24 di novembre e duravano un mese.

838. Bubaste. — Sotto questo nome veniva nell’alto Egitto venerata la dea Diana ; e siccome in lingua Egiziana la parola Bubaste significa Gatto, così fu detto che Diana si fosse cangiata in quell’animale. Nella città di Eubaste si aveva in grande venerazione la Dea Bubaste ed ogni anno si celebrava in suo onore una festa, che era una delle principali dell’Egitto, e che richiamava un numero immenso di forestieri.

839. Bubona. — Dea che s’invocava per la conservazione degli armenti.

840. Bucentauro. — Si dava questo nome ad una specie di Centauro, che invece di avere la parte inferiore di cavallo, l’aveva di bue.

841. Bucolione. — Figlio di Laumedonte — V. Abarbarea.

842. Bucorno. — V. Bicornide.

843. Budea. — Soprannome di Minerva, come Budeo era quello di Giove.

844. Buona-Dea. — Discorde è l’opinione degli scrittori della Favola sulla Dea alla quale si dava codesto soprannome, poichè alcuni pretendono che fosse Cerere, altri Proserpina, ed altri Cibele.

Plutarco la confonde con Flora ; Varrone la fa moglie di Fauno, e dice ch’ella fu per tutta la vita l’esempio della castità coniugale. Lattanzio, nelle sue cronache, racconta invece che la moglie di Fauno, avendo contro l’uso dei tempi bevuto del vino, fosse dal marito fatta morire a colpi di verga ; ma che poi, rinvenuto da quella specie di ebbrezza di furore, Fauno piangesse amaramente la morte della sposa e la ponesse fra le Dee. La festa della Buona-Dea veniva celebrata ogni anno nel primo di Maggio ; la cerimonia veniva fatta durante la notte, adornandosi con gran dispendio le case ove si celebrava e gli appartamenti illuminando con uno sterminato numero di torce. I Cartaginesi avevano anch’essi una loro Buona-Dea, che comunemente si crede essere Giunone.

845. Buonie. — Feste nelle quali si sacrificavano un gran numero di buoi : venivano celebrate in Atene in onore di Giove Polieno.

846. Buoni-Eventi. — Vale a dire avvenimenti prosperi o felici ; i Pagani ne avevano fatto delle divinità.

847. Buono. — Si dava questo semplice nome al buon Genio, Dio dei bevitori, il quale per questa ragione veniva sovente confuso con Bacco. In Grecia, sulla strada che da Tebe menava al monte Menalo, vi era un tempio a lui consacrato.

848. Buono-Dio. — Secondo Pausania, questo soprannome si dava a Giove, come Dio benefico e padre degli uomini.

849. Bupale. — Celebre pittore greco, il quale ritrasse il poeta Ippanaso sotto una figura estremamente ridicola. Il poeta per vendicarsi la punse così spietatamente in una satira, che il pittore, deriso da tutti, si appiccò per disperazione.

850. Bupalo. — Celebre scultore che visse all’epoca della sessantesima olimpiade. Egli è {p. 64}lo stesso ricordato nelle cronache per aver scolpito la prima statua della Fortuna per gli abitatori di Smirne. Plinio nelle sue opere ne fa menzione come d’un artista di merito eminente, e narra di lui che avendo gli abitanti di Scio ordinata una Diana, egli l’avesse fatta collocare in un luogo elevato, per modo che chi entrava vedeva il volto della Dea tristo e severo ; mentre a chi usciva sorrideva gaio ed allegro.

851. Buphago. —Soprannome dato ad Ercole perchè vuol dire mangiatore di buoi — Vedi Adefago.

852. Buraico. — vedi Baraico.

853. Busiride. — Figlio di Nettuno e di Lidia. Egli fu uno dei più crudeli sovrani dell’Egitto. Aveva per costume d’immolare a Giove tutti gli stranieri che approdavano nei suoi stati. Fu ucciso con suo figlio, e con tutti i suoi adepti, da Ercole, al quale egli preparava la stessa sorte. È generale credenza, avvalorata dall’opinione dei migliori scrittori, che Busiride sia lo stesso che Osiride ; e che il sanguinoso culto con cui quest’ultimo veniva adorato, abbia dato vita a questa favola. La barbara superstizione del popolo, faceva ad Osiride sacrificio di umane vittime, cosicchè le are di questa truce divinità, grondavano sempre di sangue.

854. Bute. — Città dell’Egitto, celebre secondo Strabone per un oracolo di Latona.

855. Buteo. — Figlio di Borea. Egli fu costretto ad abbandonare gli stati del padre putativo, Amico, re dei Bebrici, il quale non volle riconoscerlo. Egli allora con pochi seguaci si ritirò in Sicilia e durante la fuga giunse sulle coste della Tessaglia, mentre si celebravano i Baccanali e rapì Iffimedia, Paneratise e Coronide, sacerdotesse di Bacco. Buteo tenne per se Coronide, ma Bacco, di cui ella era stata nutrice, ispirò al rapitore un tale accesso di rabbia, che questi si precipitò in un pozzo. Altri scrittori dicono che Buteo sposasse una donna, la quale, per la sua incomparabile bellezza, fosse soprannominata Venere.

Si trovano nella Favola diversi altri personaggi noti sotto il nome di Buteo, fra i quali un trojano, ucciso da Camillo, un sacerdote, un argonauta, ed un figlio di Pandione, re d’Atene, al quale venivano offerti dei sacrifizii come ad un Dio.

856. Butrota. — Città dell’Epiro, in cui Enea trovò Andromaca, abbandonata da Eleno.

C §

[n.p.]857. Caante. — Figlio dell’Oceano. Avendogli suo padre ordinato di perseguitare Apollo, il quale aveva rapita sua sorella Melia, nè potendo costringere Apollo a rendergliela, egli appiccò il fuoco ad un bosco consacrato a quel Dio, il quale, per punirlo, lo uccise a colpi di frecce.

858. Caballina. — Fontana che aveva la sua sorgente ai piedi del monte Elicona. Era consacrata alle muse ed era la stessa che quella d’Ippocrene, perchè la parola Caballina si può anche spiegare così : Fontana del cavallo Pegaso, che al dire degli scrittori più rinomati della Favola, era il cavallo di cui si servivano le Muse ed Apollo.

859. Cabarnide. — Si chiamava così l’isola Paro, a causa di certo Cabarno, pastore nativo di quella, il quale svelò a Cerere il ratto di sua figlia Proserpina, consumato da Plutone.

860. abarno. — Sacerdote di Cerere, nell’isola di Paro.

Era anche cosi chiamato il pastore di cui nell’articolo precedente.

861. Cabira. — Figlia di Proteo : fu una delle mogli di Vulcano.

862. Cabiri. — Divinità che venivano adorate con un culto tetro e misterioso, nell’isola di Samotracia.

Avevano diversi nomi, come : Osiride, Iside, Ascalafi, ecc. Alcuni scrittori non riconoscono che tre Deità : Plutone, Proserpina e Cerere, alle quali si dava il nome complessivo di Dei Cabiri. Anche nella Fenicia vi erano delle Divinità dette Cabiri o Caberi ; ma l’opinione più valida e più generalmente ritenuta dagli scrittori dell’antichità è, che significando la parola Cabiri in lingua Fenicia possente, era stato adoperato questo vocabolo per denotare gli Dei in generale.

863. Cabiria. — Soprannome di Cerere.

864. Cabiridi. — Furono così denotate le figliuole di Vulcano e di Cabira. V. Carira.

865. Cabirie. — Feste in onore degli Dei Cabiri. Da principio queste cerimonie venivano celebrate solo nell’isola di Lenno, poi passarono nella Samotracia e finalmente in Atene ed in Tebe, ove furono celebri.

866. Cabro, o Calabro. — Dio a cui s’offerivano in sacrificio dei piccoli pesci salati. Il suo culto era celebre in Faselide, città delle Panfilia.

867. Caca. — Sorella di Caco. Si pretende ch’ella avesse palesato il furto dei buoi che suo fratello aveva fatto ad Ercole, e che perciò avesse meritato gli onori divini.

868. Cachomedusa. — Moglie di Ercesio. Fu madre di Laerte e avola di Ulisse.

869. Caco. — Famoso ladro, figlio di Vulcano. Egli dimorava nelle circostanze del monte Aventino. Derubò alcuni buoi ad Ercole e li nascose nella propria caverna, dove li fece entrare a ritroso, affinchè le orme dei piedi non avessero palesato il fatto ; ma passando Ercole col resto dell’armento d’innanzi all’antro di Caco, gli animali da questo involati si dettero a muggire, e allora Ercole ; abbattuta la porta della caverna, riprese i suoi animali, dopo aver ucciso il ladro.

Quegli è Caco,
Che sotto il sasso di monte Aventino.
Di sangue fece spesse volte laco.
Non va co’suoi fratei per un cammino.
Per lo furar frodolente ch’ei fece
Del grande armento, ch’egli ebbe vicino :
Onde cessar le sue opere biece
Sotto la mazza d’Ercole, che forse
Gliene die cento, e non senti le diece.
Dante. — Inf. Cant. XXV.

{p. 66}870. Cadarmidi o Catarmi. — Sacrifizii nei quali s’immolavano vittime umane, onde ottenere dagli Dei la cessazione della peste od altra pubblica calamità.

871. Camdea o Cadmia. — Pietra che veniva fusa col rame rosso, per farne una specie di metallo di coloro giallognolo. Questa pietra, la cui scoperta si attribuisce a Cadmo, fu dal nome di lui detta Cadmea.

872. Cadmeo. — Detto anche Cadmejo, nome patronimico di Cadmo, fondatore di Tebe.

873. Cadmia. V. Cadmea.

874. Cadmillo. V. Camillo.

875. Cadmo. — Fondatore e re di Tebe e figlio di Agenore e di Telefassa. Essendo stata Europa rapita da Giove, Agenore ordinò a Cadmo di rintracciarla e di non ritornare senza di lei. Cadmo, prima di ubbidire al comando paterno, consultò l’oracolo di Delfo, dal quale, invece dell’attesa risposta, ebbe l’ordine di fabbricare una città nel luogo ove un bue l’avesse condotto. Allora prese Cadmo la risoluzione di percorrere il mondo, e giunto nella Beozia, offerì un sagrifizio agli Dei, ordinando ai suoi seguaci di andare ad attingere l’acqua necessaria per l’offerta alla fontana di Dirce ; ma i suoi compagni furono tutti divorati da un drago. Minerva allora ordinò a Cadmo di combattere il mostro, ed avendolo egli ucciso, ne seminò i denti, e, come per incanto, uscirono dalla terra degli uomini armati, dei quali solo cinque rimasero fedeli a Cadmo e lo aiutarono ad edificare la città di Tebe, nel posto dove un bue, ch’egli conduceva con sè si era fermato, compiendosi così il dettato dell’oracolo di Delfo. Cadmo sposò Ermione, figlia di Venere e di Marte, la quale lo rese padre di Semele, Ino, Autoneo e Agave. Avendo novellamente consultato l’oracolo, per interrogarlo sulla sorte dei suoi figli, ne ebbe in risposta che erano loro riserbate le più grandi sventure.

Allora, afflitto e scoraggiato dalla crudele profezia, si esiliò con la moglie dal proprio paese, per non assistere alle sciagure della sua famiglia, ma nella fuga furono entrambi cangiati in serpenti.

…………..
Già la serpigna squama asconde il volto,
E se vuol favellare, il sibil rende :
Pur si volge alla moglie, e dir s’arrischia :
Ma in vece di parlar sibila e fischia.
…………..
Ecco a un tratto anco a lei fugge la forma,
E non è più un serpente, ma son dui :
E serpono ambedue fra l’erba, e vanno
Ne’più propinqui boschi, e li si stanno.
OvidioMetamorfosi Libro IV trad. di Dell’Anguillara.

876. Caduceo. — Così veniva chiamata la bacchetta che Apollo fece presente Mercurio quando questi gli ebbe donata la sua lira. Un giorno Mercurio trovò sul monte Citerone due serpenti che combattevano fra loro, e gettò fra di essi la sua verga per separarli. Le due serpi si attorcigliarono intorno a quella in modo che la parte superiore del loro corpo veniva a formare un arco. Mercurio volle in segno di pace portar sempre a quel modo la sua baccchetta, all’estremità della quale mise due ali in segno di rapidità.

877. Caducifero. — Ossia che porta il Caduceo : soprannome di Mercurio. (vedi l’articolo precedente.)

878. Cafareo. — Famoso promontorio nell’isola di Eubea.

879. Cajetta o Cajbia. — Fu la nutrice di Enea e dette il suo nome ed un promontorio della penisola Italiana, dove essa morì, come pure al porto ed alla città che venne poi costruita in quel luogo, oggi detta Gaeta, dal latino Caiela.

Ed ancor tu, d’Enea fida nudrice
Caieta, a i nostri liti eterna fama
Desti morendo ; ed essi anco a te diero
Sede onorata, se d’onore a’morti
È d’aver l’ossa consacrate e’l nome
Ne la famosa Esperia. Ebbe Caieta
Dal suo pietoso alunno esequie e lutto,
E sepoltura alteramente eretta.
Virgilio. — Eneide — libro VII trad. di A. Caro.

880. Caistrio o Caystrio. — Fu uno degli eroi del popolo di Efeso : aveva un tempio ed un altare sulle rive del fiume Caistro, presso quella città.

881. Cajbia V. Caietta.

882. Calabro. — V. Cabro.

883. Calaide e Zete. — Fratelli, figliuoli di Borea e di Oritia i quali, fecero insieme agli Argonanti il viaggio della Colchide, e furono fra i combattenti delle Arpie allorchè queste furono scacciate dalla Tracia. V. Arpie. Essi furono uccisi da Ercole durante la celebrazione dei giuochi funebri di Pelia. Vengono rappresentati coi capelli di colore azzurro per indicare l’aria d’onde soffia il vento e con le ali, per alludere alla loro paternità (V. Borea.)

884. Calasidie. — Feste celebrate nella Laconia, in onore di Diana.

885. Calcante. — Famoso indovino, figlio di {p. 67}Testore, che seguì l’armata dei Greci all’assesedio di Troja,

….. In piedi allora
Di Testore il figliuol Calcante aizossi,
De’veggenti il più saggio, a cui le cose
Eran conte che fur, sono e saranno,
E per quella che dono era d’Apollo,
Profetica virtù, de’Greci a Troia
Avea scorte le navi…..
Omero — Iliade libro I trad. di V. Monti.

e predisse in Aulide, che quello sarebbe durato dieci anni ; e che i venti non sarebbero stati favorevoli alle navi greche, se non dopo il sacrificio di Ifigenia figlia di Agamennone. Quando Troja fu espugnata, Calcante si ritrasse a Colofone, ove morì di dolore, non avendo potuto predire ciò che Mopso, altro indovino, aveva predetto. Così Calcante compì il suo destino, che era quello di morire quando avesse ritrovato un individuo più abile di lui.

886. Calchee o Calcie — Feste in onore di Vulcano, celebrate dagli Ateniesi, per essersi trovata l’arte di porre in opera il rame. Questa parola deriva dal greco ϰαλϰος rame.

887. Calchiade o Calcieca. — Soprannome di Minerva (V. l’articolo seguente.)

888. Calchiadi a Calciecle. — Feste in onore di Minerva, la quale veniva anche detta Calciecia.

889. Calcie. — V. Calchee.

890. Calciecie. — V. Calchiadi.

891. Calcieco. — V. Calchiade.

892. Calciope. — Figlia di Aete, re della Colchide : fu sorella di Medea e moglie di Frisso da cui ebbe molti figliuoli. Il padre di lei, per impadronirsi dei tesori di Frisso, lo fece assassinare ; onde ella, temendo che l’istessa sorte fosse toccata ai suoi figli, li fece segretamente imbarcare per la Grecia ; ma essi fecero naufragio in un isola, ove restarono finchè Giasone non li ricondusse nella Colchide.

Vi fu anche un’altra Calciope figliuola di Euripiele, re dell’isola di Cos. Ercole l’amò passionatamente, e quest’amore fu cagione della rovina della famiglia di lei ; imperocchè essendosi Euripilie ricusato di aderire alle nozze dell’eroe con la figliuola, Ercole l’uccise, e poscia fuggì con Calciope, da cui ebbe un figliuolo per nome Tessalo, che poi dette il suo nome alla Tessaglia.

893. Calendaria. — Soprannome di Giunone, che le veniva dai giorni delle Calende, a lei consacrati.

894. Calibea. — Sacerdotessa di Giunone. Alecto prese la figura di lei per presentarsi a Turno, re dei Rutuli.

895. Calicea. — Una delle figlie di Eulo : fu moglie di Ezio e madre di Endimione.

896. Calicope. — Così veniva denominata la Venere, madre di Enea : fu figliuola d’Otrea e sposò Toade, re di Lenno.

Questi eresse gran numero di templi in onore della sua consorte in Pafo, in Amatunta, nell’isola di Cipro ed a Biblo nella Siria : istituì in suo onore un culto sacro e particolare, con feste e sacerdoti. Bacco amò sfrenatamente Calicope ed un giorno il marito lo sorprese fra le braccia di lei ; ma Bacco placò lo sdegno del tradito consorte, facendolo re di Cipro.

897. Calidone. — Città e foresta dell’Etiolia. Fu in quest’ultima che Meleagro uccise il famoso cignale, conosciuto sotto l’istesso nome.

898. Calidonio. — Soprannome di Bacco preso dal culto che gli si rendeva nella città di Calidone. È opinione erronea, quantunque ripetuta da varii scrittori, il credere che sotto la denominazione di Eroe Calidonio volessero gli antichi dinotare Bacco : sotto quel nome veniva designato Meleagro, ritenuto come un eroe per l’uccisione del mostruoso cignale (V. Calidone) e Calidonio perchè nativo della città di Calidone.

899. Calidonisa. — Così veniva denominata Dejanira, moglie di Ercole, perchè nacque nella città di Calidone.

900. Calipso. — Ninfa, figlia del Giorno, secondo alcuni ; e dell’Oceano e di Teti, secondo altri — Ella abitava l’isola di Ogigia, ove ospitò assai cortesemente Ulisse, gettato su quelle sponde da una tempesta. Essa lo amò, e visse sette anni con lui ; ma, passato questo tempo, Ulisse fece ritorno in patria, abbandonando Calipso per sua moglie Penelope ; e non curando la promessa d’immortalità che la Ninfa gli aveva fatto se avesse voluto continuare a viver con lei.

901. Calisto. — Detta anche Elicea : fu figlia di Licaone ed una delle ninfe del seguito di Diana. Giove, avendo presso per ingannarla la figura di Diana, ne ebbe un figlio per nome Arcaso, al quale, Calisto dette la luce in un bosco, avendola Diana scacciata dal suo seguito per essersi ella negata a spogliarsi prima di prendere il bagno. Giunone intanto, implacabile persecutrice di tutte le amanti del suo divino consorte, cangiò Calisto e suo figlio Arcaso in orsi :

Quel si leggiadro e grazioso aspetto
Che piacque tanto al gran rettor del cielo,.
Divenne un fero e spaventoso obbietto
A gli occhi occhi altrui sotto odioso velo.
L’umana mente solo e l’intelletto
Servò sotto l’irsuto e rozzo pelo ;
Questa, ch’in ogni parte Orsa div enne.
L’antica mente sua sola ritenne.
Ovidio — Metamor. — Lib. II
trad. di Dell’Anguillara

{p. 68}e Giove allora li trasportò nel cielo, fra le costellazioni, ove Calisto fu la grande orsa, e Arcaso la piccola, conosciuta pure sotto il nome di Boote. V. Boote.

902. Callianasse o Callianira.  — Ninfa che presiedeva alla buona condotta, ed alla decenza dei costumi.

903. Callianira. — V.Callianasse.

904. Callicore. — Luogo della Focide ove le Baccanti si riunivano per danzare in onore di Bacco. Questo vocabolo deriva dal Greco Καλός, e ϰορίς radunanza di persone.

905. Calligenie. — Nutrice di Cerere, secondo alcuni scrittori, e Ninfa del suo seguito secondo altri. La più antica e la più generalizzata opinione è che Calligenie fosse uno dei soprannomi di Cerere stessa.

906. Calliope. — Una delle nove muse e particolaremente quella della eloquenza e della poesia eroica. I poeti la rappresentano come una giovanetta coronata di lauro, adorna di flori, con un’aria maestosa, con una tromba nella mano diritta, con un libro nella sinistra, e seguita da altre tre figure di donne, in cui l’allegoria favolosa vede la personificazione dell’Iliade, dell’Odissea e dell’Eneide.

907. Callipatira. — Ebbe questo nome una donna greca, la quale, ricorrendo il tempo dei giuochi olimpici, a cui non era permesso alle donne di prender parte, si travestì da maestro degli esercizî, per accompagnarvi suo figlio. Ma, non potendo frenare i trasporti della gioia materna nel vederio fra il numero dei vincitori, essa fu riconosciuta, arrestata e condotta innanzi ai giudici ; i quali però le fecero grazia, ordinando da quel tempo con una legge che i maestri degli esercizii dovessero essere nudi, come gli atleti, tutte le volte che si fossero celebrati i giuochi olimpici.

908. Callipica. — Uno dei soprannomi di Venere, che le veniva dalla bellezza fisica di una parte del suo corpo.

909. Callirot. — Secondo Esiodo, fu figliuola dell’Oceano e moglie di Crisaore, che la rese madre di due mostri, uno dei quali fu Gerione, famoso gigante a tre teste ; e l’altro Echidna.

V.Crisaore e Echidna.

910. Callistee. — Feste in onore di Venere, nelle quali veniva conferito un premio alla più bella donna. Questo vocabolo Callistee deriva dal greco Κάλλος, che vuol dire bellezza.

911. Calpe. — Una delle due montagne conoscute nella Favola, sotto il nome di colonne di Ercole.

912. Calunnia. — Gli Ateniesi ne avevano fatto una Divinità.

Per altro gli scrittori più rinomati della Favola non fanno menzione di altari a lei dedicati, o di sacrificii a lei offerti.

913. Camarina o Camerina. — Famoso stagno nella Sicilia, le cui acque esalavano pestilenziali miasmi. I Siciliani consultarono l’Oracolo di Apollo, onde sapere se avessero potuto tentarne il disseccamento ; e l’oracolo rispose che avrebbero dovuto guardarsi non che dal compiere una simile impresa, pur dal pensarla. Essi però, lungi dal tener conto del salutare consiglio, intrapresero il lavoro ed in poco tempo disseccarono lo stagno. Ma ebbero presto a pentirsi della disobbedienza, imperocchè i nemici penetrarono per quel passaggio nella loro isola e la desolarono ponendola a sacco ed a fuoco.

914. Cambe. — Soprannominato Ofiaso, dal nome di suo padre Ofio. Gli si attribuisce la invenzione delle armature d’acciajo.

915. Camela-Dea. — Ossia divinità del matrimonio ; veniva invocata dalle giovanette al momento di compiere il rito nuziale.

916. Camena. — Dea dei Romani. S. Agostino nelle sue opere ce la ricorda come la Dea del canto.

917. Camene. — Soprannome delle Muse, che trae la sua origine dalla parola cano, io canto. I pagani ritenevano che le Muse celebrassero col canto le azioni degli Dei e degli eroi : da ciò cantu amoeno, ossia canto gradevole.

918. Camerina. — V. Camarina.

919. Cameso. — Principe d’Italia, il quale divise con Giano l’autorità reale.

920. Camilla. — Regina dei Volsci. Sostenne lungamente in persona l’armata di Turno contro Enea. Fu celebre cacciatrice, e nessuno fu più destro di lei nella corsa, nel maneggio delle armi e in tutti gli esercizii del corpo.

Nè pria tenne de’piè salde le piante,
Che d arco, di faretra e di nodosi
Dardi, le mani e gli omeri gravolle ;
Non d’or le chiome o di monile il collo,
Nè men di lunga o di fregiata gonna
La ricoverse ; ma di tigre un cuoio.
Le facea veste intorno e cuffia in capo.
Il fanciullesco suo primo diletto
E ’l primo studio fu lanciar di palo,
E trar d’arco e di fromba : e’n fin d’allora
Facea strage di gru, d’oche e di cigni.
Molte la desiar tirrene madri
Per nuora indarno. Ed ella di me solo
Contenta, intemerata e pura e casta,
La sua verginità, l’amor de l’armi
Sol’ebbe in cale……
Virgilio — Eneide — Lib. XI. trad. di A. Caro.

Camilla morì in una battaglia uccisa da un colpo di giovallotto.

Si chiamavano con nome collettivo Camilli tutti quel giovanetti che servivano alle {p. 69}cerimonie dei sacrifizii ; come venivano dette Camille le giovanette adebite allo stesso ufficio.

922. Camillo, Cadmillo Casimillo. — Soprannomi dati a Mercurio.

923. Camira. — Figlia di Ercole e di Iodi. Ella edificò nell’isola di Rodi, una città alla quale dette il suo nome.

924. Camos. — Secondo il Vossio, il Dio Camos dei Moabiti era lo stesso che il Como dei Romani e dei Greci.

Il re Salomone, per compiacere ad una delle sue concubine, innalzò al Dio Camos un tempio.

925. Campagna delle lagrime. — (Campi lugentes) Veniva così designato quel luogo degli inferni, ove si credeva fossero puniti coloro che la forza di una passione d’amore, avesse tratti a morte violenta.

926. Campea. — Guardiana del Tartaro, la quale fu uccisa da Giove, quando questi trasse dalla prigione infernale i suoi zii Titani. È opinione assai generalizzata presso gli scrittori della Favola, che il vero sesso di Campea fosse rimasto un mistero. Molti la dicono donna ; altri vogliono che fosse un uomo dalle forme gigantesche ; altri finalmente che fosse un mostro di natura ermafrodito.

927. Campi Elisi. — V. Elisi.

928. Camulo. — Veniva così chiamata una delle Divinità dei Savizii. Si crede che fosse lo stesso che il Dio Marte della Mitologia Greca e Romana, e ciò dall’essersi ritrovati alcuni monumenti nelle contrade abitate da quei popoli, ove il Dio Camulo veniva rappresentato con una picca ed uno scudo.

929. Canaca. — Era il nome di uno dei cani di Acteone. Questa parola in greco significa rumore.

930. Canace. — Fu figliuola di Eolo, la quale essendo stata sedotta da un Dio marino, che la Favola non determina se fosse Nettuno o altro, ebbe molti figliuoli, fra cui Ifimedia, madre dei famosi Aloidi.

931. Canacea. — Altra figliuola di Eolo la quale non bisogna confondere con la Canace, di cui nell’articolo precedente. Canacea sposò segretamente Macabro, suo fratello, da cui ebbe un bambino, il quale coi suoi vagiti palesò appena nato, il mistero di colpa che avvolgeva la sua nascita. Il padre di Canacea, furibondo per l’infamia dei suoi figliuoli, fece divorare dai suoi cani il neonato, e mandò alla madre un pugnale perchè si punisse da sè dell’orrendo misfatto ; e pensava in cuor suo di far morire Macabro stesso ; ma questi si sottrasse allo sdegno paterno, fuggendo a Delfo, ove si fece sacerdote di Apollo.

932. Canate. — Monte della Spagna, ove generalmente si credeva che i genii malefici facessero loro abituale soggiorno in una caverna.

933. Canatosa. — Fontana in cui Giunone andava tutti gli anni a bagnarsi. Era costume delle più illustri dame greche di andare in pellegrinaggio a quella fontana, onde bagnarvisi.

934. Canero. — Animale della famiglia dei molluschi, comunemente detto ragosta. Giunone ne mandò uno assai grosso contro Ercole, quando questi uccise l’Idra di Lerna, e lo fece mordere al piede ; ma Ercole lo schiacciò con un colpo di clava, e Giunone allora lo trasportò in cielo, allogandolo fra le costellazioni dello zodiaco.

935. Candarena. — Detta anche Candrena : soprannome di Giunone dalla città di Candara nella Pafaglonia, ov’era adorata con un culto particolare.

936. Candaulo. — Detto anche Mirsilo, figlio di Mirso, fu l’ultimo degli Araclidi. Amò così passionatamente sua moglie, e fu così superbo della bellezza di lei, che volle un giorno che ella si facesse veder nuda ad un suo favorito, per nome Gige. La regina fu così profondamente sdegnata, che comandò a Gige di uccidere Candaulo e poi sposò Gige stesso.

937. Cane. — Nella mitologia greca e romana questo animale era consacrato a Mercurio, per essere questi ritenuto il più astuto e vigilante degli Dei, appunto perchè la vigilanza e la sagacità sono i caratteri più salienti della indole di quel quadrupede. Plinio nelle sue opere, dice che i pagani avevano in gran conto la carne dei cani giovani, la quale offerivano in sagrifizio agli-Dei. In Egitto i cani furono tenuti in grande considerazione, fino a che il re Cambise, avendo ucciso il bue Api, fu notato che fra tutti gli animali che si avvicinarono al cadavere di quello, solo i cani si pascessero del corpo dell’ucciso animale. Taluno, tra gli scrittori della Favola, ripete che nel tempio di Esculapio, in Roma, si conservava il simulacro di un cane ; e che i Romani sagrificassero ogni anno uno di questi animali, volendo con ciò ricordare la sorpresa che i Galli fecero loro quand o assediarono il Campidoglio. Al dire di Eliano eravi una contrada nell’Etiopia, i cui abitatori avevano a re un cane e ritenevano le sue carezze o i suoi latrati, come contrassegni della sua benevolenza o della sua coliera. E l’istesso autore ci ripete che, sul monte Etna in Sicilia, in un tempio consagrato a Vulcano, si crescevano dei cani, ritenuti come sacri, i quali lasciavano che coloro che si avvicinavano al tempio con la dovuta reverenza, entrassero liberamente ; mentre latravano e talvolta laceravano coloro che non comparivano con la dovuta nettezza. {p. 70}Finalmente le arpie erano ritenute e talvolta designate col nome di cani di Giove, forse perchè questo Dio se ne servì per punire Fineo. V. Fineo.

938. Canente. — Conosciuta più comunemente sotto il nome di Canenza, al dire di Ovidio, ebbe questo nome dalla incomparabile bellezza della sua voce : fu figliuola di Giano e di Venilla, e sposò Pico, figliuolo di Satono, e re d’Italia. Ella fu così afflitta della morte del marito, che si consumò per modo che svanì nell’aria, non lasciando di sè che la sola voce.

939. Canicola. — È opinione di varii scrittori che la costellazione detta Canicola altro non fosse se non il cane che Giove dette ad Europa come custode ; altri vogliono che sia la cagna di Erigone (V. Erigone). I Romani erano così convinti del funesto potere che la Canicola avesse avuto sui destini umani, che le sacrificavano ogni anno un cane rosso, forse per la grande affinità che passa tra la vittima offerta e il nome della Divinità a cui s’offeriva.

940. Canope. — Era questo il nome di una delle più famose divinità degli Egiziani. I sacerdoti di essa erano tenuti in conto di celebri maghi. Il simulacro di questa Deità, era un gran vaso sormontato da una testa umana e talvolta da quella di uno sparviero, e coperta di geroglifici. I Caldei, antichi adoratori del fuoco, disprezzavano gli Dei di tutte le altre nazioni, dicendo che quelli essendo di oro, di argento to, di ferro, di pietra o di legno, non potevano resistere al loro. Allora un sacerdote del Dio Canope, volle con una sfida, provare il contrario, e le statue dei due numi furono messe alle prese insieme. Si accese un gran fuoco, in mezzo al quale fu posta la statua di Canope, e con grande sorpresa dei Caldei, essi videro ben presto uscire da quella una grande quantità di acqua, che spense interamente le fiamme. Il Dio Canope dichiarato vincitore, fu da quel giorno ritenuto come il più possente degli Dei. Egli però andò debitore della sua rinomanza all’astuzia del sacerdote, il quale avea forato con una quantità di piccoli buchi le pareti del vaso, e dopo averli esattamente otturati con della cera, riempì il vaso di acqua, la quale uscì con violenza non appena l’azione del fuoco ebbe liquefatta la cera.

Vi fu anche una città dell’Egitto conosciuta sotto il nome di Canope, così detta da Canobo, pilota del vascello che conducea Menelao. Questo principe essendo stato gettato da una violenta tempesta sulle coste dell’Egitto, ebbe ben presto il dolore di perdere il suo fido pilota, il quale morì per la morsicatura di un serpente. Menelao, per onorare la memoria del suo servo fedele, fabbricò in quel luogo una città, alla quale, in onore del morto, impose il nome di Canope o, come vogliono alcuni scrittori, di Canobe.

941. Canopio Ercole. — Era l’Ercole Egiziano, così detto per un tempio che egli aveva nella Città di Canope, di cui nell’articolo precedente.

942. Cantho. — Figlio di Abaso : fu uno degli Argonauti.

943. Canuleìa. — Era così chiamata una delle quattro vestali scelte da Numa, allorchè istituì quelle sacerdotesse.

944. Caone. — Fratello di Eleno. Essendo un giorno a caccia fu ucciso inavvertentemente ; il fratello Eleno, che lo aveva assai caro, dette, in memoria dell’ucciso, il nome di Caonia ad una parte dell’Epiro.

945. Caos. — Era, secondo gli scrittori dell’antichità, una prima materia, sussistente abeterno, sotto una forma intralciata e confusa nella quale erano mischiati il principio di tutti gli esseri, di tutte le cose, e di tutti gli elementi. Al dire di Esiodo, l’Erebo e la Notte, furono generati dal caos, volendo spiegare sotto questa allegorìa che questa materia prima era ravviluppata nelle più folte tenebre.

946. Capaneo. — Figlio di Ipponoo e di Astinome. Fu uno di coloro che portarono soccorso a Polinice nel famoso assedio di Tebe, ove egli comandava gli Argivi. Giove irritato dalle atroci bestemmie che egli scagliava contro il cielo, lo incenerì con un colpo di fulmine.

Di questo empio bestemmiatore, l’Alighieri fa dire a Virgilio :

…… Quel fu un dei sette regi,
Ch’assiser Tebe, ed ebbe, e par ch’egli abbia
Dio in disdegno, e poco par che’l pregi.
Dante Inf. Canto XIV.

947. Capiso. — Figlio di Assaraco e padre del famoso Anchise, principe Trojano.

948. Capitolino. — Uno dei più conosciuti soprannomi di Giove, a cagione del celebre tempio nel Campidoglio a Roma. In questo tempio si prestava il giuramento di fedeltà ai novelli imperatori ; vi si facevano i voti pubblici ; ed era ivi che i vincitori delle battaglie, a cui il Senato avea tributato gli onori del trionfo, salivano con gran pompa e solennità nel carro trionfale.

949. Capnomanzia. — Era così detta l’arte di trarre gli augurii e d’indovinare il futuro nei globi di fumo che s’innalzavano dagli altari su cui si facea un sacrifizio agli Dei.

950. Capra. — Nella città di Mendes, in Egitto, veniva particolarmente venerato questo animale, ed era proibito con grande severità {p. 71}ucciderne alcuno, essendo radicale credenza di quei popoli, che il Dio Pane si fosse nascoto sotto la figura di una capra. Erodoto, nelle sue opere, narra che la devozione degli Egiziani per le capre, stendevasi anche ai caprai loro custodi ; tanto che, essendone morto uno, gli abitanti di Mendes dimostrarono il più vivo dolore. È ancora a notare che nella città di Mendes, le vittime più ordinarie dei sagrificii erano le pecore, e si avea gran cura di risparmiare le capre ; mentre nella Tebaide si offerivano in sacrificio le capre, tributandosi alle pecore il maggiore rispetto.

951. Capretto. — Era questo l’animale che si sagrificava in generale a tutti gli Dei campestri e al Dio Fauno in particolare.

952. Caprotina. — Soprannome di Giunone, da cui presero ancora la denominazione di Caprotine le none di luglio, a lei consacrate.

953. Caprotinee. — Feste in onore di Giunone, che venivano celebrate il 9 di luglio. Le sole donne avevano il ministero di queste feste, la cui principale cerimonia consisteva nella corsa che esse facevano, percuotendosi con delle bacchette.

954. Capricorno. — Essendo un giorno il Dio Pane perseguitato dal gigante Tifone, per sottrarsi a lui si trasformò in becco, e Giove sotto questa forma lo mise fra i segni dello Zodiaco. È opinione di molti rinomati scrittori, che questo segno di una delle costellazioni della fascia zodiacale, fosse la capra Amaltea, trasportata da Giove in cielo, in riconoscenza d’averlo nutrito.

955. Capyso, detto anche Capi. — Troiano, compagno di Enea, e suo seguace in Italia. Egli fu il fondatore della città nota anche oggidi sotto il nome di Capua.

…… Ma un altro Trojano, che aveva nome Capi. il quale poi fondò la città di Capua…..
Frate Guido da Pisa — I falli di Enea.

956. Carda. Deita anche Cardia. — Al dire di Macrobio, questa Divinità presiedeva alle parti nobili e vitali dell’uomo e soprattutto al cuore. Questa parola Carda deriva dal greco Καρδία che vuol dir cuore. Le storie romane ci ripetono che Bruto, dopo aver scacciato Tarquinio il Superbo, offerisse un sacrificio a quella Dea.

957. Cardea o Cardinea. — Dea dei ganci delle porte ; essa faceva parte dei Penati o Lari.

958. Cardinea. — V. Cardea.

959. Caria. — Provincia dell’Asia minore, fra la Licia e la Jonia, celebre per le metamorfosi che vi operarono diverse Divinità. Cario, figlio di Giove, ne fu il fondatore, onde il nome che porta.

960. Cariatide. — Soprannome di Diana, a lei venuto dalla festa detta Caria, che le donne della Laconia celebravano in onore di lei, nel tempo della raccolta delle noci. In greco la parola Κάρις vuol dir noce.

961. Carielo. — Moglie del centauro Chirone e figliuola di Apollo. Essa dette alla luce una fanciulla, a cui fu dato il nome di Ociroe, per averla la madre partorita sulle sponde di un rapido fiume. V. Ociroe.

962. Cariddi. — Celebre e pericoloso scoglio nello stretto della Sicilia. La Favola racconta essere Cariddi una donna la quale, avendo involato dei buoi ad Ercole, fu fulminata da Giove e cangiata in questo scoglio non lontano dall’altro chiamato Scilla, dove si ascoltava sempre il lamento di spaventose grida.

Come fa l’onda là sovra Cariddi,
Che si frange con quella in cui s’intoppa,
Cosi convien che qui la gente riddi.
Dante. — Inf. cant VII.
Tutta l’onda ingoiata orribilmente
Rivome la Cariddi e fuor rimbalza :
Simile a tuon di folgore lontano,
Mugge, rigurgitando, il gran torrente,
E bolle quella rabbia.
E cigola, e gorgoglia e stride e fuma,
Qual se dentro l’incendio acqua si versi ;
E sgorga al cielo un turbine di schiuma,
E flotto incalza fiotto, e par non abbia
Mai fin, come se il mare un mar riversi.
Schiller — Il Nuotatore Trad. di A. Maffei.

Questi due scogli sono così vicini l’uno a l’altro, che le navi devono vogare direttamente nel mezzo, altrimenti correrebbero il rischio, evitandone uno, di frangersi sull’altro.

Da ciò il famoso proverbio, evitar Scilla per cadere in Cariddi.

963. Caride o Charisa. — Era una delle grazie ; Omero la dà per consorte a Vulcano, volendo forse dinotare con questo connubio allegorico, la grazia e la bellezza delle opere, che quel Dio faceva col ferro e col fuoco.

964. Carienne. — Feste che si celebravano a Cario, città della Laconia, in onore di Diana, la quale perciò viene talvolta soprannominata Caria o Cariatide. V. Cariatide.

965. Carille. — Così aveva nome quella giovanetta che si appiccò, non potendo sopravvivere all’oltraggio che le fece il re di Delfo, violandola.

Gli abitanti di quell’isola istituirono in onore della defunta una festa annuaria, detta dal suo nome Carille, nella quale la statua di lei, veniva sotterrata all’istesso posto ove giaceva la morta. Il re stesso era tenuto ad intervenire a {p. 72}questa festa ed a presiederne tutte le cerimonie.

966. Cario. — Figlio di Giove, al quale veniva attribuita l’invenzione della musica. Era anche questo uno dei soprannomi di Giove, per il culto particolare con cui veniva adorato nella provincia fondata da suo figlio. V. Caria.

967. Carisie. — I greci chiamavano le tre grazie Cariti ed istituirono in loro onore alcune feste, alle quali fu dato il nome di Carisie.

968. Caristie o Caritie. — I Romani, nel mese di febbraio, celebravano una festa così chiamata in onore della Dea Concordia. Questa parola deriva dal greco Κάρνα, Unione, perchè lo scopo principale della istituzione di quella festa era di ristabilire l’unione e la pace fra le famiglie, divise per dissapori domestici. Ovidio, nei suoi Fasti, dice che veniva dato un gran pranzo, al quale non era ammessa alcuna persona straniera.

969. Cariti. — Soprannome delle grazie V. Carisie.

970. Caritie. — V. Caristie.

971. Carmelo. — Divinità della Siria e propria di quei popoli che abitavano nelle circostanze del monte Carmelo. Al dire di Tacito, fu un sacerdote del Dio Carmelo che predisse a Vespasiano la clamide imperiale.

972. Carmenta. — Conosciuta anche sotto il nome di Nicostrata, celebre indovina che fu madre di Evandro. Ella fu onorata come una Divinità, e dopo la morte si celebrarono in suo onore delle feste, da lei dette Carmentali.

973. Carmentali. — Feste in onore di Carmenta. V. l’articolo precedente.

La istituzione di queste cerimonie ebbe la sua origine dalla riconciliazione delle dame romane coi loro mariti, dopo una lunga discordia, cagionata da una sentenza del Senato la quale proibiva alle dame di tener cani presso di loro.

974. Carmentis-Flamen. — Con questa denominazione veniva designato uno dei quindici flamini di Roma, addetto al particolare servigio della Dea Carmenta.

975. Carna. — Figliuola di Ebulo. Fu una delle amanti di Giove, che la rese madre di Britomarte.

Carna era anche la Dea che presiedeva alle parti vitali del corpo e che s’invocava principalmente per ottenere la sanità delle viscere. Essa aveva un tempio sul monte Celio, e le si offeriva sempre in sacrificio il lardo e la fava.

976. Carnea. — Dea particolare dei fanciulli : essa s’invocava sovratutto nelle loro malattie.

977. Carneade. — Figlio di Giove e di Europa. Fu poeta e musico celebre. Dal suo nome furono chiamati Carneadi, alcuni dibattimenti poetici, stabiliti in onore di Apollo. Alcuni scrittori danno a questo poeta il nome di Carno.

978. Carneo. — Soprannome di Apollo. V. l’articolo precedente.

979. Carone. — V. Caronte.

980. Caronte o Carone. — Figlio dell’Erebo e della Notte. Egli era, al dire di Virgilio, il navicellajo dell’Inferno, che traghettava le ombre dei morti sulle rive del fiume Acheronte, per una moneta che esse erano obbligate a dargli al momento di prender posto nella sua barca. Questa credenza degli antichi spiega il costume che essi avevano di mettere fra i denti di un morto una moneta : era quella la mercede devoluta a Caronte, il quale lasciava errare per cento anni le anime di quei morti che non avevano la moneta da pagargli.

Caron, dimonio con occhi di bragia,
Loro accennando, tutte le raccoglie :
Batte col remo qualunque s’adagia.
Come d’autunno si levan le foglie
L’una appresso dell’altra. infin che’l ramo
Rende alla terra tutte le sue spoglie ;
Similemente il mal seme d’Adamo :
Gittansi di quel lito ad una ad una,
Per cenni, com’augel per suo richiamo.
Cosi sen vanno su per l’onda bruna,
Ed avanti che sien di là discese,
Anche di qua nuova schiera s’aduna.
Dante. — Inf. Cant. III.

981. Caropx. — Soprannome dell’Ercole Beozio, che a lui veniva da un tempio che aveva in Beozia, e propriamente nel luogo ove si credeva fosse egli passato allorchè incatenò Cerbero. V. Cerbero.

982. Carro di Giunone. — La Favola fa una notevole distinzione a questo proposito, dicendo che Giunone aveva due carri, uno tirato da due cavalli, sul quale combatteva.

983. Cartagine. — Figliuola di Ercole ; da lei prese nome la famosa città dell’Africa ove regnò la regina Didone. V. Didone.

984. Cartaginesi. — Abitatori di Cartagine, i quali ereditarono dai Fenicii ii truce culto di Saturno cui sacrificavano i propri figliuoli. Giustino rapporta nelle sue cronache, che trovandosi i Cartaginesi decimati da una grande pestilenza, pensarono di placare lo sdegno degli Dei, sacrificando a Saturno un gran numero di fanciulli dell’uno e dell’altro sesso, e spargendo di sangue le are di quel Dio. Diodoro dice che la vittoria che Agatocle riportò sopra i Cartaginesi, dei quali fece grande strage, fu conseguenza della vendetta di Saturno, sdegnato per avere i Cartaginesi sostituiti alcuni altri {p. 73}ciulli a quelli destinati come vittime in un sagrificio a lui offerto. Al dire del citato autore, i Cartaginesi, per rimediare all’errore commesso, scelsero fra le più nobili famiglie duecento giovanetti destinati al sacrifizio ; e che ve ne furono più di trecento, che si offrirono volontariamente come vittime espiatorie. Si narra ancora che, a soffocare le grida del fanciullo sacrificato, coloro che servivano al sacrificio, facessero grande strepito di tamburi di flauti ; e che le madri stesse delle vittime, dovessero intervenire al sacrifizio e assistervi senza lamentarsi nè piangere : chè se mai un singhiozzo fosse sfuggito a quelle sventurate, esse erano obbligate a supplire il fanciullo, il quale in tal caso veniva risparmiato.

985. Casimillo. — V.Camillo.

986. Casio. — Soprannome di Giove ; a lui dato dal culto che gli si rendeva su due montagne di questo nome, una vicina al fiume Eufrate, l’altra nel basso Egitto.

987. Cassandra. — Figlia di Priamo e di Ecuba. Questa principessa si promise sposa ad Apollo, se egli avesse voluto darle la conoscenza dell’ avvenire ; ma allorchè il Dio l’ebbe sodisfatta, essa non volle più tenere la sua parola, e Apollo, per vendicarsi, le giurò che non si sarebbe mai da alcuno prestato fede alle sue predizioni. La vendetta del nume sorti il suo pieno effetto. Le predizioni di Cassandra furono da tutti disprezzate. Ella si oppose all’ entrata in Troja del famoso cavallo di legno ; ma, secondo il solito. non si prestò fede ai suoi detti.

…. O Pizio, acerho Nume,
Grave salma al mio tergo hai ben commessa !
Perchè dato m’ hai tu divino acume ?
Perche farmi. O spietato, annunciatrice
D’oracoli fra questi orbi di lumi ?
E svelar un destin che non mi lice
Dalla patria sviar ? Che irrevocato
Compiere si dovrà sull’infelice ?
Che val d’un imminente orribil fato
Squarciar la benda ? È vita il solo errore ;
Il saver con la morte all’uom fu dato.
Schiller — Cassandra. Trad. di A. Maffei

Ajace figlio di Oileo, trovandola sola in un tempio, la violentò ai piedi di un altare, e poscia la trascinò fuori del tempio, ritenendo come oltraggi le sventure ch’ella gli predisse. Dopo la presa ed il sacco di Troja, essa toccò come preda di bottino ad Agamennone, al quale predisse che sua moglie Clitennestra lo avrebbe assassinato ; ma il re, come tutti gli altri, non pose mente alla predizione, la quale peraltro si avvero, appena egli fece ritorno in patria (vediClitennestra).

Finalmente Cassandra morì uccisa da Egisto, nel giungere nella Lacedemonia.

Ivi Cassandra, allor che il Nume in petto
La fea parlar di Troia il di mortale
Venne, e all’ombre cantò carme amoroso.
Ugo Foscolo. — I Sepolcri
Fatis aperil Cassandra futuris
Ora, Dei jussu non unquam credita Teuclis.
Virgilio. — Eneide — Libro II

988. Cassiope. — Moglie di Cefeo, re di Etiopia, e madre di Andromeda. Questa regina ebbe la vanità di credersi, con sua figlia, più bella di Giunone e delle Nereidi.

Che non solo osó dir, che in tutto il mondo
Di beltà donna a lei non era pare,
Ma che non era viso più giocondo
Fra le ninfe più nobili del mare.
Ovidio. — Metamorfosi. — Libro IV. trad. di Dell’ Anguillara.

Le quali sdegnate, pregarono Nettuno di vendicarle. Il Dio per sodisfare le ninfe del suo seguito, mandò sulle terre di Cefeo, un mostro che riempi di spavento e desolazione quelle contrade. Il re allora consultò l’oracolo per sapere come placare lo sdegno dei numi, e ne ebbe in risposta che il mostro sarebbe sparito, allorchè Andromeda, legata su di una roccia fosse da lui divorata. Il re ordinò il supplizio della misera giovanetta, e già la disgraziata stava per essere divorata, allorchè Perseo, montato sul cavallo Pegaso, pietrificò il mostruoso animale, mostrandogli lo scudo con la testa di Medusa, liberò Andromeda, e ottenne da Giove che Cassiope fosse messa fra gli astri.

989. Cassotide. — Era questo, al dire di Pausania, un altro dei nomi della fontana conosciute più comunemente con quello di Castalia.

990. Castalia. — Ninfa, che Apollo cangiò in fontana, dando alle sue acque la virtù di ispirare il genio della poesia, a coloro che ne avessero bevuta.

Cotesta allegoria favolosa deriva forse della parola araba Castala, che in quella lingua significa susurro dell’acqua. La pitonessa, prima di dare i responsi, e di assidersi sul tripode divinatorio, beveva dell’acqua della fontana Castalia.

991. Castalidi. — Nome collettivo dato alle muse, dalla fontana Castalia ad esse consagrata.

992. Castalio. — Re delle terre che circondavano il monte Parnaso. Apollo amò passionatamente una figliuola di lui ; e ciò à dato forse luogo alla metamorfosi di Castalia in fontana.

V. Castalio.

993. Castianira. — Così aveva nome una delle mogli del re Priamo.

{p. 74}994. Castore e Polluce. — Fratelli di Elena e di Clitennestra, e figli di Giove e di Leda : essi furono anche soprannominati Dioscori e Tindaridi, significando la prima di queste parole : figliuoli valorosi di Giove, titolo che essi si meritarono per le loro gloriose azioni ; e la seconda, discendenti di Tindaro, re di Sparta, perchè la loro madre Leda, era moglie di quel monarca, quando ebbe da Giove questi due figliuoli. Appena essi furono nati, Mercurio li trasportò nella città di Paìlene, ove essi furono allevati. Divenuti adulti, seguirono Giasone nella Colchide, per la conquista del vello d’oro, e si distinsero fra i più valorosi Argonauti. Al ritorno di quella spedizione, essi inseguirono i Corsari, che recavano considerevoli danni nell’ Arcipelago ; perlochè, dopo la morte, furono considerati come divinità favorevoli ai nocchieri. La tradizione favolosa racconta che, durante una spaventevole burrasca, furono vedute aggirarsi alcune flammelle intorno alla testa dei due Tindaridi, e che un momento dopo l’apparizione di quelle, la tempesta cessò del tutto. Da quel momento quei fuochi che sovente si veggono durante le burrasche, furono detti i fuochi di Castore e Polluce.

A questo proposito noi non possiamo non richiamare l’attenzione dei nostri lettori, sulla grande somiglianza che passa tra la pagana credenza dei fuochi di Castore e Polluce, e quella cattolica dei fuochi di S. Elmo e di S. Nicola, a cui anche oggidì si attribuisce, dalla superstizione religiosa, certo potere di buon augurio.

Castore e Polluce erano citati come l’ideale dell’amore fraterno ; dappoichè vissero sempre insieme, e la tradizione ci ammaestra come, avendo Giove conceduta l’immortalità a Polluce, questi la divid sse col suo bene amato Castore, per modo che, essendo quest’ultimo sempre sottoposto alla legge degli altri mortali, essi vivevano e morivano alternativamente.

Essendo stati invitati alle nozze delle loro cugine, Febeo ed Ilaijo, essi le rapirono ai loro futuri mariti ; e ciò fu cagione della morte di Castore, il quale qualche tempo dopo fu ucciso per vendetta d’uno degli oltraggiati sposi.

A cagione della immortalità che, come dicemmo, Polluce divise con Castore, i Romani rinnovavano ogni anno nella festa dei Tindaridi una tale memoria, facendo passare innanzi al tempio dei due fratelli un uomo montato su di un cavallo, conducendo per la briglia un altro destidero, su cui non montava alcuno ; volendo con ciò spiegare che dei due fratelli uno solo poteva stare nel mondo, quando l’altro, a causa della divisa immortalità, dovea soggiornare nel regno delle ombre. Questa allegoria della Favola è forse fondata sopra il movimento della costellazione dei gemelli, imperocchè delle due stelle che formano quella costellazione, unasi cela sotto l’orizzonte quando l’altro apparisce.

L’apoteosi di Castore e di Pulluce seguì dopo la loro morte, avendo Giove concesso all’immortale Polluce di raggiungere l’amato Castore, da cui non poteva vivere lontano.

Essi furono annoverati fra i più grandi dei della Grecia, e furono loro innalzati due magnifici tempî, uno a Sparta, ove ebbero i natali ; e l’altro ad Atene, in memoria d’averla salvata dal saccheggio. Anche a Roma fu loro elevato un tempio, ove si prestava il giuramento, chiamandosi Adopol, cioè tempio di Polluce, il giuramento degli uomini ; e Acastor, cioè tempio di Castore, quello delle donne. Al dire di Giustino, Castore e Polluce apparirono varie volte sulla terra ; e in una battaglia che i Crotoniati ebbero contro i Locriani, furono veduti due giovani guerrieri, montati su bianchi destrieri. Pausania però combatte nei suoi scritti quest’opinione, dicendo che le supposte apparizioni erano l’effetto di un travestimento di due guerrieri, i quali apparivano durante la mischia vestiti alla maniera dei due Tindaridi.

Castore veniva soprannominato il domatore dei cavalli, perchè era abilissimo nel maneggio di quelli e nella corsa ; e Polluce veniva considerato come il nume protettore degli atleti, per aver molte volte riportato il premio ai giuochi olimpici.

995. Catabato o Cataibate. — Soprannome dato a Giove, che gli veniva dai prodigi per mezzo dei quali si credeva che egli palesasse agli uomini la sua volontà.

996. Catactoniano. — Nella città di Opunto, veniva così chiamato il sovrano pontefice, che presiedeva al culto degli dei infernali e terrestri.

997. Catadriani. — Nome che si dava in diverse città della Grecia ai sacerdoti sacrificatori.

998. Cataibate. — V. Catabato.

999. Catarmi. — V.Cadarmidi.

1000. Catilo. — Figlio d’ Alcmeone. La tradizione mitologica ce lo addita come edificatore della città di Tibur, in Italia.

1001. Catinenzia. — Soprannome di Cerere dalla città di Catania, in Sicilia, ove essa aveva un tempio in cui era vietato l’accesso agli uomini.

1002. Catio. — V. Cantho.

1003. Caucaso. — Famosa montagna della Colchide. La cronaca favolosa narra che sopra una delle sue rocce fu incatenato Prometeo, allorchè Giovelo condannò ad avere il core divorato da un avvoltojo, per aver rubato il fuoco sacro.

{p. 75}1004. Caumaso. — Era il nome di un celebre centauro. Fra questi i più famosi furono : Grineo, Reto, Nesso, Arneo, Licida, Medone, Piferone, Eurito, Amico, Folo e Chirone, che fu precettore di Achille. V.Chirone e Centauri.

1005. Cauno. — Figlio di Mileto e di Ciane. Accortosi che sua sorella Bibli, ardeva per lui di una flamma incestuosa, egli abbandonò la sua patria e andò nella Caria, ove edificò una città.

Quando il fratel la vede in tutto insana,
Fuggendo al sangue proprio fare oltraggio.
Lascia insieme la patria e la germana,
Poichè il pensier di lei non può far saggio :
Da lei segretamente s’allontana,
E ferma alfin in Caria il suo viaggio :
E fonda per fuggir l’incesto indegno,
Lontan da lei, nova cittade e regno.
Ovidio — Metamorfosi Libro IX trad. di Dell’ Anguillara.

1006. Cauro. — Nome di uno dei principali venti.

1007. Cauto. — Dio della prudenza.

1008. Cavalli di Achille. — Omero ricorda che i cavalli di questo eroe erano figli di Zefiro e dell’ Arpia Podarga ; e che erano immortali. Essi si chiamavano uno Balio e l’altro Xanto V.Balio e Xanto.

1009. Cavalli del Sole. — Ovidio dice che il carro del sole era tirato da quattro destrieri bianchi, per nome Eoo, Piroi, Aelone e Flegone. Altri scrittori vogliono che essi avessero nome Eritoo, ovvero il rosso ; Alteone, ovvero il luminoso ; Lampo, ovvero il risplendente e Filogeo, ossia amante della Terra. Questa diversa denominazione spiega in certo modo il corso del sole nelle dodici ore del giorno : imperocchè al levarsi di questo l’aurora tinge il cielo d’un colore rossastro ; il secondo accenna al tempo nel quale i raggi solari sono più luminosi ; Lampo dinota le ore del mezzogiorno, quando la luce è nella sua maggior forza ; e finalmente Filogeo ne rappresenta il tramonto, quando il sole abbandona la terra, quasi un amante che lasci la sua donna.

1010. Cavalli di Enea. — Al dire di Omero i cavalli di questo famoso guerriero erano della razza di quelli che Giove stesso regalò a Tros, quando rapì il figliuolo di lui Ganimede. Questi cavalli erano perfetti e nelle battaglie spargevano ovunque il terrore e la fuga.

1011. Cavalli di Laomedone. — Una muta di questi famosi destrieri fu il premio che il re Laomedone promise ad Ercole per la liberazione della figliuola Esione. La tradizione favolosa dice che questi cavalli erano così rapidi e leggeri che correvano sulla superficie delle acque senza affondare.

1012. Cavalli di Marte. — Al dire di Servio questi cavalli avevano nome Fobos e Demos ossia il terrore e il timore. Omero però dice che questi erano i nomi dei cocchieri di Marte e non dei suoi cavalli.

1013. Cavalli di Reso. — V.Reso.

1014. Cavallo. — Questo animale era particolarmente consagrato a Marte, come Dio della guerra. Presso gli antichi era ritenuta la vista di un cavallo come un presagio di guerra. Enea appena ebbe posto il piede in Italia con suo padre Anchise, ritenne come presagio di battaglie future la vista di quattro cavalli bianchi.

Al dire di Tacito, gli Svevi, antico popolo della Germania, nutrivano a spese comuni nei boschi sacri, buon numero di cavalli bianchi, dai quali traevano le predizioni. Questi destrieri erano tenuti in grande onoranza ; era severamente proibito di toccarli e il principe della nazione insieme al sommo sacerdote, erano i soli a cui era concesso di attaccarli ad un carro, ritenuto egualmente come sacro. Finalmente, si osservavano con grande attenzione i loro movimenti ed i loro nitriti, e non eravi alcun’altra predizione a cui si prestasse maggior credenza.

1015. Cavallo di Troia. — Narra Virgilio, che essendo i Greci stanchi dell’assedio di questa città, che già durava da dieci anni, docisero finalmente di rendersene padroni, per mezzo di uno stratagemma, che molti scrittori attribuiscono ad Uli sse. Seguendo i consigli della stessa Minerva, i Greci costruirono un enorme cavallo di legno, alto quanto una montagna, il quale aveva rinchiusi nei suoi spaziosi ed ampii fianchi un numero considerevole di guerrieri.

…… E da Minerva
Divinamente instrutti, un gran cavallo
Di ben contesti e ben confitti ahetì,
In sembianza d’un monte edificaro.
Virgilio — Eneide — Lib. II. trad. di A. Caro.
E dentro dalla lor flamma si geme
L’aguato del caval che fè la porta
Ond’usci de’ Romani il gentil seme.
DanteInf. C. XXVI.

Ciò fatto sparsero la voce che i greci, prima di togliere l’assedio, volevano fare omaggio di simile offerta a Minerva e riporre il Palladium di Troja nelle mura di quella città, da cui essi stessi l’avevano rapito.

…. Per la qual cosa i Greci, col consiglio del delto Calcante, fecero fare questo cavallo a riverenza e {p. 76}ad onore della detta Dea, e fecero farlo cosi grande, acciocchè voi, Troiani, nol poteste mettere per le porte di Troia. Chè però, se per le vostre porte si potesse mettere, Troia tornerebbe in quello stato nel quale fu sotto la protezione e la defensione del Palladio, chè non si potrebbe mai perdere. E questa è la cagione perchè lo fecero fare cosi grande ; e se avvenisse che voi questo cavallo ardeste, o in altro modo guastaste o violaste, Troia sarebbe disfatta.

G. da Pisa — I fatti di Enea.

I Trojani caddero nell’insidia e atterrarono una parte delle mura di cinta per dar passaggio alla funesta macchina, a cui la smisurata grandezza non consentiva entrare dalle porte, e collocarono con le loro mani nel mezzo della città il fatale simulacro. Sopraggiunta la notte, i guerrieri nascosti nei fianchi del cavallo uscirono quando l’armata Trojana giaceva nel sonno, e introdussero in Troja tutta l’armata Greca : e così ebbe fine con la distruzione totale della città e dell’armata dei Teucri, il decenne assedio della famosa città di Priamo.

È opinione di Pausania che questo cavallo altro non fosse che una macchina di guerra, specie di ariete, inventata da certo Epeo, guerriero greco, per abbattere le mura di Troja, nella quale s’introducessero i guerrieri Achei, per mezzo di una larga breccia, prodotta dall’urto di quella macchina nelle mura della città. Questa opinione è infatti appoggiata da Plinio stesso, il quale fa datare l’uso della macchina detta ariete, dalla epoca della caduta di Troja, e considera quello istrumento di distruzione, come la base unica e principale alla tradizione del cavallo di legno.

1016. Caystrio. — V.Caistrio.

1017. Cea. — Isola del mare Egeo, cosi nomata da Ceo, figlio di Titano, è celebre per la sua fertilità in bachi da seta e in armenti di buoi.

1018. Ceade. — Padre di Eufenio : egli è ricordato nella tradizione mitologica, per aver condotto un gran numero di soldati Traci in soccorso dei Trojani, assediati dai Greci.

1019. Cebo, Cepo o Cefo. — Mostro adorato nella città di Menfi. Al dire di Strabone, di Solino e di Plinio, era una specie di satiro somigliante ad una grossa scimmia. Al dire di quest’ultimo, Pompeo fece venire uno di quelli animali dall’ Etiopia in Roma, ove non erasi prima veduto. Diodoro dà a quest’idolo una testa di leone e il corpo di una pantera, della grandezza di quello d’una capra.

1020. Cebrione. — Uno dei giganti che mossero guerra agli Dei. Fu ucciso da Venere.

Vi fu anche un altro Cebrione, figlio naturale del re Priamo. Patroclo l’uccise allo assedio di Troja.

1021. Cecio. — Uno dei venti che spira prima del tempo dell’equinozio.

1022. Cecolo. — Figlio di Vulcano e di Prenesta. La tradizione racconta che sua madre, essendo seduta dappresso alla fucina di Vulcano, fu colpita da una scintilla di fuoco ; e che dopo nove mesi partorisse un bambino a cui ella pose il nome di Cecolo, a causa dell’estrema piccolezza degli occhi. Quando egli fu adulto si dette ad una vita di furto e di brigantaggio, e fabbricò la città di Preneste. Avendo dato dei giuochi pubblici, egli esortò i cittadini a fondare un’altra città. Ma come essi non fecero attenzione alle sue parole, non credendolo figlio di Vulcano, egli invocò suo padre, dio del fuoco, e il luogo dove si trovavano fu all’istante circondato di fiamme. Allora tutti coloro che erano presenti, colpiti di spavento, aderirono alla sua volontà.

Altri scrittori dicono che Cecolo, ancora bambino, fu trovato da alcuni pastori nelle fiamme senza esserne punto offeso, ciò che lo fece ritenere da tutti come figlio di Vulcano.

1023. Cecopro. — Ricchissimo egiziano, il quale avendo lasciata la sua patria andò a stabilirsi nell’ Attica ove sposò Aglaura, figlia di Acteo, re degli Ateniesi, a cui egli succedette nel governo. Cecopro fu soprannominato biforme, e l’opinione degli scrittori è dubbia sulla origine di questo soprannome, volendo alcuni che gli venisse dall’aver fatto delle leggi sull’unione dell’uomo e della donna, per mezzo del matrimonio ; ed altri perchè essendo egiziano di nascita, era anche greco, per essersi stabilito nell’ Attica.

1024. Cecrope. — Trasse la sua origine dall’ Egitto, da cui condusse una colonia nella Grecia ove fondò il regno d’Atene, che dal suo nome fu detta Cecropia. Alcuni la confondono con Cecopro di cui nell’articolo precedente.

1025. Cecropea. — Più comunemente Cecropiana, era uno dei soprannomi di Minerva come protettrice di Atene, città fondata da Cecrope.

1026. Cecropidi. — Nome che si dava agli Ateniesi : Ovidio chiama particolarmente Teseo col nome di Cecropide.

1027. Cecropisa. — Soprannome di Aglaura per esser moglie di Cecopro. V.Cecopro.

1028. Cedemporo. — Vale a dire interessato, avido di guadagno dalle parole greche Κεδρος guadagno e περαω io cerco, io assaggio. Soprannome dato a Mercurio come dio del traffico.

Similmente si dava a Mercurio la denominazione di Cerdauso, per le ragioni precedenti, e anche ad Apollo, per la venalità dei suoi oracoli.

{p. 77}1029. Cedippe. — V. Acroncio.

Vi furono molte ninfe di questo nome.

1030. Cefalo. — Figlio di Mercurio e di Ersea e marito di Procride. Aurora, innamoratasi di lui, lo rapì, ma indarno, poichè egli non volle acconsentire alle amorose voglie di lei. La dea sdegnata delle ripulse, giurò di vendicarsene, e lo lasciò ritornare presso Procride, sua moglie che egli amava passionatamente. Ritornato in patria, Cefalo, volendo accertarsi della fedeltà di sua moglie, le si presentò sotto un travestimento che lo rendeva irriconoscibile ; ed ebbe il dolore di vedere che essa condiscendeva all’incognito seduttore. Cefalo allora facendosi riconoscere dall’adultera sposa, la rimproverò amaramente della sua infedeltà, e Procride andò a nascondere nei boschi la sua vergogna, ma fu ben presto raggiunta da suo marito il quale non potea vivere lontao da lei. Al suo ritorno nella casa del marito, essa lo presentò di un giavellotto e di un cane che Minosse le aveva dato, e amò così teneramente il marito che ne divenne furiosamente gelosa. Un giorno ella si nascose in un cespuglio per spiarlo, e Cefalo credendo che fosse una fiera, la uccise con l’istessa arme ch’ella gli aveva donato. Riconosciuto il suo fatale errore egli si trafisse col ferro stesso. Giove mosso a compassione li cangiò entrambi in astri.

1031. Cefeo. — Re di Etiopia : fu figlio di Fenicio e padre di Andromeda.

Vi fu ancora un altro Cefeo principe di Arcadia, il quale fu teneramente amato da Minerva. La Dea in prova d’affetto gli attaccò sulla fronte uno dei capelli della testa di Medusa, e con quel talismano lo rese invincibile.

1032. Cefiso. — Fiume della Focide ; amò un gran numero di ninfe, ma fu sempre disprezzato nei suoi amori.

1033. Cefo. — V. Cebo.

1034. Celx. — Figlio di Lucifero e di Chione. Egli fu così dolente della morte di sua madre che si recò nella città di Claro onde consultare l’oracolo e sapere i mezzi per farla risuscitare ; ma si annegò nella traversata. Sua moglie Alcione ne andò in cerca e saputa la sua morte ottenne dagli Dei di essere cangiata, con lui, nell’uccello che si chiama Alcione V.Alcione.

Altri scrittori dicono che Ceix fosse amato da Aurora, e che questa lo avesse sposato.

1035. Celadone. — Uno di coloro che furono uccisi alle nozze di Perseo con Andromeda.

1036. Celana. — Comunemente si dava il soprannome di Celana, o Celene, alla Dea Cibele, dalla città di Celene nella Frigia, ove era particolarmente adorata.

Vi era anche nell’ Asia una montagna detta Celana, presso la quale Apollo punì il satiro Marfio.

Finalmente era così denominato un luogo nella Campania, consacrato a Giunone.

1037. Celeno. — Una delle arpie V.Arpie.

1038. Celeo. — Re di Eleusi il quale accolse assai benignamente Cerere, che per ricompensarlo gl’insegnò l’agricoltura.

1039. Celeri-Dee. — Ossia Dee leggiere e fuggitive : così venivano denominate le ore.

1040. Celeste. — Divinità dei Fenici e dei Cartaginesi : aveva nell’ Africa settentrionale un magnifico tempio, che fu poi demolito, da Costantino. Si crede generalmente che fosse la stessa che la luna ; altre opinioni vogliono che si adorasse sotto quel nome la Dea Venere.

1041. Celma. — Dama tessala la quale fu cangiata in diamante, per avere sostenuto che Giove era mortale.

Al dire di Ovidio, Celma era il nome dell’ajo di Giove, il quale aveva voluto sostenere, che quel Dio anch’esso fosse sottomesso alla morte. Perciò Celma fu rinchiuso in una torre impene. trabile.

1042. Celmiso. Marito di Celma. Subì la stessa sorte di sua moglie a causa della sua incredulità V.Celma.

Vi fu un altro Celmiso fra i Cureti o Coribanti sacerdoti di Giove, il quale fu scacciato da’suoi compagni per aver mancato di rispetto alla madre degli Dei.

1043. Celo. — V.Cielo.

1044. Ceuchiria o Cenerea. — Figlia della ninfa Pirene. Essendo stata uccisa involontariamente da Diana con una freccia che questa lanciava ad una fiera, la madre di lei fu così afflitta e versò tante lagrime, che la Dea mossa a pietà, la cangiò in una fontana che dal suo nome fu detta Pirene.

1045. Cencrea. — V.Cenchiria.

1046. Cencrisa. — Moglie di Ciniro e madre di Mirra. Avendo osato vantarsi di avere una figlia assai più bella di Venere, la Dea per vendicarsi ispirò alla giovanetta Mirra una passione criminosa pel proprio padre.

1047. Ceneriso. — Fiume della Jonia. Si credeva che nelle sue acque fosse stata tuffata dalla nutrice la piccola Latona, appena la madre l’ebbe partorita.

1048. Ceneo. — Soprannome di Giove a causa del promontorio di Cene, ove egli aveva un magnifico tempio e dove gli si rendevano grandi onori.

Sopra il monte Ceneo, l’altare adorno
Di Giove…….
Ovidio. — Metamorf. Libro IX trad. di Dell’ Anguillara.

{p. 78}Vi fu anche un tessalo ricordato dalla tradizione mitologica sotto il nome di Ceneo, il quale fu dapprima donna e si chiamò Cena, ed ottenne da Nettuno il doppio favore di cangiar sesso e di essere invulnerabile. Essendosi trovato presente alla querela fra i Lapidi ed i Centauri, questi vendendo ch’egli era in effetto invulnerabile, lo schiacciarono sotto una foresta di alberi ed egli fu cangiato in uccello.

Costui nacque in Tessaglia.
E giunto all’ età sua più verde e bella,
Per nome maschio il nominar Ceneo,
Perocchè da principio ei fu donzella.
……………..
Fu in dubbio allor ciò che di Ceneo avvenne,
E quasi ognun di noi giudizio diede.
Che per lo troppo peso ch’ei sostenne,
Fosse dell’ alma sua l’inferno erede.
Mopso il negò, chè quindi alzar le penne
Vide un augel ver la superna sede.
Tanto veloce, coraggioso e bello
Che fu da noi chiamato unico augello.
Ovidio. — Metamorfosi Lib. XII trad. di dell’ Anguillara.

1049 Centauri. — Popoli di una contrada della Tessaglia. La favola ce li addita come mostri metà uomini e metà cavalli. Essi erano sempre armati di nodosi bastoni e si servivano con estrema destrezza dell’arco.

E tra ’I piè della ripa ed essa, in traccia
Correan Centauri armati di saette,
Come solean nel mondo andare a caccia.
Dante. — Inf. Cant. XII.

Quelli fra i Centauri che furono invitati alle nozze di Piritoo e d’Ippodamia, attaccarono querela coi Lapidi. Altra razza mostruosa. Il grido di richiamo dei Centauri rassomigliava al nitrito di un cavallo. Fra tutti il più famoso ed il più celebre fu Chirone, precettore di Achille. (V.Chirone) Ercole dopo aver cacciati i Centauri dalla Tessaglia li disfece.

Che giova a noi, se grande oltre misura
Noi possediam questa terrena scorza ?
Che giova a noi, se a noi l’alma natura
Doppie le membra fè, doppia la forza ?
Ovidio. — Metamorfosi Libro XII trad. di Dell’Anguillara.

1050. Centauro. — Figliuolo di Apollo e di una figlia del fiume Peneo, chiamata Stilbia. Egli si stabili sul monte Pelione e i suoi discendenti furono detti Centauri. Essi furono i primi a montare sul dorso dei cavalli : da ciò la favola della doppia natura di questi esseri mitologici.

1051. Centimano. — Così viene soprannominato il gigante Briareo, che la favola dipinge con cinquanta braccia e cento mani.

e Briareo
Cui la forza centimana non valse.
V. Monti. — Musogonia.

1052. Ceo. — Così avea nome uno dei Titani, figliuoli della terra, che dettero la scalata alcielo.

Ceo era anche il nome di una delle isole Cicladi nel mar Egeo, famosa per aver dato i natali a Simonide.

1053. Cepo. — V.Cebo.

1054. Cerambe. — Vecchio tessalo il quale essendosi ritirato sopra il monte Parnaso, per salvarsi dall’innondazione delle acque del diluvio di Deucalione, fu dalle ninfe abitatrici di quella montagna, cangiato in uccello. Altri scrittori vogliono che fosse cangiato in quella specie di scarafaggio che ha le corna. Questa credenza viene dall’ etimologia greca Κεραμπτον che significa con le corna.

1055. Cerasti. — Popoli di Amatunta, celebri per la loro crudeltà. Venere li cangiò in torisdegnata del sacrifizio che essi le facevano, uccidendo tutti gli stranieri che transitavano il loro paese.

1056. Ceraunio. — Vale a dire fulminatore che lancia la folgore ; soprannome di Giove.

1057. Cerbero. — Cane a tre teste guardiano della porta dell’Inferno e del palazzo di Plutone.

….. il gran Cerbero udiro
Abbaiar con tre gole, e ’l buio regno
Intronar tutto ; indi in un antro immenso
Sel vider pria giacer disteso avanti,
Poi sorger, digrignar, rabido farsi.
Con tre colli arruffarsi, e mille serpi
Squassarsi intorno ……
Virgilio — Eneide I.. VI trad. A. Caro.

Egli nacque dal gigante Tifone e da Echidna I pagani credevano ch’egli divorasse le anime dei dannati che tentavano uscire dall’ inferno. Quando Orfeo discese nei regni della morte perricondurre nel mondo la diletta Euridice, addormentò Cerbero al suono della sua lira dolcissima. Ercole alla sua volta disceso all’inferno per liberare Alceste, incatenò il terribile guardiano.

Quando Ercole passar volle all’inferno,
Per torre a Pluto l’anima d’Alceste.
Dappoich’ebbe varcato il lago Averno
Per gire u’ piangon l’anime funeste ;
Perch’ebbe il suo valor Cerbero a scherno,
Quel mostro ch’ivi abbaja con tre teste,
Per forza incatenollo Ercole, e prese,
E strascinollo al nostro almo paese.
{p. 79}
Mentre quel mostro egli strascina, e tira
Per lo mondo, cui splende il maggior lampo.
E ’l can vuol pur resistere, e s’adira.
E per tre gole abbaia, e cerca scampo.
La bava, che gli fa lo sdegno e l’ira,
Del suo crudo veneno empie ogni campo.
Ovidio. — Metamorfosi. — Libro VII trad. di Dell’Anguillara.

1058. Cerceisa. — Ninfa del mare figlia dell’ Oceano e di Teti.

1059. Cercione. — Famoso ladro. Egli attaccava le sue vittime a due grossi alberi di cui aveva ravvicinato le cime per modo che queste, riprendendo il loro posto, per forza naturale, fa cevano a brani gli sventurati pazienti. Teseo disfece questo brigante, uccidendolo con l’istesso supplizio ch’egli infliggeva ai viaggiatori. Cercione ebbe una figlia per nome Alope la quale Nettuno rese madre, e il padre di lei fu così irritato che la condusse in un bosco insieme al bambino e ve l’abbandonò per esservi divorata dalle fiere.

1060. Cercopi. — Popoli, che Giove cambiò in scimmie perchè essi si abbandonavano ad ogni più turpe deboscia.

1061. Cercopiteca. — Nome di una delle divinità degli Egiziani : si crede comunemente che fosse la stessa che Cebo.

1062. Cereali. — Feste in onore di Cerere.

1063. Cerere. — Una delle principali Dee della mitologia greca e romana : fu tiglia di Saturno e di Cibele e Dea dell’agricoltura, la quale ella insegnò agli uomini, viaggiando lungamente la terra in compagnia di Bacco.

Tu sai pur quale io son, qual sempre fui
E quanto m’affatichi tutto l’anno
Per provvedere i frutti più pregiati,
Tanto agli onesti e più quanto agli ingrati.
Ovidio. — Metamorfosi, Libro V. Trad. di Dell’ Anguillara.

Plutone innamoratosi di sua figlia Proserpina gliela rapì, e Cerere allora salita sul monte Etna, accese due torce e si dette a cercala indefessamente di giorno e di notte. Giunta alla corte di Trittolemo, essa insegnò particolarmente a questo principe, l’arte di lavorare la terra, e assunse l’incarico di allevare segretamente il figlio di lui, per nome Deifone, al quale ella porse il suo latte per renderlo immortale : ma per negligenza di Meganira, Deifone morì nelle fiamme. Cerere allora continuò il viaggio intrapreso e avendo incontrata la ninfa Aretusa, le dimandò novelle di sua figlia Proserpina. La ninfa le disse che Plutone l’aveva rapita. Cerere discese immediatamente all’inferno, ove trovò infatti sua figlia la quale, per altro, si ricusò a seguirla sulla terra. Vedendo che non poteva persuaderla, Cerere ebbe ricorso a Giove, il quale si compromise di fargliela restituire, quante volte essa non avesse nulla mangiato nell’inferno. Ma Ascalafo palesò ch’essa avea colto una melograna nei giardini di Plutone e ne avea mangiati sette granellini, per il chè essa non potette essere restituita a sua madre la quale per vendicarsi contro l’indegno delatore, cangiò Ascalafo in gufo (V.Ascalafo). Giove intanto, commosso dal dolore di Cerere ordinò che Proserpina avesse passato sei mesi dell’anno con sua madre sulla terra, e gli altri sei con sua marito all’inferno.

Cerere aveva diversi templi famosi ed un culto generale in tutte le città del mondo antico. Le primizie di tutti i prodotti della terra le venivano scrupolosamente offerte, ed erano puniti di morte coloro che per qualunque ragione avessero turbati i solenni misteri delle sue feste. Veniva rappresentata sotto figura di una donna giovane e bella, avendo nella mano destra una falce, nella sinistra un pugno di spighe di cui aveva anche coronata la fronte.

Il suo seno largo e bellissimo era tutto coperto di mammelle, turgide di latte, simbolo parlante della fecondità della terra, sottoposta al lavoro dell’ agricoltura. È questa la idea più generale che, seguendo la favola, si può dare su questa Dea, poichè tanto i cronisti più accreditati, i mitologi, quanto i poeti ; non si accordano fra di loro sulle diverse opinioni in proposito di questa famosa Divinità. Ve ne sono molti che la confondono con Cibele ; ossia la Terra, quantunque queste due Dee siano completamente distinte fra loro.

Io poi l’augusta Cerere mi sono,
Dei numi e dei mortai primo sostegno.
E gioia prima………
Cosi disse la diva, e in un momento
S’ingrandi, si cangiò, tutte depose
Le senili sembianze, e d’ogni parte
Spirò nuova beltade : odor soave
Sparse il peplo olezzante : immensa luce
Dier le membra immortali : in sulle spalle
Il blondissimo crin le si diffuse,
E un siffatto splendor come di folgore
Lampeggiò per la casa e quindi uscio.
Omero — Inno a Cerere Trad. di L. Lamberti.

1064. Ceriel. — Vale a dire araldi. Così furono detti da Cerisco figlio di Mercurio. Si aveva per essi una grande venerazione.

1065. Cerixo. — Fu uno dei sacerdoti di Cerere che sovraintendeva ai misteri di quella Dea.

{p. 80}1066. Cerphafo. — Uno dei figli di Eolo e bisavo di Fenicia.

1067. Ceruleo. — Nettuno, fratello di Giove veniva così soprannominato dal colore del mare di cui era Dio. Similmente si denotavano tutte le divinità marittime col nome complessivo di Dei Cerulei.

1068. Ceruso. — Dio del buon tempo : lo sichiamava così perchè vien sempre tardi.

1069. Cesare (Glulio). — Per ordine d’Augusto fu riconosciuto come un Dio dopo la morte, e onorato come tale essendosi detto che Venere apparve nel Senato, quando i congiurati pugnalirono Giulio Cesare e ne avesse trasportata l’anima fra gli astri. Racconta Svetonio che durante la celebrazione dei giuochi funebri in onore di Giulio Cesare, fosse apparsa una cometa con la coda, o stella crinita, e che questa apparizione contribuì non poco alla apoteosi di lui, essendosi creduto da tutti che in quell’astro fosse andata a dimorare l’anima del morto. La tradizione mitologica ripete che in tutto il corso dell’anno che seguì la morte di Giulio Cesare, il sole comparisse pallido e sbiadito, e che questo era un segnale dello sdegno di Apollo.

1070. Cesto. — Così veniva chiamata una cintura che Venere portava abitualmente, e nella quale la Favola narra che fossero rinchiuse le grazie, i desiderii e le attrattive. Giunone per piacere a Giove, pregò Venere che le prestasse quella cintura. A proposito del famoso giudizio di Paride, Venere dovette togliere alla presenza di lui la sua cintura, onde mostrare tutta l’incomparabile bellezza delle sue forme.

1071. Cestrino. — Figlio di Eleno e di Andromaca. Dopo la morte di sno padre egli andò a dimorare sulle rive del fiume Tiamio in una contrada, che fu detta Cestrina dal nome di lui.

1072. Ceto. — Secondo Esiodo così si chiamava la moglie di Forcino, che fu madre di Bellona.

1073. Chaonia. — Contrada dell’Epiro piena di montagne e di foreste, e celebre per le ghiande di cui si nutrivano i suoi abitanti, prima dell’invenzione del pane, e per i suoi colombi che, secondo la tradizione mitologica, predicevano l’avvenire.

1074. Chariclea e Teagene. — Sono questi i nomi che Eliodoro nelle sue storie dà a due personaggi di sua invenzione, che non vissero mai. Le cronache mitologiche, e le tradizioni favolose dell’antichità non fanno di essi menzione alcuna.

1075. Charise. — V. Caride.

1076. Chelonea. — Ninfa che fu cangiata in testuggine.

1077. Chera. — Vale a dire vedova : soprannome dato a Giunone forse perchè Giove l’abbandonò assai di sovente per altre donne.

1078. Cherone. — Figlio di Apollo. Dette il suo nome ad una città che da lui cangiò il suo antico nome di Arnea in quello di Cheronea.

1079. Chiliombe. — Si dava questo nome ad un sacrifizio nel quale venivano immolate mille vittime.

1080. Chilone. — Famoso atleta del quale i Greci facevano gran conto.

1081. Chimera. — Mostro che aveva la testa di leone, il corpo di capra e la coda di drago e vomitava fuoco e fiamme. Desolò per lungo tempo le contrade della Licia, finchè Bellerofonte l’ebbe esterminato. (V. Bellorofonte).

Era il mostro d’origine divina
Lion la testa, il petto capra, e drago
La coda ; e della bocca orrende vampe
Vomitava di foco………
OmeroIliade — Libro IV trad. di Vinc. Monti

Chimera o Chimerifera era similmente detta una montagna della Licia, alla cui sommità, secondochè dice Ovidio, v’era un piccolo vulcano intorno al quale si aggiravano gran numero di leoni ; sui fianchi di essa verdeggiavano dei prati su cui pasceva larga quantità di capre ; mentre ai suoi piedi strisciavano serpenti e rettili d’ogni maniera. Di qua forse la personificazione del mostro detto Chimera.

1082. Chione. — Figlia di Dedalione. Essa fu amata contemporaneamente da Apollo e da Mercurio e corrispose ad entrambi. Dal primo ebbe Filammone, celebre suonatore di liuto ; dal secondo Autolico, che si rese non meno famoso di suo padre nell’ingannare tutti.

Chione fu così orgogliosa della sua bellezza, che osò vantarsi d’esser più bella di Diana, del che sdegnata la Dea, le forò la lingua con una freccia.

1083. Chiromanzia. — Così veniva detta l’arte di predire il futuro dall’osservazione delle linee della mano.

1084. Chirone. — Famoso centauro figlio di Saturno e di Filira. Saturno, perdutamente innamorata di questa donna bellissima, tutte le volte che si recava da lei si trasformava in cavallo per deludere la gelosa vigilanza di sua moglie Rea ; ed è perciò ch’egli ebbe da Filira un figlio che, secondo la tradizione mitologica, ebbe il corpo metà di uomo e metà di cavallo ed a cui Saturno impose il nome di Chirone. Questo mostro viveva sulle montagne e nei boschi sempre armato di un arco di cui si serviva con mirabile destrezza. Conoscendo per lungo uso {p. 81}le virtù medicinali delle erbe e delle piante, divenne il più gran medico dei suoi tempi. Egli insegnò la medicina ad Esculapio, l’astronomia ad Ercole e fu l’istitutore di Achille.

E quel di mezzo ch’al petto si mira
È ’l gran Chirone che nudri Achille.
Dante — Inferno — Canto XII.

Una ferita ad un piede cagionatagli da una freccia di quelle che Ercole aveva bagnate nel sangue dell’idra di Lerna (V. Ercole), lo fece così crudelmente soffrire, ch’egli desiderava ardentemente la morte ; ma il nume suo padre lo aveva fatto immortale.

Finalmente gli Dei mossi a compassione delle sue sofferenze, lo trasportarono nel cielo, ove egli è raffigurato, anche oggidì, tra i segni dello zodiaco sotto la costellazione del sagittario.

1085. Chitonea. o Chitonia. — Soprannome di Diana in onore della quale si celebravano delle feste dette perciò Chitonie.

1086. Chitonia. — V. Chitonea.

1087. Clane. — Ninfa della Sicilia, la quale fu da Plutone cangiata in fontana, perchè volle opporsi al ratto di Proserpina.

Da quel sorge non lunge un’altra fonte :
V’è chi dal nome suo Ciane l’appella,
Nïnfa che l’à in custodia a piè del monte,
Che preme di Tifeo la manca ascella.
Ovidio — Metamor — Lib. V trad. di Dell’ Anguillara.

1088. Clanea. — Figlia del fiume Meandro e madre di Cauno e di Bibli. Essa fu cangiata in roccia per non aver voluto ascoltare un giovane che l’amava passionatamente, e che si uccise in presenza di lei senza cagionarle la più leggiera emozione.

1089. Clamel. — Così venivano chiamati alcuni scogli posti all’ingresso del ponte Eusino le le cui masse abbracciavano lo spazio di venti stadii.

Le onde del mare, frangendosi con spaventevole rumore fra quelle rocce, spingevano nell’aria certa caligine, che rendeva estremamente pericoloso quel passaggio ; e siccome all’avvicinarsi o all’allontanarsi da quegli scogli, per effetto della dubbia e fioca luce che ivi regnava, pareva che le rocce si movessero le une contro le altre ; così si credeva generalmente dai pagani che esse fossero movibili e che ingojassero i vascelli al loro passaggio.

La tradizione favolosa ripete che gli Argonauti, spaventati da un simile effetto ottico, avessero mandata una colomba la quale giunse felicemente a traversare il terribile stretto ; ma che apparisse dall’altra parte senza coda. Allora gli Argonauti offrirono un sacrifizio a Giunone, che concesse loro un tempo sereno, ed a Nettuno che rese immobili quelle rocce, e impedì alla nave Argo ove quelli erano imbarcati di naufragarsi ; per modo che gli Argonauti giunsero felicemente al loro destino.

1090. Clanippo. — Sacerdote di Siracusa. Avendo disprezzato i misteri di Bacco, questo Dio, per punirlo, lo colpì d’una tale ebbrezza che quasi demente fece violenza a sua figlia. Appena compiuto il mostruoso incesto, l’isola di Sicilia, fu desolata da un’orribile pestilenza. L’oracolo interrogato rispose che il flagello avrebbe fine col sacrifizio dell’incestuoso Cianippo. Allora la figlia di questo trascinò il padre all’altare, e dopo averlo con le sue mani svenato, si uccise sul corpo di lui.

1091. Cibebe. — Divinità a cui si attribuiva il potere di ispirare il furore. Veniva chiamata la madre degli Dei, non altrimenti che Cibelle con la quale per altro non bisogna punto confonderla.

1092. Cibelle. — Più comunemente conosciuta sotto il nome di Cibele : figlia del cielo e della terra, e moglie di Saturno. Essa aveva molti altri nomi come Vesta, Rea, Madre degli Dei, Buona Dea ecc : La tradizione favolosa narra di lei che, appena nata venisse esposta in un bosco per essere divorata dalle fiere ; ma che queste ne ebbero cura e la nudrirono col loro latte. Si crede assai generalmente che sia la stessa che la terra ; viene raffigurata sotto le sembianze d’una donna bellissima, con una corona di torri sul capo, circondata da animali, con una gonna seminata di fiori e montata su di un carro tirato da quattro leoni. Il pino le era consagrato. I sacerdoti del suo culto l’onoravano danzando intorno al suo simulacro, contorcendosi in strana e sconcia maniera.

1093. Cibernesie. — Così venivano chiamate alcune feste che Teseo istituì per onorare la memoria del suo pilota Naufitosio, a lui estremamente caro.

1094. Cicala. — Questo insetto era consacrato ad Apollo e veniva riguardato come il simbolo dei cattivi poeti, così come il cigno era quello dei buoni.

1095. Cleinnia. — Dea dell’infamia.

1096. Cicladi. — Ninfe del mare Egeo, che furono cangiate in isole, perchè non vollero sacrificare a Nettuno. Oggi sono note sotto l’istesso nome.

1097. Cielopi. — Giganti che fondevano i fulmini a Giove sul monte Etna, ove secondo la tradizione, il Dio Vulcano, loro capo, aveva la sua officina. Buon numero di essi erano figli del {p. 82}Cielo e della Terra, ed altri di Nettuno e di Anfitride. Essi avevano un sol’occhio in mezzo la fronte. Apollo sdegnato per la morte di Esculapio suo figlio, fulminato da Giove, distrusse i ciclopi come coloro che avevan fuso i fulmini. I principali fra i Ciclopi furono Piracmone, Bronte, Sterope e Polifemo.

Giace tra la Sicania da l’un canto.
E Lipari da l’altro un’isoletta
Ch’alpestra ed alta esce de l’onde, e fuma.
Ha sotto una spelonca, e grotte intorno,
Che di feri Ciclopi, antrì e fucine
Son da’ lor fochi affumicati e rosi.
Il piechiar de l’incudi e de’ martelli
Ch’entro si sente. lo stridor de’ ferri,
Il fremere e ’l bollir de le sue fiamme
E de le sue fornaci, d’ Etna in guisa
Intonar s’ode ed anelar si vede.
……………
…… Stavan ne l’antro allora
Sterope e Bronte e Piracmone ignudi
A rinfrescar l’aspre saette a Giove.
Virgilio — Eneide Lib. VIII — trad. di A. Caro.

1098. Cicno. — V. Cigno.

1099. Cicogna. — Uccello ritenuto come simbolo della pieta, perchè essa al dire dei naturalisti, nudrisce il padre e la madre nel tempo della loro vecchiezza ; ed ama svisceratamente i suoi parti. Vi sono non poche medaglie dei tempi antichi ove è scolpita la Dea della pietà con una cicogna accanto.

1100. Ciconi. — Popoli della Tracia : Ulisse, gettato da una tempesta sulle loro coste al suo ritorno da Troja, fece loro la guerra, li vinse e mise a sacco la loro città capitale, chiamata Imarte. La favola racconta che le donne dei Ciconi avessoro ucciso Orfeo, perchè le avea disprezzate. È questa però un’opinione assai vaga.

1101. Ciereo. — Figlio di Nettuno e sacerdote di Cerere. La feroce astuzia della sua indole gli valse il soprannome di serpente.

1102. Cidiope. — Madre di Cleobe e di Bittone e sacerdotessa di Giunone. V.Bittone.

1103. Cielo o Celo. — Figlio dell’aria e della terra. Egli è ritenuto come il più antico degli Dei. Fu detronizzato da suo figlio Saturno, che regnò in sua vece.

1104. Cigno o Cieno. — Uccello consagrato ad Apollo, come Dio della musica ; ed a Venere, a causa della sua voluttuosa indole, e dell’estrema bianchezza delle sue penne. Il carro di questa Dea veniva sovente tirato da due cigni. Giove, per farsi amare da Leda si trasformò in uno di questi animali. V.Leda.

Cigno ebbe anche nome un figliuolo di Marte, che combattè contro Ercole e fu vinto. Marte allora sdegnato per la disfatta del proprio figlio volle battersi personalmente con Ercole ; ma Giove li separò facendo cadere fra di loro la folgore.

Cigno fu similmente detto un re della Liguria, figliuolo di Steneleo. Egli era legato da fraterna amicizia a Fetonte, tantochè quando quegli morì per la sua famosa caduta. Cigno abbandonò i suoi stati e recossi sulle sponde dell’ Eridano a piangere sulla tomba dell’amico suo. Egli cantò così soavemente nel suo dolore, che divenuto vecchio, gli Dei mossi a compassione cangiarono in penne i suoi bianchi capelli, e lo trasformarono in cigno.

L’allegoria favolosa, seguitando il suo simbolo anche dopo codesta metamorfosi, dice che egli ricordandosi del fulmine di Giove, che aveva ucciso l’amico suo, non avesse mai spinto il volo nelle regioni superiori, ma si accontentasse di volare radendo la terra, e facesse dell’elemento più contrario al fuoco la sua abitazione.

Cigno fu finalmente un figliuolo di Nettuno e di una Nereide, il quale fu da suo padre reso invulnerabile fino dall’infanzia, e tanto che essendosi confederato ai trojani nel famoso assedio della loro città, egli combattè contro Achille rimanendo esente da ogni ferita.

Achille allora vedendo che le sue armi erano impotenti contro il suo nemico, gli si spinse addosso e afferratolo alla gola lo strangolò : ma nel medesimo tempo che l’eroe vincitore si accingeva a spogliare il vinto delle sue armi, il corpo di Cigno disparve avendolo suo padre Nettuno cangiato in uno di questi animali.

1105. Cileno. — Fu una delle Plejadi.

1106. Cilixo. — Uno dei figli di Fenicio che andò a stabilirsi in quella parte dell’ Asia minore, che poi dal suo nome fu detta Cilicia.

Cilixo fu anche il nome di uno dei figliuoli di Agenore.

1107. Cillabaro. — Figlio di Stenelo. Egli durante l’assedio di Troja s’impadronì degli stati e della donna di Diomede.

1108. Cillaruso. — Uno dei Centauri. Aveva l’istesso nome il cavallo favorito di Polluce.

1109. Cillene. — Montagna dell’Arcadia. Vogliono alcuni scrittori mitologici, che essa debba il suo nome, ad una figlia di Menofrone, chiamata Cillene : altri pretendono che lo abbia da una principessa di questo nome pronipote d’Afanaso re d’Arcadia.

Mercurio, che secondo la tradizione favolosa nacque su questa montagna, viene sovente dedominato Cillenio.

1110. Cilleo. — Soprannome di Apollo che gli veniva dalla città di Cilla, nella Beozia, dove egli aveva un famoso tempio.

1111. Cillo. — Cocchiere di Pelopo, il quale {p. 83}lo ebbe così caro, che dopo la morte di lui, fond ò una città a cui impose nome di Cilla, per onorare la memoria del servo fedele.

1112. Cimmeria o Cimmeride. — Uno dei soprannomi della Dea Cibele.

1113. Cimmeriani. — Popoli dell’Italia, nelle circostanze di Baja. La cronaca favolosa dice che in una delle contrade abitate da questi popoli, sorgesse il palazzo del sonno, e l’antro per il quale si discendeva all’inferno.

1114. Cimmeride. — V. Cimmeria.

1115. Cimodoce. — Ninfa del mare. Fu una delle compagne di Cirene, madre d’Aristeo.

1116. Cimodocea. — Ninfa che predisse ad Enea l’evento della sua flotta. Fu una di coloro che si presentarono a Cibele, quando questa Dea trasformò i vascelli d’Enea in ninfe del mare.

1117. Cimopoja. — Figlia di Nettuno e moglie del famoso Briareo, il gigante Centimano V. Briareo.

1118. Cimoloe. — Una delle Nereidi. Essa ajutò i Trojani in una burrasca che Giunone aveva sollevata contro di loro.

1119. Cinarada. — Dette anche Cinaredo, nome che si dava al gran sacerdote sagrificatore della Venere di Pafo.

1120. Cinela. — Dalle parole latine cinxi, Cingo e cunctum cingere ; soprannome di Giunone come la Dea, a cui la tradizione mitologica, attribuiva l’incarico di slegare la c nta alle nuove maritate.

1121. Cindiade. — Soprannome di Diana. Narra Polibio, che la statua di Diana Cindiade, se pure posta in luogo scoperto aveva la prerogativa di non essere mai bagnata dalla pioggia.

1122. Cinghiale di Erimanto. — V. Erimanto.

1123. Cinghiale di Calidone — V. Calidone.

1124. Cinira. — Figlio di Cilixo e re di Cipro V. Ammone.

1125. Ciniro il giovane. — Soprannome di Adone figlio di Ciniro e di Mirra — V. Adone.

1126. Cinisca. — Figliuola d’Archisane, la quale fu la prima, che ne’giuochi olimpici avesse ottenuto il premio nella corsa dei carri ; ciò le valse dei grandi onori.

1127. Cinocefalo. — Divinità Egiziana. Al dire di Plutarco, era la stessa che Anubi. Vi erano, secondo la mitologia indiana, alcuni popoli sulle montagne delle Indie, i quali venivano così denominati perchè avevano la testa di cane V. Anubi.

1128. Cinofontisa. — Detta anche Cinofontea : nome che si dava ad una festa celebrata ad Argo, durante la quale venivano uccisi tutti i cani che s’incontravano per la via.

1129. Cinosora. — Ninfa del monte Ida. Fu una di quelle che presero cura dell’infanzia di Giove. Dopo la sua morte fu cangiata in astro.

1130. Cinosarge. — Soprannome di Ercole a lui dato a cagione di un’avventura. Un ateniese per nome Didimo, si accingeva ad offerire un sacrifizio ad Ercole, quando improvvisamente un grosso cane bianco sbranò la vittima e fuggì.

Didimo non sapendo che pensare dell’accaduto, rimase qualche tempo perplesso, allorchè intese una voce che gl’imponeva d’innalzare un altare nel luogo ove il cane erasi arrestato. Didimo esegui il misterioso comando e da quel tempo fu dato ad Ercole il soprannome di Cinosarge.

1131. Cinsia e Cinsie. — Soprannome di Diana e di Apollo, perchè nacquero insieme nell’isola di Delo, chiamata Cinsio.

1132. Cinsio. — V. Cinsia.

1133. Cintura di Venere. — Secondo la tradizione, questa misteriosa cintura aveva il poterc di rendere amabile chi la possedeva, e riaccendeva il fuoco di una passione estinta.

…. e dal seno il bel trapunto e vago
Cinto si sciolse, in che raccolte e chiuse
Erano tutte le lusinghe. V’era
D’amor la voluttà, v’era il desire.
E degli amanti il favellio segreto,
Quel dolce favellio ch’anco de’saggi
Ruba la mente……..
Omero. — Iliade Lib. XIV trad. di V. Monti.

A dire di Luciano nelle opere, Mercurio rubò a Venere la sua cintura, e da quel giorno il suo discorso ebbe gli ornamenti, le grazie più attraenti. — V. Cesto.

1134. Ciparisso. — Figlio di Telefa e di Apollo. Egli addimesticò con gran cura un cervo al quale era estremamente affezionato. Un giorno per inavvertenza lo ucoise, e ne fu così addolorato che volle darsi la morte, ma Apollo mosso a pietà lo cangiò in cipresso.

1135. Cipfelide. — Nome patronimico di Cipfelo, tiranno di Corinto, e suoi discendenti.

1136. Cipresso. — Era ritenuto come il simbolo della tristezza, o perchè tagliato una volta non rinasce più, o perchè i suoi rami senza foglie hanno un aspetto lugubre. Si piantava d’ordinario, come oggidi, vicino alle tombe. Era consacra’o a Plutone, come Dio dei morti.

1137. Ciprigna. — Soprannome dato a Venere, dall’isola di Cipro, a lei consagrata.

1138. Circe. — Famosa maga che alcuni mitologi dicono figlia del Giorno e della Notte, ed altri del Sole e della ninfa Persa.

Circe, la dotta e incomparabil fata
Ovidio. — Metamorfosi. — Libro XIV. trad. di Dell’anguillara.

{p. 84}Circe fu scacciata dal suo paese nativo per avere avvelenato suo marito, re dei Sarmati, ed andò a dimorare nell’isola di Ea, o, secondo altri in un promontorio della Campania che poi dal suo nome fu detto Circeo, e dov’essa cangiò Scilla in mostro marino, avendole un giovane greco per nome Glauco, che essa amava, preferita quella ninfa. Circe accolse Ulisse nella sua isola, e per ritenerlo presso di se, cangiò tutti i seguaci di lui in majali, orsi ed altri animali, dando loro a bere certo liquore di cui Ulisse non volle gustare, e potè così dopo qualche tempo far ritorno nella sua patria.

………. la Deessa udiro
Dai ben torti capei, Circe, che dentro
Canterellava con leggiadra voce,
Ed un ampia tessea, lucida, fina,
Maravigliosa, immortal tela, e quale
Della man delle dive useir può solo.
Omero — Odissea — Lib. X Trad. di I. Pindemonte.

1139. Circio. — Così veniva chiamato uno dei principali venti.

1140. Cirene. — Ninfa figlia del fiume Peneo. Apollo l’amò con passione e la condusse in Africa ov’essa divenne madre di Aristea.

Vi fu un’altra Cirene ninfa della Tracia che fu dal Dio Marte resa madre del famoso Diomede.

1141. Cirno. — Uno dei figliuoli di Ercole : dette il suo nome all’isola di Corsica.

1142. Cirra. — Città della Focide vicino alla quale esisteva una caverna da cui soffiavano dei venti che ispiravano una specie di divino furore, e facevano rendere responsi ed oracoli. Da ciò il soprannome di Cirreo dato ad Apollo.

1143. Cisio. — V. Cizzica.

1144. Cissea. — Ecuba, moglie di Priamo re di Troja, veniva così denominata perchè figlia di Cisseo re della Tracia.

1145. Cissone. — Così avea nome un giovane il quale morì per una caduta, mentre danzava nei misteri di Bacco, innanzi al simulacro di questo Dio, che lo cangiò in ellera.

1146. Cissotonie. — Feste greche in onore di Ebe dea della giovanezza : coloro c e vi prendevano parte erano coronati di ellera.

1147. Cita. — Città capitale della Colchide patria di Medea, la quale veniva perciò detta Citae-Virgo, ossia la donna di Cita.

1148. Citera. — Isola del mediterraneo. La tradizione mitologica narra che fu in quest’isola che Venere nascesse dalla spuma del mare gli abitanti di quest’isola avevano per quella Dea un culto particolare e le avevano consacrato un tempio ricchissimo nel quale essa veniva adorata sotto il nome di Venere Urania.

1149. Citerea. — Soprannome di Venere. Vedi l’articolo precedente.

1150. Citereo. — Si dava codesto soprannome a Cupido, figliuolo di Venere Citerea.

Al dire di Pausania, Citereo era anche un fiume del Peloponneso in Elide consacrato alle ninfe Jonidi. Le acque di questo fiume avevano al dire del citato scrittore, la virtù di guarire dalle malattie, gl’infermi che vi si bagnavano.

1151. Citereo-Eroe. — Così veniva denominato Enea figliuolo di Venere. I greci chiamavano pure mese Citereo quello di aprile perchè era consacrato a Venere.

1152. Citeriadi. — Soprannome che talvolta si dava alle Muse tenute anch’esse in conto di bellissime.

1153. Citerone. — Re di Platea nella Beozia tenuto in conto di saggio e prudente uomo. La cronaca mitologica racconta che essendo Giunone, altamente irritata contro di Giove vedendosi di continuo abbandonata da questo per altre donne, avesse deciso di dividersi da lui per mezzo di un pubblico divorzio.

Allora Citerone consigliò a Giove di fingere un nuovo matrimonio per ricondurre a se Giunone. Il consiglio di Citerone ebbe il suo pieno effetto.

1154. Citeronia. — Sopraunome di Giunone. Vedi l’articolo precedente.

1155. Citeronio. — Così veniva denominato Giove perchè aveva un tempio sopra una montagna che portava l’istesso nome.

1156. Citora. — Città e montagna della Galazia, così detta da Citoro figlio di Prisso. Quella contrada era coperta di boschi.

1157. Civetta. — Quest’uccello per essere ritenuto come simbolo della vigilanza veniva consacrato a Minerva. Al dire di Eliano i Pagani ritenevano come pessimo augurio l’incontro di una civetta.

1158. Cizzica o Cisia. — Re dei Dolioni nella Misia. Giasone, movendo alla testa degli Argonauti per la conquista del vello d’oro lo uccise inavvertentemente. Da quel tempo il suo nome fu dato alla capitale dei Dolioni, la quale fu detta Cizzica o Cisia, e che poi divenne una delle più fiorenti città della Grecia.

1159. Cladea. — Fiume dell’Elide che veniva adorato dai greci come una divinità.

1160. Cladeo. — Uno degli eroi della Grecia. Pausania ripete che dopo la sua morte gli furono tributati gli onori eroici.

1161. Cladeuterie. — Feste che si celebravano all’epoche del taglio delle vigne.

1162. Clara-Dea. — Dea brillante, così veniva denominata Iride.

1163. Clario. — Soprannome di Apollo che {p. 85}gli veniva dalla città di Claro o Claros, dove egli era particolarmente venerato e dove aveva un famoso oracolo.

1164. Claro. — Città della Jonia — Vedi l’articolo precedente.

1165. Claudia. — Era questo il nome di una vestale, la quale accusata di libertinaggio fu salvata dalla dea Vesta, che operò un miracolo per provare la virtù di lei. La tradizione favolosa narra, che Claudia, per mezzo della sua cintura, avesse tirato a terra il vascello sul quale la madre degli dei, ritornando dalla Frigia, si era arrenata sulle rive del Tevere, e dove il vascello si era così fortemente incastrato che non riusci a più centinaja di uomini di rimuoverlo.

1166. Clausio. — Dio che veniva invocato nella chiusura delle porte. Deriva dalla parola latina cludere, chiudere.

1167. Clava. — Questa specie di arma terribile, è l’attributo che concordemente gli scrittori dell’antichità danno ad Ercole, il quale, in tutte le sue imprese, si servì sempre della clava. La cronaca mitologica dice che fosse dapprima appartenuta a Mercurio, il quale l’avesse poi data ad Ercole, che la depose in un dato luogo, ove la clava avendo posto radice nella terra, fosse diventata un albero. Anche Teseo si dipinge sovente armato d’una clava, perchè, al dire di Euripide, egli si armò di una grossissima clava per combattere contro Creonte, re di Tebe. Secondo il suddetto scrittore, la clava di Teseo, veniva designata con l’epiteto di Epidauriana, perchè fu appunto nell’Epidauro che Teseo la rapì a Perifete, dopo averlo ucciso. È questa del paro l’opinione di Plutarco.

….. ed ei brandita
(Arma tremenda) l’Epidauria clava
E rotandola a fromba, e colli e teste
Mieteva insieme. è le partia dal tronco.
Euripide — Le supplicanti — Tragedia trad. di F. Bellotti.

1168. Clavigero. — Vale a dire porta clava e porta-chiavi : soprannome di Ercole — Vedi l’articolo precedente — e di Giano. A quest’ultimo si dava l’epiteto di porta-chiavi, come custode del tempio che si apriva in tempo di guerra e si chiudeva in tempo di pace.

Clavigera proles-Vulcani, venivano detti i discendenti di Vulcano.

1169. Cledonismanzia. — Detta anche Cledonismo, era una famosa magia ; specie di divinazione che si tirava da certe parole, che dette in alcuni dati rincontri, erano ritenute come fausto o come funesto augurio.

1170. Clemenza. — Di questa virtù avevano i pagani fatta una divinità ; e, secondo asserisce Plutarco, dopo la morte di Cesare fu innalzato un tempio alla clemenza di lui. Gli attributi della clemenza erano la patera, un ramo d’albero verde e la pica.

1171. Cleobe. — V. Bittone.

1172. Cleodeo. — Figlio d’Illo e nipote di Ercole.

1173. Cleodice. — Figlia di Priamo, re di Troja, e di Ecuba.

1174. Cleodora. — Così avea nome la ninfa che fu madre di Parnaso.

1175. Cleodossa. — Una delle figliuole di Niobe.

1176. Cleomede. — Famoso atleta. Egli era così robusto, che sdegnato di non aver conseguito il premio nella lotta contro un cittadino di Epidauro, abbatè una colonna di una casa con un pugno, facendo così morire un gran numero di persone sotto le rovine. Egli si salvò nascondendosi in un sepolcro, nel quale poi non fu più ritrovato. L’oracolo consultato su questo strano avvenimento, rispose che Cleomede era scomparso perchè l’ultimo dei semi-dei.

1177. Cleone. — Borgata nelle circostanze della foresta Nemea, resa celebre per l’uccisione del famoso leone Nemeo, fatta da Ercole. — V. Ercole.

1178. Cleopatra. — Una delle Danaidi.

Vi fu anche un’altra Cleopatra, che fu figlia di Borea e moglie di Fineo.

1179. Cleromanzia. — Divinazione con la quale si pretendeva conoscere la sorte per mezzo dei dadi.

1180. Cleta. — Nome che i Lacedemoni davano ad una delle tre grazie.

1181. Clidomanzia. — Indovinamento che si facea per mezzo di alcune chiavi.

1182. Climene. — Ninfa, figlia dell’Oceano e di Teti. Apollo l’amò con passione e ne ebbe va rii figli.

Climene era anche il nome della confidente di Elena.

1183. Climeneidi. — Così furono dette le figlie di Climene.

1184. Climeneo. — Soprannome di Plutone. Il padre di Arpalice si chiamava del pari Climeneo. V. Arpalice.

1185. Clio. — Una delle nove muse, e propriamente quella che presiedeva alla storia. I poeti la rappresentano sotto figura di una donna giovane, d’imponente e maestosa bellezza, con la fronte coronata di lauro, e avendo nella mano destra una tromba e nella sinistra un libro.

1186. Clita. — Figlia di Merope. Essendole morto il marito, ch’essa amava teneramente, si strangolò per non sopravvivergli.

{p. 86}1187. Clitennestra. — Figlia di Tindaro e di Leda, sorella di Castore, e moglie di Agamennone.

…… figlia di Leda io sono :
Clitennestra m’appello : è mio consorte
Agamennone re.
Euripide — Ifigenia in Aulide — Tragedia trad. di F. Bellotti.

Mentre Agamennone era all’assedio di Troja, essa amò Egisto, il quale, d’accordo con lei, assassinò Agamennone, quando questi ritornò dalla guerra, e si rese padrone de’suoi stati, usurpando, con sanguinosa opera di regicidio, il suo trono ed il suo talamo.

… Ahi ! lassa ! ohimè ! che bramo ? Elettra,
Piangi l’error di traviata madre.
Piangi, chè intero egli è. La lunga assenza
D’un marito crudel… d’Egisto i pregi….
Il mio fatal destino…
Alfieri — Agamennone — Tragedia. Atto 1. Scena 3.

Oreste divenuto adulto, vendicò suo padre, ed uccise Egisto e Clitennestra, immergendo in lei, senza conoscerla, il proprio brando.

1188. Clitidi. — Famiglia greca a cui venivano particolarmente affidate le sacre funzioni nelle cerimonie degli Aruspici.

1189. Clitio. — Uno dei fratelli del re Priamo, e figlio di Laomedone.

1190. Clito. — Così ebbe nome uno dei più rinomati centauri.

1191. Clizia. — Figlia dell’Oceano e di Teti. Essa fu amata da Apollo, il quale l’abbandonò per ottenere i favori di Leupotea. Clizia concepi una così violenta gelosia, che in un accesso di disperazione volle lasciarsi morir di fame, ma Apollo la cangiò in quel fiore a cui oggi si dà il nome di Eliotropo.

La cronaca mitologica ricorda due altre Clizie : una che fu moglie di Tantalo, l’altra di Amintore.

1192. Cloacina. — Dea delle cloache. La tradizione favolosa racconta che Tito Tazio avendo per caso trovata una statua in una cloaca, la proclamò dea, imponendole il nome di Cloacina.

Al dire di Plinio, Cloacina era anche un soprannome di Venere, a cagione d’un tempio che ella aveva presso Roma, in un luogo paludoso. Secondo il suddetto scrittore, fu in quel luogo che i Sabini e i Romani s’unirono in un sol popolo, dopo la guerra ch’essi ebbero fra loro, a causa del famoso ratto delle Sabine.

1193. Clodonie. — Nome col quale i Macedoni indicavano le Baccanti.

1194. Cloe. — Soprannome di Cerere, da cu i le feste in suo onore dette Clojane.

1195. Cloesie. — Feste celebrate in Atene, in onore dì Bacco.

1196. Cloje. — Altre feste celebrate in Atene in onore di Cerere, nelle quali veniva a lei sacrificato un capro. Questa parola deriva dal greco Κλδα che significa erba verde, e conviene perciò a Cerere, come dea dell’agricoltura.

1197. Clone. — Soprannome che gli Egiziani davano ad Ercole.

1198. Clonio. — Uno dei capitani Beozii, che si recarono all’assedio di Troia.

1199. Cloreo. — Famoso indovino, sacerdote di Cibele.

1200. Cloridi. — Più comunemente conosciuta sotto il nome di Clori, fu una delle figliuole di Niobe e di Anfione. Ella sposò Neleo, e fu madre di Nestore. Apollo e Diana la uccisero perchè essa aveva osato vantarsi di cantar meglio del primo, e d’esser più bella della seconda.

Clori fu anche il nome di una ninfa che sposò Zeffiro, il quale le dette per dote l’impero sui fiori, ciò che la fece adorare sotto il nome di Flora, come una dea.

1201. Closio. — Soprannome di Giano : si diceva talvolta anche Clovisio.

1202. Clostero. — Figliuolo d’Aracne : a lui s’attribuiva comunemente l’invenzione del fuso.

1203. Cloto. — Una delle tre Parche, figlia di Giove e di Temi ; veniva rappresentata sotto la figura di una donna vestita di una lunga tunica di diversi colori, e col capo cinto d’una corona di sette stelle.

1204. Cnef o Cnufi. — Dio supremo degli Egiziani, i quali credevano ch’egli avesse esistito prima della creazione del mondo, e che dalla sua bocca fosse uscito il primo uovo, che dette poi vita a tutti gli esseri mortali.

Plutarco riferisce che gli Egiziani della Tebaide, per un lungo elasso di tempo, non ebbero se non questa sola divinità immortale, e non riconobbero alcuna divinità, che fosse sottomessa alla legge inevitabile della morte.

Questa credenza religiosa di uno dei più antichi popoli del mondo, è una prova dell’antichità della tradizione religiosa dell’unità dell’essere supremo.

1205. Cnufi. — V. Cnef.

1206. Coalemo. — Nome che si dava alla divinità della imprudenza.

1207. Cobali. — Dalla parola greca Κσβαλὅς che significa ingannatori ; venivano così indicati alcuni genii malefici, che facevano parte del seguito di Bacco.

1208. Cocalo. — Re della Sicilia. La tradizione mitologica racconta che fu presso di lui che si ricoverò Dedalo, allorchè Minos lo perseguitava. Cocalo soddisfatto d’aver presso di sè {p. 87}un uomo, che come Dedalo si era reso celebre pel suo ingegno, lo difese contro di Minos, che veniva a dimandarglielo a mano armata e fece perire il persecutore di lui. Vi sono per altro alcuni scrittori dell’antichità, i quali ripetano che se pure Cocalo avesse sottratto Dedalo alle persecuzioni di Minos, se ne fosse disfatto egli stesso poi per proprio conto. È questa un’opinione assai vaga.

1209. Coccodrilio. — Gli Egiziani avevano un culto particolare per questo animale, e lo ritenevano come sacro. Gli abitatori del lago Meris e i popoli di Tebe, lo veneravano con un culto particolare : lo addomesticavano e gli coprivano il collo e gli orecchi di ornamenti d’oro e di pietre preziose, lo nutrivano di certa quantità di carne, al qual cibo essi davano il nome di carni sacre.

Quando il sacro animale moriva, essi lo imbalasamavano, lo deponevano in un urna espressamente fabbricata, e lo seppellivano nei sotteranei del Laberinto, presso la sepoltura del re. Per questo culto speciale, gli abitanti della città d’Arsinoe, presso il lago Meris, dettero alla loro capitale il nome di Coccodrillopoli, ossia città dei Coccodrilli.

Presso gli Ombiti, che era il popolo più superstizioso dell’Egitto, era ritenuto come un segno della benevolenza del cielo, quando un coccodrillo avesse divorato uno de’loro bambini, del che essi si tenevano felicissimi.

Però non era codesta superstiziosa credenza riguardo a questi rettili, comune a tutte le città dell’Egitto : ve n’era anzi buon numero in cui i coccodrilli venivano uccisi e riguardati con orrore, dappoichè era diffusa credenza, che Tifone, il quale nella tradizione mitologica egiziana era ritenuto come l’uccisore d’Osiride, si fosse cangiato in coccodrillo. Al dire di Plutarco questo rettile per essere senza lingua era ritenuto come il simbolo della divinità.

Presso gli Egizii che adoravano il coccodrillo, si credeva fermamente che i vecchi coccodrilli avessero la virtù d’indovinare ; ed era ritenuto come felice presagio se questi animali avessero mangiato nelle mani stesse del porgitore, mentre per contrario si teneva come pessimo presagio, se avessero ricusato di cibarsi.

Tazio, nelle sue opere, dice che gli Egiziani ponevano l’immagine del sole nella barca che dovea trasportare un coccodrillo, perchè il numero dei denti di questo animale è eguale a quella dei giorni dell’anno.

Gli Egizii, adoratori de’coccodrilli, ritenevano come cosa certa che durante i primi sette giorni della nascita del bue Api, — V. Api — quei terribili rettili deponessero affatto la loro innata ferocia, per non riprenderla che all’ottavo giorno. E finalmente la loro superstiziosa credenza riguardo a questi animali, guingeva fino al punto da credere che essi avevano un grande rispetto per la dea Iside, e che non facessero alcun male a coloro che navigavano il Nilo in una barca fatta dello stesso legno di cui era fabbrita quella di che si serviva la dea Iside ne’suoi viaggi.

1210. Coeinomanzia o Coseinomanzia. — Specie di divinazione che si faceva per mezzo d’un crivello o staccio.

1211. Cocitia-Virgo. — La donna infernale, così veniva denominata Alettone o Alecto, una delle tre furie. V. Alectone.

1212. Cocito. — Fiume dell’inferno che circonda il Tartaro e arricchisce le sue tristi acque con le lagrime dei dannati.

Cocito era anche il nome di uno dei discepoli del centauro Chirone.

1213. Coe o Coo. — Con questo nome i ragani designavano il secondo giorno delle feste Antisterie.

1214. Colasco. — Figlio di Giove e della ninfa Ora.

1215. Colchide. — Contrada dell’Asia, la cui capitale fu la città di Cita : si rese celebre per il vella d’oro. Gli abitanti di questa contrada, conosciuti sotto il nome di Colchi, hanno dato luogo alla falsa supposizione dell’esistenza di una città detta Colchisa, la quale non ha mai esistito.

1216. Collaro d’Erifile. — V. Erifile.

1217. Cellatina o Cellina. — Secondo l’opinione di S. Agostino aveva questo nome la dea che presiedeva alle montagne e alle valli.

1218. Collina. — V. Collatina.

1219. Colofone. — Città della Ionia, celebre per un famoso oracolo di Apollo.

1220. Colomba. — Detto uccello di Citerea, per essere sacro a Venere. Apulejo ripete che questa dea facea tirare il suo carro da due colombe e spesso prendeva le sembianze di quell’animale. Gli abitanti di Ascalona, avevano in grande rispetto le colombe e non osavano cibarsi della loro carne, ritenendo che sarebbe stato lo stesso che cibarsi delle loro divinità. Anche presso gli Assiri era grande la venerazione per le colombe ; ed era generale credenza presso quei popoli, che l’anima della loro famosa regina Semiramide, fosse volata al cielo, sotto le sembianze di una colomba.

Silvio Italico, rapporta nelle sue opere, che due colombe si fossero fermate sulla città di Tebe : e che dopo qualche istante una prendesse il volo verso la selva di Dodona, nella quale dette ad una quercia il potere di rispondere come un {p. 88}oracolo ; mentre l’altra passò il mare e si arresto nella Libia, ove andò a posare il suo volo fra le corna di un capro. Al dire di Filostrato, la colomba di Dodona era di oro, riposava su di una quercia circondata da numeroso popolo, che vi si recava parte per offrirle dei sacrifizii, parte per avere degli oracoli. Secondo Sofocle due colombe della selva di Dodona, interrogate da Ercole, gli svelarono il limite della sua vita.

1221.Colonne d’Ercole. — La tradizione mitologica ricorda che Ercole, seguendo le sue imprese, si fosse internato fino alla città di Gadira, oggi Cadice, e che quivi, credendo d’esser giunto all’estremità della terra, separò le due montagne di Calpe ed Abila, quella ai confini dell’Africa e questa in Europa, allo stretto di Gibilterra, dando cosi la comunicazione al Mediterraneo con l’oceano. Sulle due montagne, Ercole fece innalzare due colonne, per contrasegnare ai posteri il luogo ove ebbero fine le sue conquiste. Al dire di Strabone, queste colonne conosciute sotto il nome di colonne d’Ercole, si chiamavano anche portœ Gadaritanœ, ossia porte di Gadira.

1222. Colossi. — Statue di bronzo di un’altezza straordinaria e d’immense proporzioni. Ve ne erano diversi. Il più famoso è quello conosciuto sotto il nome di colosso di Rodi, che era una delle sette maraviglie del mondo, e che rappresentava Apollo, solo dio dei Rodiani. La più comune opinione è che codesta statua fosse alta settanta cubiti. Solo Festo, nelle sue cronache, ne fissa l’altezza a centocinque piedi. Era tutta di rame e vuota nell’interno, ove erano praticati dei ponti di ferro e di pietra. Il colosso di Rodi sorgeva all’imboccatura del porto di quella città, e posava i piedi su due basi quad rate di così sterminata altezza, che un vascello, a vele gonfie, passava tra le gambe della statua senza il menomo ostacolo. Un architetto indiano, per nome Cares, discepolo di Lisippo, fu il costruttore del colosso di Rodi, il quale, secondo asserisce Plinio, fu abbattuto cinquantasei anni dopo la sua costruzione, finchè sotto il regno di Vespasiano, non fu, per ordine di questo imperatore, ricollocato al suo posto. Verso la metà del settimo secolo, i mori, impadronitisi dell’isola di Rodi, venderono la statua colossale ad un ebreo, che la fece in pezzi e, pel solo trasporto della gran quantità di rame, fu costretto a servirsi di novecento cammelli.

L’origine dei colossi è attribuita all’Egitto, perchè Sesostri, re di quelle contrade, fece porre nella città di Menfi, in un tempio consacrato a Vulcano, varie statue rappresentanti sè stesso e la sua famiglia, l’altezza delle quali giungeva a trenta cubiti.

In Apollonia, città del Ponto Eusino, v’era un altro colosso dell’altezza di trenta cubiti, che similmente rappresentava Apollo, e che Lucullo fece trasportare a Roma. Finalmente i cronisti dell’antichità, fanno menzione di ben sette altri colossi, trovati nel perimetro della suddetta città d’Apollonia, dei quali due rappresentavano Giove, due Apollo, uno il Sole, uno Domiziano, ed uno Nerone.

1223.Colosso di Rodi. — Vedi l’articolo precedente.

1224.Comani. — Ministri subalterni dei sacrificii che si facevano alla dea Bellona, nella città di Comana, in Cappadocia, in cui quella dea aveva un tempio famoso.

1225.Comeo. — Dalla parola coma, che significa capigliatura ; veniva dato codesto soprannome ad Apollo per la bellezza della sua chioma.

Al dire di Ateneo si celebrava in Grecia una festa ad Apollo Comeo, nella quale tutti coloro che vi prendevano parte vestivano una tunica bianca.

1226.Cometeso. — Padre d’Asterione : fu uno degli Argonauti.

1227.Cometo. — Figlia di Peterela, re dei Teleboeni : la tradizione racconta di lei che per un trasporto amoroso tradi il proprio padre, il cui destino dipendeva da un capello, il cui misterioso possesso era noto solo alla figlia. Essendosi Anfitrione portato a cingere d’assedio Tafo, città capitale dei Teleboeni, pose inutilmente in opera l’ingegno e le forze, per rendersi padrone della città, poichè gli assediati respinsero sempre valorosamente gli assalitori. Scorato dell’impresa, egli s’accingeva a togliere l’assedio, allorchè Cometo, pazzamente innammorata del generale nemico, si lusingò di guadagnarne l’amore col tradire il padre ; ma avendo reciso quel fatale capello e data in balia dei nemici la propria patria, fu fatta uccidere per ordine di quello stesso uomo pel cui amore essa s’era resa traditrice.

Cometo era anche il nome di una sacerdotessa di Diana.

1228.Como — Dalla parola greca Κὠμος, che significa lusso, libertinaggio ; si dava codesto nome al dio della gozzoviglia, dei baccanali e dei festini. Veniva rappresentato sotto le sembianze d’un giovine dalla faccia arrossita per l’ubbriachezza, e col capo coronato di rose, secondo si costumava nei banchetti.

1229.Compitalie. — Feste che si celebravano nelle crocivie, in onore degli dei Penati.

1230.Comuso. — Divinità che presiedeva alle gioje notturne ed allo abbigliamento delle donne e dei garzoni seguaci dell’eleganza della moda. Veniva rappresentata inghirlanda ta di fiori e con una torcia accesa nella mano destra.

1231.Concordia. — Figlia di Giove e di {p. 89}Temi. I Romani l’adoravano con un culto particolare e le avevano innalzato un tempio superbo.

1232.Conifalo. — Uno dei soprannomi del dio Priapo.

1233.Connida. — Precettore e confidente di Teseo. Al dire di Piutarco, gli Ateniesi, dopo la sua morte, gli tributarono gli onori divini.

1234.Consedio. — Divinità che presso i Romani presiedeva al concepimento degli uomini : si dava comunemente codesto soprannome a Giano, chiamandolo Giano Conservio.

1235.Consenti. — Nome collettivo che si dava agli dei ed alle dee di prim’ordine, conosciuti pure, secondo l’opinione di molti chiari scrittori, sotto la dominazione di dii maiorum gentium, ossia dei maggiori. Erano in numero di dodici, cioè : Giove, Nettuno, Apollo, Marte, Vulcano, Mercurio, Giunone, Vesta, Minerva, Cerere, Diana e Venere. — V. Dei.

1236.Consenzie. — Dette anche Conseziane. Feste in onore degli dei Consenti. In queste cerimonie si faceva una specie di obbligazione di onorare particolarmente quegli dei, uniti sotto la denominazione collettiva di Consenti.

1237.Conservatrice. — Soprannomedi Giunone. La tradizione favolosa racconta che un giorno essendo Diana a caccia nella pianura della Tessaglia, le fossero improvvisamente comparse cinque cerve, di non comune grandezza, con le corna d’oro. Diana si dette a inseguirle, ma non potè impadronirsi che di quattro soltanto, essendo stata la quinta preservata da morte da Giunone, che la volle salvare : da ciò il titolo di Conservatrice a questa dea.

1238.Consiva. — Dalla parola latina consevo consevi, io semino, si dava codesto soprannome ad Ope, divinità tutelare delle campagne, la cui festa si celebrava nel mese di agosto, sotto la stessa denominazione.

1239.Conso. — Dio dei consigli : si crede che sia lo stesso che Nettuno Ippio.

1240.Consuali. — Feste che si celebravano particolarmente con gli spettacoli del Circo, in onore del dio Nettuno Ippio. — Vedi l’articolo precedente.

1241.Coo. — V.Coe.

1242.Coon. — Figlio di Antenore : volendo vendicare la morte di suo fratello Ifidamo, ucciso da Agamennone, gli trapassò la mano con un colpo di lancia ; ma fu da quest’ultimo egualmente ucciso.

1243.Coppa. — Narra la cronaca mitologica che Demofonte, re d’Atene, accolse amorevolmente Oreste, quando questi lasciò Argo, dopo l’uccisione di Egisto e di Clitennestra ; ma che avendo poi saputo essere Oreste reo di parricidio, non volle più ammetterlo alla sua tavola ; ma ordinò fosse servito nella sua reggia particolarmente in una coppa di forma e di materia diversa da quelle che comunemente si costumavano in quei tempi. In memoria di tale avvenimento, gli Ateniesi istituirono poi una festa a cui fu dato il nome di festa delle Coppe.

1244. Cora o Corea. — Soprannome di Proserpina, figlia di Cerere, in onore della quale si celebravano pubbliche feste, dette Coree.

1245.Corallo. — Secondo la tradizione favolosa questa pianta nacque dal sangue che grondò dalla testa di Medusa, allorchè Perseo nascose quella testa tutta insanguinata sotto alcune piante di corallo, le quali a quel contatto divennero pietrose e sanguigne.

1246.Corcira. — Isola che deve il suo nome ad una ninfa che fu una delle mogli di Nettuno. Quest’isola è celebre pel naufragio di Ulisse.

1247.Corea. — V.Cora.

1248.Corebe. — V.Corevo.

1249.Coresia. — Soprannome di Minerva, a cui Cicerone attribuisce l’invenzione dei carri a quattro cavalli.

1250.Coreso. — Uno dei sacerdoti di Bacco.

1251. Corevo o Corebe. — Figlio di Midionea cui Priamo, re di Troja, aveva promesso in moglie sua figlia Cassandra. Essendo andato a soccorrere i Trojani contro i Greci, Cassandra tentò invano di farlo allontanare dal teatro della guerra ; egli volle ostinarsi e vi si recò ; ma i dolorosi presentimenti di Cassandra si avverarono, perchè la notte in cui i Greci si resero padroni di Troja, Corebo fu ucciso da Peneleo.

1252. Coribanti o Cureti. — Sacerdoti del culto di Cibele. Essi ebbero Io speciale incarico di vegliare l’infanzia di Giove. Celebravano le loro feste suonando il tamburo, saltando e correndo come uomini colpiti da follia.

1253. Coribante. — Secondo il parere di Aristotile, era questo il nome del padre dello Apollo di Creta.

1254. Coribantiei. — Si dava codesto nome ai misteri delle feste di Cibelle, celebrati dai Coribanti.

1255. Coribaso. — Figlio di Cibele, dal quale i Coribanti han preso il loro nome.

1256. Coricia. — Ninfa che fu una delle mogli di Apollo : dimorava abitualmente in una caverna del monte Parnaso, conosciuta sotto l’istesso nome : le sue compagne furono dette Coricle.

1257. Corifea. — Secondo il parere di Eschilo, così avea nome quella furia che da parte delle sue compagne espose l’accusa terribile dell’Eumenidi contro Oreste.

1258. Corimbifero. — Uno dei soprannomi del dio Bacco.

{p. 90}1259. Corinto. — Famosa città della Grecia, la quale deve il suo nome a Corintio, figlio di Giove.

1260. Corinete. — Figlio di Vulcano : fu un celebre bandito, ucciso da Teseo.

1261. Coritalia. — V. Coritallia.

1262. Coritallia o Coritalia. — Uno dei soprannomi della dea Diana. Nella città dei Lacedemoni vi era un famoso tempio a lei dedicato conosciuto sotto il nome di tempio Coritalliano.

1263. Coritie. — Feste in onore della dea Corito.

1264. Corito. — Dea della impudenza. Essa aveva un tempio famoso nella città di Atene, ove si celebravano in suo onore delle feste dette Coritie. V. l’articolo precedente.

Vi fu un altro Corito di cui la tradizione mitologica fa menzione come figlio di Paride e di Enone. Gelosa Enone del famoso ratto di Elena, fatto da suo marito, mandò a Troja il figliuolo Corito, raccomandandogli di sorvegliare accuratamente la condotta di Elena, d’insinuarsi presso di lei e di non perderla di vista. Ma Paride, divenuto geloso del proprio figliuolo, che era di non comune belleza, un giorno trovatolo seduto vicino ad Elena, in un accesso di gelosia, lo uccise.

Si ricorda anche di un altro Corito che fu re dell’Etruria e padre di Dardano e di Tasio.

1265. Corna di Bacco. — Al dire di Properzio s’invocava Bacco per le sue corna, dimandandogli una lunga vita, onde poter celebrare la sua virtù.

1266. Corno dell’abbondanza. — Era sevente il simbolo delle immagini di Cerere, di Bacco e degli altri semi-dei ed eroi, che procurarono agli uomini l’abbondanza dei beni dei questa terra.

Al dire di Focio, Ercole veniva spesso effigiato con un corno dell’abbondanza sul braccio, perchè Acheolo gliene fece un dono per riavere il corno che Ercole gli aveva tagliato.

1267. Coroneo. — Fu figlio di Foroneo e re dei Lapidi. Fu uno degli Argonauti che presero parte alla spedizione del vello d’oro.

1268. Coronide. — Conosciuta anche sotto il nome di Arfinoe, figlia di Flegia. Apollo l’amo con passione ; ma essa l’abbandonò per darsi ad Ischiso, giovanetto di meravigliosa bellezza. Il nume fu talmente irritato dell’abbandono, che uccise Coronide ed il suo novello amante ; ma non potendo interamente porre in oblio l’amata donna, quando l’ebbe uccisa, tirò dal grembo di lei un fanciullo e l’affidò per farlo educare al centauro Chirone, il quale lo nomò Esculapio. Apollo si penti ben presto della crudele sua vendetta, e per punire il corvo che gli aveva denunziato l’infedeltà di Coronide, lo cangiò di bianco in nero.

Tempo fu già che amava una fanciulla
Febo in Tessaglia, nata Larissea,
Che la beltà restar fatta avria nulla
Di qual si voglia in ciel superba dea.
La vede il corvo un di che si trastulla
Con altro amante, e che ad Apollo è rea ;
E va per accusar l’ingrata e fella
Che per nome Coronide s’appella.
Ovidio — Metamorfosi Libro II. trad. di Dell’Anguillara.

Vi fu anche un’altra Coronide, figlia di Coroneo, re della Focide, che Minerva cangiò in cornacchia, per sottrarla alle oscene persecuzioni di Nettuno. In greco la parola Κορὠνγ, significa cornacchia.

Anche fra le baccanti ve ne fu una per nome Coronide, la quale fu rapita da Buteo.

Finalmente fuvvi un’altra Coronide, di cui fa menzione Pausania, come di una dea adorata in Sicione, ove non avendo un tempio suo proprio e particolare, le veniva sacrificato in quello di Pallade Minerva.

1269. Cortina. — Generalmente si è creduto dai cronisti della favola che sotto il nome di Cortina si volesse dai pagani indicare la pelle del serpente Pitone, di cui era ricoperto il tripode sacro sul quale la pitonessa o sibilla, rendeva i suoi oracoli. Taluno fra gli scrittori dell’antichità, pretende che il nome di Cortina, fosse adoperato per indicare il tripode stesso. L’opinione più fondata però sembra quella che attribuisce il nome di Cortina ad una specie di piccolo bacino, ordinariamente d’oro o di argento, così poco concavo, che somigliava ad una piccola tavola, la quale veniva posta sul tripode sacro, quando la Pitonessa, invasa dal furore profetico, dettava i responsi.

1270. Corvo. — Uccello consacrato ad Apollo, perchè si credeva che avesse un istinto naturale di predir l’avvenire. Prima del fatto di Coronide (V. Coronide) il corvo era bianco come il cigno : ma poi fu cangiato in nero.

1271. Coscinomanzia. — V. Cocinomanzia.

1272. Cotitto. — Dea del libertinaggio, particolarmente adorata nella Tracia. I misteri di questa dea erano considerati come i più infami. Al dire di Giovenale, le turpi libidini che si commettevano dai sacerdoti della dea, giunsero a tal segno di bestiale oscenità, che richiamarono su di essi il furore della dea stessa V. Bali.

Gli Ateniesi ereditarono dalla Tracia il culto di questa turpe divinità. La cronaca narra che Alcibiade si fosse fatto iniziare nei misteri di Cotitto, e che avendo il poeta Eupoli, scritta una commedia ove sferzava mordacemente i cattivi {p. 91}costumi di Alcibiade e la sua iniziazione agli avergognati misteri di Cotitto, quegli lo avesse fatto assassinare.

1273. Cotto. — Figliuolo del Cielo e della Terra e fratello di Briareo. Aveva anch’egli, secondo la tradizione favolosa, cinquanta braccia e cento mani.

1274. Covella. — Uno dei soprannomi della dea Giunone.

1275. Crabuso. — Uno degli dei della mitologia egiziana.

1276. Crane. — Ninfa che fu una delle mogli di Giano. Si crede comunemente che sia la stessa che Carnea.

1277. Cranto. — Uno degli eroi a cui dopo la morte furono eretti in Grecia monumenti ed altari.

1278. Cratea. — Dea degli stregoni e degli incantatori : fu madre della famosa Scilla. Omero e altri scrittori dell’antichità, vogliono che sia la stessa che Ecate.

1279. Crateo o Creteo. — Figlio di Minosse e di Pasifae. Avendo consultato l’oracolo per conoscere i destini della sua vita, ne ebbe in risposta che sarebbe stato ucciso da suo figlio Altmeno. Questo giovane principe, spaventato dalla sventura che minacciava suo padre, prima di esiliarsi volontariamente dalla sua patria, uccise una delle sue sorelle, che Mercurio avea deflorata, e dopo aver maritate le altre a diversi principi stranieri, parti. Tutto parea promettere un tranquillo avvenire a Crateo, ma questi non potendo vivere senza suo figlio, allesti una flotta e mosse egli stesso a rintracciarlo. Egli sbarcò all’isola di Rodi, ove stava Altmeno. Gli abitanti di quella, credendo che Crateo fosse un nemico che venisse a sorprenderli, presero le armi e ne segui un accanito combattimento, nel quale Altmeno trafisse con una freccia Crateo. Questo sventurato principe morì della ferita ricevuta, col dolore di veder compiuta la funesta predizione dell’oracolo, perchè quando suo figlio gli si accosto per spogliarlo delle armi, essi si riconobbero. Altmeno ottenne dagli dei che la terra gli si fosse spalancata sotto i piedi e lo avesse allo istante inghiottito.

1280. Crau. — La favola mitologica narra che combattendo Ercole contro il gigante Gerione, gli fossero mancate le frecce e che egli avesse implorato l’ajuto di Giove, il quale avesse mandato una pioggia di felci di cui è sparsa l’isola Crau, all’imboccatura del Rodano. Plinio chiama quel luogo un monumento delle imprese di Ercole.

1281. Crefagenete. — Dio adorato nella Tebaide e particolarmente in Egitto.

1282. Crenee. — Dalla parola greca Κυγυγ che significa fontana : veniva dato questo sopranome alle Najadi, ninfe delle fontane.

1283. Creonciade. — V. Creontide.

1284. Creonte. — Fratello di Giocasta. Egli s’impadronì del regno di Tebe dopo la distruzione della famiglia di Lajo, e fece morire Antigone, perchè avea dato sepoltura ai suoi fratelli — V. Antigone. È comune credenza ch’egli fosse il fomentatore della crudele inimicizia dei due fratelli Eteocle e Polinice, e che li avesse spinti ad uccidersi scambievolmente.

Vi fu un altro Creonte, re di Corinto, che Medea fece miseramente perire.  — V. Medea.

1285. Creontide o Creonciade. — Figlio dell’Ercole di Megara : suo padre lo uccise in un momento di furore.

1286. Cresponte. — Uno dei discen lenti di Ercole : fu celebre fra gli eroi della Grecia.

1287. Crepito. — Sconia e ridicola divinit à dei pagani.

1288. Creta. — Famosa isola i cui abitant i immolavano a Giove ed a Saturno vittime umane. La maggior parte degli dei e delle dee, di cui si compone l’Olimpo mitologico, ebbero i natali in questa città.

1289. Creteo. — V. Crateo.

1290. Cretesi. — Ninfe dell’isola di Creta : si davano comunemente come le seguaci di Venere, per essere questa dea particolarmente adorata nell’isola.

1291. Cretheo. — Figlio di Eolo. Sua moglie Demodice accusò falsamente un giovane chiamato Prisso, di aver voluto attentare al suo pudore. Cretheo prestò fede all’accusa, e volle uccidere Prisso ; ma questo giovane si salvò fuggendo con la propria sorella Elle.

1292. Cretheja-Virgo. — Così veniva denominata Elle, sorella di Prisso, dal nome del suo avo Cretheo, di cui nell’articolo precedente.

1293. Cretone. — Figlio di Diocle. Recatosi con suo fratello Orsiloco all’assedio di Troja, furono entrambi uccisi da Enea con un sol colpo. Menelao durò gran fatica a ritogliere i loro corpi dalle mani dei nemici.

1294. Creusa. — Figlia di Creonte, re di Corinto : essa sposò Giasone, quando questi ripudiò Medea, la quale per vendicarsi mandò in dono a Creusa una piccola scatola da cui uscì un fuoco che s’appiccò alla reggia e fece morire la sventurata principessa e il padre di lei.

Euripide dice che il dono inviato da Medea, consisteva in ornamenti muliebri i quali s’inflammarono non appena Creusa se ne fu adornata, producendo lo stesso effetto che il fuoco nella scattola. È opinione di molti pregiati scrittor i che la figlia di Creonte si chiamasse Glauca e non Creusa ; forse perchè questi due nomi {p. 92}vengono adoperati a vicenda per denotare la figlia di Creonte.

……. Di Glauca in traccia
Volgi i passi, o Lic’sca. A lei presenta
Questo mio dono, e nella mente imprimi
Ciò che dirle dovrai……..
………………..
…… poscia a’suoi piedi il cinto
In atto umil deponi, ed altro aggiugni,
E poni ogn’opra, onde l’accetti, e il seno
A cingerne s’induca.
Della Valle-Medea-Tragedia. Atto IV. Scena V.
E veggon sulla salma di Creusa,
Terribïlmente in piè sorger Medea…
Legouvè — Medea — Tragedia Trad. di Montanelli.

Le due precedenti citazioni varranno a comprovare ai nostri lettori che dagli scrittori si dà vicendevolmente alla figlia di Creonte il nome di Glauca o di Creusa.

La tradizione mitologica ricorda anche di una altra Creusa, che fu figlia di Priamo e moglie di Enea. Ella disparve durante il sacco di Troja, avendola Cibele nascosta, onde sottrarla agli insulti del vincitore.

….. e men tra loro
Era la donna mia…..
Mentre cosi tra furioso e mesto
Per la città m’aggiro. e senza fine
La ricerco e la chiamo, ecco d’avanti
Mi si fa l’infelice simulacro
Di lei, maggior del solito. Stupii,
M’aggricciai, m’ammutii. Prese ella a dirmi.
E consolarmi : O mio dolce consorte.
A che si folle affanno ? A gli dei piace
Che cosi segua. A te quinci non lece
Di trasportarmi. Il gran Giove mi vieta
Ch’io sia teco a provar gli affanni tuoi :
Che soffrir lunghi esigli, arar gran mari
Ti converrà pria cff’al tuo seggio arrivi,
Che fia poi ne l’Esperia, ove il Tirreno
Tebro con placid’onde opimi campi
Di bellicosa gente impingua e riga.
Ivi riposo e regno e regia moglie
Ti si prepara. Or de la tua diletta
Creüsa, signor mio, più non ti doglia :
Chè i Dolopi superbi, o i Mirmidoni
Non vedranno già me dardania prole,
E di Priamo figlia, e nuora a Venere,
Nè donna lor, nè di lor donne ancella,
Che la gran genitrice de gli dei
Appo se tiemmi………
Virgilio — Eneide Lib. II. trad. di A. Caro.

1295. Criaforeo. — Soprannome di Giove a lui venuto dalla città di Criaforide, nella Caria, dove era adorato con culto speciale.

1296. Criaforo. — Figlio di Nettuno e di Medusa. Egli sposò Calliroe dalla quale ebbe Gerione. V. Calliroe.

1297. Criforo o Crisore. — Dio dei Fenici, creduto generalmente il Vulcano dei Greci. Si riteneva come l’inventore dell’amo per pescare. Dopo la sua morte ebbe gli onori divini.

1298. Crinifo. — Principe Trojano il quale fu da Nettuno ed Apollo ajutato a riedificare le mura di Troja ; ma poi negò ai due numi la ricompensa che avea loro promessa. Nettuno per vendicarsi mandò nelle campagne della Frigia un mostruoso serpente, al quale ogni giorno bisognava dare una giovanetta per pasto. Tutte le volte che il mostro compariva, le giovanette del cantone tiravano a sorte la loro vita. Appena la figlia di Crinifo toccò l’età in cui doveva, come le altre, essere esposta alla voracità del rettile, il padre di lei la mise furtivamente su di una barca, e per non esporla alla triste sorte delle sue campagne, l’abbandonò alla fortuna delle onde. Spirato il tempo in cui il mostro doveva rimanere nella contrada, Crinifo andò a cercare sua figlia, e approdò in Sicilia ; ma non avendo potuto ritrovarla pianse tanto che i numi mossi a compassione, lo cangiarono in flume, accordandogli il privilegio di potere a suo talento assumere qualunque sembianza. Egli usò di questo potere per sorprendere molte ninfe, e combattè contro Acheolo per la ninfa Egesta, che poi sposò e da cui ebbe un figlio per nome Aceste.

1399. Criniso. — Sacerdote di Apollo. Questo dio per punirlo di aver trascurato il suo dovere nei sagrifici, mandò una grande quantità di sorci nei suoi campi. Però essendosi Criniso corretto, Apollo stesso uccise a colpi di frecce quegli animali divoratori, il che valse a quel Dio il soprannome di Sminitheus, che vuol dire distruttori di sorci.

1300. Criobole. — Specie di sacrifizio che si offeriva alla madre degli dei : la vittima abituale ne era un capro.

1301. Criofago. — Cioè divoratore di pecore. Divinità alla quale si dava questo nome pel gran numero di quegli animali che venivano sagrificati su’suoi altari.

1302. Crioforo. — Uno dei soprannomi del dio Mercurio.

1303. Crisaore. — Secondo l’opinione di Esiodo, fu cosi chiamato l’uomo che nacque dal sangue della testa recisa di Medusa : gli fu dato questo nome perchè aveva una spada d’oro nelle mani.

1304. Crise. — Sacerdote di Apollo e padre di Astinomea, più comunemente conosciuta sotto il nome di Criseide. V. Criseide.

Nella Troade, vi era una città conosciuta sotto l’istesso nome, celebre per un tempio dedicato ad Apollo.

{p. 93}1305. Criseide. — Astinomea, figlia di Crise, sacerdote di Apollo, veniva cosi denominata dal nome del padre. Dopo la caduta di Tebe, nella Cilicia, essa come preda’di guerra, spettò in sorte ad Agamennone, il quale la condusse seco quando si recò all’assedio di Troja.

Crise, padre di lei, rivestito degli abiti sacerdotali, si recò nel campo dei Greci per ridimandare la figlia.

Degli Achivi era Crise alle veloci
Prore venuto a riscattar la figlia
Con molto prezzo. In man le bende avea,
E l’auro scettro dell’arciero Apollo.
Omero — Iliade — Libro I trad. di V. Monti.

Essendosi Agamennone ricusato alle preghiere del vecchio, questi ottenne da Apollo che una terribile pestilenza avesse decimato l’esercito greco. Il flagello durò finchè, per ordine dell’indovino Calcante, la rapita giovanetta non fu restituita al padre. Agamennone, costretto a cederla, ritolse ad Achille una schiava per nome Briseide, che era a lui spettata in sorte nella divisione di un altro bottino di guerra. Achille, furibonuo contro Agamennone, ricusò di combattere nelle file dei Greci, finchè la morte del suo anico Patrocolo, non gli fece rompere il suo giuramento.

1306. Crisia. — Sacerdotessa di Giunone in Argo. Addormentatasi ai piedi dell’ara, lasciò che il fuoco si appiccasse ai sacri ornamenti, e quindi a tutto il tempio, fra le cui flamme mori bruciata ella stessa.

1307. Crisippo. — Figlio naturale di Pelopo, che lo amò teneramente. Ippodamia, moglie di Pelopo e matrigna di Crisippo, temendo che un giorno questo fanciullo non regnasse in pregiudizio dei propri figli, lo trattò assai male ed istigò Atreo e Tieste, suoi figliuoli, ad ucciderlo, ma eglino si ricusarono all’atto crudele e allora Ippodamia prese la risoluzione di uccider Crisippo di propria mano. Infatti armatasi del brando di Pelopo, lo trafisse lasciandogli l’arma omicida conficcata nel petto. Crisippo, mortalmente ferito visse ancora tanto tempo da poter palesare la verità, ed impedire che la sua morte fosse imputata ai due suoi fratelli. Ippodamia, delusa nelle sue crudeli speranze, si dette di sua mano la morte.

1308. Crisomattone. — Con questo nome i greci indicavano il famoso agnello del vello d’oro.

1309. Crisore. — V. Criforo.

1310. Crisotemi. — Figlia di Agamennone e di Clitennestra.

1311. Critomanzia. — Specie di divinazione che si faceva dall’osservazione della pasta delle focacce, che venivano offerte nei sagrifizii, e della farina che si spargeva sulle vittime per trarne i presagi. La parola Critomanzia viene dal greco Κριδη, che significa orzo.

1312. Crocale. — Ninfa che fu riglia del fiume Ifmeno.

1313. Croco. — Più comunemente conosciuto sotto il nome di Croto : figlio del dio Pane e di Eufema.

Dopo la morte fu annoverato fra le costellazioni.

Vi fu un altro Croco, marito di Smilaxa. Essi si amavano cosi teneramente e con tanta innocenza, che gli dei li cangiarono in arboscelli.

1314. Crodo. — Divinità degli antichi Sassoni : si crede in generale dai cronisti, che fosse la stessa che Saturno.

1315. Cromio. — Figliuolo di Priamo : fu ucciso all’assedio di Troja da Diomede.

1316. Cromione. — Contrada posta nelle circostanze di Corinto, celebre per i danni che ebbe a soffrire da un mostro che poi dette la vita, secondo la tradizione favolosa, al cignale di Calidone. Teseo combattè quel mostro e l’uccise.

1317. Cromisio. — Figlio di Neleo di Cloride, che fu ucciso da Ercole.

1318. Cromise. — Figliuolo di Ercole : avendo nudrito i suoi cavaili di carne umana, Giove lo fulminò.

Vi fu anche un satiro a cui la favola attribuisce l’istesso nome.

1319. Cronie. — Feste in onore di Saturno che i greci veneravano anche come il Tempo.

1320. Cronio. — Fu il nome di uno dei centauri.

1321. Crono. — Soprannome che veniva dato a Saturno, ritenuto come dio del tempo.

1322. Crotopiadi. — Nome collettivo dei discendenti di Crotopo.

1323. Crotopo. — Re d’Argo e padre di Famateo.

1324. Cteato. — Padre d’Anfimaco : fu uno dei capitani che assediarono Troja.

1325. Ctonlo. — Uno dei soprannomi del Dio Mercurio.

1326. Cuba. — Divinità tutelare dei dormienti.

1327. Cuculo. — Soprannome dato a Giove, per aver preso le forme di quest’uccello onde riacquistare le grazie di Giunone, sua moglie.

Quest’uccello era particolarmente consacrato a Giove ; e la favola racconta che la metamorfosi di quel dio in cuculo avvenisse nel Pelopenneso sul monte Torace, chiamato da allora in poi monte Cuculo dalla parola greca Χδων, che significa terra e dall’altra Χδονως che è per terra.

{p. 94}1328. Cuma. — Città d’Italia ove avea stanza la celebre sibilla, conosciuta comunemente sotto la denominazione di Cumana.

1329. Cunia. — Detta anche Cunina : divinità tutelare dei fanciulli poppanti.

1330. Cupavo. — Figlio di Cigno : al dire di Virgilio, fu anch’esso cangiato in questo animale.

…… Questi di Cigno
Era figliuolo, onde ne l’elmo avea
De le sue penne un candido cimiero
In memoria del padre, e de la nuova
Forma in ch’ei si cangiò, tua colpa, amore.
Virgilio — Eneide L. X trad. di A. Caro.

1331. Cupido. — Dio dell’amore e figliuolo di Marte e di Venere. Egli presiedeva alla voluttà. Veniva rappresentato sotto la figura di un fanciullo con gli occhi bendati, con un arco ed un turcasso pieno di frecce. Egli fu amato con passione da Psiche. Compagni di Cupido erano i piaceri, il riso, i giuochi ed i vezzi, tutti rappresentati, come lui, sotto la figura di fanciulli alati.

1332. Cura. — Ossia inquietudine. Divinità alla quale la favola attribuisce la formazione del corpo umano. Essa aveva un impero assoluto sulla vita dell’uomo.

1333. Cureoti. — Cosi avea nome presso i pagani il giorno delle feste dette Apatuarie. L’etimologia della parola Cureoti viene dal greco Κονρος che vuol dire uomo giovane, perchè appunto in quel giorno i giovani che erano giunti alla pubertà, prima di preder parte a quelle cerimonie, si facean tagliare i capelli, consacrandoli ad Apollo e a Diana.

1334. Cureti. V. Coribanti.

1335. Curisa. — Uno dei soprannomi della dea Giunone.

1336. Cuti. — I Sabini onoravano sotto questa denominazione, Giunone, rappresentandola con una lancia nella destra.

D §

{p. 95}1337. Dadea. — V. Dadesia.

1338. Dadesia o Dadea. — Festa che si celebrava in Atene in onore della nascita di alcuni dei in particolare e di tutti in generale. La principal cerimonia consisteva nell’accendere un gran numero di torcie.

1339. Daducheo. — Detto anche Dauduque : era questo il nome che gli Ateniesi davano al gran sacerdote di Ercole. Si chiamavano anche Daduci i sacerdote che nella festa Dadesia, portavano le torcie accese. V. l’articolo precedente.

1340. Dafida. — Al dire di Valerio Massimo, così avea nome un dotto uomo, il quale volendo burlarsi della Pitia, andò ad interrogaria se egli avesse potuto ritrovare il proprio cavallo, il quale per altro egli era ben lungi d’aver perduto. Apollo sdegnato, fece dalla Pitonessa rispondere che non sarebbe trascorso molto tempo ed avrebbe ritrovato il perduto animale : infatti poco dipoi Attalo fece morire Dafida in un luogo che si chiamava comunemente il Cavallo.

1341. Dafne. — Figliuola del fiume Peneo, che fu passionatamente amata da Apollo. Un giorno mentre essa cercava di sottrarsi con la fuga alle amorose persecuzioni di quel dio, la ninfa del fiume padre della perseguitata, la cangiò in lauro. Apollo allora consacrò quell’arboscello a Dafne ed egli stesso si fece di quelle foglie una corona, che poi porto sempre.

Vi fu anche un’altra Dafne, più comunemente conosciuta sotto il nome di Artemisia o Artemisa, figlia di Tiresia, la quale nella città di Delfo rendeva gli oracoli in versi, cosi armoniosamente poetici, che si credeva averne Omero stesso inseriti buon numero nei suoi poemi. Al dire di Diodoro, questa figliuola dell’indovino Tiresia, fu la famosa sibilla di Delfo.

Dafne fu anche il nome di un’altra ninfa delle montagne di Delfo, la quale, al dire di Pausania, fu scelta dalla dea Tello per presiedere agli oracoli, che la medesima dea rendea in quel luogo assai prima di Apollo.

1357. Dafnefagi. — Vale a dire, mangiatori di lauro. Si dava questo nome ad una classe d’indovini, i quali prima di dare i loro responsi, mangiavano delle foglie di lauro, volendo far credere con cio che essi fossero ispirati da Apollo, a cui quell’arboscello era consacrato dopo la metamorfosi di Dafne. V. l’articolo precedente.

1343. Dafneforie. — Feste celebrate dai Beozi ogni nove anni in onore di Apollo. Un giovane, appartenente alla più illustre famiglia della città, portava in giro un ramo d’alloro, sul quale riposava un globo di rame da cui ne pe ndevano sospesi molti altri, di più piccola dimensione. Nel primo veniva raffigurato il sole, ossia Apollo ; nel secondo la luna ; e negli altri le stelle ; mentre le corone che circondavano questi globi, contrasegnavano i giorai dell’anno. Dal nome stesso delle feste, si dava il nome di Dafnefore, al giovine ministro di esse.

1344. Dafneo. — Soprannome di Apollo, a lui date per l’affetto che portò a Dafne.

1345. Dafni. — Giovane pastore della Sicilia : fu figlio di Mercurio. Egli amò con passione una ninfa ed ottenne dagli dei la grazia che di essi due, quello che primo violerebbe la fede coniugale, sarebbe divenuto cieco. Dafni dimendicò il suo giuramento, s’innamorò di un’altra ninfa e fu cieco pel rimanente dei suoi giorni.

1346. Dafnomanzia. — Specie di divinazione che si traeva dall’esame dell’alloro, consacrato ad Apollo Dafneo.

1347. Dagone. — Uno degli idoli dei Filistei, presso cui veniva rappresentato come un tritone : aveva due tempii, uno nella città di Azor, l’altro a Gaza.

1348. Damasictone. — Così si chiamava {p. 96}uno dei figli di Niobe, che fu ucciso da Apollo.

1349. Damoso. — Uno dei soprannomi del dio Mercurio.

1350. Damaste. — Soprannominato Procuste : famoso gigante celebre per la sua crudeltà. Egli deve il suo soprannome, che significa estendere per forza, perchè si narra che facesse tirare per le gambe e per il collo, tutti coloro ai quali dava ospitalità, onde raggiungessero la misura di un suo letto ; e che faceva mozzare le gambe, a quelli che oltrepassavano la misura. La cronaca mitologica ricorda che Teseo lo fece morire, infliggendogli lo stesso supplizio.

1351. Damatera. — Presso i Greci era questo uno dei soprannomi di Cerere, come era detto Damastio il decimo mese del loro anno. Con poca differenza di giorni, corrisponde al nostro mese di luglio.

1352. Damia. — Da un sacrifizio che il popolo faceva a Cibele, nel giorno detto damion, primo di maggio, fu dato il soprannome di Damia alla buona dea. « Δάμιςpopolo, d’onde Δάμιος pubblico. ».

1353. Danaca. — Nome particolare alla moneta di piccolo valore, che Caronte, il navicellajo dell’inferno, esigeva dalle anime dei morti per far loro traghettare l’Acheronte. V. Caronte.

Ed ecco verso noi venir per nave
Un vecchio bianco per antico pelo,
Gridando : Guai a voi, anime prave.
Non isperate mai veder lo cielo.
I’vegno per menarvi all’altra riva
Nelle tenebre eterne, in caldo e in gelo.
Dante — Inferno Cant. III.

1354. Danacio. — Soprannome di Perseo, per esser figlio di Giove e di Danae.

1355. Danae. — Figlia di Euridice di Acrisio, re di Argo. Avendo suo padre consultato l’oracolo, per conoscere il proprio destino, ne ebbe in risposta ch’egli sarebbe ucciso dal figlio di sua figlia. Allora per togliere Danae alla conoscenza degli uomini, e sottrarsi così al fato che lo minacciava, Acrisio fece rinchiudere sua figlia in una torre di bronzo ; ma Giove, innamoratosi della bellissima fanciulla, si trasformò in pioggia d’oro, penetrò presso di lei e la rese madre. Acrisio, vedendosi ingannato, fece legar Danae in una piccola barca e l’abbandonò in preda alle onde.

Una tenera figlia Acrisio avea.
Nomata Danae, si leggiadra e bella,
Che non donna mortal, ma vera dea
Sembrava al viso, a’modi, e alla favella.
Il padre per lo ben, che le volea.
Saper cercò il destin della sua stella ;
Ma il decreto fatal tanto gli spiacque,
Che la fe’col figliuol gittar nell’acque.
Ovidio. — Metamorf. Libro IV trad. di Dell’Anguillara.

Ma essa approdò felicemente a una delle isole Cicladi, dove Politetto, re di quella, la sposò allevando con affetto paterno Perseo, di cui ella era rimasta incinta. L’oracolo ebbe poi il suo pieno conseguimento. V. Perseo.

1356. Danaidi. — Così furono nominate le 50 figlie di Danao, le quali furono nello stesso giorno sposate da 50 loro cugini germani. Danao, avvisato dall’oracolo ch’egli sarebbe stato detronizzato dai mariti delle sue figliuole, ordinò a quste di uccidere i loro uomini la prima notte delle nozze. La sola Ipernestra salvò il suo, per nome Linceo, mentre le sorelle di lei, che seguirono il crudele volere del padre, furono condannate nell’inferno ad attingere eternamente l’acqua con una secchia senza fondo. Le Danaidi, furono dette anche Belidi dal loro avo chiamato Belo.

1357. Danao. — Figlio di Belo, e re di Argo e padre delle cinquanta Banaidi, di cui nell’articolo precedente. Dal nome di lui, i Greci, che prima si chiamavano Pelasgi, furono detti Danai o Danaidi.

1358. Danubio. — Il più gran fiume d’Europa. La cronaca mitologica ricorda che i Geti e i Traci lo venerarono particolarmente come una divinità.

1359. Dardalo. — Figlio di Giove e di Elettra, figliuola di Atlante. Avendo ucciso suo fratello Iafio, egli fu obbligato di fuggire dall’isola di Creta, e si ricovero in Asia, ove costrui una città detta dal suo nome Dardania, che fu più tardi la famosa Troja.

1360. Dardani o Dardanidi — Nome patronimico col qua’e si denotavano i Trojani.

1361. Dardania. — Nome primitivo della contrada nel cui perimetro era compresa la città di Troja V. Dardalo.

1362. Darete. — Uno dei sacerdoti di Vulcano.

…… Era fra’Teucri un certo
Darete, nom ricco e d’onoranza degno,
Di Vulcan sacerdote.
Omero — Iliade — libro V. trad. di V. Monti.

1363. Dattili. — Conosciuti anche sotto il nome di Coribanti o Cureti. Gli uni erano figli del Sole e di Minerva ; gli altri di Saturno e di Alciope. Si mise Giove nelle loro mani appena venuto alla luce ; ed essi, tutte le volte che l’infante divino piangeva, danzando e gridando intorno a lui, impedivano che i suoi gridi fossero intesi da Saturno, che lo avrebbe divorato come gli altri suoi figli.

1364. Dattlomancia. — Specie d’incantesimo che si faceva per mezzo di alcuni anelli disegnati sulla figura di talune particolari {p. 97}costellazioni. La cronaca favolosa racconta che Gige, uno dei Titani, col solo passarsi uno di quegli anelli al dito si rendesse invisibile.

1365. Dauduque. — V.Daducheo.

1366. Daula. — Soprannome di Filomela, perchè, secondo la favola, fu a Daulia, città della Focide, ch’essa fu cangiata in uccello.

1367. Daulte. — Feste celebrate dagli Argivi, in memoria dello strano combattimento di Preto contro Acrise.

Daulle o Daulisia veniva pure chiamata una ninfa, la quale dette il suo nome alla città di Daulia, nella Focide.

1368. Daunia-Dea. — Così veniva comunemente denominata Jutura, sorella di Turno e figlia di Daulia.

1369. Daunio. — Figlio di Pilumnio e di Danae. Egli ebbe un figlio al quale impose il suo stesso nome, e che poi sposò Venilia da cui ebbe Turno.

1370. Daunio-Eroe. — Denominazione data a Turno, figlio di Daunio.

1371. Dedalie. — Feste greche celebrate in onore della pacificazione di Giove con Giunone V. Citerone. Gli abitanti di Platea, celebravano queste medesime feste in una loro particolare maniera, in memoria del loro ritorno dall’esiglio, e della loro riconciliazione cogli altri greci.

1372. Dedalione. — Fratello di Ceixo e padre di Chione. Egli fu così addolorato della morte di sua figlia, che si precipitò dal monte Parnaso. Apollo, mosso a pietà, lo cangiò in falcone.

1373. Dedalo. — Nipote di Ereteo, re d’Atene. Era ritenuto come il più abile artefice greco e famoso scultore ed architetto. Al dire d’Aristotille, Dedalo fabbricava degli automi che camminavano ed avevano ogui altro movimento, loro comunicato dall’argento vivo ch’egli vi poneva internamente.

Dedalo ebbe un nipote artefice, quanto lui abile e fors’anche di più, ch’egli, per gelosia di mestiere, fece assassinare. Consumato il delitto e scopertosi, Dedalo si rifugiò nell’isola di Creta, ove costruì il famoso laberinto detto da lui laberinto di Dedalo ; e nel quale Minosse, re di quell’isola, lo fece rinchiudere insieme a suo figlio Icaro, per punire entrambi, secondochè narra la cronaca favolosa, d’aver favorito e protetto le bestiali deboscie di Pasifae, moglie del re. Dante così favella a proposito di quanto accennammo.

L’Infamia di Creta era distesa
Che fu concetta nella falsa vacca.
Dante — Inferno — Canto XII.

Per maggiore intelligenza riportiamo il commento che il Costa ed il Bianchi hanno dato a questo passo della divina Commedia :

« Pasifae, donna di Minosse re di Creta, soggiacque ad un toro, chiusa in una vacca di legno, perciò l’Alighieri dice falsa vacca ».

Minosse ritenendo, come forse era, che la vacca di legno nella quale si fece rinserrare l’infame Pasifae, fosse opera di Dedalo e d’Icaro suo figlio, li fece rinchiudere nello stesso laberinto da essi costruito, per lasciarveli morire.

Essi però pensarono al modo di sottrarsi con la fuga all’orribile e lenta morte che loro sovrastava, e giovandosi delle sotrigliezze dell’arte loro, fabbricarono delle ali che Dedalo attaccò con grossi pezzi di cera alle spalle del figlio, dopo aver fatto per sè altrettanto, ed aver raccomandato caldamente al figliuolo di non volare nè troppo basso, nè troppo alto, temendo, con giusto discernimento, che nel primo caso i miasmi della terra, e nel secondo i raggi del sole, non avessero liquefatta la cera. Il figliuolo promise al padre di seguire strettamente le sue istruzioni, ma appena essi furono nello spazio, il giovanetto dimenticò la paterna lezione e si avvicinò troppo al sole, per modo che i raggi liquefecero la cera e lcaro precipitò da un’enorme altezza nel mare.

Dedalo, più accorto dell’incauto figliuolo, giunse a salvamento in Sicilia, dove per altro mori poco dopo, soffocato in una stufa, per ordine di Cocalo, re di quell’isola, al quale Minosse aveva fatto minaccia di dichiarazione di guerra, se non avesse consegnato vivo o morte, nelle sue mani, il fuggitivo.

All’amata Sicilla alfin arriva
Stanco già di valor Dedalo, dove
Del volo e delle penne il dosso priva :
Nè d’uopo gli è d’andar cercando altrove ;
Che quivi appresso al re talmente è viva
La fama delle sue stupende prove,
E con tal premio Cocalo il ritiene,
Che riveder più non si cura Atene.
Ovidio.. — Metamorfosi. — Libro VIII trad. di Dell’Anguillara.

1374. Dee. — Divinità del sesso femminino, adorate dai pagani con culto e cerimonie particolari. Venivano distinte in tre categorie, cioè : dee del cielo, dee della terra e dee dell’inferno.

Fra le dee le principali erano : Giunone, Vesta, Minerva, Cerere, Diana e Venere. Queste dee venivano comprese nella categoria delle divinità dette dagli scrittori della favola, dii maiorum gentium. — V. to studio preliminare sulla Mitologia.

La tradizione mitologica fa sovente menzione di varie dee che si sono accoppiate ai mortali, {p. 98}come per esempio Venere, che sposò Anchise, Teti, che sposò Peleo, ecc. Presso i pagani era generale opinione che quei mortali che avevano contatto con le dee non vivessero a lungo.

1375. Dee Madri — Con questo nome venivano dinotate quelle divinità che presiedevano alla campagna ed ai prodotti della terra, ed è questa la ragione per la quale, tanto sulle medaglie dell’antichità, quanto sui monumenti, si vede la loro effigie sempre rappresentata con un corno dell’abbondanza.

Secondo l’opinione di Diodoro, e di altri mitologi si dava il mone di Dee Madri alle nutrici di Giove, le quali presero cura di lui ad insaputa di Saturno, e perciò furono annoverate fra gli astri, ove formano la costellazione dell’Orsa maggiore.

Altri scrittori danno il nome complessivo di Dee Madri, alle figliuole di Cadmo : Agone, Ino, Autonoe e Semele, a cui venne affidata l’educazione di Bacco.

Il certo si è che il culto delle Dee Madri, rimonta ai primissimi tempi del paganesimo ed è stato il più diffuso ed universale. Queste divinità avevano nella città d’Anguia, nella Licia, un tempio antichissimo, ove traevano gli abitanti di tutti i paesi circonvicini, per offrir loro sagrifizî ed onori solenni ; e dove era generale credenza, che esse apparissero di tratto in tratto. Al dire di Diodoro Siculo eran queste le ragioni per le quali il tempio d’Anguja divenne, con l’andare degli anni, ricchissimo, contandosi fra le rendite di quello, un’assai larga estensione di paese e oltre a 3000 buoi, il che, per quei tempi, era un’assai cospicua ricchezza.

Il culto delle Dee Madri, originario dell’Egitto, passò poi nella Grecia, quindi a Roma, poi presso i Galli e finalmente presso i Tedeschi e gli Spagnuoli : è questa almeno l’opinione generalmente riconosciuta dai più rinomati scrittori dell’antichità, ed appoggiata dallo essersi trovato da per ogni dove le vestigie di questo culto.

1376. Del. — Esseri sovrumani del culto religioso dei pagani. L’idea della divinità è così naturale agli uomini, è così profondamente impressa nel loro cuore, che se pure disconoscenti del vero Dio, gli sostituirono altri esseri superiori alla specie umana, tali quali essi se li formarono, o alterando ciò che loro era rimasto di vero ; o secondo l’impulso delle loro passioni, delle quali essi non esitarono a crearsi altrettante divinità.

Egli è perciò che il numero di queste era prodigioso presso i pagani, i quali contavano fino a 30 mila numi, suddivisi in quattro ordini o categorie particolari. V. to studio preliminare sulla Mitologia.

Giove era ritenuto come il più potente di tutti gli dei, sebbene il suo incontrastato potere, fosse subordinato alla volontà inesorabile del Destino.

I pagani riconoscevano diverse classi di numi, fra le quali le più distinte erano i Celesti, i Terrestri, gli Acquatici e gli Infernali. Erano inoltre più particolarmente adorati nelle diverse classi a cui appartenevano, dodici numi principali detti dei Grandi ed erano : Saturno, ossia ii Tempo, Giove, Gibele, Apollo, Cerere, Giunone, Diana, Bacco, Mercurio, Venere, Nettuno e Plutone ; gli altri venivano denominati dei Minori, e fra questi i principali erano : Minerva o Pallade, Marte, Eolo, Momo, ecc. Altri finalmente detti Semi Dei, erano propriamente quelli che avevano per padre un dio e per madre una donna mortale : o viceversa per madre una dea e per padre un uomo. Fra i Semi Dei venivano anche annoverati, dopo la morte, quegli uomini e quelle donne che per le loro eroiche azioni avessero meritato di essere annoverati fra gli dei : fra questi furono Ercole, Teseo, Minosse e molti altri.

A maggior chiarimento noteremo qui, che, sebbene presso gli scrittori dell’antichità, si trovino indifferentemente adoperate le parole dii e divi, per indicare gli dei in generale, pure la parola dii, nel suo senso proprio, non conviene che agli dei di prim’ordine, agli dei grandi più individualmente denomina ti, dii maiorum gentium ; mentre l’altro vocabolo divi e proprio degli altri dei secondari, detti dii minorum gentium, e più particolarmente a quelli che non erano riconosciuti dei che per l’apoteosi.

Fra i più antichi obbietti del culto idolatra bisogna annoverare il sole, la luna e gli altri corpi celestri : in seguito l’aria, il fuoco, la terra e l’acqua, elementi tutti personificati dall’idea religiosa degli uomini, che vissero nei remoti tempi dell’antichità. Ben presto a questi si aggiunsero, nella generale superstizione dei popoli primitivi : il tuono, i venti, le comete, i pesci, i serpenti, e gli uccelli ; e fra i quadrupedi : il cane, il cavallo, il bue, il gatto, la scimia ecc : e finalmente la stravagante esaltazione si spinse fino ad adorare gli alberi e le piante, i metalli e le pietre, attribuendo a tutto ciò segreti e sovrumani poteri e una grande influenza sui destini degli uomini.

Ed ora, che seguendo il carattere particolare della nostra opera, noi abbiamo dato un’idea generale delle pagane divinità, ci faremo più partitamente a parlare di tutte le differenti e numerose denominazioni, particolarità ed attributi, che essi avevano nel culto degli idolatri.

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Dei naturali. §

Sotto questa denominazione comprendevansi il sole, la luna, le stelle, le costellazioni, le comete e tutti gli esseri fisici.

Dei animati. §

Più comunemente detti Semi Dei : vale a dire quei mortali che per una qualche eroica azione durante la vita, venivano, per mezzo dell’apoteosi, annoverati fra gli dei.

Dei grandi. §

La mitologia greca e romana non riconosceva sotto questa denominazione se non che dodici numi, i cui nomi proprî, sono, secondo l’opinione di Eredoto, originarî dell’Egitto. Questi erano gli dei della prima classe, ovvero dei delle grandi nazioni, dii maiorum gentium, detti anche dii consentes o consulentes, cioè dei del consiglio.

Dei subalterni. §

Dii minorum gentium, ossia dei delle piccole nazioni. Il numero di questi era estesissimo e, al dire di Tito Livio, non v’era angolo di Roma che non fosse pieno di dei. Il numero di essi crebbe a dismisura dal superstizioso costume che i Romani avevano di abbracciare il culto religioso di quelle nazioni che essi rendevano soggette colla forza delle armi.

Dei pubblici. §

Si dava questo nome collettivo a quelle divinità, il culto delle quali era stabilito e riconosciuto dalla legge.

Dei particolari. §

Sotto questa denominazione andavan compresi i dei Lari o Penati, particolari protettori d’ognifamiglia. Anche le anime degli antichi, a cui ognuno rendeva un culto particolare, erano comprese in questa categoria.

Dei conosciuti. §

Secondo asserisce Varrone, erano annoverati in questa classe quei numi dei quali era noto il nome, le attribuzioni, e la storia.

Dei incogniti. §

I pagani annoveravano fra questi dei tutti quelli della cui origine non si sapeva nulla di certo, e ai quali non si offerivano sacrifizii, nè si ergevano altari. È però a notare che molti fra gli scrittori dell’antichità, fanno menzione di alcuni templi innalzati dagli Ateniesi agli dei incogniti. Questi altari sussistevano ancora ai tempi dell’apostolo S. Paolo.

Uomini Ateniesi, to vi veggo quasi troppo religiosi in ogni cosa. Perciocchè, passando, e considerando le vostre deità, ho trovato eziandio un altare, sopra il quale era scritto : All’Iddio sconosciuto.
Diodati — Falli degli apostoli Capo XVII.

Dei del cielo. §

Sotto questa denominazione complessiva eran compresi : Saturno, Giove, Giunone, Cielo, Marte, Apollo, Diana, Vulcano e Bacco.

Dei della terra. §

Erano : Cibelle, vanerata come madre degli dei, Vesta, dea del fuoco, gli dei Lari o Penati, Priapo, come dio dei giardini, i Fauni, le Ninfe e le Muse.

Dei del mare. §

L’Oceano e Teti sua consorte ; Nettuno e Anfitrite ; Eolo, dio dei venti ; Nerea e le Nereidi, che erano 50 ; le Driadi, i Tritoni, le Napee e le Sirene.

Dei dell’inferno. §

Plutone, Cerere, Proserpina, gli dei Mani, Caronte, il navicellajo dello inferno, le Parche, il Destino, le Furie, le Arpie e finalmente i tre giudici delle anime, Eaco, Minosse e Radamanto.

Oltre a tutti questi nomi e classificazioni di divinità vi erano ancora altre denominazioni generali come dei Cabiri, dei Sopramondani, dei Materiali ed Immateriali, dei Semonii, dei Palici, dei Compitali, dei Eterei e Mondani.

1877. Deldamia. — Figlia di Licomede, re di Sciro.

Achille, rifugiatosi nella corte di quel principe ed innamoratosi di Deidamia, la rese madre di Pirro, il quale, divenuto adulto, ebbe una figlia a cui impose il nome di Deidamia, in memoria della madre.

Piangevisi entro l’arte, perchè morta
Deidamia ancor si duol d’Achille….
Dante — Inferno Canto XXVI.

{p. 100}1378. Deifleazione. — Così si chiamava il culto divino che veniva reso pubblicamente a quegli uomini che avevano compiuta una qualche gloriosa e memoranda azione. È questa una delle principali sorgenti dell’idolatria dei pagani, e tanto che vi sono non pochi scrittori i quali asseriscono che i primi abitatori della Grecia, quelli la cui origine si perde nella notte dei tempi, non avessero altre divinità che uomini deificati.

Diodoro Siculo afferma che gli dei principali della mitologia greca e romana come Giove, Saturno, Apollo, Bacco ecc : non fossero che degli uomini celebri. In Omero e in Esiodo, poeti che entrambi han fatto la genealogia del maggior numero degli dei pagani, si trova ripetuta la stessa credenza, che cioè i numi altro non fossero che degli uomini.

La Deificazione non era propria esclusivamente al culto idolatra dei Greci e dei Romani ; ma la tradizione favolosa ci ripete che gli Egizii ed i Fenici, che sono i popoli riconosciuti come i più antichi del mondo, ne avessero dato il primo esempio.

È opinione di varii accreditati scrittori che la origine primitiva della idolatria fosse stato il dolore di un padre di famiglia a cui mori un figliuolo amatissimo in ancor tenera età. Il desolato genitore fa ritrarre la figura del morto figliuolo, e gli rende nel silenzio delle domestiche pareti gli onori e la venerazione dovuta solo alla divinità. Dal seno della famiglia codeste dolorose cerimonie passano nei costumi dell’intera tribù, cui quella famiglia apparteneva, poscia nella intera città, quindi in tutta la contrada, ed è in questo modo che di una divinità particolare ad una famiglia, si viene a formare una divinità riconosciuta ed adorata da tutti. Così e non altrimenti hanno avuto origine e principio quasi tutte le innumerevoli deità, che formarono per tanti anni il sostrato animatore del culto pagano ; poichè non bisogna credere che il popolo creasse da sè solo per mezzo della Deificazione tanto numero di numi, ma i re, i pontefici, e le città intere, contribuirono, con tutte le loro forze fisiche e morali, all’apoteosi di quegli illustri o cari defunti, che poi furono venerati come altrettanti esseri soprannaturali.

I primi ad essere deificati furono gli antichi re, e come prima di Urano e di Saturno, la profonda oscurità delle tenebre dei tempi, non ci permette di avere una cognizione solida e certa sopra altri uomini che avessero esercitato una certa sovranità sui loro contemporanei, così Urano e Saturno furono considerati come le più antiche divinità deI paganesimo.

Dopo la Deificazione dei re, la pubblica riconoscenza trovò per mezzo dell’apoteosi, il modo di eternare la memoria di quegli uomini che, o per l’invenzione di qualche arte necessaria alla vita, o per le vittorie riportate sopra i nemici, o per altra ragione, avessero meritata la pubblica riconoscenza. Poi furono deificati i fondatori delle città ; quelli che avevano scoperto qualche terra ignorata ; coloro che avevan stabilite delle colonie in lontane e remote contrade ; e finalmente tutti quelli che l’adulazione o il plagio dei cortigiani avessero innalzati all’onore dell’apotoesi ; e di questo numero furono quasi tutti gli imperatori romani, ai quali il senato comandava si rendessero dopo la morte gli onori divini.

Secondo che narra Erodiano nelle cronache, la cerimonia della Deificazione o apoteosi d’un defunto imperatore, era sempre preceduta da un decreto del senato, il quale imponeva che dopo la cerimonia gli venissero innalzati dei templi, offerti dei sacrifizii, e resi tutti gli onori della divinità.

Al dire del cennato scrittore, la cerimonia dell’apoteosi era un misto di dolore e di allegrezza, e veniva celebrata da tutta la città. Dopo che il corpo era stato sepolto con gran pompa, si metteva una figura di cera che ne somigliasse il volto su di un letto d’avorio nel vestibolo del palagio dei Cesari, ed il senato, in abito di corruccio si poneva alla sinistra di quel letto, mentre un gran numero delle più illustri e nobili dame, tutte vestite di bianco, e senz’alcuno ornamento, ne occupavano il lato destro.

Trascorsi sette giorni, i più nobili signori dell’aristocrazia romana portavano sulle loro spalle quel letto e lo deponevano nel centro dell’antica piazza del mercato, ove il novello imperatore recitava l’orazione funebre del suo predecessore.

Dopo di ciò tutto il corteggio prendeva la via del campo di Marte, ove un magnifico catafalco, coperto di un ricchissimo padiglione, tutto di materie accensibili e ornato di drappi d’oro, di ricche dipinture e di lavori d’avorio, era preparato onde ricevere l’effigie del defunto imperatore. Il letto sul quale riposava la statua veniva deposto sotto il padiglione e vi si gettavano intorno ogni sorta di aromi, di fiori, di erbe e di profumi, e ciò fatto il novello imperatore con una fiaccola appiccava il fuoco ai quattro angoli dell’edifizio, mentre si lanciava un’aquila, la quale, volando in mezzo alle flamme ed al fumo s’innalzava nell’aria, quasi che l’anima del morto volasse nel cielo fra gl’immortali suoi pari a ricevere il culto che da quel momento le era dovuto.

1379. Delfila. — Figlia di Adrasto, moglie di Tideo e madre di Diomede.

{p. 101}1380. Delfilo. — Figlio di Stenelo. Fu intimo amico del famoso Capaneo, e lo segui all’assedio di Tebe.

1381. Delfobea. — Sibilla figlia di Glauco e sacerdotessa di Diana. Ella servì di guida ad Enea, quando questi discese all’inferno.

Ed ecco all’apparir del primo sole
Mugghi ò la terra, si crollaro i monti,
Si sgominar le selve, urlar le Furie
Al venir de la dea. Via, via, profani,
Gridò la profetessa : itene lunge
Dal bosco tutto ; e tu meco ten entra
E la tua spada impugna. Or d’uopo, Enea.
Fa d’animo e di cor costante e fermo ;
Ciò disse, e da furor spinta, con lui,
Ch’adeguava i suoi passi arditamente,
Si mise dentro a le segrete cose.
Virgilio. — Eneide — Libro VI Trad. di A. Caro.

1382. Deifobo. — Figlio di Priamo. Egli, dopo la morte di Paride, sposò Elena, ma dopo la presa di Troja, Elena lo dette in potere di Menelao, per riguadagnarsi le sue buone grazie.

Deifobo. di Priamo il gran figlio,
Vide ancor qui, che crudelmente anciso.
In disonesta e miserabil guisa,
Avea le man, gli orecchi, il naso e’l volto.
Lacerato, incischiato, e monco tutto.
………………
Fece la buona moglie ogni arme intanto
Sgombrar di casa, e la mia fida spada
Mi sottrasse del capo. Indi la porta
Aperse, e Menelao dentro v’accolse,
Cosi sperando un prezïoso dono
Fare al marito, e del suoi falli antichi
Riportar venia….
Virgilio — Eneide — Libro VI Trad. di A. Caro.

1383. Delfone. — Figlio di Trittolemo e di Meganira, o secondo altre opinioni, figlio d’Ippotoone. Cerere l’amò con passione, tanto che per renderlo immortale, e per purificarlo da ogni terrestre caducità, Io faceva passare a traverso il fuoco di ardenti fiamme. Un giorno Meganira, madre di Deifone, spaventata da un simile spettacolo, turbò coi suoi gridi i misteri della dea, la quale, montata in furore, si dileguò negli spazi dell’aria, sul suo carro tirato da due draghi e lasciò bruciare Deifone.

1384. Deilone. — Amico e compagno di Ercole ; egli Io seguì nella guerra contro le Amazzoni. Fece anche parte della spedizione degli Argonauti, i quali egli raggiunse nella città di Sinope.

1385. Delloco. — Figlio di Ercole e di Meganira.

1386. Delone. — Una delle mogli di Apollo, dalla quale egli ebbe Mileto.

Deione era anche il nome di un fratello di Circe, conosciuto più comunemente sotto il nome di Dedalione.

1387. Delopea. — Una delle più belle ninfe del seguito di Giunone, la quale la promise ad Eolo, a condizione ch’egli avesse distrutta la flotta di Enea.

….. Appo me sono
Sette e sette leggiadre ninfe e belle ;
E di tutte più bella e più leggiadra
È Dejopea — Costei vogl’io, per merto
Di ciò, che sia tua sposa ; e che tu, seco
Di nodo indossolubile congiunto.
Viva lieto mai sempre, e ne divenga
Padre di bella e di te degna prole.
Virgilio — Eneide — Libro I Trad. di A. Caro.

1388. Delotaro. — Re di Galata : fu un principe estremamente superstizioso.

Cicerone dice ch’egli non intraprendeva la più piccola azione della sua vita, senza aver consultato gli Aruspici. Un giorno, avendo intrapreso un viaggio, mentre si trovava in cammino, vide volare innanzi a sè un’aquila e, credendo quello un avviso soprannaturale, ritornò d’onde era partito. La sera istessa, l’alloggio che gli era stato preparato sulla strada che doveva percorrere, crollò dalle fondamenta, ed egli se avesse seguitato il suo viaggio, sarebbe senza altro rimasto schiacciato dalle pietre.

1389. Deipiro. — Uno dei capitani greci che assediarono Troja.

1390. Deisa. — Vale a dire figlia di Cerere : soprannome dato a Proserpina, di cui quella dea era la madre.

1391. Dejanira. — Moglie di Ercole, il quale, secondo la Favola, per ottenerla combattè contro il fiume Acheolo. Domato il nemico, l’eroe condusse con sè la bellissima sposa, e giunti al fiume Eveneo, il centauro Nesso andò loro incontro, ed offri ad Ercole di far traghettare il flume alla giovanetta sul proprio dorso. Ercole senza sospettare di nulla, a cettò l’offerta gentile, ma vedendo che il centauro erasi dato a precipitosa fuga, per rapirgli la sposa, gli tiro una freccia che lo ferì mortalmente. Nesso, sentendosi vicino a morte, donò la sua camicia intrisa di sangue a Dejanira, dicendole esser quella un possente talismano per richiamare a sè il marito, tutte le volte ch’egli si fosse innamorato di altre donne. Morto Nesso, la credula Dejanira venne a sapere che Ercole era preso d’amore per la bella Jole, e penso di servirsi {p. 102}della magica stoffa, facendone un dono ad Ercole, persuasa così di ricondurlo ai suoi piedi.

Dopo vario pensar le cade in mente
Della camicia ch’ebbe dal centauro.
La cui virtù, per quel ch’ella ne sente,
Può dare al morto amor, forza e restauro.
Già molto prima ad una sua servente
L’avea fatta adornar di seta e d’auro.
Il cui ricamo d’or, d’ostro e di seta,
Lo sparso sangue all’occhio asconde e vieta.
Pioché la donna dal centauro intese.
Che il sangue al morto amor potea dar forza.
Perchè non fosse schiva all’occhio, prese
Parer di dare al sangue un’altra scorza :
E con vermigli fior tale il lin rese,
Ch’ogni occhio a creder, che vi guarda, sforza
Che i vaghi e sparsi fior ch’ornan il panno,
Non denno altrove star che dove stanno.
Ovidio — Metamorfosi — Libro IX. trad. di Dell’Anguillara.

Appena Ercole si fu rivestito del fatale tessuto, si sentì come bruciare da un fuoco divoratore, e nel suo delirio, si gettò sui carboni accesi d’un sacrifizio, malgrado gli sforzi che Lica e Filotette, suoi amici, fecero per arrestarlo. Dejanira, che amava passionatamente il marito, si uccise per disperazione.

1392. Delfa. — Detta anche Delfisa : sibilla che era nel tempo stesso sacerdotessa del tempio di Delfo.

1393. Delfico. — Soprannome di Apollo, dal famoso tempio ch’egli aveva nella città di Delfo.

1394. Delfinie. — Feste in onore di Apollo.

1395. Delfinto. — Altro soprannome di Apollo.

Diana, gemella di questo dio, veniva anch’essa detta Delfinia.

1396. Delfino. — Moltiplici e diverse sono le opinioni degli scrittori dell’antichità, sulla origine dell’appropriazione del nome di Delfino a questa costellazione. Taluni pretendono che fosse così detta dal delfino di Arione ; — V. Arione — altri da quello che trattò il matrimonio di Nettuno con Anfitrite ; altri da uno di quei marinai che Bacco cangiò in delfini ; ed altri finalmente dal delfino che Apollo dette per condottiero ad una colonia di Cretesi, che andarono a stabilirsi nella Focide. Sotto questa allegoria della favola, altro non si deve scorgere senonchè un vascello che aveva sulla poppa scolpita la figura di un delfino.

1397. Delfo. — Città della Focide : celebre nella favola per il famoso oracolo di Apollo. Lo spazio in cui sorgeva quella città, era ritenuto, presso gli antichi, come il punto medio della superficie terrestre. La favola racconta, che Giove Altotonante, volendo che il punto medio della terra rimanesse contrasegnato, fece volare nell’istesso tempo dall’occidente e dall’oriente due aquile, le quali, dopo aver percorso un immenso spazio, si posarono nell’istesso istante nel luogo ove sorgeva la città di Delfo.

La tradizione favolosa, a proposito dell’oracolo di Delfo, racconta che un pastore, per nome Coreta, stando un giorno a guardia del suo gregge, nelle circonstanza del monte Parnaso, s’avvide che le sue capre, avvicinandosi ad una caverna, gittavano un forte grido e fuggivano, come colpite da terrore. Attratto dalla curiosità, si avvicinò egli stesso, e colpitto dai vapori che esalvano da quell’antro, si dette a predir l’avvenire, come invaso da profetico furore. Ben presto la fama di tanta maraviglia si sparse allo intorno, e attra se gran numero degli abitatori circonvicini, i quali, accostandosi, all’antro, sentirono anch’essi l’influenza dei misteriosi miasmi. Il luogo ove si apriva quell’antro, era in uno degli scondiscimenti del monte Parnaso ; e da quel tempo si dette opera a fabbricare la città ed il tempio si Delfo, che sorgevano appunto in quell’istesso luogo.

La Terra, secondo i poeti della favola, fu dunque la prima a possedere l’oracolo famoso : poscia Tomi, figliuola della Terra, lo ebbe in costodia fino ai tempi del diluvio di Deucalione, epoca in cui Apollo, essendo venuto sul Parnaso, rincinto della sua luce immortale, bello della sua eterna giovanezza, e con una lira d’oronella mano, da cui traeva dolcissimi e maravigliosi suoni, s’impadroni del santuario, uccise il drago che la Terra avea posto a custodia di quello, e si rese solo padrone del celebre oracolo, che da quel tempo fu detto l’oracolo d’Apollo.

Sotto questa allegoria della favola, altro non si deve oggi scorgere senonchè una delle tante astuzie dei sacerdoti, che facevano allora come han fatto in ogni età, osceno mercato della divinità, facendola servire ai loro privati interessi. Delfo era anche il nome di uno dei figli di Apollo che edificò quella città.

1398. Delia. — Soprannome di Diana, che le veniva dall’isola di Delo, ove essa, secondo la favola, ebbe i natali.

1399. Deliade. — Così avea nome il vascello sul quale erano imbarcati i Deliasti, quando si recavano all’isola di Delo. — V. Deliasti e Delo.

1400. Deliasti. — Nome collettivo dei deputati Ateniesi, che si recavano ogni anno a Delo.

1401. Delicoone. — Così ebbe nome uno dei figliuoli di Ercole.

1402. Delle. — Feste in onore di Apollo, soprannominato anch’egli Delo, perchè insieme a Diana, nacque in quell’isola — V. Delia.

{p. 103}Durante il periodo di queste feste, gli Ateniesi inviavano una deputazione nell’isola di Delo per offerire dei sagrifizi ad Apollo.

I membri di questa deputazione si chiamavano Deliasti — V. Deliasti — e il vascello sul quale essi erano imbarcati era detto Deliade o Teoro. Il capo della deputazione chiamavasi Arciteoro.

Le feste Delie furono istituite in onore di Apollo da Tesco, quand’egli ricondusse da Creta i giovanetti, che dovevano essere divorati dal Minotauro. — V. Minotauro.

1403. Delli. — Piccoli stagni o paludi presso le quali la tradizione favolosa narra che Taìia avesse dato alla luce i fratelli Palici. — V. Palici e Talia.

1404. Delo. — Isola del mare Egeo, una di quelle che componevano il gruppo delle Cicladi.

La cronaca mitologica narra, che quando Latona vi partori Apollo e Diana, quell’isola galleggiava sulle onde.

….. e si chiamò poi Delo
Tuo nome allor, che in le Latona sorse
A partorir li due occhi del cielo.
Callimaco — Inno a Delo. trad. di Dionici Stroc III.

I suoi abitatori pretendevano che Apollo, dopo aver passato sei mesi dell’anno sul monte Parnaso, ritornasse nella loro isola, e all’epoca in cui essi supponevano il ritorno del dio, celebravano in suo onore feste e cerimonie d’ognimaniera.

1405. Demenete. — Detto anche Demarco : abitante della città di Parrafia, nell’Arcadia. Avendo mangiato un pezzo di carne di una vittima umana, immolata a Giove, fu cangiato in lupo.

La tradizione mitologica ripete che dopo dieci anni, egli riacquistasse la sua primitiva forma di uomo, e che fosse vincitore ai giuochi olimpici.

1406. Demetera. — Detta più comunemente Demetra : soprannome che i Greci davano a Cerere.

1407. Democoonte. — Uno dei figli di Priamo, re di Troja, che fu ucciso da Ulisse.

….. e feri Democoonte
Priamide bastardo, che d’Abido
Con veloci puledre era venuto.
A costui fulminò l’irato Ulisse
Nelle tempia la lancia, e trapassolle
La ferrea punta. Tenebrarsi i lumi
Al trafitto che cadde fragoroso,
E cupo gli tuonar l’armi sul petto.
Omero. — Iliade — Lib. IV trad. di V. Monti

Democoonte fu pure il nome di un greco, figliuolo di Megara, il quale coi suoi fratelli fu ucciso da Ercole.

1408. Demodice. — Moglie di Creteo. — V. Creteo.

1409. Demodoco. — Celebre musico della corte di Alcinoo.

Demodoco, io te sopra ogni vivente
Sollevo, te, che la canora figlia
Del sommo Giove, e Apollo stesso ispira.
Omero — Odissia — Lib. VIII Trad. di I. Pindemonte.

1410. Demofila. — Così avea nome la settima delle dieci sibille, di cui fa menzione Varrone. Era nativa di Cuma, e da lei vennero i libri sibillini. Racconta la tradizione mitologica, che essa portasse un giorno a Tarquinio il vecchio, nove volumi, dimandandone il prezzo di 300 scudi d’oro. Il re, credendo ch’ella fosse colpita di pazzia, la scacciò con aspre maniere, e allora Demofila innanzi al re stesso gittò tre di quei volumi alle fiamme, pretendendo lo stesso prezzo per gli altri sei che rimanevano. Il reperò la respinse di nuovo, ed allora la sibilla bruciò altri tre dei suoi volumi, seguitando a pretendere sempre lo stesso prezzo per gli ultimi, e minacciando il re per la sua incredulità. Tarquinio allora colpito dalla perseveranza della sibilla, fece interrogare gli Auspici, i quali risposero che bisognava pagarle il prezzo che essa pretendeva per gli ultimi tre volumi, essendo in quelli rinchiuso il destino di Roma. Il cenno dei sacerdoti fu immediatamen teeseguito e i libri sibillini furono ritenuti come sacri, e dati in custodia ai più cospicui ed illustri personaggi del patriziato romano.

1411. Demofonte o. Demofoonte. — Figlio di Teseo e di Fedra. Dopo la spedizione di Troja, una tempesta lo gettò sulle coste della Tracia, ove fu accolto benignamente dà Licurgo, redi quella contrada, che gli fece sposare sua figlia Fillide. — V. Fillide.

1412. Demofuonte — V. Demofonte.

1413. Demogorgone. — Dalle parole greche Δάιμῶν, genio e εώργων, che presiede alla terra : si dava codesto nome alla divinità o genio della terra, il quale, secondo la tradizione favolosa, era un lurido vecchio, pallido e sfigurato, che insieme alla Eternità ed al Caos, dimorava nelle viscere della terra. L’allegoria mitologica narra che egli si fosse innalzato nell’aria su di una palla, e che facendo su quella il giro della terra avesse creato il cielo. In seguito prese del fango infiammato, lo lanciò negli spazii dell’aria, e formò così il sole onde illuminare il creato ; e che poscia, avendo {p. 104}uniti in matrimonio il Sole e la Terra, fossero da questo connubio nati il Tartaro e la Notte.

Questa teogonia altro non è se non il grossolano e favoloso involucro sotto del quale i primi abitatori del mondo antico racchiudevano il mistero della creazione.

1414. Demonio. — Secondo i Platonici o seguaci di Platone si dava questo nome, ad una categoria di esseri fantastici che popolavano l’immenso vuoto che esiste fra Dio e gli uomini. I demonii erano divisi in varie classi alle quali appartenevano secondo la loro potenza. Al dire di Menandro i pagani credevano fermamente che ogni uomo, nascendo, aveva a guida un demonio o genio tutelare, che gli serviva per tutta la vita. È questa una credenza perfettamente simile, e identica del tutto, come si vede, all’angelo custode della religione cristiana. Plutarco asserisce che i demonii prendevano amicizia cogli uomini ; li guidavano nel cammino della virtù ; vegliavano alla loro sicurezza ed erano loro di potente aiuto nei pericoli. Infine, secondo è credenza dei più dotti e accreditati filosofi dell’antichità, i demonii erano degli esseri non gia immaginarii, ma realmente esistenti, e rivestiti, di un corpo sottile ed impercettibile ai nostri sensi, e dei quali era abitato tutto l’universo, essendovene nell’aria, sulle montagne, sul mare, nei boschi e da per ogni dove.

I pagani non davano punto alla parola demonio la sinistra e malvagia interpretazione che oggi vi è collegata.

1415. Demonio di Socrate. — È oggidì cosa cognita a tutti gli studiosi. La forma credenza che il sommo filosofo aveva nella esistenza di un suo demonio o genio particolare, specie di spirito familgliare, i cui avvertimenti lo guidavano in tutte le sue azioni.

1416. Dendroforia. — Si dava codesto nome ad una cerimonia che si eseguiva nelle feste di Cibele e di Bacco e che consisteva nel portare in giro per la città un grosso albero, che poi veniva piantato di contro al tempio di quelle divinità ; dalle parole greche Δειδρὀν, albero, e φορω, io porto si dava il nome di Dendrofore al portatore dell’albero.

1417. Dendroforo. — Si dava anche codesto soprannome al dio Silvano, perchè era generale credenza degli antichi, ch’egli portasse sempre nelle mani un arboscello e propriamente un ramo di cipresso. La parola Dendroforo significa che porta un albero (V. l’articolo precedente).

1418. Dendrolibano. — Vale a dire albero del Libano. Da questo albero si facevano le corone per gli dei, ed era generale credenza presso i pagani non esservi offerta bene accetta ai celesti, se non accompagnata da questo prezioso presente.

1419. Derceto. — Detta anche Dirceto e Deraclite. Era una giovanetta la quale profonda, damente pentita di essersi data in braccio ad un suo amante, si precipitò in uno stagno, ove, non essendosi più ritrovato il suo corpo, fu creduto che fosse stata cangiata in pesce. Gli Assiri a doravano una divinità sotto la figura di una donna, che dalla cintura in giù aveva il corpo di pesce. Essi avevano per questa specie di mostri una grande venerazione.

La cronaca favolosa ripete, che il frutto degli amori della disgraziata Derceto, fosse una bambina, che fu poi la famosa Semiramide, regina di Babilonia, la quale annoverò sua madre fra le divinità, e le consacrò un tempio.

1420. Derelle ed Albione. — Figliuoli di Nettuno recordati, nella tradizione mitologica, per aver derubati ad Ercole, gli armenti che questi avea tolti al gigante Gerione.

1421. Despena. — Uno dei soprannomi di Proserpina.

1422. Destino. — Divinità allegorica, che si credeva nata dal Caos. Viene rappresentata avente sotto i piedi il globo terrestre, e nelle mani un’urna, nella quale sono rinchiuse le sorti degli uomini. I decreti di questa cieca divinità, regolatrice di tutte le cose, con un potere assoluto, erano irrevocabili. Giove stesso, il padre degli dei, era sottomesso alla volontà del destino.

Al dire di Ovidio, i destini degli dei erano scritti e depositati in un luogo particolare, mentre quelli dei re e degli eroi, venivano incisi sul diamante. I ministri di questa cieca deità, erano le tre Parche, e al dire di Esiodo, la Notte era la madre di questo spaventoso dio, che essa aveva generato sola.

1423. Deucalione. — Re di Tessaglia, figlio di Prometeo e marito di Pirra. Al tempo in cui egli viveva, un diluvio universale distrusse tutti gli abitanti della terra, volendo gli dei punir gli uomini delle loro colpe. Deucalione e Pirra, sua moglie, furono i soli esseri umani che per la loro virtù sopravvissero alla generale distruzione. Prosciugatesi le acque e ritornata la terra nel suo stato primitivo, i superstiti consultarono l’oracolo di Temi, e questi impose loro di gettare un certo numero di pietre dietro le loro spalle, e attendere ciò che ne sarebbe avvenuto. Essi si sottomisero strettamente alla volontà dell’oracolo, eseguirono il cenno e dalle pietre tirate da Deucalione nacquero altrettanti uomini gìà adulti e da quelle di Pirra altrettante donne.

Escon dal tempio, e si bendan la fronte,
Indi ciascun di lor scinto e disciolto,
Gli stessi sassi che produce il monte,
Gitta alla parte ove non guarda il volto.
{p. 105}
I sassi sparti per piani e per colli,
Secondo la fatal prefissa norma.
Deposta la durezza e fatti molli.
Cominciaro a sortire un’alfra forma,
Già si scorgono e capi e braccia e colli,
E d’uomini imperfetti una gran torma,
Simili a’corpi ne’marmi scolpiti
I quai sieno abbozzati e non finiti.
L’umida, erbosa lor parte terrena
Cangiossi in carne, in sangue, in barbe e ’n chiome :
E quella, che ne’ sassi è detta vena.
Tenne in quest’altra forma il proprio nome,
Le parti di più nervo e di più lena,
Diventar nervi ed ossa, e non so come,
Prese ogni sasso qnel divino aspetto
Ch’à il senso esteriore e l’intelletto.
E come dagli dei lor fu concesso,
I sassi che dall’uom furo gittati
Tutti sortir faccia virile e sesso :
Fur tutti gli altri in donne trasformatì…
Ovidio — Metamor. — Lib. I trad. dí Dell’ Anguillara

La favola fa menzione di altri moiti noti sotto il nome di Deucalione : fra questi il più rinomato fu un figliuolo di Minosse, re di Creta.

1424. Deverona. — Dea che presiedeva alla raccolta dei frutti : molti scrittori pretendono che sia la stessa che Deverra.

1425. Deverra. — Dalla parola latina deverrere, scopare, veniva così chiamata quella divinità, che presso il culto pagano dei romani, presiedeva alla nettezza delle case e alla nascita dei bambini. Appena nasceva un figlio si ripuliva tutta la casa in onore di questa divinità, onde renderla favorevole al neonato.

1426. Dediana. — Soprannome di Diana che le veniva dal senso compreso in questo vocabolo, poichè Diana, come dea della caccia, era soggetta a smarrirsi o a deviare, nell’inseguire le flere, dai conosciuti sentieri.

1427. Dia o Dea. — Appellazione con la quale i greci indicavano particolarmente Cerere.

1428. Diafie. — Feste celebrate in Atene in onore di Giove, onde scongiurare le sventure ed i mali di cui si poteva essere minacciati. Queste cerimonie si compivano fuori le porte della città e avevano in tutti i loro particolari, il carattere di una profonda e dolorosa tristezza.

1429. Dialeo-Flamine (Dialis-Flamen). Vale a dire sacerdote di Giove. Questo personaggio importantissimo nelle cerimonie religiose aveva delle grandi prerogative, alti privilegi ed estesissime facoltà, ed in pari tempo numerosi obblighi da compiere. Non poteva uscire se non in sedia curule e preceduto da un littore. Non poteva prestar mai giuramanto. Non poteva mai montare a cavallo, e tutto nel suo modo di vivere dovea risentire dell’austera semplicità dei primi tempi. In talune occasioni egli avea diritto di togliere i ceppi ai prigionieri e di condonare la pena ai condannati al supplizio delle verghe, tutte le volte ch’ei si trovava sul loro passaggio.

 

Del sacerdoti di Giove e delle cerimonie : e parole unite ad un editto del magistrato, per le quali dice, non esser costretti al giuramento nè le vergini di Vesta nè i sacerdoti di Giove.

 

Molte cerimonie sono imposte ai sacerdoti di Giove cerimonie molteplici ancora nei libri, che sono stati composti pei pubblici sacerdoti.

Leggiamo pure, nel primo scritto del libri di Fabio Pittore, nel quale spesso vi sono queste che ci ricordiamo : È religione del sacerdoti di Giove, badare che la pronta cavalleria vada a cavallo, fuori il pomerio : questo stesso è per l’esercito armato ; per la qual cosa di rado il sacerdote di Giove è creato console, imperocché è commessa al consoli la guerra ; parlmenti non è mal lecito giurare al Sacerdote di Giove ; ne è lecito servirsi dell’anello se non che aperto e vuoto. Non è permesso portar via dalla casa del sacerdote di Giove, il fuoco sacro ; è necessario sia disciolto dai legami io schiavo, ed introdotto nella casa loro per nasconderlo nel cortile, senza tetti, e poi mandarto fuori, nella via. Non ha alcun nodo nè all’apice, nè al cinto, nè in altra parte : se alcuno condotto a bastonare, supplice ai loro piedi s’inchini, quel giorno il bastonare è sagrilizio. Non è costume del Sacerdote di Giove ; nè nominare, nè toccare la capra, la carne cruda, l’edera e la fava.

Aulo Gelli
Notizie sull’Attica.

De flaminis Dialis deque flaminicæ cœrimonis : verbaque ex edicto præ’o. is opposita, quibus dicit non coacturum se ad lurandum neque virgines Vestæ neque Dialem.

 

Cœrimoniæ impositæ flamini Diali multæ, item castus multiplices, quos in libris, qui de sacerdotibus publicis compositi sunt, item in Fabli Pictoris librorum primo scriptos legimus, unde hæc ferme sunt, quæ commeminimus : Equo Dialem flaminem vehi relígío est (et) classem procinclam extra pomerium, id est exercitum armatum, videre ; ideirco rarenter flamen Dialis creatus consul est, cum bella consulibus mandabantur : item jurare Dialem fas nunquam est : item anulo uli nisi peruio cassoque fas non est. Ignem è flaminia, id est flaminis Dialis domo, nisi sacrum efferri jus non est ; vinctum, si œdes ejus introjerit, solvi necessum est el vincula per impluvium in legulas subduci ulque inde foras in viam demitti. Nodum in apice neque in cinclu neque in alia parte ullum habel ; si quis ad verberandum ducatur, si ad pedes ejus supplex procubuerit, eo die verberari piaculini est, Capillum Dialis nisi qui liber homo est, non delonset. Capram et carnem incoclam et hederam et fabam neque langere Dialimos est neque nominare.

Auli Gellii
Noctium Atticarum.

1430. Diamasticosa. — Festa dei Lacedomi da essi celebrata in onore di Diana. La principal cerimonia di questa festa consisteva nel condurre dei fanciulli innanzi all’altare della dea, ove venivano battuti con le verghe in così aspra maniera, che il maggior numero vi lasciavano la vita.

1431. Diana. — Dea della caccia, figlia di Giove e di Latona e gemella d’Apollo.

Non è già di Latona unico figlio
Apollo, e di Latona anch’ io mi sono.
Callimaco — Inno a Diana Trad. di D. Strocchi,

Moltiplici sono le denominazioni che gli scrittori della Favola danno a Diana, secondo il luogo {p. 106}in cui dimorava. Si chiamava Ecate nell’inferno ; la Luna nel cielo ; Diana sopra la terra. Veniva comunemente venerata come dea della castità ; e questa virtù era in lei così tenace che cangiò Atteone in cervo per averla sorpresa colle sue ninfe nel bagno. V. Atteone. Il seguito di Diana si componeva di un numeroso corteo di ninfe e pretendeva che tutte serbassero la stessa sua castità.

Dammi, padre, dicea, ch’io serbi eterne
Vergini brame, e tai nomi, che orgoglio
Apollo sovra me non deggia averne.
La gran faretra e il grande arco non voglio :
A me, se fia, provvederà Vulcano
Pieghevol arco e faretrato spoglio ;
Portar facelle da ciascuna mano.
Cingermi corte, vergate gonnelle,
E fiere vò non saettare invano.
Voglio da l’Ocean sessanta ancelle
Pronte a guidar le mie carole meco,
Giovani tutte e fior di verginelle :
Venti ne voglio da l’amnisio speco,
Ch’abbian mïei veltri e miel coturni a cura.
Se guerra a lince e a capriol non reco,
Dammi tenere ogai silvestre altura ;
D’una qual vuoi città fammi regina :
Me vedran raro cittadine mura.
Abitatrice di contrada alpina
M’inurberò ne l’ora che dogliose
Le genitrici chiameran Lucina.
Il carco fianco ad allegiar di spose
Io nacqui, poi che senza duol la madre
Di me gravossi e senza duol mi spose.
Callimaco — Inno a Diana Trad. di D. Strocchi.

La ninfa Calisto, che apparteneva al seguito di Diana fu scacciata ignominiosamente da questa dea per aver ceduto alle lascive brame di Giove.

La tradizione mitologica narra peraltro che Diana amasse perdutamente il pastore Endimione, bellissimo della persona, e che la notte lasciasse sovente la sua dimora celeste per visitarlo. Diana passava quasi tutti i suoi giorni alla caccia ed era sempre seguita da una muta di cani. I Satiri, le Driadi, e tutte le altre divinità secondarie, celebravano continue feste in suo onore.

I poeti rappresentavano Diana su di un carro tirato da due bisce ; armata di un arco, e di un turcasso pieno di frecce. La biscia era l’animale a lei consagrato. Il famoso tempio di Efeso tutto sfolgorante d’oro e che era ritenuto come una delle sette meraviglie del mondo, e come il più superbo monumento di simil genere, che fosse conosciuto in quei tempi, era destinato esclusivamente al suo culto.

1432. Diania-turba. — Ossia turba, drappello e anche muta di Diana. Con questo nome venivano designati i cani addestrati alla caccia : ritenendosi pubblicamente che fossero sotto la particolar protezione di Diana cacciatrice, questi animali erano riguardati come sacri.

1433. Diasie. — Feste in onore di Giove propizio, durante le quali si faceva dagli abitanti una famosa fiera a cui non mancava alcuna specie di mercanzia. Gli Ateniesi vi si distinguevano pel gran numero dei sacrifizii ed offerte agli dei, e più ancora per la delicatezza delle cortesie che essi scambiavano fra loro in questa occasione.

1434. Diattoro. — Dalle parole greche ντορος, spedito, e dal verbo Διαγὡ, io spedisco ; si dava codesto soprannome a Mercurio, volendo ricordare le sue priucipali funzioni, d’essere, cioè, il messaggiero di Giove e degli dei.

1435. Dictea. — Conosciuta più comunemente sotto il nome di Dica, fu una delle figlie di Giove e di Temi. Essa presiedeva alla giustizia, dalla parola Διϰς che significa appunto giustizia punitrice.

1436. Dictea-corona. — Cosi gli antichi chiamavano la costellazione di Arianna che Teseo avea seco condotta dalla isola di Creta, ove sorgeva una montagna per nome Dictea

1437. Dictee-ninfe. — Ninfe dell’isola di Creta. Forse venivano così dette perchè abitualmente dimoravano sulla montagna, di cui nell’articolo precedente.

1438. Dicteo. — Soprannome dato a Giove perchè comunemonte si credeva allevato sulla stessa montagna dell’isola di Creta.

1439. Dictinnia. — Ninfa dell’isola di Creta, alla quale gli antichi attribuivano l’invenzione delle reti per uccellare. Taluni scrittori pretendono che sia la stessa che Britomarte ; è questa per altro un’opinione assai incerta.

Dictinnia era anche uno dei soprannomi di Diana.

1440. Dictisio. — Così avea nome uno dei centauri : egli fu ucciso da Piritoo.

1441. Didima. — Secondo l’opinione di Pindaro, era questo uno dei soprannomi dato a Diana, per essere gemella di Apollo.

Didima avea anche nome un’isola del gruppo delle Cicladi, ove Apollo avea un famoso oracolo, conosciuto nella favola sotto il nome di oracolo di Didimo.

1442. Didimeone. — Rione della città di Mileto, in cui Apollo avea un oracolo ed un tempio famoso.

1443. Didimo. — Soprannome particolare di Apollo che secondo alcuni scrittori veniva a lui dato dall’isola di Didima — V. Didima —  ; e secondo altri perchè questo Dio era ritenuto come autore del giorno e della luna.

1444. Didone. — Figlia di Belo, re di Tiro, detta dapprima Elisa e conosciuta con {p. 107}l’appellazione di Dido : fu moglie di Sicheo, che ella amò teneramente.

Pigmalione, fratello di Didone, accecato dalla passione dell’oro uccise il cognato per impadronirsi dei suoi immensi tesori.

« … …il qual Licheo era molto ricchissimo ed avea grandissimi tesori, de’quali tesori poichè notizia e fama ne venne agli orecchi di Pigmalione, incominciò ad averne gran fame ; e sotto specie di venire a visitare la sirocchia e’l cognato, come ladro e traditore e parricida entrò nel regno dì Tiro… . »

G. da Pisa — I fatti d’Eneo.

Avendo fatto sparger la voce che Sicheo fosse stato ucciso dai ladroni, restò per qualche tempo impunito il suo delitto ; ma l’ombra dell’ucciso priva degli onori della sepultura, apparve pallida e sfigurata a Didone, le mostrò il luogo ove era stato trucidato ; le rivelò il nome dell’assassino ; e dopo di averle additato ove erano nascosti i suoi tesori, le consigliò di fuggire e sparì. Didone calmato il do’ore che le avea posto nell’al’animo la tremenda rivelazione, si dette silenziosamente ai preparativi della fuga, ed un giorno impadronitasi delle navi che stavano nel porto, e accompagnata da gran numero di seguaci, e dalla sua più giovane sorella, a nome Anna, parti coi tesori del trucidato consorte. Una tempesta spinse la flottiglia di Didone sulle coste dell’Africa ed ella approdò nella regione detta Mauritania o Taugitana, governata da Iarba, re dei Getuli. Dapprincipio egli si oppose a che Didone coi suoi seguaci si stabilissero sulle terre soggette al suo comando, ma l’astuta principessa gli richiese di venderle tanto terreno quanto bastasse a stendervi in circuito la pelle di un bue. Avendo Iarba acconsentito, Didone fece tagliare in lunghe e sottili striscie una di dette pelli, le quali disegnarono sul terreno uno spazio abbastanza grande, nel quale Didone cominciò ad edificare la citià di Cartagine. Iarba intanto soggiogato dalla bellezza di lei, la chiese in isposa ; ma essa respinse l’offerta in memoria dell’ucciso consorte, e vedendo che Iarba, offeso dalla inattesa ripulsa, marciava contro la nascente Cartagine per distruggerla, amò meglio darsi la morte che violare il suo giuramento di fedeltá. Ella si ucsise con un pugnale, e ciò le valse il nome di Didone, che vuol dire donna risoluta. Il Metastasio per l’effetto scenico del suo celebre melodramma, Didone abbandonata, fa che ella morisse precipitandosi nelle fiamme che ardevano la sua reggia, disperata di vedersi abbandonata da Enea, ch’ essa amava perdutamente.

No, no, si mora ; e l’infedete Enea
Abbia nel mio destino
Un augurio funesto al suo cammino.
Precipiti Cartago,
Arda la reggira, e sia
Il cenere di lei la tomba mia.
Metastasio. — Didon e abband. Atto III — Scena ultima.

Dopo la sua morte Didone fu onorata in Cartagine come una dea e riconosciuta come la fondatrice dello impero cartaginese.

L’episodio che racconta Virgilio nell’Eneide, è una mera invenzione poetica. Enea visse più di 300 anni prima della fondazione di Cartagine, secondo la cronologia della favola ; e Virgilio ha dipinto l’ardente passione di Didone per l’eroe trojano, per innestarvi le famose ragioni che persì lungo tempo fecero ardere la face della discordia fra Roma e Cartagine.

L’Alighieri, giovandosi dell’ invenzione di Virgilio, mette Didone nell’Inferno per punirla d’avere, per amore di Enea, mancato di fede alla ombra di Sicheo.

…… colei che s’ancise amorosa.
E ruppe fede al conet di Sicheo.
Dante. — Inferno — Cant. V.

1445. Diespitero. — Vale a dire padre del giorno ; soprannome dato a Giove dalle voci latine dies piter.

1446. Difie. — Era questo il soprannome. che comunemente i pagani davano a Cecrope, forse per alludere alla tradizione favolosa che lo faceva metà uomo e metà serpente.

La parola Difie in greco significa : composto di due nature.

1447. Difolle. — E più comunemente Dipolie. Si dava codesto nome ad una specie di cerimonia religiosa che gli Ateniesi celebravano in onore di Giove Polieno, riguardandolo come il nume tutolare della propria città.

1448. Diluvio di Ogige e di Deucalione.

V.Ogige e Deucalione.

1449. Dimantisa. — Detta anche Dimantìa. Soprannome di Ecuba, moglie di Priamo, re di Troja. Veniva detta così dal nome di suo padre Dimaso.

1450. Dimaso. — V. l’articolo precedente.

1451. Dimenticanza. — V. Lete.

1452. Dimone. — Così avea nome uno dei quattro dei Lari o Penati.

1453. Dindima. — Al dire di Diodoro era questo il nome della madre di Cibele : essa fu moglie di Meone, re della Lidia.

1454. Dio — I poeti dell’antichità ed i {p. 108}cronisti della favola, distribuiscono la divinità fra tutti gli esseri animati ed inanimati ; possibili ed impossibili ; reali ed immaginarii. Essi fanno delle loro deità dei mostri, dànno loro moltiplici, varie e strane figure ; ne hanno di quadrati, di ovali, di triangolari ; ne hanno di zoppi e di ciechi. Parlano degli amori di Anubi con la Luna ; fanno che Diana venisse sferzata ; che a Giunone fossero, appesi ai piedi due incudi d’oro ; fanno che gli uomini bastonassero e ferissero gli dei, e che questi dovesseso fuggire ora in questa ora in quella contrada della terra, sotto forma di quadrupedi, di volatili, di rettili ecc. Apollo, cacciato dal cielo, è obbligato a guardare le pecore ; Esculapio, ridotto a fare il muratore, è defraudato della mercede promessagli ; il primo è musico, il secondo è manovale ; infine presso i pagani, l’idea della divinità è collegata a configurazione ed immagini così basse ed abbiette e spesso così turpi ed infami, che può ben dirsi tutto l’olimpo pagano altro non essere stato che una vilissima ciurmeria di saltibanchi, più, al certo, che non fosse l’idea informatrice di un culto, rivelatore della divina maestà di una religione.

1455. Diocleide. — Più comunemonte Dioclie. Si dava codesto nome ad una festa che si celebrava nell’ Attica, in onore di Dioclie, uno degli eroi della Grecia a cui dopo la morte furono resi gli onori divini.

1456. Dicclesìo. — Eroe venerato come un dio dai Megaresi, i quali in suo onore celebravano dei giuochi detti Dioclesi.

1457. Diomeda. — Così si chiamava la schiava che prese presso ad Achille il posto di Briseide — V. Briseide, quando Agamennone tolse per sè quest’ultima.

1458. Diomede. — Re d’ Etiolia : fu figliuolo di Tideo e ritenuto, dopo Achille ed Aiace, il più valoroso fra i Greci.

Lampi gli uscian da l’elmo e dallo scudo
D’inestinguibil flamma, a tremolio
Simigliante del vivo astro d’autunno,
Che lavato nel mar splende più bello,
Tal mandava dal capo e dalle spalle
Divin foco l’eroe.
Omero. — Iliade — Libro V. — Trad. di V. Monti.

All’assedio di Troja egli si copri di gloria, avendo in un incontro ferito Marte e Venere. Dopo la caduta di Troja, ritornato in patria, ebbe tanto orrore degli eccessi lussuriosi di sua moglie Egialea, che abbandonò il governo dell’Etiolia, e venne a stabilirsi in Italia. Si dice che egli vi fosse ucciso da Enea e che i suoi seguaci ne furono così addolorati, che gli dei compassionevoli li cangiarono in uccelli. Diomede fu quello che rapì dall’isola di Lenno le frecce di Ercole ; e fu colui che insieme ad Ulisse penetrò nella città di Troja, e ne tolse il Palladio che era la più grande sicurezza dei Trojani, uccidendo una gran quantità di nemici.

Ma di qual parte fosse Diomede
Se Troiano od Acheo mal tu sapresti
Discernere, si fervido ei trascorre
Il campo tutto : simile alla fiera
Di tumido torrente che cresciuto
Dalle pioggie di Giove, ed improvvisa
Precipitando, i saldi ponti abbatte,
Debil freno alle fiere onde, ed i verdi
Campi, i ripari rovesciando, ingoia
Con fragor le speranze e le fatiche
Del gagliardi coloni ; a questa guisa
Sgominava il Tidide e dissipava
Le caterve de’Teucri, che sostenerne
Non potean, benchè molti, la ruina.
Omero — Iliade — Libro V.trad. di V. Monti.

La favola ricorla di un altro Diomede, re della Tracia, e figliuolo di Marte e di Cirene. Secondo la tradizione mitologica, egli possedeva dei cavalli furiosi, i quali mandavano flamme dalle nari ; e che egli nutriva di carne umana. Ercole per comando di Euristeo, lo uccise facendolo divorare dai suoi stessi cavalli.

1459. Dione. — Ninfa, figlia dell’ Oceano e di Teti, ella fu ne ! numero delle concubine di Giove, il quale la rese madre di Venere ; ed è questa la ragione per la quale si dà talvolta a questa dea, il soprannome di Dionea. Anche Giu lio Cesare, come discendente di Venere, veniva detto Dioneo.

1460. Dionea. — La dea Venere che fu moglie di Vulcano è quella a cui si da propriamente questo soprannome. Essa fu perduttamente amata da Marte, che le rese madre di una figlia, di cui nell’articolo precedente.

1461. Dionislache. — V. Dionisie.

1462. Dionisie o Dionisiache. — Specie di baccanali, celebrati in onore di Bacco. Erano uno strano e turpe miscuglio di devozione e di oscenità.

1463. Dionisio. — Detto anche Dioniso : con questo nome veniva indicato il dio Bacco, dalla città di Nisa, ove era stato allevato, e dove aveva un tempio superbo, esclusivamente dedicato agli osceni misteri del suo culto.

Dioniso è pure il nome di uno dei tre dei Anaci, o Dioscuri figliuoli di Giove.

La tradizione mitologica ricorda di un altro Dioniso, che fu tiranno di Siracusa, il quale si rese celebre per le sue crudeltà, e per la nessuna reverenza che egli ebbe verso gli dei. Egli demoli il tempio di Proserpina a Locri ; tolse nel tempio di Giove Olimpio un mantello d’oro, che {p. 109}copriva una statua di questo dio, e nel tempi di Esculapio, in Epidauro, tolse ad un simulacro di questo la barba d’oro che aveva ; e si rese padrone di tutti gli arredi sacri, dicendo che volea profittare della bontà degli dei ; e fece vendere su i pubblici mercati a suo profitto le spoglie di che si rendeva padrone con sacrilega violenza. Ciò non ostante gli dei non fulminarono quest’empio, il quale, anzi, secondo narra la cronaca, morì placidamente in assai tarda età.

1464. Diopete. — Nome col quale gli antichi indicavano gli strumenti musicali di Giove, di Diana, di Apollo, e di altre divinità che si credeva abitassero sovente sopra la terra.

1465. Dioscuri. — Castore e Polluce venivano designati con questo nome. Gli antichi veneravano diverse altre divinità a cui davano questo nome, e che si credeva proteggessero in modo particolare i navigatori.

1466. Diaspoli. — Ovvero città di Giove nell’ Etiopia. Quel Dio aveva in questa ciltà un tempio grande e ricchissimo, ove in una data stagione dell’anno, si celebrava dagli abitanti una festa ìn onore di lui che durava dodici giorni, e nella quale portavano in processione la statua di Giove in tutti i villaggi circonvicini.

1467. Diplero. — Si dava questo nome alla pelle della capra Amattea. Secondo la tradizione della favola, Giove aveva scritto su quella il destino degli uomini.

1468. Diradiato. — Soprannome che si dava in Argo ad Apollo, a causa di un tempio che egli avea sopra altissimi dirupi. La cronaca mitologica attribuisce la fondazione di quell’edifizio all’avo materno di Teseo, per nome Pitteo, nativo della città di Trezeno.

1469. Dirce. — Fu moglie di Lico, re di Tebe. Ella trattò con assai aspra maniera per lungo tempo Anflone ed Antiope, che poi fu madre di Zeto ; ma poi caduta in loro potere, essi la legarono alla coda di un toro furioso, sicchè Dirce morì tra le più atroci torture. Al dire della cronaca Bacco vendicò la morte di lei, facendo perdere il senno ad Anfione, dopo di che cangio Dirce in fontana.

1470. Dircea. — Cosi avea nome una giovanetta, che Minerva cangiò in pesce, avendo osato vantarsi d’essere più bella di lei. Non bisogna punto confonderla con la Dirce, di cui nell’articolo precedente.

1471. Dirceo. — Soprannome di Anfione, preso dal fonte nella Beozia, conosciuto sotto il nome di fontana Dircea quella stessa in che Bacce transformerà Dirce. V. Dirce.

1472. Dirceto. — V. Derceto.

1473. Diree. — Figlie della notte e del fiume Acheronte. Erano, secondo la tradizione favolosa, in numero di tre, ed avevano lo speciale incarico di tormentare coi rimorsi le anime dei dannati. Esse avevano diverse denominazioni. Si chiamavano Furie, Eumenidi o Erinni sulla terra ; Diree nel cielo, e Cagne della Stige, nell’inferno.

De le tre Diree Furie……..
Cui son l’ire, i dannaggi, i tradimenti,
Le guerre, le discordie, le ruine,
Ogni empio officio, ogni mal’opra a core.
Virgilio — Eneide — libro VII trad. di A. Caro

1474. Dirfia. — Soprannome di Giunone, che le veniva dal culto a lei reso sul monte Dirfio, nell’isola Eubea.

1475. Disarea o Disari. — Divinità degli Arabi. Si crede comunemente che fosse la stessa che Bacco o il Sole.

1476. Disari. — V. Disareo.

1477. Discordia — Divinità malefica, a cui venivano attribuite le guerre fra le nazioni ; le dissenzioni fra le famiglie ; le contese e le querele d’ogni natura. Essa fu scacciata dal celo da Giove, perchè metteva la disunione fra gli altri dei.

Allorquando Peleo sposò Teti, la sola dea non invitata il banchetto di nozze fu la Discordia, la quale per vendicarsi, gettò sulla mensa un pomo d’oro, su cui erano scritte queste semplici parole : « Alla più bella ». Minerva, venere e Giunone si disputarono il pomo, finchè Paride per ordine di Giove, assuntosi il carico del giudizio, pose termine alla querela in favore di Venere, ciò che fu causa d’infinite sventure.

La Discordia si dipinge con capigliatura di serpi, con volto livido, con occhi impietriti, e vesti insanguinate ; avendo nella mano destra una torcia accesa, e nella sinistra un pugnale.

L’empia discordia che di serpi ha ’l crine,
E di sangue mai sempre il volto intriso.
Virgilio — Eneide Lib. VI. trad. di A. Caro.

1478. Dite. — Era uno dei soprannomi di Plutone, al quale si dava perchè era ritenuto come il dio delle ricchezze ; in greco la parola Dite significa ricco. Per Dite s’intendeva pure talvolta il Sole, come la sorgente di tutte le ricchezze. Gli antichi abitatori della Gallia, davano il soprannome di Dite alla terra, come madre feconda di tutti i beni e si credevano discendenti da essa.

1479. Ditirambo. — Uno dei soprannomi di Bacco. Da principio si dava più particolarmente codesta denominazione ad una specie di inno {p. 110}osceno, che si cantava nei misteri di quel dio. Presso i moderni il Ditirambo, è un componimento in versi, appartenente alla categoria degli scritti berneschi.

1480. Ditteo. Nell’isola di Creta, vi era un antro chiamato Dite, ove la tradizione favolosa dice che Rea avesse partorito Giove : da ciò si dava il soprannome di Ditteo al padre degli dei.

1481. Dittina. — Ninfa dell’isola di Creta, che assai di sovente viene confusa con Diana. La tradizione mitologica racconta di lei, che la sua non comune bellezza avesse ispirata a Minosse, re dell’isola, una violenta passione ; per mode che, avendo un giorno sorpresa la ninfa, volle farle violenza, ma essa, dall’alto di una rupe si precipito nel mare, ove cadde in una rete. La parola Dittina viene dal greco Δἱϰνυνγ che significa rete. Da ciò forse i pagani attribuivano alla ninfa Dittina, l’invenzione delle reti da caccia.

1482. Dius-Fidio. — Antica divinità dei Sabini, il culto della quale passò a Roma poco tempo dopo la pace che seguì il famoso ratto delle Sabine. Questo nume era ritenuto come il dio della buona fede, ed è perciò che presso gli antichi era così frequente l’uso di prestar giuramento per questa divinità. Taluni scrittori dissero che Fidio fosse uno dei figli di Giove : altri lo hanno di sovente confuso con Ercole.

1483. Divall. — In onore della dea Angeronia, si celebravano in Grecia delle feste religiose, a cui si dava questo nome. Esse furono stabilite in occasione di una pericolosa squinanzia che attaccò gli uomini e gli animali, e dalla quale si credeva che la dea Angeronia avesse liberato i Greci.

1484. Divinazione. — Arte di predir l’avvenire. Faceva parte delle credenze religiose dei pagani. Essa si esercitava dagli astrologhi, dagli auguri, e da tutte quelle persone che venivano designate sotto i nomi d’indovini o di maghi. Le donne che esercitavano la divinazione, venivano chiamate pitonesse, sibille, maghe ec.

La Divinazione si praticava in cento maniere diverse, ma fra queste le più notevoli erano quattro specie, nelle quali s’impiegava alcuno dei quattro principali elementi.

Quella in cui si adoperava l’acqua, veniva detta Idromanzia ; quella in cui si adoperava il fuoco si chiamava Piromanzia ; quella che si faceva con la terra chiamavasi Geromanzia ; e quella che si faceva per mezzo dell’aria, Aeromanzia.

Oltre a queste principali denominazioni, vi erano molte altre divinazioni secondarie, chiamate, Negromanzia, Astrologia, Dolomanzia, Chiromanzia, Litomanzia, Alfitomanzia, Daltilomanzia, Arithnomanzia, Caprotomanzia ec.

1485. Divinità. — V. Deificazione e dei.

1486. Divipoti. — Dei che i Samotraci chiamavano Theedinates, vale a dire divinità possenti. Ve ne erano due il Cielo e la Terra, o altrimenti l’ Anima e il Corpo. Gran numero trà i mitologi e cronisti della favola, vogliono che i Divipoti altro non fossero che gli dei Cabiri, V. Cabiri.

1487. Dodona. — Città dell’ Epiro, presso la quale era una foresta consacrata a Giove, i cui alberi di quercia rendevano gli oracoli divini. La tradizione mitologica, attribuisce al fatto seguente l’origine dell’oracolo di Dodona.

Giove aveva fatto dono ad una delle sue figliuole per nome Teba, di due meravigliose colombe, le quali avevano sorprendente prorogativa di parlare. Un giorno le due colombe volarono una in Egitto, e propriamente nella Libia, ove poi fu il famoso oracolo di Giove Ammone ; l’altra fermò il suo volo in Epiro, nella selva di Dodona, ove disse agli abitatori del paese, che era volontà di Giove, che in quel luogo sorgesse un oracolo.

Erodoto nelle sue opere spiega codesta favola, dicendo che alcuni mercanti Fenici avessero rapito due sacerdotesse della città di Tebe ; e che avendo venduta una di esse nella Grecia questa avesse stabilito la sua dimora nella selva di Dodona, ove fece costruire a piè d’una quercia un’ara in onore di Giove, di cui ella era stata in Tebe sacerdotessa ; da ciò ebbe origine l’oracolo di Dodona, che poi fu famoso per tutta la Grecia.

Quanto ella favola delle colombe, essa avviene dalla parola Greca Πελεια, che significa colomba.

1488. Dodonee. — V. Dodonidi.

1489. Dodonidi o Dodonee. — Ninfe nudrici di Bacco ; quasi tutti gli scrittori si accordano nell’opinione che fossero le stesse che le Atlantidi.

1490. Dolichenio. — V. Dolicheo.

1491. Dolicheo o Dolichenio. — Sopranome di Giove, a lui venuto dal culto che gli si rendeva nella città di Dolichene.

1492. Dolone. — Trojano, celebre per la rapidità con la quale correva. Nella speranza di avere in premio i cavalli di Achille, egli accettò di essere spia trojana nel campo dei Greci ; ma sorpreso da Diomede e da Ulisse fu ucciso ; egli era figliuolo dell’araldo Eumede.

1493. Dolope. — Popolo della Tessaglia. All’assedio di Troja tutti coloro che appartenevano a questo popolo erano comandati da Pirro.

1494. Dolore. — I pagani ne avevano fatto una divinità, e lo scrittore Igino lo fa essere figliuolo della Terra e dell’Aria.

1495. Domicio. — V. Domizio.

1496. Domiduca. — Divinità che {p. 111}s’invocava al momento di condurre la novella sposa nella casa del marito. Si dava questo soprannome a Giunone, come protettrice delle spose.

1497. Domizio o Domicie. — Dio che i pagani invocavano nella celebrazione degli sponsali, perchè la sposa avesse preso cura del tetto maritale.

1498. Dorcre. — Al dire di Cicerone era questo il nome di un figliuolo dell’ Erebo e della Notte.

1499. Dorea o Dori. — Detta anche Dorisia, figlia dell’ Oceano e di Teti. Essa sposò suo fratello Nereo, da cui ebbe cinquanta figlie, che dal nome del padre furono dette le cinquan-Nereidi. I poeti si sono sovente serviti del nome Dori, proprio di una particolare divinità marittima, per indicare il mare istesso. Virgilio à detto : Doris amara.

Dori fu anche il nome di una delle Nereidi, così detta da sua madre.

1500. Dori. — V. Dorea.

1501. Dorielio. — Figlio naturale del re Priamo : Ajace lo uccise all’assedio di Troja.

Vi fu anche un altro Doriclio, figlio di Fineo, o re della Tracia.

1502. Doro. — Una delle cinquanta Nereidi.

1503. Doto. — Ninfa del mare : fu un’ altra delle Nereidi.

1504. Draconigena, Citta. — Vale a dire città surta dai denti di un drago. Si dava questa denominazione alla città di Tebe. V. Cadno.

1505. Draghi. — Questi animali erano consacrati a Minerva, forse per dinotare che la vera saggezza non si addormenta mai. Anche a Bacco erano consacrati i draghi, per dinotare che uno degli attributi dell’ubbriachezza è il furore. La parola drago viene dal greco Δρἁϰου che significa perspicace, vigilante.

Quei famosi draghi dai quali la favola fa custodire il giardino delle Esperidi, il vello d’oro, l’antro di Delfo, ecc. altro non furono che quei grossi e fedeli cani, ovvero degli uomini posti a guardia di quei luoghi o cose privilegiate.

Drago di Anchise. §

Narra la tradizione mitologica, che mentre Enea rendeva i funebri onori al corpo del padre Anchise, uscisse dal sepolcro un enorme drago, il cui dorso era coperto di squame gialle e verdi, e che dopo aver fatto il giro degli altari, assaggiò di tutte le vivande preparate pel sacrifizio, e poi rientrò nel fondo del sepolcro senza far male ad alcuno. Virgilio dice che Enea credè che quel drago altro non fosse che il genio tutelare dell’anima del defunto.

Drago d’Aulide. §

Un giorno mentre la flotta dei Greci era ancorata nel porto di Aulide, ed i guerrieri offrivano un sacrifizio agli dei, all’ombra di un gran platano, che sorgeva a qualche distanza dalla riva, uscì di sotto l’altare preparato pel sacrifizio, un orribile drago, che strisciando sull’albero divoro otto passere che con la loro madre vi annidavano ; e dopo d’averle divorate fu immantinente cangiato in pietra. I guerrieri greci, spaventati dal prodigio, ricorsero all’indovino Calcante per averne la spiegazione, ma questi, traendo dall’accaduto un favorevole augurio, disse che le otto passere e la loro madre divorate dal drago, altro non indicavano se non che il numero degli anni che i greci avrebbero impiegato per abbattere la potenza troiana, e che nel decimo anno le armi greche avrebbero avuto il coronamento del trionfo.

Draghi di Cadmo. §

V. Cadmo.

Drago di Delfo. §

Secondo narra la favola l’istesso drago che custodiva l’antro in cui Temi prediceva il futuro, era quello che pronunziava gli oracoli, Apollo lo uccise a colpi di frecce, quando si rese padrone di quell’antro, ove poi surse il famoso oracolo di Delfo. V. Delfo.

Draghi dell’ Inferno. §

V.Cerbero.

Draghi Cerere. §

Il carro di questa dea era tirato da due draghi, a cui la tradizione mitologica attribuisce una celerità prodigiosa, forse per alludere all’ansia con la quale essa cercò per tutta la terra la figliuola Proserpina, rapita da Plutone.

Draghi di Medea. §

La cronaca mitologica racconta che Medea, furibonda per l’abbandono di Giasone, fosse corsa sulle sue tracce, montata su di un carro tirato da due di questi mostruosi animali, che vomitavano flamme.

1506. Dranceo. — Uno dei grandi della corte del re latino, felice e bel parlatore, ma uomo sleale e vigliacco. Fu uno dei più accaniti nemici del re Turno.

1507. Dria. — Fu figlio di Fauno. La {p. 112}Tradizione mitologica racconta che essa era di una così severa castità, che fuggiva perfino la vista degli uomini. Anche nelle cerimonie del suo culto era espressamente proibito agli uomini d’intervenirvi.

1508. Driadi. — Ninfe che presiedevano ai boschi ed alle foreste, nelle quali dimoravano notte e giorno. Presso i pagani si credeva, che non si potesse entrare in un hosco o in una selva senza prima far delle offerte alle Driadi tutelari.

1509. Driantiade. — Licurgo, re della Tracia, figlio di Driaso, veniva così designato dal nome del padre ; i discendenti di Licurgo furono detti per la stessa ragione Driantiadi.

1510. Driaso. — Oltre al padre di Licurgo. di cui qui sopra. V. Driantiade, così avea nome uno dei principi che vennero in soccorso di Eteocle contro Polinice : Diana lo uccise.

1511. Drimaco. — Brigante che alla testa di un numeroso drappello di schiavi fuggitivi, depredava l’isola di Scio. Gli abitanti misero a prezzo la sua testa, e la cronaca racconta che egli stesso, stanco della sua vita di delitto, persuase il più povero dei suoi seguaci a consegnarlo alla giustizia, onde ottenere la somma promessa. Alcuni mitologi vogliono che gli abitanti di Scio, dopo la morte di Drimaco, lo avessero adorato come un dio. È questa però una opinione poco generalizzata.

1512. Drimo. — Una delle cinquanta Nereidi.

1513. Driope. — Ninfa d’Arcadia, amata da Mercurio. Un giorno, mentre essa teneva sulle ginocchia un bambino suo figlio, svelse un ramo di edera da una pianta vicina, per divertire l’infante. Bacco, a cui quella pianta era consacrata, irritato contro Driope, la cangiò in albero. La disgraziata ebbe appena il tempo di porre nelle braccia di sua sorella Iole il bambino, il quale, senza di ciò, sarebbe stato chiuso con lei nella corteccia dell’albero.

Driope era anche il nome di un popolo dimorante nelle circostanze del monte Parnaso.

1514. Druidesse. — Le mogli dei Druidi, sacerdotesse del culto religioso dei Celti, venivano designate con questo nome. Al pari dei loro mariti esse venivano circondate della più alta considerazione, ed avevano ingerenza nelle cose del loro culto. Esse comandavano e regolavano tutto ciò che riguardava i sacrifizii e gli affari della religione, ma sopratutto avevano fama di celebri indovine ; cosicchè venivano da ogni parte persone ad interrogarle e persino gl’imperatori, vennere sovente ad interpellarle.

Oltre le Druidesse, la religione Celtica aveva delle altre sacerdotesse che vivevano nel celibato, ed erano le Vestali del culto. E v’erano finalmente altre sacerdotesse, che se pure maritate, vivevano nel tempio a cui erano addette, senza che fosse loro permesso d’avere contatto coi loro sposi, meno che una sola volta l’anno, in un dato giorno. in cui era loro concesso, per qualche ora, di vivere sotto il tetto conjugale.

1515. Druidi. — Ministri del culto idolatra presso i Galli Celtici. Questo nome veniva loro dalla parola Deru, che in lingua celtica vuol dire quercia, che in greco si dice Δρὑς perchè essi dimoravano nelle foreste e compivano i riti della loro religione sotto quegli alberi. I Druidi aveano sotto la loro dipendenza molti altri sacerdoti e ministri di religione, come i Vati, gli Eubagi, i Bardi, i Sarronidi ec. Èssi menavano almeno in apparenza, una vita austera ed irreprensibile. Si dedicavano all’educazione della gioventù ed avevano sparsi in tutte le Gallie gran numero di collegi. In uno di questi risiedeva il gran sacerdote, o capo supremo dei Druidi. L’autorità dei Druidi ed il loro potere era onnipossente : essi presiedevano alle cose dello stato ; intimavano la guerra o la pace, secondo il loro talento ; deponevano dai loro uffici i magistrati, gli alti e bassi dignitarii, e per sino i generali ed i re, quando non osservavano le leggi del paese, senza che il popolo avesse menomamente mormorato, tanto era grande il rispetto e la venerazione che si aveva per essi.

Essi davano le loro lezioni sempre a voce, senza mai vergare parola per iscritto ; ma facevano imparare a memoria ai loro discepoli, un prodigioso numero di oscurissimi versi, che racchiudevano i principii fondamentali della loro teologia, della quale essi non spiegavano taluni dati articoli, se non con grandissima riserba, ed in casi estremamente rari. Tenevano le loro scuole negli antri dei boschì, nel mistero delle più cupe foreste, all’ombra di quercie secolari ; e ricevevano coloro che li andavano a consultare, con le cerimonie più solenni e misteriose.

La religione celtica non proibiva ai Druidi lo stato matrimoniale, e quando essi avevano tolta in moglie una donna, questa si chiamava Druidessa, ed aveva diritto all’universale venerazione.

1516. Due. — I Romani consideravano questo numero come di cattivo augurio, e perciò dedicato a Plutone al quale era anche sacro, per la stessa ragione, il secondo mese dell’anno e il secondo giorno del mese.

1517. Durichia. — Isola dipendente da quella di Itaca. Ulisse, nativo di quest’ultima, viene talvolta detto anche Dulichio.

1518. Dusiani. — Genii temuti e riveriti dai Galli.

E §

{p. 113}1519. Ea. — Nome della capitale della Colchide e di quella dell’isola di Circe. Anche all’intera isola si dava talvolta il nome di Ea, ragione per la quale si dava anche a Circe la stessa denominazione.

La favola racconta di un’altra Ea, ninfa che avendo implorato il soccorso degli dei, onde sottrarsi alle persecuzioni del fiume Paflo, fu cangiata in isola.

1520. Eaci. — Solenni giuochi che si celebravano in onore di Eaco.

1521. Eaco. — Figlio di Giove e di Egina, egli era re dell’isola Enopia, che egli chiamò Egina, dal nome di sua madre. Essendo stati distrutti tutti gli abitanti dei suoi stati, da una terribile pestilenza, egli ottenne da suo padre Giove che tutte le formiche si fossero cangiate in uomini, e a questo nuovo popolo impose il nome di Mirmidoni. Eaco regnò con tanta giustizia che alla sua morte Plutone lo associò a Minosse ed a Rodomonte per giudicare le anime dei morti.

1522. Eagro. — Così avea nome il marito della musa Polinia, che lo rese padre di Orfeo.

Eano. — Al dire di Macrobio si dava anche comunemente il nome di Iano a questa divinità, ritenuta come simbolo del mondo che gira sempre.

Secondo il citato autore, i Fenici raffigurano Eano, ossia il mondo sotto la forma di un drago che si morde la coda, volendo indicare che il mondo gira sopra sè stesso. A Roma vi erano dei sacerdoti ministri di Eano o Iano, che venivan detti Eani.

1524. Ebalo. — Marito di Gorgofona, figlia di Perso, che lo rese padre di Tindaro.

Ebalo fu uno dei migliori re di Sparta, i cui abitanti alla morte di lui, gl’inalzarono un monumento eroico.

1525. Ebe. — Figliuola di Giove e di Giunone e dea della giovanezza. La tradizione favolosa racconta che Giunone, invidiosa del supremo potere di Giove, che avea da sè solo procreato Minerva, dea della saggezza, volle fare altrettanto e sola dette l’esistenza ad Ebe.

Altri scrittori dell’antichità raccontano la medesima favola in altro modo. È detto che avendo Apollo invitato Giunone ad un festino, nel palagio di Giove, essa, che fino a quel tempo era rimasta sterile, mangiò dei legumi salvatici, rimase immediatamente incinta e partorì Ebe.

Giove, vedendola bellissima, le assegnò il compito di servire il nettare al banchetto degli dei ; ma essendo un giorno caduta in sconcia maniera, mentre attendeva al suo ufficio, Giove le tolse ii suo incarico e fece Ganimede il coppiere degli dei.

La dea che la più bella età governa.
Nel nappo trasparente adamantino
Al re che la città regge superna,
Solea il dolce portar celeste vino.
Or mentre in un convito ella e pincerna
E che porta il licor santo e divino.
Le viene a sdrucciolare un piede e cade,
E del nettar celeste empie le strade.
E perchè ella era in abito succinta
Nella zona contraria in tutto al geto,
E di seta sottil varia e dipinta
S’avea coperto il bel corporeo velo ;
Dall’aura la gonnella alzata e vinta
Mostrò le sue vergogne a tutto il cielo ;
E dell’alme che stan nel santo regno,
Mosse i giovani a riso, i vecchi a sdegno.
ovidio — Metamor. — Lib. X. trad. di Dell’ Anguillara.

Giunone allora tenne presso di sè Ebe, assegnandole l’incarico di attaccare i cavalli al suo carro.

{p. 114}La cronaca mitologica fa Ebe moglie di Ercole, per simboleggiare, sotto questo connubio, l’eterna gioventù, unita al vigore ed alla forza.

Ebe vien rappresentata sotto la figura di una giovanetta bellissima, col sorriso sulle labbra, e coronata di flori. Aveva in tutte le città della Grecia e dello stato romano gran numero di templi, fra cui il più famoso era quello di Corinto, che avea il privilegio d’asilo.

1526. Ebone. — Dalla parola greca Ἔβη che vuol dire gioventù, si dava questo soprannome a Bacco per indicare che la giovanezza era inseparabile da quel dio.

La tradizione dell’antichità afferma che i popoli di Napoli adoravano un tempo Bacco sotto questa denominazione.

1527. Ebota. — Al dire di Pausania, cosi avea nome il primo degli Acheeni, che fu vincitore ai giuochi olimpici. Narra la cronaca che Ebota, fortemente sdegnato contro i suoi concittadini, perchè questi non avevano onorato la sua vittoria con un monumento, imprecò contro di essi una maledizione che fu esaudita dai celesti. Gli Acheeni vedendo coll’andare degli anni, che alcuno di essi non riusciva vincitore ai guochi olimpici, mandarono a Delfo a consultare l’oracolo, per saperne la ragione : e l’oracolo rispose che pesava su di essi la maledizione di Ebota. Allora gli Acheeni fecero innalzare una statua in onore di Ebota, e così l’anno seguente, Sostrate di Pellene, loro concittadino, fu proclamato vincitore ai giuochi. Da quell’epoca gli Acheeni, prima di recarsi agli esercizii olimpici, andavano a visitare il sepolcro di Ebota, e poi coloro che riuscivano vincitori, incoronavano la sua statua d’una ghirlanda di flori.

1528. Ecaerga. — Così avea nome una ninfa dei boschi che fu celebre cacciatrice, ed estremamente esperta negli esercizii del corpo. Comunemente veniva riguardata come sorella della dea Ope, divinità favorevole ai cacciatori. È opinione di varii accreditati mitologi che Ecaerga fosse uno dei soprannome di Diana.

1529. Ecale. — Nella città di Ecale, nel borgo dell’ Attica, era un tempio dedicato a Giove Ecale, ove in una data epoca dell’anno, si celebravano delle feste dette perciò Ecalesie.

1530. Ecastore e Mecastore. — Formola di giuramento assai in uso presso i pagani, con la quale essi giuravano per Castore nell’istesso senso con cui adoperavano la parola Meehrcole quando prestavano giuramento per Ercole.

1531.Ecate. — Secondo asserisce Esiodo, essa fu figliuola di Asteria e di Perseo. Secondo il citato autore, Giove, dopo aver avuto commercio con Asteria, la dette in moglie a Perseo e da questo connubio nacque Ecate. Teocrito lo Scoliaste, dice che Giove ebbe dai suoi amori con Cerere una figliuola che fu detta Ecate, la quale fu celebre per la sua grande statura. È detto anche che Cerere, quando Plutone rapì sua figlia Proserpina, avesse inviata sua sorella Ecate sulla terra, onde far ricerca della rapita.

L’opinione però più generalizzata fra gli scrittori della favola è che Ecate fosse uno dei nomi di Proserpina stessa : e che questa venisse detta la triplice Ecate e che fosse la Luna nel cielo, Diana quando abitava la terra, e Proserpina quando stava nell’inferno.

Presso i pagani veniva Ecate detta con nome particolare dea Triformis, appunto per alludere alla triplice denominazione di cui parlammo più sopra.

Al dire di Servio, Ecate avea tre facce e tre nomi differenti : si chiamava Lucina, come proteggitrice della nascita dei bambini ; si dicea Diana, come dea che presiedeva alla buona salute ; e finalmente era detta Ecate, come la dea che presiedeva alla morte.

Esiodo, nelle sue cronache dell’antichità, ci presenta Ecate come una dea terribile che ba nelle sue mani il destino degli uomini e degli dei ; quello della terra e del mare ; che distribuisce onori e ricchezze ; che presiede alle battaglie ai consigli dei re, ai parti, ai sogni ec.

Al dire del citato scrittore, Ecate veniva riguardata come madre di Medea e di Circe, come dea che presiedeva alle magiche operazioni e agli incantesimi. I pagani credevano fermamente che Ecate fosse la dea dei sogni, e che ella ispirasse quel vago terrore delle tenebre che degenera in ismanie, e produce uno spevento invincibile.

La tradizione favolosa ripete che Ulisse, onde liberarsi dai tetri sogni che lo conturbavano, facesse in Sicilia innalzare un tempio a Ecate, come dea delle visioni notturne.

1532. Ecatesie. — Così avevano nome alcune feste che si celebravavo in Atene, in onore di Ecate, la quale era grandemente venerata in quella città.

Durante il periodo di queste feste, che si celebravano in ogni novilunio, i cittadini più ragguardevoli davano, nelle principali strade della città, un pubblico banchetto, al quale si credeva fermamente che Ecate assistesse invisibilmente.

1533. Ecatombe. — Dalle due parole greche Εϰατὁν cento, e Βοὑς, buoi si chiamava così quel sacrifizio nel quale si svenavano cento buoi. Coll’andare del tempo fu trovato che cotesto sacrifizio era di così forte spesa, che furono sostituiti ai buoi altri animali di minor costo ; ma si seguitò a chiamare col nome di Ecatombe {p. 115}qualunque sacrifizio in che si uccidevano cento animali della medesima specie.

Lo scrittore Capitolino ricorda che quando una Ecatombe veniva offerta da un imperatore, le vittime erano abitualmente o cento leoni o cento aquile.

L’Ecatombe veniva nel medesimo tempo consumata sopra cento altari di cespugli, e da cento sacerdoti sacrificatori. Abitualmente non si offeriva un’ Ecatombe agli dei che in casi straordinarii ; sia per sollennizzare un felice avvenimento, sia per implorare il termine d’una publica calamità.

Diogene Laerzio, riferisce nelle sue cronache, che Pitagora ovesse offerto agli dei un’ Ecatombe in rendimento di grazie di aver trovata la soluzione di un problema geometrico. È questa per altro una notizia nè generalizzata nè ripetuta fra gli scrittori dell’antichità, di cui per contrario moltissimi ripetono che quel filosofo inculcava ai suoi discepoli di non uccidere gli animali.

Al dire di Omero, Nettuno andò nell’ Etiopia onde comperare cento tori e altrettanti agnelli per farne delle Ecatombi. E l’istesso autore ci ripete che l’indovino Calcante avesse consigliato ai Greci di offerire in Crisa una Ecatombe ad Apollo, onde placarne lo sdegno.

1534. Ecatombee. — Così avevano nome alcune feste che si offerivano in Atene durante il primo mese Attico, chiamato per questo Hecacatombion e nelle quali si offeriva una Ecatombe.

1535. Ecatombe. — Dal costume che i pagani avevano di offerire a Giove e ad Apollo, delle ecatombi, veniva dato cotesto soprannome a quelle due divinità.

1536. Ecatonchiri. — Dalle due parole greche Εϰϰτὁν cento, e Χειρ mani, si dava cotesto nome collettivo ai tre giganti Cotide, Gige, e Briareo, che la tradizione favolosa ci presenta come centimani.

1537. Ecatonfonie. — Presso i Messeni era costume che coloro i quali in guerra avessero ucciso cento nemici, dovessero poi, in rendimento di grazie della vittoria riportata, offrire agli dei una Ecatombe. Da questa costumanza si dava il nome di Ecatonofle ad alcune feste nelle quali si faceva l’ Ecatombe per la suddetta ragione.

Riferisce Pausania, che certo Aristomene di Corinto, avendo ucciso in guerra di sua mano trecento nemici, avesse offerto ai celesti tre Ecatonfonie.

1538. Ecatompedone. — Questo vocabolo deriva dal greco Πούς che significa piede e si chiamava così un tempio che Minerva aveva in Atene, la cui lunghezza era appunto di cento piedi.

1539. Ecdusie. — Venivano così denominate alcune feste e cerimonie che si celebravano in Fefte, città dell’isola di Creta, in onore di Latona, madre di Apollo e di Diana.

1540. Echidna. — Mostro metà donna e metà serpente. Secondo la favola esso generò Cerbero, la Chimera, il Leone Nemeo, e l’Idra di Lerna.

Echidna è una parola che deriva dal vocabolo greco Εϰιδρα, che significa vipera.

1541. Echidnea. — Regina degli Sciti. La cronaca favolosa narra che Ercole la tolse in moglie e ne ebbe diversi figliuoli.

1542. Echinadi. — Nome di alcune ninfe che furono cangiate in isole, perchè dimenticarono di chiamare Acheolo ad un sacrifizio di diec i tori, al quale avevano invitato tutti gli dei boscherecci ed acquatici.

1543.Echione. — Re di Tebe. La tradizione favolosa narra di lui che essendo sopravvenuta nei suoi stati una grande siccità, per la quale morivano gran numero dei suoi sudditi, le due giovanette, uniche figlie del re, si offrirono vittime volontarie, onde placare col loro sangue innocente lo sdegno degli dei.

Appena i loro corpi furono, secondo il costume degli antichi, bruciati, dalle ceneri uscirono due biondi giovanetti, coronati di flori, che celebrarono col canto la morte di quelle eroiche fanciulle.

Vi fu un altro Echione, padre di Penteo. Fu uno di coloro che la favola dice nati dai denti del drago di Cadmo — V. Cadmo — e che aiutarono quest’ultimo nell’edificazione di Tebe. Dal nome di costui i Tebani furono detti Echionidi.

La favola ricorda di un altro Echione, che fu uno degli araldi degli Argonauti.

1544. Echionide o Chionio. — Sotto questo nome si riconoscea comunemente Penteo, per essere figliuolo di Echione. V. l’articolo precedente.

1545. Echionio. — V. Echionide.

1546. Echmagora. — Fu figlio di Ercole e di Fillene. Alcimedone, padre di questa giovanetta, fortemente sdegnato degli amori colpevoli della figlia, la fece legare assieme al neonato in un bosco, e l’abbandonò ad essere divorata dalle fiere.

Ercole, consapevole del fatto, liberò la madre ed il figlio.

1547. Ecelissi. — I pagani credevano che la causa dell’ecclissi lunare fossero le visite che Diana, ossia la luna, faceva al suo amante Endimione, nelle montagne della Caria. Per altro come gli amori della dea non ebbero lunga durata, bisognò cercare un’ altra ragione {p. 116}meravigliosa degli ecclissi, e la più generalizzata fu questa. Si disse che le streghe e tutti coloro che esercitavano la magìa, e particolarmente le indovine della Tessaglia, luogo assai fecondo di erbe venefiche, avevano coi loro incantesimi il potere di far discendere dal cielo la luna ; e che bisognava fare un assordante rumore di calderoni, martelli ed altri strumenti, onde impedire che la luna sentisse le grida richiamatrici delle streghe.

Anche oggi abbiamo dei luoghi, come nel regno di Tunchino e nella Persia, secondo che riferisce il Taverniere, nelle sue relazioni di viaggi e scoperte, ove si crede che durante il tempo dell’ecclissi la luna combatta contro un drago che vorrebbe impadronirsene, e che allora gl’indigeni fanno uno strepito spaventevole con ogni specie di strumenti, per obbligare il mostro a lasciare la sua preda.

Qualche cosa di simile ci riferisce il sig. di Fontenelle, nella sua relazione di viaggio nell’Indie orientali.

Il certo per altro è che qualunque fosse la ragione alla quale i pagani attribuivano così fallacemente gli ecclissi, essi ritenevano che questi fenomeni della natura fossero del più funesto presagio.

1548. Ecmone. — Uno dei figliuoli del re Priamo.

In un combattimento sotto le mura di Troia, egli fu ucciso unito al fratello Cromio, da Diomede.

Due priamidi, Cromio ed Ecmone,
Veniano entrambi in un sol cocchio. A questi
S’avventò Diomede ; e col furore
Di lion che una mandra al bosco assalta
E di giovenca o bue frange la nuca,
Cosi malconci entrambi il fier Tidide
Precipitolli dalla biga…
Omero — Iliade — Libro V trad. di V. Monti.

1549. Eco. — Ninfa, figlia dell’ Aria e della Terra, che abitava le rive del fiume Cefiso. La tradizione della favola racconta di lei che avendo un giorno di comune accordo con Giove, intrattenuta Giunone coi suoi piacevoli discorsi, onde questa non avesse disturbato un colloquio amoroso che Giove aveva con una ninfa del seguito di sua moglie, Giunone, saputo l’inganno, condannò Eco a ripetere l’ultima parola di coloro che la interrogavano. Eco amò con passione Narciso, ma vedendosi da lui disprezzata, si ritirò nella solitudine, vivendo abitualmente nelle montagne, nelle foreste, e nelle grotte, e finalmente morì di dolore. La favola ripete che dopo la morte fu cangiata in roccia.

Ecuba. — Figlia di Cisseide, re della Tracia e moglie di Priamo, re di Troja, che la rese madre di molti figli, fra cui i più famosi furono Ettore, Paride, Eleno, Polite, Polidoro ; e quattro figliuole Creusa, Cassandra, Laodice e Polissena.

Al dire di Virgilio, Creusa fu madre di cinquanta figliuoli tra maschi e femmine : la maggior parte dei suoi figli morì sotto agli occhi della madre, durante il decenne assedio di Troja. Caduta questa città, Ecuba toccò ad Ulisse come parte del bottino di guerra ; ma essa non potè vincere il profondo sentimento di avversione che le ispirava il guerriero greco, che essa aveva veduto, quando era regina, implorare a suoi piedi la sua protezione, ond’essere salvato dai guerrieri Trojani, che lo avevano sorpreso travestito nel loro campo, onde spiarne le mosse. Egli pregò caldamente Ecuba di nasconderlo e di salvarlo da una certa morte ; ed ora, al gran cuore della decaduta regina, era una trafittura mortale il vedersi schiava di quell’istesso uomo che essa aveva protetto nei suoi giorni felici.

Dopo esser rimasta ancor qualche tempo presso di Ulisse, ov’ebbe anche il dolore di veder morire il piccolo Astianatte, suo nipote, Ecuba abbandonò le rive di Troja, dopo aver reso splendidi onori funebri al figliuolo del figlio suo, e fu condotta presso Polinnestore, re della Tracia, al quale il defunto re Priamo aveva affidato suo figlio Polidoro. Ma avendo saputo che Polinnestore aveva fatto morire l’amato figliuolo Polidoro, la povera madre, cieca di collera, frenando a stento il suo furore, dimandò ed ottenne di parlare in segreto al re Polinnestore ; ed avendolo condotto in mezzo alle donne Trojane, che l’avevano seguita, queste si avventarono sul traditore e lo acciecarono con uno spillo, mentre Ecuba di sua propria mano uccideva i due figliuoli di lui. Però le guardie del re trascinarono fuori della reggia Ecuba e la lapidarono.

Le cronache dell’antichità concordano nella gran maggioranza nel ripetere che, ai tempi di Strabone, si vedeva ancora nella Tracia una sepoltura, detta il sepolcro del cane, e nella quale fu rinchiusa la spoglia mortale dell’antica regina di Troja.

Ecuba, trista misera e cattiva,
Poscia che vide Polissena morta,
E del suo Polidoro in su la riva
Del mar si fu la dolorosa accorta,
Forsennata latrò si come cane.
Tanto il dolor le fe la mente torta.
Dante — Infermo — Canto XXX.

Qualche autore ha ripetuto che Ulisse forse stato l’autore della morte di Ecuba, perchè {p. 117}ritornato nella Sicilia, fece innalzare un altare nel tempio di Ecate e lo dedicò ad Ecuba ; credendo così liberarsi dai sogni funesti che lo tormentavano.

1551. Edipo. — Re di Tebe, figlio di Lajo e di Giocasta.

L’oracolo aveva predetto a Lajo che morrebbe ucciso da suo figlio, il quale dopo aver consumato il parricidio, diverrebbe incestuoso, sposando la propria madre. Appena nato Edipo, il padre, onde scongiurare i terribili destini che si legavano alla vita del fanciullo, lo consegnò ad uno dei suoi ufficiali, con ordine espresso di farlo morire, ma quell’ufficiale, commosso alla vista dell’innocente creatura, per non spargere quel sangue, lo legò per i piedi ad un albero ed ivi lo lasciò sospeso. Un pastore, passando per di là, attratto dalle grida lamentose del bambino, lo prese e lo portò a Polibio, re di Corinto, il quale ne prese cura come di un suo proprio figliuolo, e lo chiamò Edipo, parola che significa dal piede gonfiato, e lo fece educare.

Edipo, divenuto adulto, credendosi figlio del re Polibio, volle consultare l’oracolo per conoscere qual fosse la sua sorte, e avendogli l’oracolo predette le stesse spaventevoli sciagure, che aveva già annunziate al suo vero padre, Edipo si esiliò volontariamente da Corinto, credendo di lasciare così la sua patria. Giunto nella Focide, ebbe querela con uno sconosciuto e lo uccise. Quello incognito era Laio, suo padre ! Seguitando il suo viaggio, dopo avere errato in diverse contrade, giunse a Tebe, ove entrò dopo aver decifrato l’enigma che la Sfinge proponeva ai viandanti, e come Giocasta, la vedova regina di Tebe, era il premio serbato a colui che avesse risposto alla Sfinge, egli la sposò dividendo per tal modo il talamo nuziale della propria madre. Da questo connubio nacquero i due fratelli Eteocle e Polinice, ed una figlia che ebbe nome Antigone. Gli dei, irritati dall’orribile incesto, che sebbene compiuto ad insaputa di Edipo, era pur sempre un fatto mostruoso, castigarono la città di Tebe con una orribile pestilenza, la quale non cessò che quando il pastore che aveva portato il fanciullo a Polibio, venne a Tebe, lo riconobbe e gli palesò la sua vera nascita. Edipo per disperazione si acciecò, e fuggi per sempre dalla sua vera patria.

1552. Edo. — Figliuola di Pandaro e moglie di Zetto, il quale fu fratello d’Anfione. Da questa unione non nacque che un solo figliuolo chiamato Itilo. La tradizione favolosa racconta che essendo Edo gelosa di vedere che Niobe, sua cognata, aveva una numerosa famiglia, mentre essa non aveva che un solo figlio, risolvette di uccidere il primo genito dei suoi nipoti, che dormiva nel medesimo tetto di Itilo. Onde mandare ad esecuzione il suo perverso disegno, Edo avvisò il figliuolo di cangiare di posto la notte seguente e mettersi nel luogo che occupava in letto il figliuolo di Niobe. Itilo, colla spensieratezza propria dell’infanzia, dimenticò di seguire le ingiunzioni materne e la notte, Edo, invece di trucidare suo nipote, come credeva, uccise il proprio figliuolo. Riconosciuto l’errore, ella si tolse di propria mano la vita. La cronaca favolosa aggiunge ch’essa fosse rapita dalle Arpie e trasportata da queste nell’Inferno, ove fu data in preda alle Furie.

1553. Edone. — Così avea nome una principessa figlia di Pantareo, di Efeso, la quale sposò un artista di Colofone, per nome Politecno.

Questi due sposi si amavano così teneramente ed erano così felici, che, resi orgogliosi dalla loro stessa felicità, osarono dire che si amavano più perfettamente di Giove e di Giunone. Irritati perciò gli dei, mandarono la Discordia onde disunirli, e ben presto il triste potere di questa terribile divinità, si fece sentire.

Essendo un giorno Politecno andato da suo suocero, per chiedergli Chelidonia, sorella di Edone, cbe questa bramava di rivedere, Pandareo assenti, e consegnò la giovanetta Chelidonia a Politecno, il quale durante il viaggio la condusse in un bosco, e calpestando i sacri dritti del sangue, la violentò. Chelidonia, giunta presso la sorella, piangendo disperatamente, la informo del proprio disonore. Le due sorelle allora giurarono di vendicarsi, e concepirono lo spaventevole disegno di far mangiare a Politecno il proprio figliuolo Iti. Politecno informato della trama, raggiunse le colpevoli nella casa di Pandareo, ove esse eransi rifugiate, e quivi impadronitosi, del suocero lo caricò di catene e così legato lo espose ai raggi ardenti del sole ed alle morsicature degl’insetti. Edone, allora, disperata della trista sorte del padre, corse vicino a lui per consolarlo colle sue filiali carezze ; ma quest’atto di pietà le fu imputato a delitto e glà Politecno, cieco di furore, moveva per trucidarla, allorchè Giove, mosso a pietà cangiò tutta la famiglia in uccelli. Da ciò la favola, ripetuta anche dal Boccaccio, che Edone fosse cangiato in un cardellino, uccello che canta con un tuono triste e malinconico.

1554. Edonidi. — Le Baccanti erano così soprannominate da una montagna della Tracia, conosciuta sotto il nome di Edone, ov’esse celebravano le orgie negli osceni misteri di Bacco.

1555. Edonio. — Uno dei soprannomi di Bacco. Vedi l’articolo precedente.

1556. Educa. — Divinità che presso i pagani, presiedeva alla nutrizione dei bambini.

{p. 118}Educa aveva diverse denominazioni come : Edulia, Edusi, e Edusa : di questi nomi il più usitato però è quello citato in margine.

1557. Edula, Edulia, o Edusia. — V. Educa.

1558. Edulia. — V. Educa.

1559. Edusia. — V. Educa.

1560. Eeta. — Figlio del Sole e di Persa : fu re della Colchide e padre di Medea, la quale per questa ragione vien anche detta Eetia, ed anche Eeeta.

1561. Efesio. — Questa parola in greco significa ardente, perciò i pagani ne fecero uno dei soprannomi di Vulcano, dio del fuoco.

1562. Efeso. — Celebre città dell’ Asia minore, nella Jonia

La tradizione mitologica ripete che il nome di questa città derivasse da una donna chiamata Efeso, la quale dette origine alle Amazzoni. Ma questa opinione è assai poco ritenuta in conto presso i più accreditati scrittori della favola.

La città di Efeso sorgeva in una pianura irrigata dal fiume Caistro, nelle circostanze del mare Egeo.

Rinomati autori pretendono che la esistenza di questa città, fosse di molti anni anteriore allo stabilimento dei Greci nell’ Asia minore ; ma che allora altro non fosse se non una piccola borgata, vicina al tempio di Diana, la quale fin da quel tempo era venerata in quei luoghi ; e che poscia una colonia greca avesse costruita la città di Efeso, che si rese poi tanto celebre.

Il famoso tempio di Diana, che fu una delle sette meraviglie del mondo, fu fatto costruire a spese di tutti i regnanti dell’ Asia minore. La costruzione di questo tempio costò molti milioni e più di duecento anni di lavoro, tanto che il celebre architetto Taesifonte, che ne fece il disegno e diresse per lungo tempo i lavori d’impianto, non potè vedere, come molti altri architetti che gli successero, neanche la metà di tutta la costruzione.

Questo famosissimo monumento aveva 426 piedi di lunghezza, 200 di larghezza, ed in tutto il vastissimo recinto delle sue mura, si contavano 227 colonne, innalzatevi da altrettanti sovrani, e che erano tutte dei marmi più rari e preziosi : le sue porte erano di legno di cipresso con intagli preziosissimi di legno di cedro, e con statue e quadri di un valore favoloso. E pure questa opera colossale, che riuniva tante meraviglie d’arte, e tanto lusso di ricchezze e di splendori, fu distruita in poche ore per mano di un uomo per nome Erostrato, il quale, inabile a rendersi celebre per opere valorose, volle eternare il suo nome coll’incendiare una delle più meravigliose opere dell’ingegno umano, e vi appiccò il fuoco la notte del sesto giorno del mese detto dai Greci Hecatombeon, 356 anni avanti Cristo, la notte medesima in cui nasceva Alessandro il Grande. Circa 25 anni dopo, gli abitanti di Efeso vollero ricostruire il loro tempio famoso, e in effetti cominciarono i lavori, respingendo persino l’offerta fatia loro da Alessandro il Grande, di pagare tutte le spese necessarie alla ricostruzione, purchè sulla porta principale del tempio fosse inciso, in lettere d’oro, il suo nome. Gli Efesiani, gelosi della loro nazionalità, non vollero condiscendere alla pretesa di Alessandro e continuarono, mediante enormi sagrifizii, la costruzione del loro tempio, che essi menarono nuovamente a termine dopo lunghissimi anni, con più magnificenza e ricchezza. Ma sembra che il destino si opponesse nei suoi voleri a che il tempio di Efeso rimanesse perenne monumento dell’arte greca, poichè ai tempi di Nerone fu spogliato di ogni ricchezza e poscia, sotto l’Imperatore Galieno, i Goti lo rovinarono quasi interamente, e finalmente fu distrutto dalle fondamenta in virtù dell’editto di Costantino imperatore, il quale, devoto alla religione di Cristo, ordino la demolizione di tutti i templi pagani.

La Città di Efeso fu egualmente celebre per aver dato i natali al pittore Parrasio, ed al filosofo Eraclito. Durante il terzo anno della sessantunesima olimpiade, Alessandro il conquistatore, entrò in Efeso alla testa dei suoi eserciti, e per ricompensare il popolo della confidenza che poneva in lui, vi ristabilì il governo democratico. Morto Alessandro, la città di Efeso fu preda dei successori di lui, quindi cadde in potere dei re di Siria, e finalmente ne divennero padroni i Romani.

Sotto la dominazione degl’imperadori greci, Efeso fu molte volte presa e saccheggiata dai Persiani. Sotto l’ Imperadore Alessio se n’impadronirono i Turchi, i quali la tennero schiava fino al 1206, epoca in cui passò nuovamente sotto il dominio dei Greci, che ne restarono signori fino al 1283. Da quest’epoca la città di Efeso fu sempre un punto d’invidiosa mira pergl’imperadori greci e per i califfi maomettani, i quali, a forza di togliersela di mano l’un l’altro, finirono per distruggeria interamente.

Secondo la favola Efeso fu anche il nome di un figlio del fiume Caistro, il quale in compagnia di Creso, prese parte alla fabbricazione del famoso tempio di Diana, di cui nell’articolo precedente.

1563. Efestee. — V. Efestie.

1564. Efestie o Efestee. — Era questo il nome di alcune feste che si celebravano in onore di Vulcano.

La cerimonia più saliente di esse consisteva nella corsa che tre giovanetti facevano, ciascuno {p. 119}con una torcia accesa nella destra. Quello fra i tre che giungeva alla meta con la torcia accesa, gualagnava il premio ; se poi le tre torcie si spegnevano tutte, il premio della corsa non veniva aggiudicato ad alcuno.

1565. Efestione. — Amico e confidente di Alessandro, il Macedone, che lo ebbe estremamente caro, e tanto che dopo la morte di quello, avvenuta nella città di Ecbatana, l’imperadore lo fece annoverare fra le divinità. Coll’andar del tempo gli vennero innalzati dei templi, sacrificate offerte ed olocausti, e dedicato per fino un oracolo. Luciano, nelle sue opere, asserisce che lo stesso Alessandro fu uno dei seguaci più caldi della novella divinità.

1566. Efestrie. — Venivano così chiamate le feste che si celebravano in onore dell’indovino Tiresia, il quale, passeggiando un giorno sul monte Cilleno, vide due serpenti attorcigliati insieme e li divise con un colpo di bastone : nell’istesso momento egli fu trasformato in donna, e secondo la tradizione mitologica, restò tale per lo spazio di sette anni. Finalmente al cominciare dell’ottavo, Tiresia trovò altri due serpenti, li divise nuovamente con non colpo di bastone e ritornò uomo.

Questa doppia trasformazione veniva segnatamente ricordata nelle cerimonie dette Efestrie, nelle quali i Tebani facevano girare per la loro città la statua di Tiresia, che all’andare era vestito da uomo ed al ritorno da donna.

Vedi Tiresia che mutò sembiante.
Quando di maschio femmina divenue.
Cangiandosi le membra tutte quante :
E prima poi ribatter le convenne
Li duo serpenti avvolti colla verga.
Che riavesse le maschili penne.
Dante — Inferno — Canto XX.

1567. Eflaite ed Oto. — Così avevano nome i due giganti figli di Nettuno e di Ifimedia. Essi avevano, secondo la tradizione, la strana, dote di crescere più cubiti ciascun anno, e d’ingrossarsi in proporzione. Non contavano che quindici anni allorquando gli altri giganti tentarono di dara la scalata al cielo.

Essi incatenarono Marte e lo tennero prigione per un anno e un mese, finchè Mercurio non andò a liberarlo :

Oto ed il forte Efialte l’annodaro
D’aspre catene. Un anno avvinto e un mese
In carcere di ferro egli si stette,
E forse vi peria se la leggiadra
Madrigna Ecribea nol rivelava
Al buon Mercurio, che di la furtivo
Lo sottrasse, già tutto per la lunga
E dolorosa prigionia consunto.
Omero — Iliade — Libro V. trad di V. Monti.

Avendo Diana fatto sorgere un dissidio fra loro, essi morirono entrambi, in seguito alle ferite con che si erano reciprocamente offesi.

1568. Efialti. — Specie di sogni malefici che i latini chiamavano Incubi ; nome che poi è rimasto anche presso di noi a quella specie di dolorosa impressione che talvolta si risente nel sonno, accompagnato da spaventose visioni.

1569. Efidriadi. — Ninfe che presiedevano alle acque e che più comunemente venivano dette Idriadi, dalla parola greca Υδρδς, che significa acqua.

1570. Efira. — Figliuola dell’ Oceano e di Teti, la quale dette il suo nome alla città di Corinto, che dal principio chiamavasi Efira. Al dire di Virgilio essa fu madre di Aristeo.

In Grecia vi furono altre due città conosciute sotto il nome di Efira ; una nella contrada della Tessaglia, e propriamente nel luogo conosciuto sotto il nome di Tembe, e l’altra nella Tesprasia, provincia dell’ Epiro.

Anche nel golfo dell’ Argolide vi fu un’isola, vicina a quella di Melus, conosciuta sotto il nome di Efira, che fu patria di Sisifo.

Efira, una città, natia contrada
Di Sisifo, che ognun vincea nel senno.
Omero — Iliade — Libro VI trad. di V. Monti.

1571. Ega. — Ninfa-Gapra, figlia di Oleno e sorella di Elice. Giove in riconoscenza di essere stato da lei nutrito, la trasportò in cielo, sotto la costellazione conosciuta anche oggidì col nome di capra. Del vello di Ega, Giove rivestì il suo scudo, che perciò fu detto Egida. Questo scudo fu dato poi a Minerva, la quale ne fece anche un’arma offensiva, inchiodandovi sopra la testa della Gorgone. Vedi Gorgone e Medusa.

1572. Egea. — Soprannome dato e Venere per essere particolarmente adorata nelle isole del mare Egeo.

Egea era anche il nome di una delle Amazzoni, la quale morì annegata appunto nel mare Egeo.

1573. Egemone. — Che significa conduttrice.

Era questo il soprannome che Cromio dette a Diana, quando le fabbricò in Tegea, un tempio dopo di avere per consiglio di lei, ucciso Aristomelidas, tiranno di Orconomo. Sotto questo nome aveva Diana un culto particolare nelle città di Ambracia, Acacesio e Mileto, perchè in queste tre città ella servì di guida conduttrice a Cromio ed alla sua colonia.

1574. Egenete. — Ossia quotidianamente rinascente. Soprannome col quale gli abitanti {p. 120}dell’isola Camarin, adoravano Apollo, ossia il sole, che rinasce ogni giorno.

1575. Egeo. — Figlio di Pandio e fratello di Niso, di Pallante e Lico. Con essi egli riconquistò l’Attica di cui i Mezioniti eransi resi padroni.

Egeo fu il solo fra i suoi fratelli che non potette aver prole ; onde consultato l’oracolo, questo gli rispose di recarsi per qualche tempo nella corte di Pitteo, re di Trezene, famoso per la sua saggezza. Pitteo lo accolse regalmente, e una sera, dopo un sontuoso banchetto, nel quale Egeo avea molto bevuto, gli fece trovare nella sua camera la figlia Etra, giovanetta di rara bellezza, la quale nell’istessa notte fu anche visitata dal dio Nettuno. Poco tempo dopo, Egeo seppe da Etra che ella era incinta, e non dubitando che il nascituro fosse suo figlio, consegno ad Etra una spada, ingiungendole di conservarla onde suo figlio potesse con quella farsi riconoscere dal re di Atene. In prosieguo Egeo sposò la famosa Medea, abbandonata da Giasone, ma quasi che le maledizioni del cielo seguissero le orme di questa, le sventure lo assalirono di ripetuti e spietuti colpi. Androgeno, figlio di Minosse, fu ucciso in Atene e il re di Creta dichiarò la guerra agli Ateniesi per vendicare la morte del figlio, ed avendoli vinti, impose loro un sanguinoso tributo ;quello cioè, che ogni anno gli Ateniesi avessero dovuto mandare in Creta sette giovanetti ed altrettante vergini, per essere divorati dal Minotauro. Mentre volgeva codesto periodo di tempo Teseo, figlio di Etra, avea toccato l’età dell’adolescenza ed avea ricevuta dalla principessa Trezenia la spada del padre, onde Egeo avesse potuto riconoscerlo ; ma Medea, saputo l’arrivo del giovane in Atene, comprese ogni cosa e fece il possibile onde impedire il riconoscimento, e con seduzioni ed incantesimi avea quasi persuaso Egeo a far morir di veleno il giovine straniero, ma al momento fatale, la vista della spada riaccese nell’animo di Egeo più miti ed umani sentimenti, e poscia, seguito il riconoscimento, abbracciò il figliuolo e scacciò per sempre la colpevole Medea. Però la nemica sorte di Egeo non era stanca di farlo bersaglio del suo furore, poichè in quel turno di tempo la sorte cadde sopra Teseo, designandolo come una delle vittime che ogni anno, per patto della sconfitta, dovevano essere esposte alla ferocia del mostro di Creta, e Teseo dovè, come gli altri, sottostare alla comune fatalità. Egeo con le lagrime del più profondo dolore vide partire il figlio suo dilettissimo, al quale raccomandò con le più calde preghiere di far cangiare le nere vele del vascello, che faceva il terribile viaggio, con altrettante di colore bianco, ove mai egli, per una speciale grazia dei numi, fosse ritornato salvo in patria. Teseo promise e partì, ed avendo ucciso il Minotauro, fece ritorno in patria sull’istesso vascello che lo avea ricondotto in Creta ; ma egli e i suoi compagni, nell’ebbrezza della gioja, dimenticarono di sostituire alle vele nere le bianche, siccome avevano promesso ad Egeo, il quale, dalla riva vedendo il fatale colore, si precipitò nel mare, che da quel tempo prese il nome di Egeo.

Gli Ateniesi per onorare Teseo, loro liberatore, annoverarono Egeo fra le divinità marittime, e lo dichiararono figlio di Nettuno.

Molti accreditati mitologi concordano nella opinione di aver Egeo introdotto in Grecia il culto di Venere Urania, onde rendere la dea propizia alla sua brama di aver figliuoli.

1576. Egeone. — Conosciuto più comunemente sotto il nome Briareo, gigante figliuolo di Titano e della Terra. La favola gli attribuisce cento braccia e cinquanta teste.

…. In quella guisa
Che si dice Egeon con cento braccia
E cento mani, da cinquanta bocche
Fiamme spirando e da cinquanta petti,
Esser già stato col gran Giove a fronte,
Quando contra i suoi folgori e i suoi tuoni
Con altrettante spade ed altrettanti
Scudi tonava e folgorava anch’egli ;
Virgilio — Eneide — Libro X. Trad. di A. Caro.

La tradizione mitologica racconta che Giunone, Minerva e Nettuno, vollero nella guerra degli dei, incatenar Giove e che sarebbero forse riuscili nel loro intento, se Teti non avesse persuaso Egeone a mettersi dalla parte di Giove, il quale, memore di questo servigio, gli rese la sua amicizia, dimenticando la parte più che attiva che Egeone o Briareo aveva avuto nella scalata che i Titani tentarono dare al cielo.

1577. Eger. — Nome di un gigante, famoso nella mitologia Scadinava.

1578. Egeria. — Ninfa di una rara bellezza, amica e consigliera di Numa Pompilio, secondo re di Roma, il quale finse d’aver con lei dei segreti colloquii, affine di dare più autorità alle leggi che impose ai Romani. La tradizone mitologica attribuisce ad Egeria anche il nome di Camena, cioè cantatrice e profetessa, e racconta che avesse presso forma umana, ed avesse sposato il re, in una selva presso le porte di Roma, la quale fu allora nominata Locus Camanarum e ch’è propriamente quel luogo che è detto oggi Caffarelli. Alla morte di Numa Pompilio, Egeria fu talmente afflitta, che pianse giorno e notte, riempiendo l’aria nei suoi lamenti, per modo che {p. 121} Diana, sturbata nei suoi sagrifizi, la cangliò in una fontana, che dal suo nome fu detta Egeria.

Tra i moderni scrittori taluni, sebbene non numerosi, han posto per fino in dubbio l’esistenza di Numa Pompilio. Altri, meno alieni dalle antiche significazioni mitologiche, e dalle idee informatrici delle credenze religiose dei tempi della favola, han voluto scorgere nella simbolica figura della ninfa Egeria, l’Idromanzia, personificando in essa l’idea informata della solitudine, che profonde i tesori del raccoglimento altesmoforo ed al saggio, amico dello studio lungo e meditativo. Numa non è altro che la personificazione della legge fatta uomo ; è lo spirito legislatore umanato sotto la figura di un re della terra, dalla poetica ed iperbolica favella delle primitive mitologie.

I Romani adorarono ancora un’altra Egeria, che presiedeva allo sgravo, ed alla quale le donne incinta facevano continui sagrifizii ed offerte, onde implorare un parto felice.

1579. Egghitree. — Con questa denominazione i Greci indicavano quelle donne e quelle fanciulle, che nelle funebri cerimonie portavano l’acqua lustrale per le libazioni sui sepolcri.

1580. Egialeo. — Fu figlio d’ Inaco e di Melisse, e diede il suo nome alla contrada di cui poi fu re, e che da lui fu detta Egialea. Questa contrada è propriamente quella che i moderni geografi chiamano Morea.

1581. Egibolo o Egobolo. — Dalla parola Greca άηξ άηγδς, che significa capra ; i pagani indicavano con questo nome un particolare sagrifizio espiatorio in cui s’immolavano un dato numero d’animali cornuti. Se le vittime erano capre il sacrifizio si chiamava Egibolo ; se tori dicevasi Taurobolo, se montoni, Criobolo. Allorquando si compivano le cerimonie di questi sagrifizii i sacerdoti, consacrati al culto del nume che si adorava, scavavano una fossa in mezzo ad un campo, o in altro luogo adattato, e facevano in essa discendere il gran sacerdote, o pontefice, rivestito di tutti gli attributi della sua autorità. Coprivano quindi la fossa con una tavola forata in più punti e si gettava su di essa il sangue fumante delle vittime sgozzate, per modo che il sommo sacerdote riceveva tutto su di sè il sanguinoso lavacro, e risaliva a compiere la cerimonia tutto grondante di sangue. Le vestimenta poi ancora intrise, venivano dagli altri sacerdoti sospese alle mura interne del tempio, onde i fedeli avessero potuto santificarsi al contatto di quelle.

1582. Egida. — I poeti detl’antichità danno questo nome allo scudo di tutti gli dei ; ed Omero dice che l’ Egida d’ Apollo era di oro, ma che questo nome fu proprio dello scudo di Minerva, dopo la vittoria da lei riportata sui mostro Egide — V. Egide ; e Virgilio dice che Minerva combatteva coprendosi tutta la persona con uno scudo, o Egida, su cui era incisa la testa della Gorgone Medusa.

Intorno agli omeri divini
Pon la ricca di fiocchi Egida orrenda,
Che il terror d’ogni intorno incoronava,
Ivi era la Contesa, ivi la Forza,
Ivi l’atroce Inseguimento, e il diro
Gorgonto capo, orribile prodigio
Dell’ Egioco signor.
Omero — Iliade — Libro V trad. di V. Monti

L’ Egida, o scudo di Giove, era ricoperta della pelle della capra Amaltea, che avea col suo latte nutrito il re dei numi e che egli aveva chiamata col nome particolare di Egida, dalla parola greca άηξ άηγδς che significa Capra.

1583. Egide. — Mostro spaventevole nato dalla Terra, il quale vomitava fuoco e fiamme, e fumo denso e nerissimo. Per più tempo portò la desolazione nella Frigia, ed in altre contrade, finchè Giove ordinò a Minerva di combatterlo e questa lo uccise. La Terra, sdegnata per questa morte, partorì i Giganti, che poi mossero guerra agli dei.

1584. Egilia. — Sorella di Faetone, la quale a forza di piangere per la sciagura di suo fratello, fu insieme alle sorelle cangiata in pioppo.

La tradizione mitologica ricorda di un’altra Egilia che fu figlia di Adrasto, re di Argo, e moglie di Diomede. Venere, sdegnata contro Diomede per la ferita che quest’ultimo le fece all’assedio di Troja, onde vendicarsi di lui ispirò ad Egilia, l’infame desiderio di prostituirsi a tutti gli uomini che incontrava. Quando Diomede ritornò in patria, Egilia attentò alla vita di lui, perchè egli non soddisfaceva alla insaziabile voluttà di lei. Diomede si ricoverò nel tempio di Apollo e poi abbandonò la disgraziata donna.

1585. Egina. — Figlia del flume Asopo, la quale fu con passione amata da Giove, che sotto la forma di un’aquila la rese madre di Eaco e di Radamanto. Asopo, venuto a conoscenza del fallo di sua figlia, si dette a cercarla premurosamente, e saputo da Sisifo il nome del seduttore, giurò di vendicarsi anche di lui ; ma Giove scagliò i suoi fulmini e costrinse l’ Asopo a risalire verso la sua sorgente ; e per sottrarre Egina alla paterna vendetta, la nascose in una isola del Golfo Saronico, detta Enone o Enopia. Fu in quest’isola che Egina dette alla luce Eaco, il quale poi chiamò col nome di Egina l’isola in cui era nato, in memoria della madre. Dopo qualche tempo, Giove si rivolse ad altri amori, ed Egina fu tolta in moglie da {p. 122}Attore, figlio di Mirmidone, che la rese madre di Menezio.

1586. Egineti. — Con questo nome erano conosciuti gli abitanti dell’isola Egina, i quali furono prima detti Enoni o Enopii, e poi più conosciuti sotto la denominazione di Mirmidoni. Vedi l’articolo precedente.

Gli Egineti dopo essere stati governati da una lunga serie di re, dei quali solo pochi sono ricordati dalla tradizione mitologica, si attennero a reggimento repubblicano, eleggendo a loro capo Epidauro.

Durante il periodo delle guerre persiane, gli Egineti furono quelli che più si distinsero per aver fornito maggior numero di navi. Gelosi però della grandezza degli Ateniesi, e stimolati dai Beozi, i quali anch’essi vedevano di male occhio la crescente prosperità di Atene, gli Egineti si gettarono sull’Attica, e da questo tentato colpo di mano ebbe principio l’odio inestinguibile che divise poi sempre, con mortale inimicizia gli Ateniesi e gli Egineti, i quali furono poi scacciati dalla loro isola, e vedendosi costretti a cercare altrove miglior fortuna, si ritirarono nella isola di Tirea, nelle acque del golfo Argolica, presso i confini dell’Argolide e della Laconia. Ivi rimasero fino alla caduta della potenza Ateniese, epoca in cui ritornarono in patria, ma non poterono mai ricostruire la loro possanza, per quanto gloriosi ed antichi ne fossero i ruderi.

Strabone ed Eforo dicono nelle loro opere che gli Egineti fossero i primi fra i Greci a coniar moneta, e che fu uno di essi, per nome Fidone, che consiglio i suoi concittadini, onde facilitare il commercio marittimo, a servirsi delle monete, potendo con tal mezzo dar maggiore sviluppo allo scambio, e supplire in parte all’infeconda sterilità della loro isola.

1587. Egioco. — Soprannome di Giove, che a lui veniva, secondo la tradizione favolosa, dall’aver ricoperto il suo scudo, o Egida, della pelle della Capra Amaltea. In Omero ed altri poeti e cronisti della favola è assai di sovente chiamato Giove con questa denominazione.

1588. Egipane — Il dio Pane veniva così soprannominato perchè aveva le gambe e i piedi di capra, come quasi tutte le divinità campestri e boscherecce.

Taluni scrittori fanno di Egipane una particolare divinità, figlia di Giove secondo gli uni e di Pane e di Ega, secondo gli altri. È questa per altro un’opinione non convalidata da valevoli testimonianze. Ai Satiri in generale si dava dai pagani il soprannome di Egipani. V. l’articolo seguente.

1589. Egipani. — Così venivano col nome collettivo denotate tutte quelle divinità che nel culto religioso dei pagani si credeva abitassero le montagne, i boschi e le selve ; e che venivano rappresentate coi piedi di capra, colle corna sulla fronte e la coda dietro le reni.

Le tradizioni delle antichità, e più particolarmente quelle lasciateci da Plinio, fanno menzione di alcuni mostri della Libia, ai quali si dà propriamente il nome di Agipani e che al dire del citato scrittore, erano perfettamente simili alla figura che presso di noi rappresenta la costellazione dello Zodiaco, nota sotto il nome di Capricorno.

1590. Egipio. — Giovane Tessalo, figlio di Bulis, detto anche Bulea o Bulisa. Egipio, perdutamente innamorato di Timandra, madre di Neofronte, la quale era tenuta in conto della più bella donna de’suoi tempi, la sedusse a forza di oro, ma non riuscì a spegnere colla sazietà del possesso, l’ardente desiderio che questa donna bellissima gli aveva acceso nel sangue. Neofronte intanto, per vendicare l’offesa che gli aveva fatta l’amico, fece in maniera che tirò alle sue voglie Bulis, madre di Egipio ; nè contento di cio, e sembrandogli poca cosa il trionfo ottenuto, informatosi dell’ora in cui Egipio dovea recarsi ad un notturno convenio d’amore, fece destramente uscire Timandra, e pose nel letto di lei Bulis, la madre di Egipio ; il quale per tal modo non sospettando di nulla ebbe commercio colla propria madre, che, immersa nelle tenebre, ad arte procurate da Neofronte, non aveva riconosciuto il figlio.

Appena pero i primi albori del giorno illuminarono della loro luce serena l’orribile incesto gl’inscienti colpevoli vollero uccidersi, ma Giove, mosso a compassione, cangiò Bulis e Timandra in Sparvieri, ed Egipio e Neofronte in Avoltoi.

1591. Egira. — Così aveva nome una delle ninfe Amadriadi.

1592. Egisto. — Figlio di Tieste e fratello di Atreo. A vendo Tieste avuto commercio colla propria figlia Pelopea, senza pero averla riconosciuta, nacque da questo involontario incesto Egisto, il quale, abbandonato dalla madre in un bosco, fu allattato da una capra, e poi raccolto da alcuni pastori.

A che m’insegui, o sanguinosa. irata
Dell’inulto mio padre orribil ombra ?
Lasciami… va… cessa, o Tieste : vanne,
Le Stigie rive ad abitar ritorna
Tutte o in sen le tue furie ; entro mie vene
Scorre pur troppo il sangue tuo : d’infame
Incesto il so, nato al delitto io sono :
Nè ch’io ti veggia, a rimembrarlo è d’uopo.
Alfieri — Agamennone — Tragedia Atto 1. Scena 1

{p. 123}Qualche tempo dopo, avendo Tieste abbandonato Pelopea, questa consegnò al figliuolo Egisto la spada del padre, e lo mandò alla Corte di Atreo, il quale prese a ben volere il giovanetto, senza saperne l’origine, e gli affido l’incarico di assassinare Tieste, che allora egli riteneva prigione. Tieste riconobbe la propria spada, e avendo interrogato Egisto, questi rispose che gliela aveva data la madre. Tieste alle parole del figlio, ed alla evidenza delle pruove, trovò compiuta la predizione dell’oracolo riguardo all’incesto, e cercò di calmare il dolore del figlio il quale, indegnato contro Atreo per l’infame incarico che gli aveva affidato lo raggiunse a Micene e lo uccise.

In seguito venuto Egisto in grande amicizia con Agammenone, re d’Argo e di Micene, questi, al momento di partire per l’assedio di Troja, affidò ad Egisto la reggenza dei suoi stati, e la custodia della propria moglie Clitennestra e dei suoi due figli Elettra ed Oreste. Egisto però sconoscente a tanti benefizii, spergiuro e traditore dei tanti doveri dell’amicizia, sedusse la libidinosa consorte di Agamennone, usurpò il supremo potere e quando dopo la caduta di Troja, quegli ritornò in patria, d’accordo con la colpevole moglie, lo assassinò, e tenne per lungo tempo schiava nella stessa reggia, Elettra, figlia dell’ucciso, la quale però riusci a salvare dalle mani degli sgherri di Egisto il fratello Oreste, allora fanciullo ancor di due lustri, che alla sua volta, ritornato adulto in Micene, uccise l’usurpatore Egisto, e trasportato dal furore trapassò con l’istessa spada il seno di Clitennestra sua madre.

Noi sotto Troja travagliando in armi,
Passavam le giornate ; ed ei nel fondo
Della ricca di paschi Argo tranquilla,
Con detti aspersi di dolce, veleno,
La moglie dell’Atride iva blandendo.
Omero — Odissea Lib. III. trad. di I. Pindemonte.
Tutti ebbe i suoi desir l’iniquo Egisto :
Agammennone a tradimento spense,
Soggettossi gli Argivi ed anni sette
Della ricca Micene il fren ritenne,
Ma l’ottavo anno ritornò d’Atene,
Per sua sciagura, il pari ai numi Oreste,
Che il perfido assassin del padre illustre
Spogliò di vita.
Omero — Odissea lib. III. trad. di I. Pindemonte.
il ferro
Vibrasti in lei senza avvederten, cieco
D’ira, correndo a Egisto incontro.
Alfieri — Oreste, tragedia atto V scena ultima.

1593. Egitto. — Dispari e contrarie sono le opinioni degli Storici e dei Cronisti sul personaggio a cui la tradizione mitologica attribuisce cotesto nome. Il falso velo che ricopre gran parte, anzi quasi tutta l’epoca dei tempi favolosi, non consente oggi a che noi battessimo nelle ricerche, una via libera e spianata : noi altro non possiam fare, che attenerci alle opinioni degli autori più accreditati e additare alla gioventù studiosa, la differenza e bene spesso la contradizione completa che esiste fra quei pareri a noi tramandati da numerosi scrittori dell’antichità.

Egitto secondo alcuni fu figlio di Belo e d’una figlia del fiume Nelo. Altri pretendono che fosse figliuolo di Nettuno e di Libia e fratello di Danao. Fu principe buono e giusto, e queste pregevoli qualità gli valsero l’onore di dare il suo nome alla contrada di cui era sovrano. Da sua moglie Argifia e d’altre sue concubine — le più celebri delle quali furono Gergones, Efestina, Tiria, Caliante, Arabia e Fusina ; ed altre — ed ebbe cinquanta figli, i quali tolsero in moglie le cinquanta figliuole di Danao, suo fratello, comunemente conosciute sotto il nome di Danaidi. Danao però, ch’era tanto iniquo per quanto più era Egitto, acconsenti alle nozze, ma impose alle figliuole l’infame comandamento che fu causa della morte dei quarantanove figliuolo di Egitto V. Danaidi.

È opinione generalizzata presso i cronisti più accreditati che Egitto regnasse trecento e sei anni prima della guerra di Troja.

Le tradizioni ricordano di un altro Egitto, figliuolo di Neilco, e fondatore della città di Priene.

1594. Egia. — Ninfa figlia del Sole e di Nereo, fu una delle più belle fra le Naiadi. Allegra e spensierata, faceva sovente vittime dei suoi scherzi i pastori e perfino gli dei campestri. La favola narra che avendo un giorno rinvenuto il vecchio Sileno che, preso dal vino, dormiva profondamente, essa chiamò due Satiri, Monatilo, e Cronide e con essi d’accordo, legò le mani al dormente con una catena di fiori, e gli unse il viso con il succo delle gelse more.

Egla era anche il nome di una delle tre Esperidi, della madre delle Grazie ; e finalmente di una delle tre Grazie.

1595. Egle. — Così veniva chiamata una figliuola di Epione e di Esculapio : essa fu sorella del famoso Maccaone. V. Macaone.

1596. Egnatia. — Ninfa riverita come una dea nella Puglia in cui gli abitanti credevano generalmente che il fuoco si appiccasse da sè stesso alle legna su cui si ponevano le vittime che le venivano immolate.

1597. Egobolo V. Egibolo.

1598. Egocero. — Soprannome del dio Pane, che a lui veniva da una parola Greca che {p. 124}significa capro, perchè egli essendo stato posto dal volere di Giove fra gli astri, aveva preso nel cielo la figura di un Capro.

1599. Egofaga. — Detta anche Caprivoca, vale a dire che divora le capre. Con questo soprannome i Lacedemoni indicavano Giunone, perchè gran numero di quegli animali le venivano immolati nei suoi sagrifizii.

1600 Egofora. — La tradizione favolosa ci ricorda in proposito di Questo soprannome della Dea Giunone che Ercole, dopo assersi vendicato dei suoi nemici, avesse fabbricato un tempio a Giunone in ringraziamento di non averla trovata ostile alla sua vendetta ; e le avesse sacrificato una Capra ; da cio il soprannome di Egofaro che significa porta capra.

1601 Egollo. — Giovanetto Cretese il quale in compagnia di altri suoi campagni entro in una caverna consacrata a Giove, (che secondo la tradizione era nato in quella) onde derubare il mele che una immensa quantità di Ape vi lavoravano. Egolio e i suoi amici onde evitare le punture di quegli animali si erano ricoperti di armature di rame ma Giove sdegnato della loro tracotanza stava già per fulminarli, allorchè Teni Leparche, gli fecero osservare che non era conveniente farli morire in un luogo sacro come quello, e allora Giove cangio quegli sconsigliati in uccelli notturni.

1602 Egone. — Famoso atleta il quale per dutamente innammorato della giovanetta Amarilli, trascino per i piedi un Toro furioso fin sulla vetta di un’altissima montagna, onde farne dono alla donna che amava.

La cronaca tradizionale ripete che la forza di Egone non fosse minore del suo appetito, mentre ad un banchetto a cui era stato invitato mangio senza soffrirne ottanta focaccie.

Egone fu anche il nome di uno dei re degli Argiri, i quali quando mori l’ultimo degli Erachidi, che reggeva il loro governo, consultarono l’oracolo onde sapere chi avessero dovuto in nalzare al potere. L’oracolo rispose : che un’aquila avrebbe palesato la volontà dei numi, ed essendosi dopo pochi giorni uno di questi animali posato sulla casa di un cittadino per nome Egone, questi venne all’istante proclamato re.

Egone era similmente il nome di varii pastori dei quali per altro la tradizione mitologica non ricorda alcun fatto importante.

1603. Eldotea. — Figliuola di un nume marino a cui i Pagani davano il nome di Proteo. Narra la cronaca che Menelao, ritornando dall’assedio di Troja fosse da una tempesta costretto a ricoverarsi in un’isola deserta nelle vicinanze dell’Egitto e che egli fosse costretto a far colà una lunga dimora perchè i venti spirarono per molti giorni per modo da rendere affatto impossibile l’uscita dall’isola. Tidotea mossa a pietà di Menelao, usci dal mare onde venire in soccorso di Lui, egli apprese il modo di rendersi Proteo favorevole. V. Menelao e Proteo.

1604. Eirena. — Detta anche semplicemente Irena : nome che i dei davano alla Pace.

1605. Elseterie. — In Atene celebravasi in alcune feste a cui si dava cotesta appellazione, e nelle quali si offrivano ricchi sacrifizii a Giove ed a Minerva per la prosperità della repubblica.

1606 Ejona. Cosi ebbe nome una delle cinquanta Enereidi.

1607 Ejoneo.Fu l’avo di Issinione : egli perdette la vita per l’astuzia di suo genere. V. Issinione.

1608. Elafebolle. — Festa celebrata dagli Ateniesi in onore di Diana : venivano cosi dette da una parola greca che significa Cervo, perchè in queste ceremonie si offerivano alla Dea delle focacce che avevano la forma di quegli animali. Da questo costume si dava a Diana il soprannome di Elafebolia o Tlafibola ; e siccome coteste feste si celebravano nel mese di febbraio, cosi questo fu chiamato Elafebalion.

1609. Elafoballa. — V. l’articolo precedente.

1910. Elagabalo. — In una città dell’alta. Siria per nome Emesa si adorava dagli abitanti una deità a cui essi davano il nome dil Elagabalo, e che comunemente si ritiene essere stata il Sole ; e che veniva rappresentata sotto la figura di un gran cono di pietra.

1611. Elaisa. — Una delle tre figliuole di Anio re dell’isola di Elato.

1612. Elatelo. — Cosi veniva comunemente Chiamato Ceneo, per essere figliuolo di Elato.

1613. Elea. — Uno dei soprannomi di Diana.

1614. Eleeno. — Soprannome di Giove a lui venuto da un ricchissimo tempio che aveva in una città del Peloponnese chiamata Elts.

1615. Elefante. — Si riteneva questo animale come simbolo dell’eternità, a cagione della lunghissima durata della sua vita.

Nei misteri di Bacco erano sovente adoperati degli Elefanti per ricordare il viaggio che quel Dio faceva nell’Indie.

Presso gl’Indiani, e segnatamente nel regno di Bengala venivano tributati gli onori divini agli Elefanti bianchi.

1616. Elefenore. — Figliuolo di Calcodonte e discendente della stirpe di Marte. Al dire di Omero egli comandava gli Abanti di Eubea che aveva condotto all’assedio di Troja sopra quaranta vascelli.

……………il prence
Di magnanimi Abanti, Elefennore
Figlio di Calcodonte.
Omero — Iliade — libro VI. trad. di. V. Monti.
{p. 125}
Il bellicoso Elefenor, figliuolo
Di Calcodonte, e sir de’prodi Abanti
……………………
E quaranta di questi eran le vele.
Omero — Iliade — lib. II. trad. di V. Monti.

1617. Eleidi. — Soprannome delle sacerdotesse di Bacco, che venivano così dette dal rumore che facevano nelle orgie dei baccanali. V. Eleleeno.

1618. Eleleeno. — Cioè che fa molto strepito : si dava cotesto soprannome a Bacco per alludere al gran rumore che si faceva nella celebrazione dei suoi misteri.

1619. Elena. — È questo uno dei più interessanti nomi della mitologia, avuto anche riguardo al dubbio ed alla incertezza degli avvenimenti di cui essa fu l’eroina. Poeti, scrittori, mitologi e cronisti d’ogni sfera, han descritto a loro talento i più dettagliati particolari di tali avvenimenti. Noi però ci atterremo alla stretta esposizione di quei fatti, che per essere più generalmente ripetuti dagli scrittori più rinomati, sono ritenuti come veri e positivi.

Elena fu figlia di Leda e del re Tindaro ; fu sorella di Castore, di Polluce e di Clitennestra, sebbene la tradizione della favola ripeta che tutti questi figli, ed Elena stessa, fossero nati dagli amori che Giove ebbe con Leda — V. Castore e Polluce.

Tindaro Re d’Ebalia fu consorte
Di Leda, la qual Testio ebbe per padre :
Giove in forma di cigno oprò di sorte,
Che d’un uovo e tre figli la fè madre,
Fra gli altri di quell’uovo usci la morte
Delle superbe già Trojane squadre :
Dico colei. ch’ebbe si raro il volto
Che ne fu il mondo sotto sopra volto.
Ovidio — Metamor. — Lib. VI trad. di Dell’Anguillara.

Ebbe fama d’essere insieme la più bella e la più lasciva e corrotta donna dei suoi tempi. La bellezza di lei levò tanto grido, fino da’ suoi primi anni, che Teseo, affascinato alla vista di una così incantevole creatura, la rapì un giorno che essa insieme, ad altre fanciulle della sua età, eseguiva nel tempio di Diana, la danza detta dell’Innocenza, nella quale le donne ballavano nude innanzi al simulacro della Dea. Il rapitore portò seco Elena, dapprima a Tegea e poscia ad Afiana, dove, essendo essa divenuta incinta, Teseo la lasciò affidata alla custodia di Etra, madre di lui ; ma fu liberata dai suoi due fratelli Castore e Polluce, i quali la ricondussero a Sparta, ove essa dopo qualche tempo dette alla luce una bambina. Queste scandalose avventure lunge dal nuocere ad Elena accrebbero invece la già famosa rinomanza della sua divina bellezza, e tanto che ben quaranta fra i più rinomati principi della Grecia, dimandarono la sua mano ; ma il preferito fu Menelao, nipote di Atreo, re di Micene. I primi tempi di questo imeneo volsero lieti per la coppia avventurata, ma ben presto il destino cangiò in amara angoscia la gioia di che sembrava aver da principio sparsa la loro esistenza. Un bel giorno Paride, figlio di Priamo, re di Troia, giunse alla corte di Menelao, e la fatale bellezza di Elena lo innamorò perdutamente, ed essendo in egual modo corrisposto da lei, la indusse assai facilmente ad abbandonare il consorte, a calpestare i più santi doveri d’una moglie ed a fuggir seco alla corte di Priamo, ove la sposò. Fu quest’oltraggio fatto a Menelao, la vera cagione della sanguinosa guerra tra Greci e Troiani, che finì con la totale distruzione della città di Troia, dopo che i Greci l’ebbero assediata pel non breve spazio di dieci anni.

Elena vidi, per cui tanto reo
Tempo si volse……
Dante — Inferno — Canto V
Elena dico. origine e cagione
Di tanti mali, e che fu d’Ilio e d’Argo
Furia comune.
Virgilio — Eneide Lib. II. trad. di A. Caro.

Paride morì in battaglia nell’ultimo anno di quell’assedio memorabile, ed Elena fu tolta in moglie da Deifobo, altro figlio di Priamo, col quale alcuni scrittori dicono che fin dal tempo in cui Paride vivea, avesse ella avuto carnale commercio — V.Deifobo — Ma sebbene doppiamente legata alla famiglia di Priamo coi più santi vincoli del sangue, non si astenne dal seguire gl’impulsi del suo animo vizioso e corrotto, e quando vide imminente la caduta della città, pensò di riguadagnare la grazia del suo primo marito Menelao, col tradire i Troiani. Di notte tempo fece accendere molte torce sulla sommità della cittadella, dopo aver fatto avvisare i capitani dell’esercito greco, che a quel convenuto segnale avrebbero trovati i Troiani immersi nel sonno.

…… Una gran face in mano
Riprese, e diè con essa il cenno ai Greci.
Virgilio — Eneide L. VI trad. di A. Caro.

Ella stessa introdusse Menelao nella camera ove dormiva Deifobo, il quale subì prima le {p. 126}sevizie dei soldati greci, e poscia fu scannato nel proprio letto. L’animo abbietto di Menelao si tenne pago e soddisfatto della vendetta esercitata sopra i Troiani e riconciliatosi di buon grado con l’adultera sposa, la condusse come in trionfo a Sparta, dove ella restò fino alla morte di Menelao, avvenuta qualche tempo dopo, epoca in cui i Greci la scacciarono dalle loro città, ed essa prese rifugio presso Polixa regina dell’isola di Rodi, la quale però altamente sdegnata contro di lei per averla trovata fra le braccia di Tlepolemo, suo consorte, la fece segretamente strozzare, facendole così scontare gl’innumerevoli mali di cui la sua fatale bellezza e la lascivia dei suoi costumi era stata cagione.

Elena si chiamò pure una giovanetta Spartana che, secondo la tradizione, fu dalla sorte destinata ad esser vittima espiatoria in un sagrifizio, che i Lacedemoni aveano avuto imposto dall’oracolo, onde ottenere dal cielo la cessazione di una terribile pestilenza.

Al momento in cui tutto era pronto pel sacrifizio, un’aquila rapì dall’altare il coltello, e lo lasciò cadere sulla testa d’una giovenca, la quale fu immolata invece della giovanetta Elena.

1620. Eleno. — Uno dei figliuoli di Priamo. Amò una giovanetta per nome Cassandra e la favola racconta che dormendo un giorno con lei nel vestibolo interno di un tempio, due draghi s’insinuarono sino ad essi, e senza danno lambirono loro le orecchie. Da quel giorno i due amanti divennero due famosi indovini.

Cui non son de gli Dei le menti occulte,
Che Febo spiri e ’l tripode e gli allori
Del suo tempio dispensi, e de le stelle
E de’ volanti ogni secreto intendi.
Virgilio — Eneide — libro III. trad. di A. Caro

Eleno fu tra i suoi fratelli quello che più sì distinse all’ assedio di Troja. Comandava la terza colonna delle schiere Priamee, il giorno in cui uccise di sua propria mano Deiporo.

Grande e battuta su le tracie incudi
Alza Eleno la spada, ed alla tempia
Deiporo fendendo gli dirompe
L’elmo, e dal capo glielo sbalza in terra.
Ruzzolò risonante la celata
Fra le gambe agli achivi, e fu chi tosto
La raccolse : ma negra eterna notte
Deiporo coperse.
Omero — Iliade — libro XIII trad. di V. Monti

E feri Achille in un braccio in virtù dell’arco di oro che Apollo gli aveva regalato, senza di che sarebbe stato impossibile ferire Achille che era invulnerabile — V. Achille — quando Elena, vedova di Paride, sposò Deifobo, — V. Deifobo — , Eleno si recò presso Crise, e poi dimorò sul monte Ida ; ma siccome stava nel fato di Troja, che la città non poteva esser presa senza la presenza di lui, così l’indovino Calcante ne avvisò i Greci, i quali, dietro il parere di Ulisse e degli altri capi dell’esercito, s’impadronirono di Eleno con l’astuzia. Giunto al campo nemico egli predisse ai Greci che non avrebbero mai distrutta Troja, se non avessero prima indotto Filottete ad abbandonare la sua isola, e portarsi nel campo Greco, con le frecce di Ercole.

In seguito Eleno, divenuto schiavo di Pirro, figliuolo di Achille, seppe guadagnarsi l’affetto del suo signore, avendogli predetto molti prosperi successi, ed una felice navigazione.

L’avverarsi di tutte queste liete profezie, e più ancora l’avere Eleno distolto Pirro da un viaggio in cui perirono tutt’i passeggieri, fu causa della fortuna di Eleno, poichè Pirro, riconoscente ai buoni consigli di lui, gli dette in moglie Andromaca vedova di Ettore, che a lui era toccata in sorte come preda del bottino di guerra nella presa di Troja.

…… e fu ch’Eleno, figlio
Di Priamo, re nostro, era a quel regno
Di greche terre assunto, e che di Pirro
E del suo scettro e del suo letto erede
Troiano sposo, a la trojana Andromaca
S’era congiunto.
Virgilio — Eneide — Libro III. Trad. di A. Caro.

E gli dono gran parte dell’Epiro, che egli in memoria di un suo fratello per nome Caone, da lui involontariamente ucciso, chiamò Caonia. — V. Caone.

…… e questa parte
De la Caonia ad Eteno r. cadde
Che dal nome dl Caône trojano
Così l’ha detta.
Virgilio. — Eneide — Libro III trad. di A. Caro.

Eleno regnò molti anni su quella contrada, e al momento della sua morte istituì erede il figlio di Pirro, per nome Molosso, mentre al suo proprio figliuolo Cestrino, unica prole avuta da Andromaca, lasciò il governo di alcune poche città, da lui fondate. V. Cestrino.

1621. Elenore — Figlio di un re di Meonia, e di una schiava per nome Licinnia. Fu uno di coloro che dopo l’assedio di Troja, seguirono le sorti di Enea in Italia.

1622. Eleos. — Divinità adorata dagli Ateniesi, i quali avevano, nella piazza maggiore {p. 127}della loro città, un tempio a lei dedicato. Tutti coloro che, o per sventure, o per delitti, si rifugiavano nel sacro recinto di quel tempio, trovavano, presso il popolo Ateniese, protezione e soccorso.

1623. Elettra. — Figlia di Agamennone e di Clitennestra e sorella di Oreste.

… Elettra io son, che al sen ti stringo
Fra le mie braccia……
…… Pilade, Oreste, entrambi
Sgombrate ogni timor, non mento il nome.
Al tuo furor, te riconobbi, Oreste :
Al duolo, al pianto, all’ amor mio, conosci
Elettra tu.
Alfieri — Oreste, tragedia Atto II. Scena II

All’epoca in cui Agamennone fu trucidato da Clitennestra sua moglie, per istigazione dell’ usurpatore Egisto, Elettra aveva appena 18 anni, e pure in una età così giovanile riuscì a salvare Oreste dalle mani dl Egisto, e lo inviò presso Strofio.

…… oh ! ben sovvienmi :
Elettra, a fretta, per quest’atrio stesso
Là mi portava, ove pietoso in braccio
Prendeami Strofio ……
Alfieri — Oreste — Tragedia Atto II Scena I.

Serbandolo così alla vendetta che quegli compì sette anni dopo, epoca in cui ritornato a Micene col suo fido Pilade, ordi, d’ accordo con la sorella, la congiura da cui risultò la morte dei due assassini di Agamennone.

…… Ove introdotti
Siate a costni, pensier fla mio, del tutto,
Il darvi e loco, e modo, e tempo, ed armi
Per trucidario.
Alfieri — Oreste — Tragedia Atto II Scena II.

Euripide dice che l’iniqua madre di Eletira per accontentare il desiderio del drudo Egisto, l’ avesse faita sposare ad un contadino, il quale mosso a compassione della trista sorte di lei, lunge dall’ abusare dei diritti del matrimonio la servì come uno schiavo fedele, fino al giorno in che Oreste la dette in moglie a Pilade. L’Eumenidi però straziarono ben presto Oreste per la uccisione da lui compiuta, sebbene inavvedutamente, della propria madre Clitennestra. Elettra, spaventata dal delirio e dalle smanie crudeli del fratel suo, consutò l’oracolo e questi ordinò ad Oreste di andare a rapire la statua di Diana. Egli corse pericolo della vita per compiere questa impresa, e tanto che la notizia della sua morte si sparse rapidamente per l’ Argolide. Elettra allora si recò ella stessa nella Tauride, ove le fu detto che la sacerdotessa Ifigenia aveva ella stessa vibrato il colpo mortale. Elettra a tale annunzio, quasi fuori di sè, armatasi di un tizzone ardente voleva recarsi nel tempio di Diana onde mettervi il fuoco, ma al momento di compiere il suo fatale disegno, sentì arrestarsi da due solide braccia e riconobbe Oreste, col quale ritornò a Micene.

Elettra era anche il nome di una delle figlie di Atlante e di Plejone, la quale sposò Corito, da cui ebbe un figliuolo per nome Iasio. Giove, invaghitosi di Elettra la rese madre di Dardano, che fu poi il fondatore di Troia.

Vi fu finalmente un’ altra Elettra, figlia di Edipo ; ed un’ altra che fu figlia dell’ Oceano e di Teti.

1624. Elettridi. — Piccole isole poste sulla imboccatura dell’ Eridano. In uno dei piccoli laghi, posti in queste isole, cadde Fetonte fulminato da Giove, e da quel tempo le acque di queì lago esalarono un così forte odore di zolfo, e tramandarono dei miasmi così ardenti, che gli uccelli cadevano morti se volando radevano troppo e da vicino la superficie delle acque. Le arene di quelle rive erano piene di una gran quantità di elettro, che è una specie di metallo, la quinta parte del quale è argento e il rimanente è oro : da ciò il nome di Elettridi a quelle isole.

1625. Elettrione. — Anche a riguardo di questo personaggio è grande la disparità dei cronisti della favola. Alcuni pretendono che fosse figlio di Perseo e di Andromeda : altri che fosse figlio di Alceo e fratello di Anfitrione. Il parere più generalizzato è il primo, seguendo il quale Elettrione tolse in moglie sua nipote Anaxo, che lo rese padre di Alcmena, Anfimaco ed altri — V. Anaxo — Da una schiava della Frigia per nome Medea, egli ebbe anche un altro figliuolo detto Licimnio. Ritornando vittorioso della spedizione contro i Telebei, Elettrione, fra le molte prede del bottino di guerra, condusse seco un immenso numero di vacche, tolte al nemico. Essendo Anfitrione andato ad inconirarlo, nel volere arrestare una di quelle giovenche ch’ erasi data alla fuga, le scagliò contro il suo giavellotto ma il ferro invece di colpire l’ animale, percosse Elettrione così violentemente in una tempia, che gli produsse una morte istantanea.

Elettrione era similmente il nome di una giovanetta che secondo la tradizione favolosa era figlia del Sole e della ninfa Rodi. Essendo morta vergine, i suoi concittadini le tributarono gli onori divini.

1626. Eleusi. — Figliuolo di Ogige e di Daira. {p. 128}Egli dette il suo nome alla città di Eleusi nell’Attica. In alcuni scrittori si trova l’opinione che la città ricevesse il nome di Eleusi, parola che in greco significa arrivo, dall’epoca in cui Cerere vi soggiornò per breve spazio di tempo, allorchè, per ritrovare la figlia Proserpina, rapita da Plutone, abbandonò le pianure della Sicilia.

1627, Eleusina. — Cerere veniva così denominata da un magnifico tempio ch’ella aveva nella città di Eleusi, di cui nell’articolo precedente, ove i suoi misteri venivano meglio che altrove celebrati.

1628. Eleusine. — Dette anche Eleusinie : feste celebri in onore di Cerere — V. l’articolo precedente. Queste feste venivano anche dette misteri per eccellenza e duravano nove giorni, nel qual tempo tutt’i pubblici affari erano sospesi ; i tribunali e gli ufficî erano chiusi, e non si poteva condurre alle prigioni i colpevoli di qualunque reato. Ai misteri Eleusini non venivano ammessi che i nativi dell’Attica ; pure si legge, in vari autori, che Anacarsi lo Scita, e Ippocrate, non che Ercole, Castore, Polluce, Esculapio, ed altri, fossero iniziati a quei misteri, per il loro merito personale.

1629. Eleuslo. — Così aveva nome quel greco a cui la dea Cerere insegnò l’agricoltura.

1630. Eleutera. — Bacco, prima d’intraprendere il suo viaggio per le Indie, liberò i popoli della Beozia dalla schiavitù, e fece in memoria di ciò fabbricare una città a cui fu dato il nome di Eleutera.

1631. Eleuteria. — Con questo nome i greci adoravano la dea della libertà.

1632. Eleuterie. — Così venivan dette alcune sacre cerimonie che i greci celebravano in onore di Giove-Eleuterio, vale a dire liberatore.

1633. Eleuterio. — Soprannome che i greci davano particolarmente a Bacco. Essi annettevano a questa parola la stessa significazione che i Latini al loro liber pater.

1634. Eleuto. — Dalla parola greca ῖλεω venire si dava cotesto nome alla dea Lucina, la quale, presiedendo allo sgravo, veniva in tempo per soccorrere le partorienti.

1635. Eliache. — Cosi avevano nome le feste che si celebravano in onore del Sole.

1636. Eliadì. — Venivano con tal nome conosciute le sorelle di Fetonte, figliuole di Elio e di Climene. A cagione del nome del fratello di cui esse piansero la morte sulle rive del Po, e dove furono cangiate in pioppi, esse venivano anche dette Fetontee. La tradizione ripete a traverso il velo di una bellissima allegoria, che anche dopo la loro metamorfosi, quelle pietose continuarono a piangere la morte del loro caro, e che le gocce di ambra che il tronco dei pioppi trasuda continuamente, altro non sono che le lagrime che, nel loro dolore, versano ancora quelle affettuose sorelle.

Eliadi erano similmente chiamati i figliuoli di un re dell’isola di Rodi, chiamato anch’egli Elio.

Quando gli Eliadi giunsero all’età virile, seppero da Apollo, che Minerva, dea della saggezza, aveva risoluto di fissare la sua dimora fra quel popolo che prima di ogni altro le avesse offerto un sacrifizio. Per troppa sollecitudine, gli Eliadi misero il fuoco alle legna preparate pel sacrifizio senza prima aver posto su di esse la vittima ; mentre Cecrope, re degli Ateniesi, profittando di ciò, sacrificò per il primo a Minerva e ottenne che la dea dimorasse in Atene. Da ciò la tanta saggezza degli Ateniesi. Gli Eliadi furono i primi a suddividere l’anno in quattro stagioni : si resero celebri per le cognizioni tecnologiche ed astronomiche, e dettero un grande impulso all’arte della navigazione.

Fra gli Eliadi, che erano sette fratelli di cui al dire di Diodoro ecco i nomi : Macare, Atti, Ochimo, Cercaso, Triopo, Candale e Tenage, il più famoso fu quest’ultimo, il quale fu per gelosia ucciso dai suoi fratelli. Scopertosi il delitto, gli autori di esso fuggirono in diverse contrade per sottrarsi al castigo ; e Atti, traversando l’Egitto, vi edificò una città a cui, in onore di suo padre Elio, dette il nome di Eliopoli. La tradizione aggiunge che Atti fosse il primo ad insegnare agli Egizii il corso delle stelle e degli altri pianeti.

1637. Elice. — Ninfa, figlia di Oleno. Avendo con sua sorella Ega, preso cura dell’infanzia di Giove, questi la trasportò fra le costellazioni, ed è propriamente quella conosciuta sotto il nome di Orsa maggiore, e che, secondo la tradizione, fu la guida costante di tutte le navigazioni dei greci.

Elice fu anche il nome di una città dell’Acaja, ove Nettuno aveva un tempio assai in rinomanza presso i pagani.

1638. Elielo. — I Romani con questo nome adoravano Giove e credevano che pronunziando alcune date parole, fra le quali veniva spesso ripetuto il nome di Elice, il padre dei numi discendesse sulla terra.

1639. Eliconia. — Detta più comunemente Elicona : montagna della Beozia che sorgeva tra il monte Parnaso e il monte Citerone. Questa montagna era consacrata alle muse e ad Apollo, e si credeva che esse vi abitassero quasi sempre, {p. 129}prendendo cura della fontana di Ippocrene e della tomba di Orfeo.

O musa, tu, che di caduchi allori
Non circondi la fronte in Elicona,
Ma su nel cielo infra i beati cori
Hai di stelle immortali aurea corona ;
Tasso. — Gerusalemme liberata. — Canto I.
Di voi talmente in ogni parte suona
La fama, prudentissime sorelle,
Ch’a celebrare il monte di Elicona
Tirato avete tutte le favelle ;
Ovidio. — Metamorfosi. — Libro V trad. — Dell’Anguillara.

1640. Eliconiadi. — Nome collettivo delle nove muse abitatrici dell’Eliconia. V. l’articolo precedente.

O titolo di caste Eliconiadi
Più vi diletta….
Monti. — La Musogonia — Canto Ottava II.

1641. Elide. — Provincia del Peloponneso, celebre nell’antichità per gli spettacoli conosciuti sotto il nome di giuochi olimpici e che si celebravano in onore di Giove Olimpico.

1642. Elio. — Secondo riferisce Diodoro nelle cronache, Elio fu figliuolo di Basilea e di Iperione, e fu dai suoi zii, i Titani, annegato nell’Eridano. Al dire del citato cronista, Basilea non vedendo il figliuolo, si pose a ricercarlo lungo le rive di quel flume, ma stanca del faticoso cammino s’addormentò e vide in sogno il figliuolo che la confortò a non affliggersi della sua morte, giacchè egli era stato trasportato in cielo ove quella flamma conosciuta col nome di fuoco sacro si sarebbe chiamata Elio, cioè il Sole.

1643. Eliopoli. — Cioè città del Sole ; quest’antica contrada dell’Egitto è celebre pel culto del Sole. Alcuni scrittori pretendono che sia la stessa che Tebe. Era antico costume dei Fenici il portare ogni 100 anni in Eliopoli i corpi imbalsamati dei loro parenti e render loro gli onori del rogo.

Da questo costume religioso è forse nata la prima origine della favola del raro uccello Fenice, a proposito del quale Metastasio ha scritto :

Che vi sia, ciascun lo dice
Dove sia nessun lo sa.

Sorgeva in Eliopoli un superbo e splendidissimo tempio, esclusivamente dedicato al culto del Sole. In quel tempio era un oracolo i cui responsi venivano a chiedere gli abitanti delle più lontane contrade. Sulla parte posta di contro all’oracolo, posava una grande lamina inargentata, specie di specchio che rifletteva i raggi del sole, e collocata in modo che tutto il tempio ne era illuminato di una luce vivissima. Si narra nelle cronache, che allorquando l’imperatore Trajano mosse per la spedizione contro i Parti, vi fu taluno fra i suoi confidenti, che gli consigliò di consultare l’oracolo di Eliopoli, onde sapere quale sarebbe stata la sorte delle sue armi. Trajano che non divideva la superstiziosa credenza dei suoi contemporanei, rispose che non voleva fare il viaggio fino ad Eliopoli, tanto più che qualunque sarebbe stata la risposta dell’oracolo, egli avrebbe sempre compiuta la spedizione, che da lungo tempo meditava. Però avendo il confidente risposto all’obbiezione del suo signore, che non occorreva recarsi di persona onde consultare l’oracolo, ma che era sufficiente scrivere la dimanda su di un pezzo di papiro e mandarlo all’oracolo, Trajano finse di aderire alle brame del suo favorito, e mandò ad Eliopoli un plico suggellato, nel quale però, spinto dalla sua miscredenza, egli non scrisse nessuna domanda ; ma non andò guari che fosse rimorso, fosse, com’è più probabile, imperio delle superstiziose credenze di quei tempi, egli stesso mandò un altro messaggio all’oracolo, col quale gli domandava se dopo la guerra egli sarebbe ritornato in Roma. Per tutta risposta egli ebbe dall’oracolo una vite fatta in pezzi.

Macrobio, nelle sue opere, dice che l’evento si avverò in tutta la sua terribile verità, poichè Trajano fu ucciso in guerra, ed in Roma altro non ritornarono che le sue ossa, le quali secondo il suddetto scrittore, erano state figurate nella vite fatta in pezzi.

Oltre ai responsi che l’oraco lo di Eliopoli dava per iscritto, comunicava ancora il suo volere, sia chinando il capo, sia con far cenno con le braccia.

La città di Corinto si chiamava anch’essa Eliopoli, prima di chiamarsi Corinto, nome che le fu dato a causa del calore del clima e dell’aridità del terreno.

1644. Elisa. — Nome primitivo della regina Didone, allorchè fu sposata da Sicheo. V. Didone.

1645. Elisei-Patres. — Cosi venivano denominati i Cartaginesi da Elisa, poi detta Didone, che fu la fondatrice dell’impero di Cartagine.

1646. Elisi-Campi. — Parte degl’inferni in cui i poeti dell’antichità, immaginarono che regnasse una eterna primavera, e dove le {p. 130}ombre dei giusti godevano di una felicità perfetta.

Sul beato confine
Odi intorno spirar soavemente
L’aurette oceanine ;
Vedi spuntar dorato il fior nascente
Dall’amorosa sponda,
Dall’arboscel, dall’onda ;
E chi sen fa monili,
E chi ne intreccia al crin serti gentili.
Pindaro — Ode II trad. di G. Borchi.

Grand’è la disparità delle opinioni tanto degli antichi, quanto dei moderni filologi, nel definire la posizione topografica dei campi Elisi. Taluni vogliono che stessero presso l’Egitto : altri poco lungi da Lesbo, chi in Italia ; chi nelle isole Fortunate ; chi nel paese della Betica, oggi Andalusia in Ispagna ; ed altri finalmente nel centro della terra. Quest’ultima opinione è la più accreditata, e quella seguita dai più rinomati cronisti della favola.

Pindaro ed Esiodo ripetono, che Saturno era il sovrano dei campi Elisi ; ove egli regnava con sua moglie Rea. Omero e Virglio scrissero che gli eroi, abitatori di quel celeste soggiorno, trascorressero il tempo in occupazioni degne della loro grandezza. L’ombra di Achille, combatte le belve : quella di Ettore Troiano, addestra i cavalli ; ed altre finalmente cantano, accompagnandosi col suono della lira, l’eroiche gesta dei semidei.

È però a notare che i poeti osceni, di cui non è certo penuria fra gli scrittori dell’antichità, ripetono che gli abitatori degli Elisi, avessero in premio della loro virtù sulla terra, tutte le più raffinate lascivie che il genio della voluttà potesse mai immaginare.

1647. Elle. — Sorella di Frisso e figlia di Nefelea e di Atamante, re di Tebe. La cronaca mitologica narra, che stanca delle crudeli persecuzioni che la matrigna le faceva patire, ebbe il coraggio di mettersi in mare a cavallo del famoso ariete dal vello d’oro, e traversare lo stretto che divideva la Troade dalla Tracia e fuggire in Colco. Allorchè ella si vide in mezzo alle onde, il coraggio che fino allora